Nel mondo digitale il timing è tutto. Cogliere al momento giusto un trending topic, postare negli orari più efficaci sulle varie piattaforme e quando la tua audience fa più engagement, soprattutto riuscire ad elaborare e disseminare un contenuto con la necessaria rapidità. Sarà per questo che la canonizzazione di Carlo Acutis è stata addirittura la quinta più rapida nella storia della Chiesa cattolica. Dopo tre giganti della fede come Sant’Antonio da Padova (11 mesi dalla morte), San Francesco e Santa Chiara d’Assisi (due anni), e dopo il Ronald Reagan del cattolicesimo, San Giovanni Paolo II (nove anni), ecco oggi un quindicenne milanese di buona famiglia, San Carlo Acutis, a meno di vent’anni dal decesso. In occasione della sua beatificazione nel 2020 ho evidenziato come Papa Francesco aveva capito il ritardo della Chiesa cattolica rispetto al mondo digitale e bisognava recuperare, anche trasformando lo sconforto (e le ambizioni) di una famiglia benestante colpita da un durissimo lutto in un’occasione per intercettare i giovanissimi con un modello che potessero sentire affine. Papa Francesco immaginava nuove forme di catechesi, modelli di santità più vicini ai giovanissimi, accettava insomma le dinamiche del web, ma in qualche modo disciplinate e inquadrate nella tradizionale catechesi.
A cinque anni di distanza, questo santo, raccontato come “l’influencer di Dio”, il “patrono del web”, il primo “Santo Millenial”, sembra però già superato proprio dalle dinamiche della comunicazione digitale per le quali è stato per tanti versi costruito. E dunque la domanda: la Chiesa cattolica ha avuto successo nel veicolare la sua tradizionale pastorale sul web, oppure dalla comunicazione digitale ne è uscita essa stessa trasformata, subendone alcune dinamiche pur di riuscire a non perdere del tutto il contatto con la generazione Z?

Nel testo del 2020 evidenziai come il culto dell’allora Beato Acutis mischiasse un’ansia di dialogo con la contemporaneità a caratteristiche proprie di una fede molto ingenua e immediata, se non retriva. Così, attorno alla narrativa del giovane esperto di informatica elaborata per gli scafati nativi digitali, si è sviluppato un culto quasi medioevale delle sue spoglie mortali, coltivando a lungo l’equivoco di un corpo incorrotto, quando in realtà le spoglie e i tratti facciali del giovane sono state ricostruiti al silicone. Scelta per tanti versi necessaria a promuovere la diffusione di selfie e ritratti accanto alla teca trasparente che ne custodisce le spoglie, così da aumentare la circolazione di immagini relativi al giovane santo.
Pur con la fortissima spinta di tanti gruppi parrocchiali e con importanti investimenti in comunicazione da parte della famiglia di origine (il Corriere della Sera da anni è quasi l’house organ della canonizzazione), la narrazione del giovane santo patrono del web mostrava due limiti insormontabili. Il primo: ogni influencer si caratterizza per la continuità di contenuti originali che dissemina e in questo caso l’archivio dei contenuti è limitato dalla breve esistenza del Beato.

Il secondo: i devoti digitali promuovono un’interazione postuma con il Santo secondo le loro sensibilità e se si scorre il principale gruppo su Facebook si avverte una religiosità popolare, preconciliare, con immaginette digitali del Santo che riportano spesso frasi spurie, una religiosità da “prega per noi” e “proteggici” che insomma difficilmente si concilia con l’obiettivo di parlare alle inquietudini dei Millenials.
Così la comunicazione di San Acutis è entrata nella contraddizione ben rilevata da Davide Sisto nel suo oramai classico “La morte si fa social”: “il dualismo tra l’essere morto e l’essere virtualmente e socialmente attivo”, che ha spinto diversi studiosi a parlare di “zombie digitali”, i quali diffondono digitalmente i pensieri espressi nel corso della vita “pronti ad essere eternalizzati indipendentemente da chi li ha espressi e pensati”. Ma se qualcosa del genere succedeva già nel mondo predigitale nel caso delle opere e dei detti di personaggi celebri che avevano avuto la fortuna o il denaro per un biografo che li eternasse, nel mondo dell’interazione digitale attuale al Santo Millenial Acutis manca proprio di una caratteristica essenziale: propone una comunicazione unidirezionale, la mera diffusione delle frasi approvate e attribuitegli da chi segue la canonizzazione, ma non può dialogare, non può rispondere alle interrogazioni dei giovani di cui sarà un eterno coetaneo, non può nemmeno inverare la caratteristica del vecchio Web 2.0, ovvero l’interazione e l’intersoggettività.
Qui nasce anche la consapevolezza di un cambio di paradigma sociale. Per secoli le società hanno sviluppato il culto e la memoria di eroi e santi, personaggi irraggiungibili di cui emulare l’esempio. Non a caso in campo religioso il vertice di questa dimensione resta l’Imitatio Christi. E come venivano raccontati tanti santi se non attraverso le loro “virtù eroiche”? Le biografie di personaggi eccellenti e le agiografie erano anche modalità per costruire coesione sociale, modelli di comportamento ideali in un mondo in cui i valori (la patria, dio) erano inderogabili. Ma in una società dove dio è morto o chi ci crede pensa che a volte sia troppo distratto, dove la ricerca dell’immortalità attraverso la rinuncia di sé viene sostituita dalla ricerca interiore per dare un senso alla propria esistenza, i santi come modelli di vita rischiano di apparire a tanti giovani come statue in un museo di una civiltà scomparsa: muti, distanti e incapaci di ascoltare le loro ansie, i loro dubbi, i loro tormenti. Proporre agli adolescenti del terzo millennio un Santo giovane come loro, che propone frasette tipo “il rosario come autostrada per il Paradiso”, “si nasce originali e non dobbiamo morire fotocopie”, con un’agiografia esile in cui l’elemento di maggiore impatto è l’imprevista morte precoce, non persuade, può forse creare un senso di affinità per anagrafe, ma non risponde ad alcun interrogativo, non foss’altro perché anche la sua breve biografia non offre episodi o riflessioni utili per un adolescente.
Ecco perché la canonizzazione di Carlo Acutis, nonostante la sua incredibile velocità, non è già più attuale, superata da un nuovo modello di comunicazione che ha intrapreso negli ultimi anni la Chiesa cattolica, forse proprio a seguito di una riflessione approfondita sui limiti dell’operazione Acutis.
Dalla chiesa dei santi alla chiesa degli influencer
L’influencer non può non tenere conto dei suoi followers, leggerne i commenti, valutarne i consigli per creare contenuti, a volte comunicare con loro direttamente. Tutte attività che uno zombie digitale, per quanto definito “influencer di Dio”, non può fare. La comunicazione degli influencer sul web pretende di essere autentica, bidirezionale, continua. In tal senso il Santo Millenial, statico in un santino digitale o in una iperrealistica forma di silicone, non funziona. Ecco allora che, dopo qualche anno di incertezze e perplessità, la Chiesa cattolica sta spingendo tantissimo sui preti influencer. Non si tratta però solo di una nuova modalità di evangelizzazione, come quella di trasmettere in tv o sul web la messa parrocchiale. Accettare di entrare nel mondo degli influencer significa accettare l’assunto che ogni influencer accompagni i contenuti con la sua fisicità, sia essa nei suoi aspetti più sessualizzati, sia anche con un particolare taglio di capelli o in particolari ammiccamenti. Non vi è un vero influencer che non sia anche un corpo, che non comunichi con la sua fisicità. Magari anche solo la bocca extra large e la gestualità come nel caso di Khabi Lame, ma il corpo è un veicolo essenziale per la comunicazione di ogni influencer. Ora, accettare questo assunto, significa per la Chiesa cattolica rinunciare alla sua millenaria mortificazione del corpo. Si tratta di un cambio di paradigma radicale, ancora poco studiato. Per secoli la strada verso la santità o almeno verso la vita eterna, passava attraverso la mortificazione del corpo e di ogni modalità di cura di esso, fosse il vestiario, il cibo o ogni forma di abbellimento. Riprendendo antichissimi dettati pitagorici (soma-sema: il corpo è la tomba dell’anima), la cultura cristiana ha sempre imposto di esaltare l’interiorità e mortificare l’esteriorità: “la carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibile” (Paolo di Tarso, Prima lettera ai Corinzi, 15, 43-44). Il corpo per eccellenza da contemplare è quello martoriato del Cristo crocifisso, silloge e sintesi delle sofferenze da accettare con sopportazione. Il sesso male necessario per la riproduzione e gli stessi dettami biblici obbligavano ad evitare il mero piacere sessuale (Genesi 38,6-10). Da qui è derivata una diffusa educazione alla pudicizia che ha caratterizzato generazioni e generazioni di cristiani, dove anche mostrare un braccio, una gamba o il collo o andare a capo scoperto era ragione di vergogna per le donne. Appena settantacinque anni fa (un lasso di tempo breve per un’istituzione quasi bimillenaria) Maria Goretti veniva canonizzata come esempio di virtù virginale. Oggi, in maniera discreta ma consistente, le gerarchie ecclesiastiche hanno consentito e spesso promosso la moltiplicazione di account Instagram di preti che fanno dell’aspetto fisico un elemento di oggettiva attrazione, almeno dell’attenzione. Inevitabilmente, l’aspetto (omo)erotico di questa comunicazione è dietro l’angolo, ma la chiesa cattolica ha deciso di correre questo rischio pur di non perdere definitivamente contatto con i nati nei primi venti anni del secolo. Mettendo da parte ogni moralismo, dobbiamo pure chiederci quanti, immersi nella comunicazione visuale di Instagram, rimangono a leggere anche il testo e non indugiare solo sulla foto di seguito:

E dunque il passo verso il prete figo (“o prete gato”, in brasiliano) è brevissimo:


Sdoganare la bellezza per fare catechesi, esibirla con convinzione resta qualcosa di inaudito nella storia della chiesa cattolica. Sbaglierebbe però chi pensasse che tale svolta sia qualcosa di estemporaneo, nato da un’ansia di reagire quanto prima alle sollecitazioni della comunicazione attuale. La riabilitazione del corpo parte da Papa Woytila, che nell’esortazione apostolica “Familiaris Consortio” aprì le porte al sesso visto non solo come necessità riproduttiva ma anche come elemento di unità della coppia, temi anticipati nel suo testo Amore e Responsabilità del 1960. Va riconosciuto che una linea nella Chiesa ha da decenni superato la millenaria dottrina che vede nel corpo l’origine della dannazione dell’essere umano. Eppure, nel notare l’erotismo e il narcisismo di cui trasudano i post di alcuni sacerdoti, resta il dubbio che il diavolo stia sghignazzando da qualche parte.

Su Wired si è parlato di “Glow up dell’evangelizzazione”, termine che indica anche una particolare indulgenza narcisistica verso il proprio sè, a partire dal proprio corpo. Su varie testate anglosassoni si parla più esplicitamente di “Hot Priests”, una strategia chiaramente promossa dalla Santa Sede, anche in occasione del recente “Giubileo dei Missionari Digitali e degli Influencer Cattolici”. L’iniziativa è talmente innovativa che è passata per certi versi sotto traccia tra i media laici. Inevitabilmente, ogni innovazione implica dei rischi. Comunicare tramite i social è una necessità, ma introiettare i modelli comunicativi oggi premianti, come quello degli influencer, significa liquidare secoli di condanna per la cura del corpo, per esaltare, all’estremo opposto, il narcisismo del singolo, veicolato come un valore ineludibile in tantissima comunicazione sui social. Si tratta di una catechesi che non solo utilizza le modalità e l’estetica delle principali piattaforme di comunicazione tra i più giovani, ma finisce per accettarne anche i valori. E fino a che punto non si tradisce lo stesso messaggio evangelico? (Mt, 6,25: Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete.)
Ecco perché rispetto alle ardimentose innovazioni della Chiesta cattolica degli ultimi cinque anni, la canonizzazione del “Santo Millenial Acutis” appare già superata e ci si domanda se la pacioccosa immagine preadolescenziale dello sfortunato Carlo Acutis possa davvero attrarre degli adolescenti adusi a immagini ben più penetranti. Ma il percorso di canonizzazione di Acutis è stato un passaggio verso trasformazioni ben più radicali.
E così, alla luce delle ultime evoluzioni, nulla fa escludere che tra qualche anno potremmo avere anche il primo “Hot Saint”, magari patrono dei sex performers su OnlyFans.
(La prima analisi in occasione della beatificazione del 2020 è stata pubblicata qui: https://limmateriale.net/2020/10/10/carlo-acutis-come-si-costruisce-un-santo-al-tempo-dei-media-sociali/)
Partiamo dal cartone animato diffuso per spiegare le ragioni della Federazione Russa.
In questo senso il meme diffuso dall’ambasciata statunitense in Ucraina pochi giorni prima dell’invansione in cui si ironizzava sulla arretratezza di Mosca quando Kyiv aveva già eretto le sue magnifiche chiese non ha proprio senso: quello che in Occidente fa ridere, in Russia no perché, al di là delle sequenze storiche, ci si sente spiritualmente eredi di Bisanzio.
Tant’è che non abbiamo e non vedremo mai fotoreportage di Putin che cammina romanticamente con la moglie sulla spiaggia come ha fatto Macron: il potere russo non è mai stato umanamente innamorato, tranne l’eccezione clamorosa di Gorbaciov, che infatti in Russia è passato alla storia come l’arrendevole liquidatore della potenza sovietica.
La comunicazione del potere in Russia pretende tempi lunghi, vuole essere didattica, specifica e argomentata, quella occidentale oramai si riduce ai pochi caratteri di un tweet o una battuta che deve passare nei telegiornali principali.



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