Autore: Biagio Carrano

Chi salverà i quotidiani?

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Chi salverà i quotidiani?

Quando trovo il tempo o ne ho da perdere do un’occhiata ai feed rss cui mi sono registrato sul mio cellulare. Nel flusso di micronotizie che mi inonda devo sempre confrontarmi con due questioni: quanto mi interessa la notizia e quanta attenzione (in termini di secondi, minuti) posso dedicarle.

Le due domande sono le stesse al centro della crisi dei quotidiani. Per la prima volta al mondo la quantità di contenuti disponibili sopravanza enormemente il tempo che le persone hanno per assorbirli. Ma ancor di più la forma-quotidiano dei contenuti si ritrova anche a confrontarsi con la contestualità delle notizie offerte: tra centinaia di notizie scritte su decine di pagine quante davvero interessano il mondo, i valori, le scelte di varia natura dei singoli lettori?

Se gli stessi feed rss, una delle forme più personalizzate di contenuto oggi disponibili, finiscono spessissimo per cadere nella insignificanza per gli stessi fruitori che hanno scelto di riceverli, cosa ne è di una serie di fogli di carta stampati (con immagini che raramente raramente oltrepassano la didascalicità) che provano a coprire decine di argomenti e storie con rari approfondimenti e ancor più rara qualità di scrittura?

A Enrico Pedemonte va il merito di aver pensato in maniera sistematica la grande trasformazione che i contenuti digitali, distribuiti, gratuiti e autoprodotti hanno generato nel mondo dei media a stampa. Il suo testo “Morte e resurrezione dei giornali. Chi li uccide e chi li salverà” uscito poco più di un mese fa per Bompiani mi ha attratto come un buon giallo. Tutti vogliamo sapere chi salverà i giornali. Un mio amico storico inviato di guerra ha detto: “so già il nome dell’assassino, voglio conoscere il nome del reparto di rianimazione che li salverà”. Alla fine del libro questa domanda rimane sostanzialmente inevasa.

Certo, Pedemonte cita (anche in maniera frettolosa direi) nell’ultimo capitolo alcune ricerche e analisi americani come The reconstruction of American journalism della Columbia School of Journalism, il rapporto Digital Britain del governo di Gordon Brown o alcuni dati di Pew Research (di cui segnalo questi recentissimi dati sui consumi di news negli USA) per trarre da esse alcune indicazioni su come trovare nuovi percorsi di sopravvivenza per i quotidiani. Per chi come me tratta il tema in alcuni master non vi è nulla di nuovo. Semmai stupisce la scarsa attenzione data agli studi e le idee che l’INMA (International Newsmedia Marketing Association) ha sviluppato e proposto negli ultimi anni. Proprio il capitolo che doveva dare delle risposte o almeno delle risposte meno generiche di quelle solite è quello che delude di più.

Il libro non si sofferma sugli esperimenti italiani di giornalismo partecipativo, non analizza i risultati di esperienze come Blitz Quotidiano o come Il Post, non ragiona del grande successo in continua crescita delle testate dell’ANSO.

Non ipotizza neanche un modello organizzativo nuovo per le redazioni, non individua un nuovo status della professione giornalistica, non indaga sulle formule che iniziano ad emergere come il Daily che Rupert Murdoch offrirà solo agli utenti dell’iPad, primo di una serie di nuovi contenitori impaginati per i lettori digitali multimediali.

Lo stesso ricordare il peso dell’azione di Berlusconi nel mancato sviluppo delle reti televisive locali sembra veramente essere l’extrema ratio di una certa sinistra che quando non riesce ad arrivare con l’analisi e con le proposte oltre una certa soglia si rifugia “in una certa narrazione sconfittista” (cito l’intervista che i Wu Ming hanno dato oggi al Fatto Quotidiano) in cui Berlusconi è nient’altro che lo specchio distorcente dei propri limiti e fallimenti. Può essere anche vero, ma non aiuta a capire e ad agire.

È vero invece, come rimarca Pedemonte, che su un’operazione che ha comportato centinaia di prepensionamenti di una parte del miglior giornalismo italiano è calata una coltre di silenzio che si può chiamare censura o omertà, se i milioni elargiti agli editori dallo Stato attraverso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta hanno trovato un equilibrio in qualche scambio di favori in cui di mezzo ci è andato il diritto dei cittadini a essere informare e il dovere dei giornalisti a scoprire certe notizie e a dar loro la giusta rilevanza. In un tale contesto la moltiplicazione di realtà di giornalismo digitale, autoprodotto, svincolato da poteri e potentati e legato davvero alle esigenze di un territorio, non è solo la inevitabile conseguenza di trasformazioni tecnologiche ma ancor di più del deficit di notizie che caratterizza da sempre il giornalismo italiano

A epigrafe dell’ultimo capitolo Pedemonte mette questa frase di Clay Shirky: “La società non ha bisogno di giornali. Ha bisogno di giornalismo”. Gli utenti del web lo sanno molto bene. Lo dovrebbero capire anche gli editori italiani se vogliono avere una possibilità di sopravvivenza che punti su innovazione e creatività e non passi solo attraverso il costante ricorso agli aiuti di Stato.

Il curriculum alla rovescia

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Il curriculum alla rovescia

Dati anagrafici-Esperienze lavorative-Formazione-Interessi; Dati anagrafici-Esperienze lavorative-Formazione-Interessi; Dati anagrafici-Esperienze lavorative-Formazione-Interessi.

Il rosario dei curricula si snoda oziosamente, più o meno sempre uguale, soprattutto quando devi leggere per lavoro i percorsi di chi si è laureato di recente e nel cv può inserire relativamente poco, compresa quell’esperienza da barista all’estero.

Ma in un contesto universitario che tende a svuotare la formazione e quindi ad appiattire il valore di tanti corsi di laurea (un elenco parzialissimo: scienze della comunicazione, scienze politiche, scienze della formazione, scienze umanistiche, ma anche, purtroppo, psicologia, lettere, giurisprudenza, con tutti i dipende e le eccezioni del caso), siamo proprio sicuri che quella laurea, sia pure con il massimo dei voti, rappresenti il miglior biglietto da visita di un neolaureato?

E se invece tutti coloro che si occupano di formazione, di selezione del personale, di valutazione dei tirocinanti iniziassero a leggere i cv dal fondo, cercando di capire se la personalità di quel candidato si adatta al contesto in cui andrà a lavorare, se gli interessi che ha coltivato durante il liceo e l’università possono essere il vero valore aggiunto che porta con sé, se i viaggi che ha affrontato lo hanno portato ad avere le antenne interiori sempre accese, se le attività agonistiche in cui si è impegnato per tanti anni gli hanno insegnato il gioco di squadra, il rispetto e anche la franchezza verso gli altri e l’umiltà per ammettere gli errori?

Ma ancora di più sogno giovani laureati che coraggiosamente, con un atto un po’ futurista, ribaltino l’ordine del loro curricula vitae e mettano nelle prime righe proprio le passioni, gli interessi, le curiosità che li hanno fatti diventare quelli che oggi sono, in parte molto maggiore che i corsi seguiti all’università.

Nessun timore se il selezionatore conformista scarterà questi curricula, magari inorridito o irridente: se avete avuto tale ardire non era quella la realtà lavorativa che cercavate. Ma qualcuno di certo vi cercherà e di certo sarà più aperto e interessato realmente a conoscervi.

Tutto questo può sembrare azzardato, finanche controproducente, ma chi di voi andrebbe a lavorare in un posto a priori disinteressato alle vostre passioni e ai vostri interessi, insomma a voi stessi?

Il valore dei contenuti

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Il valore dei contenuti

Viviamo in un’epoca di contenuti digitalizzati, il cui costo di distribuzione è praticamente zero ma su questi stessi contenuti il marketing deve riuscire a costruire degli scambi economici.

Se ai tempi Dante Alighieri o di Cicerone fossero esistiti i diritti d’autore forse la Divina Commedia e le Epistole non sarebbero arrivate fino a noi. La creazione di contenuti testuali è stata per secoli un atto di sostanziale gratuità, frutto dei talenti di chi li componeva. Poi la stampa ha creato una filiera produttiva e commerciale attorno al testo che arrivata a codificarsi in leggi che consentono a figli e nipoti degli autori di fruire dei proventi delle opere degli antenati.

Ma un testo non un palazzo da cui trarre una rendita attraverso gli affitti, da lasciare poi ai nipoti in eredità. Un testo, in qualsiasi forma esso venga redatto, è frutto di una intelligenza sociale, stratificata nei secoli, che l’autore ha assorbito nel corso della sua formazione. In molti casi vi è il tocco del genio, che elabora i contenuti automamente e in maniera radicalmente innovativa. Ma perché figli e nipoti mediocri dovrebbero guadagnare grazie al parente genio?

Dopo secoli il digitale sta rompendo tutte le barriere che la cultura del copyright aveva creato attorno ai contenuti. Siamo già dentro un’epoca in cui i contenuti sono gratuiti o costano una cifra irrisoria. Pertanto il mero possesso di un contenuto non garantisce quasi più nessuna rendita, nessun vantaggio competitivo su cui costruire una strategia.

La leva di marketing diventa non tanto il contenuto in sé, ma la capacità di diffondere nella maniera più appropriata i contenuti gratuiti, sviluppando attorno ad essi attenzione, reputazione, rilevanza.

In memoriam di Giuseppe Reale

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In memoriam di Giuseppe Reale

Poco più di un mese fa è uscito dal mondo Giuseppe Reale.

Non starò a ripercorrere il suo cursus honorum politico o le tante iniziative che ha promosso.

Mi incontrò che avevo diciannove anni alla presentazione di un libro e da allora ha sempre coltivato il rapporto con me, anche più assiduamente di chi scrive. Non passava San Biagio che egli non telefonasse a casa dei miei per farmi gli auguri o lasciarli a mia madre. E cosa potevo offrirgli io, studente universitario e poi giovane professionista a Milano? Nulla. Ed egli nulla chiedeva.

Giuseppe Reale cercava le persone, non gli individui. Di questo suo valorizzare la persona senza aggettivi o attributi professionali erano coscienti tutti coloro che lo conoscevano. Egli donava la sua amicizia e la sua attenzione (davvero profondamente cristiane) a tanti che incrociavano la sua esistenza con lo spirito di un apostolo che ti offre la possibilità di guardarti dentro e cambiare grazie alla forza del messaggio evangelico. In questo senso la sua parabola politica ha seguito più gli ideali che le ideologie, e si rammaricò con me per non aver mai voluto far parte di una delle correnti della Democrazia Cristiana di fronte alle varie offerte di sottosegretariati non per il maggior potere in sé che ne sarebbe derivato, ma per le tante iniziative che avrebbe potuto realizzare o più agevolmente conseguire. Questo suo modo di essere potrebbe essere tacciato di ingenuo idealismo.E invece Giuseppe Reale ha lasciato alla Calabria molte più iniziative innovative e istituzioni funzionanti di tanti altri politici, incapaci di andare oltre un cinismo banale e dal fiato corto.

In un’epoca in cui i giovani vengono mortificati e le idee innovative irrise si sentirà ancora di più la mancanza di persone come Giuseppe Reale.

Ha oltrepassato la conoscenza terrena

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Ha oltrepassato la conoscenza terrena

Ci sono persone capaci di camminare più veloci degli altri sulla via della conoscenza. Quando ci lasciano siamo tutti più smarriti e ignoranti, anche coloro che non li conoscevano.
Marina Gersony aveva avuto la fortuna di conoscere meglio di me Gabriele Mandel Khan: riprendo di seguito il ricordo che ne ha fatto sul suo blog.
http://www.marinagersony.com/2010/07/laddio-terreno-di-gabriele-mandel-khan-il-maestro-sufi-che-credeva-nella-reincarnazione/

L’ufficio stampa: da Minculpop aziendale a produttore di contenuti

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L’ufficio stampa: da Minculpop aziendale a produttore di contenuti

Il vecchio adagio giornalistico recita che una smentita è una doppia notizia.
Una ricerca sviluppata negli Stati Uniti dagli scienziati politici Brendan Nyhan dell’università del Michigan (qui trovate un suo articolo su tutte le false informazioni sulla riforma sanitaria di Obama sedimentatesi nell’opinione pubblica) e Jason Reifler della Georgia State University di Atlanta conferma in pieno quello che tutti i giornalisti e i comunicatori almeno un poco esperti sanno da quando hanno iniziato a capire qualcosa dei meccanismi mentali di chi li segue.
I due studiosi evidenziano che sono due i meccanismi che si innescano. La dissonanza cognitiva innanzitutto: una volta che ci siamo costruiti uno dei nostri rassicuranti pregiudizi cerchiamo conferme ad esso anche quando nuove informazioni vorrebbero metterlo in dubbio. Il secondo principio viene chiamato “backfire effect”, ovvero “ritorno di fiamma” che potremmo semplificare così: “tu provi a farmi cambiare idea? E io per dispetto mi intestardisco ancor di più nelle mie convinzioni”. Chi di noi in una discussione politica o pallonara al bar non si è incaponito a difendere le proprie idee rischiando la coerenza e la faccia anche di fronte ad argomentazioni incontrovertibili?
Ora, cerchiamo di calare questa ricerca in quel mondo del pressappoco dagli indistinti confini che è la comunicazione. Con sagacia l’articolo di Repubblica si intitola “Vita eterna per le bugie soprattutto se rettificate” e finquando non crolla il server o non viene eliminata una notizia online ha una buona approssimazione all’eternità.
Ai bei tempi quando la carta stampata la faceva da padrone era relativamente semplice. A mezzogiorno il quotidiano serviva per incartare il pesce (e né il pescivendolo né il suo cliente lo avevano quasi mai letto) e poi una buona agenzia di comunicazione aveva persuaso il giornalista o il caporedattore della inessenzialità della notiziola che finiva nascosta in un taglio basso o in una breve.
Ma oggi con internet come si fa? Quella stessa notiziola, accuratamente mimetizzata dal giornalista che per questo aspetterà a Natale almeno un panettone gigante, viene ripresa dal sito internet di informazione locale o dal blog specializzato, che la metteranno in evidenza. E altri blog e altri siti riprenderanno la notizia, creando altri link che faranno salire la visibilità della notizia su Google Pagerank. E qualcuno la posterà sul suo profilo Facebook mentre al contempo la notiziola prenderà il volo con i tweet di Twitter. E mica possiamo spedire un panettone a tutti?
Insomma, i vecchi sistemi delle relazioni con i media mostrano la corda. Come spesso accade nel trapasso tra media analogici e media digitali bisogna ripensare tutto. Il vecchio ufficio stampa che da alcuni viene ancora interpretato come un Minculpop aziendale da cui devono passare solo veline gradite, gradevoli e leggere, con annessa censura o edulcorazione dei fatti imbarazzanti, deve trasformarsi in una redazione capace di diffondere costantemente contenuti competenti e consistenti a tutti i soggetti interessati, sia quelli che operano in media maturi sia sui nuovi media o nei media sociali. La soluzione è quella di disseminare in tutti i media, soprattutto quelli sociali, una messe di informazioni capace di creare un contesto positivo, in cui le inevitabili notizie negative, frutto di errori, manchevolezze o anche di reale malafede, possano trovare un certo bilanciamento.
Detta così sembra semplice ma quanti capiazienda sarebbero disposti a rinunciare ad avere un ufficio stampa inteso come megafono aziendale per ritrovarsi un staff di produttori di contenuti capaci anche di dire dei no?

Calzolai con le scarpe bucate

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Calzolai con le scarpe bucate

Il reddito non riflette il merito, questo ha dimostrato il recente rapporto “A bit rich“, redatto dagli economisti di nef (new economics foundation). Se questo vale per il Regno Unito (dove si è sviluppata la ricerca), figuriamoci cosa accade in un paese scarsamente meritocratico come l’Italia. E ancor di più cosa accade in Italia a professioni ben poco definite o considerate come quelle relative al gurgite vasto della comunicazione e del marketing.

Non sono l’unico a ritenere che da alcuni decenni stia avvenendo un grande travaso di ricchezza dalle fasce più povere di molte società verso quelle più benestanti, ma lo studio della new economics foundation evidenzia anche i pregiudizi che ancora incrinano la legittimità delle professioni legate alla comunicazione.

Secondo i calcoli proposti dello studio, il valore distrutto dalle professioni ad alto reddito (banchieri, pubblicitari, commercialisti) è molto maggiore del valore prodotto dalle professioni a basso reddito prese in esame (addetti alla cura dei bambini, addetti alle pulizie negli ospedali, addetti al riciclo dei materiali). Alle accuse degli economisti del nef sui danni provocati dalle attività pubblicitarie si potrebbe rispondere invitandoli (provocatoriamente) a rileggere la Favola delle Api di Bernard de Mandeville. Purtroppo il pregiudizio che tutto quanto è collegato alla comunicazione sia un orpello inutile e parassitario è radicato non solo tra la gente comune ma anche tra prestigiosi economisti di Sua Maestà britannica. Ce n’è da riflettere e allora propongo ai miei lettori tre quesiti:

Come si costruisce nella percezione sociale diffusa il valore, l’utilità, la legittimità di una professione?

Cosa rende un lavoro più prestigioso (e quindi spesso più pagato) di un altro?

Quali sono i fattori che influenzano il riconoscimento sociale di un’attività lavorativa?

Nel precedente post parlavo di un profondo problema di identità e legittimità che attraversano tante professioni legati ad aspetti “soft”, immateriali, relazionali nella catena di produzione del valore. Mi domando perché le organizzazioni professionali, a partire dalla FERPI, non si propongano di sviluppare e realizzare un piano di comunicazione di prodotto nazionale in cui il prodotto non sia altro che le qualità e il valore aggiunto del comunicatore professionale. Non si tratta di parlarsi addosso, tutt’altro. Si tratta semmai di evidenziare tutti gli aspetti del valore aggiunto che una professione multiforme, cangiante e trasversale riesce a trasferire a organizzazioni e imprese.

Qualche tempo fa un mio ex allievo, oggi professionista in un’importante agenzia, mi ricordava: “è proprio vero che il calzolaio finisce per avere le scarpe bucate”. Sarebbe ora non solo di ripararle, e anche di passarci il lucido.

Microsaggio: modelli aspirazionali Vs. modelli ispirazionali

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Microsaggio: modelli aspirazionali Vs. modelli ispirazionali

Come si legittima una élite? Quali sono i modelli e i valori che una classe dirigente propone (o impone) a una società affinché venga riconosciuta come tale?

Nei tempi antichi era facile: si era re (e giù giù principi, marchesi, baroni, conti) per grazia di Dio e c’era poco da discutere, tant’è che questo modello in Occidente è durato un buon migliaio di anni. Con l’emergere della borghesia diventa necessario escogitare nuovi meccanismi di legittimazione. Nessun ricco commerciante dell’età moderna pretese mai di far parte dell’èlite solo perché era ricco. Il successo economico poteva essere la dimostrazione di capacità superiori ma non consentiva di per se stesso l’accesso alla classe dei dominanti. L’accordo tra nobili e borghesi si trovò sull’istruzione superiore che i rampolli delle due classi avevano l’obbligo di conseguire se volevano avere ruoli di comando o di indirizzo nella società. Da allora vale in molte società non solo occidentali (basi pernsare alla Cina dai tempi di Confucio) questa regola: fai parte della classe dirigente se condividi un certo livello di formazione e cultura, se quindi hai introiettato dei valori in base ai quali riconosci i tuoi pari e sei legittimato da essi. Che poi si diventasse più o meno ricchi o più o meno potenti grazie alla finanza o alla politica o a un buon matrimonio questo non toccava la sostanza del meccanismo.

Meccanismo di cui i mezzi di comunicazione sono sempre stati parte integrante. Dalle mitologie classiche che facevano discendere le stirpi reali da amplessi con gli dei fino ai rotocalchi e alle grandi cerimonie dei media che raccontano matrimoni e funerali delle élite mondiali, il potere ha sempre sentito il bisogno di essere narrato ai soggetti subalterni attraverso una forma tanto comprensibile quanto innavicinabile.

In realtà non tutte le classi dirigenti si raccontano nello stesso modo. Per questo propongo due modelli radicalmente differenti attraverso i quali nel mondo contemporaneo le classi dirigenti si legittimano: un modello aspirazionale e un modello ispirazionale.

I modelli aspirazionali sono quelli in cui le classi dominanti esibiscono potere e ricchezza, un meccanismo già illustrato nel 1899 da Thorstein Veblen nel libro The Theory of the Leisure Class.

I modelli ispirazionali si basano invece su comportamenti o storie di vita capaci di rappresentare valori e principi in cui un’intera nazione possa ritrovarsi e da cui tutti possono trarre spunti di emulazione.In realtà qualsiasi classe dirigente è per definizione potente e (direttamente o no) ricca. La differenza sta in come essa si racconta e per cosa intende proporsi come fonte di emulazione.

La classe dominante italiana impone da trent’anni solo modelli aspirazionali, vellicando le aspirazioni più basilari (sesso, bellezza, salute, soldi, lusso) delle classi inferiori. In questo senso i media di massa hanno operato una colonizzazione cognitiva, che ha riordinato le priorità di vita e gli schemi valoriali di milioni di italiani. Non è un caso il successo genuinamente popolare di Silvio Berlusconi, al tempo stesso demiurgo ed esempio massimo di una nuova estetica del vivere.

I modelli ispirazionali sono quelli capaci di ispirare scelte di vita che mettono, a volte magari solo per un periodo limitato, i propri talenti al servizio della società e di una causa oppure che rafforzano l’adesione ai valori della società attraverso percorsi di vita emblematici . Non si tratta di scelte rinunciatarie o monastiche, anzi: la scala dei valori di queste società premierà comunque questi soggetti in modalità non monetarie o in tempi dilatati.

Se ci limitiamo agli Stati Uniti possiamo citare il caso di Christofer Reeve, l’attore celebre per la sua interpretazione di superman che, rimasto paralizzato a seguito di una caduta da cavallo, divenne un paladino della ricerca sulle cellule staminali. Erin Brockovich, la ragazza madre che da semplice impiegata in uno studio legale riesce a sconfiggere il gigante energetico che inquinava il paese dove viveva. Oprah Winfrey, la quale, nata da una poverissima ragazza madre, violentata all’età di nove anni, diventa un’influentissima star televisiva mondiale, la donna nera più ricca degli Stati Uniti ma anche la maggior filantropa di colore. E in tema di filantropia ricordiamo anche Bill Gates, il quale da uomo più ricco del mondo (e più odiato dagli appassionati di computer) si ritira e crea la fondazione filantropica più ricca al mondo. Infine anche Barack Obama, che fa sempre ricordare il fatto che rinunciò a una prestigiosa carriera legale per fare il “community organizer” nei quartieri più poveri di Chicago.

Le classi dirigenti statunitensi hanno affrontato la disgregazione sociale elaborando questi modelli ispirazionali. Si tratta anche di una necessità retorica: la mentalità nordamericana non viene mobilitata da grandi concetti o da grandi narrazioni, ma da storie di vita che fattualmente possano dimostrare certi principi. L’individualismo d’oltreoceano richiede che un movimento di massa trovi sempre la sua scintilla scatenante da un singolo leader: i soggetti vengono ispirati dal suo esempio molto più o prima ancora che dai valori che egli promuove.

È evidente che su questo terreno Italia e Stati Uniti non potrebbero essere più distanti. Per chi non avesse ancora a fuoco il concetto e volesse contrapporre i pur tanti esempi di dedizione e generosità che ci sono in Italia, ribadisco che si sta parlando di modelli di legittimazione, non di una gara a chi è più caritatevole. Una società dove Oprah Winfrey può diventare quel che è diventata è di certo più legittimata di una società dove una ragazza povera sa che dovrà puntare più sul suo corpo che sugli studi per ottenere qualcosa nella vita. Una società dove un tetraplegico come Christofer Reeve diventa un esempio è molto più legittimata di una società dove i disabili sui media non esistono oppure sono trattati come è stato trattato Pier Giorgio Welby. E invece dei tanti milionari che si godono i soldi in Florida tra un cocktail e una playmate, i media americani esaltano grandi filantropi come George Soros, Bill Gates o Warren Buffett.

Ovvio dunque rilevare che diverse scale di valori organizzano diversamente le società. Ma la questione più profonda è se quella data scala di valori che propone quella data classe dirigente riesce a tener coesa la società, poiché nessuna classe dirigente può durare a lungo senza coesione sociale e un certo welfare “dal basso”, di stampo mediterraneo, basato sulle famiglie e i legami amicali oggi è fortemente messo alla corda.

La storia insegna che vi sono valori e principi comportamentali più duraturi degli altri. Il rischio insito nei modelli aspirazionali è quello di spingere per persone verso un individualismo ossessivo e frustrante, dove l’unico vincente si ritroverà solo e le migliaia di perdenti frustrati. Un modello di società in cui senso di insicurezza, diffidenza reciproca, ansietà economiche eradicano ogni sentimento di appartenenza collettiva.

Una società atomizzata, che qualche politico populista può pensare di controllare più agevolmente, finquando essa non collassa trasformandosi in un pulviscolo anomico e amorale, come in certe aree del Meridione.

Se in Italia esistesse ancora una classe dirigente degna di questo nome forse si accorgerebbe che questo è il rischio più grave che corre oggi il nostro paese.

Il lavoro cognitivo

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Il lavoro cognitivo

Certo, dire che viviamo nella società e nell’economia della conoscenza è diventato uno slogan talmente triviale da essere usato persino dai politici italiani.
Eppure i contorni di questa definizione sfuggono anche agli studiosi più profondi. È questa l’impressione che si ricava dopo aver letto “Knowledge working”, il libro a cura di Butera, Bagnara, Cesaria, Di Guardo che prova a fare il punto su una galassia in continua dilatazione.
La definizione che dei lavoratori della conoscenza danno gli autori è la seguente: “(coloro) che operano su processi immateriali per i quali la conoscenza è il principale input e output di processi di lavori, che impiegano diversi tipi di conoscenza per svolgere il lavoro. Il loro processo di lavoro, cioè, ha per oggetto non materiai e informazioni, ma conoscenze (…)” Lascio correre l’italiano stentato dei docenti universitari e mi chiedo: premesso che oggi nessun mestiere è privo di una componente cognitiva (pensiamo all’operazioni di facchinaggio e trasloco che richiedono un certo know how nella manipolazione dei pezzi, oppure alle attività di pulizia urbana che richiedono coordinamento, progettazione e capacità dell’operatore di differenziare i diversi materiali, tanto per dirne due) così come pochi lavori hanno una compnente meramente speculativa, cosa significa che la conoscenza è il principale input e output di certi lavori? La definizione è talmente vasta che gli stessi autori fanno rientrare tra i lavori della conoscenza un elenco sterminato tra i quali: scienziati, ricercatori, insegnanti, professionisti, parlamentari e burocrati, imprenditori, dirigenti e quadri, professionals nei settori più disparati (informatica, marketing, comunicazione, finanza, tributaristi, ecc.), venditori qualificati (quali sarebbero i non qualificati?), artigiani, conduttori di impianti, operai e impiegati qualificati (ancora: chi definisce i non qualificati?). Gli stessi autori si chiedono se valga la pena identificare una categoria di lavoro così estesa e si rispondono indicando ancora una volta una pletora di caratteristiche comuni a questi lavoratori. Ma evidenziare delle comunanze di attributi non significa definire in automatico le caratteristiche essenziali di una nuova categoria: il fatto che l’uomo e la papera siano entrambi bipedi non ci porta a considerarli simili, così come il fatto che un animale è mammifero e l’altro è oviparo è di certo una demarcazione ma non la più importante tra le due specie.
In realtà economia della conoscenza o società della conoscenza sembrano oggi più dei termini-ombrello che fanno tanto tendenza, che definizioni capaci di farci leggere meglio le trasformazioni nel mondo del lavoro. Ma gli autori hanno voluto proseguire in questo modo, con un approccio a tentoni e qualche contributo di riepilogo veramente poco innovativo come quelli di Bagnara e Butera nella seconda parte, per proporci alla fine cinque esperienze del tutto eteroclite: un’azienda di soluzioni tecnologiche (Loccioni), una di microchip (ST Microelectornics), l’ambito scolastico in genere, la scuola di restauro della Venaria Reale, un team di medici di terapia intensiva.
Ok, tutte realtà che lavorano con la conoscenza ma la domanda è: se nella società e nell’economia della conoscenza tutto è (banalmente) conoscenza quale è la cassetta degli attrezzi che ci aiuta ad affrontare le sfide di questo nuovo contesto sociale e lavorativo? Gli autori non danno risposta.
Da parte mia propongo di cambiare del tutto approccio. I lavoratori della conoscenza non sono una categoria, per quanto vasta ed eteroclita, da studiare con gli strumenti tradizionali, un po’ come fecero con i lavoratori autonomi della seconda generazione Sergio Bologna e Andrea Fumagalli. Al contrario l’uso della conoscenza è la forma che assume il lavoro (a fortiori, tutti i lavoratori) all’interno della società della conoscenza. Quindi, non una categoria ma una forma, anzi la forma del lavoro che caratterizza la nostra epoca.

La dilatazione delle categorie proposte dagli autori del testo indica nient’altro che lo Charlot di Tempi Moderni (1936!), l’operaio-macchina ingranaggio dell’organizzazione taylorista, non esiste più da tempo. Gli stessi autori sembrano tralasciare volutamente tutte le innovazioni che nella stessa fabbrica sono state apportate dalle teorie ohniste-toyotiste. E anche la stessa Fiat di Melfi potrebbe dimostrare come la messa a valore del dispositivo cognitivo-linguistico degli stessi operai di base è un fatto assodato (e sull’argomento ha scritto parole fondamentali oltre dieci anni fa Cristian Marazzi). Eppure gli autori si ostinano a ragionare per categorie professionali, e, non riuscendo più a individuare una frontiera certa tra lavoro materiale e cognitivo (perché semplicemente non c’è più), finiscono per aggiungere all’infinito nuove categorie lavorative “cognitive”.
Ma definito questo punto si apre un altro ragionamento: se l’uso a vari livelli della conoscenza è la forma del lavoro contemporaneo, quale è la demarcazione tra le varie attività lavorative la quale riesce a identificare anche una strategia di definizione e di valorizzazione dei diversi lavori?
A tal riguardo l’intervento di Enzo Rullani è quello più illuminante. La distinzione tra innovazione e conoscenza ci aiuta a determinare meglio lo scenario in cui oggi si lavora.

Possiamo dunque affermare che tutti i lavori sono cognitivi. E questo non implica che se tutti lo sono, nessuno lo è davvero, perché ogni lavoro è inserito in una filiera cognitiva a intensità maggiore o minore. Ma la domanda da porsi diventa: chi sono i soggetti e i processi che producono maggiormente innovazione, ovvero valore? Enzo Rullani, nel saggio “L’economia della conoscenza e il lavoro che innova” sempre nel volume “Knowledge working” distingue tra conoscenza e innovazione. L’innovazione rompe un equilibrio (o stasi) cognitiva, la conoscenza alterna propagazione (l’insegnamento, ad esempio) e nuove conoscenze.

Come nasce e come si afferma un’innovazione? Ancora manca un saggio che provi a fare la biografia di alcune innovazioni, a capire come, dopo aver avuto l’intuizione giusta, i vari innovatori hanno difeso e diffuso le loro acquisizioni, e quali contesti sono stati più recettivi o più ostativi verso l’innovazione.

Come una società promuove modelli di innovazione? L’insieme di variabili è ampio: tra i quali di certo contano l’educazione diffusa, gli investimenti in ricerca pura ed applicata, l’anticonformismo (Richard Florida la chiama Tolleranza) inteso come capacità di accettare e sostenere percorsi e approcci eterodossi negli ambiti più vari. Rullani evidenzia la triade accesso-uso-moltiplicazione: non si innova se non c’è accesso diffuso alle conoscenze, capacità di utilizzarle e di moltiplicarne gli ambiti e le occasioni di applicazione. Ma nello scenario attuale l’Italia ha troppe imprese che hanno sfruttato il capitale sociale circostante senza investire in capitale intellettuale.

Vi sono dei meccanismi di innovazione riconosciuti e valorizzati da secoli, come i brevetti. Certo, non tutti i brevetti producono un valore capace di ripagare la lunga filiera cognitiva, relazionale e sociale che li ha resi possibili., Ma di certo all’incrementare del numero dei brevetti aumenta anche la probabilità che essi producano un valore significativo e prolungato nel tempo. Accanto ai brevetti vi sono tantissime altre innovazioni meno definite, più fluide che attraversano tutti gli ambiti professionali. L’innovazione di un idraulico può dargli un vantaggio competitivo sui suoi colleghi di zona per un periodo di tempo ma il contesto attorno riuscirà a garantirgli risorse economiche e competenze per meglio elaborare e magari sviluppare a livello industriale la sua intuizione? Oppure, come tante innovazioni isolate, rimarrà un vantaggio temporaneo, dal fiato corto e destinato a venire imitato da tutti?

I paesi e i territori vincenti nell’economia della conoscenza sono quelli capaci di sviluppare in maniera più frequente e intensa processi di innovazione.

Una politica per l’innovazione dovrebbe partire dalla detassazione di tutti gli investimenti in formazione, ricerca e sviluppo, sia a livello aziendale che a titolo personale. Investimenti detassati, sgravi sui contributi per tutte le assunzioni a tempo indeterminato di personale impiegato negli ambiti di ricerca e sviluppo di prodotto come in quelli legati alla comprensione dei mercati (analisi, comunicazione. distribuzione), riduzione dell’Iva al 4% per tutti i corsi di formazione. E l’elenco è talmente lungo che invito i lettori a integrarlo.

L’innovazione non è frutto di una botta di culo, ma di una strategia che non definisce a priori i risultati finali ma che sa creare in maniera efficace le condizioni di base affinché questa avvenga.

Ma la classe dirigente italiana da tempo ha perso la capacità di elaborare delle strategie di sistema.

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Blitz Quotidiano: dove sono i contenuti?

Parlando di Blitz Quotidiano Marco Benedetto ha dichiarato in un’intervista a Il Sole 24 ORE che è partito con un investimento di soli 100.000 euro. Le testate associate all’Anso farebbero già i salti di gioia se ottenessero un investimento pubblicitario pari ad appena un decimo. L’impostazione grafica di Blitz Quotidiano è disorientante, di certo per scelta. Caratteri in capitale latina si alternano a caratteri bastoni, box in rosso, sovratitoli in blu, altri box in nero, pubblicità in campo giallo, niente foto. Il tutto ricorda l’ipertrofia grafica che certi tabloid inglesi attuano per coprire spesso la scarsa qualità delle notizie. Sono lontani i format grafici di The Huffington Post, The Drudge Report, e Dagospia, che aprono sempre con una foto, il link all’articolo appena sotto di essa e di seguito le altre news a ritroso.

Gli articoli di Blitz Quotidiano non contengono anticipazioni o scoop. I commenti non sono così pregnanti. A volte manca semplicemente uno stile (redazione giovane o di praticanti?)

Non si riesce a capire il perché di questa operazione mentre si intuisce bene cosa non va. Benedetto, è l’ex amministratore delegato del Gruppo L’Espresso, che, a parte alcuni flop come Kataweb, sfoggia i successi di Repubblica.it. Quindi escludiamo l’inesperienza. Si tratta invece di quello che oggi è strategico, tanto nel mondo digitale che in quello reale: i contenuti. Blitz Quotidiano non ha né le firme, l’archivio e l’informazione di Repubblica.it, né le indiscrezioni, la qualità di scrittura e le foto di Umberto Pizzi che ha Dagospia, né la completezza asettica di un news aggregator come GoogleNews.

Personalmente avrei investito 100.000 euro per rilevare e rafforzare alcuni dei primi siti di news locali in Italia, i quali, come nel caso di Varesenews o Positanonews, arrivano rispettivamente a 5 e 3 milioni di pagine visualizzate al mese. In prospettiva, si sarebbe potuto (si potrebbe) creare qualcosa di simile, in versione web, alla catena Finegil che Benedetto ha contribuito a costruire negli ultimi due decenni.

Blitz Quotidiano insomma è un sito web senza contenuti specifici e originali, proprio quelli che invece decretano il successo o meno di un sito web di informazione.

Questa riflessione ci porta a indicare i modelli informativi che nel web 2.0 si stanno dimostrando vincenti. Elenchiamo in rapida successione questi contenuti: 1. locali; 2. specializzati; 3. scoop e indiscrezioni; 4. commenti e orientamenti di alta qualità.

I contenuti locali costruiscono un legame con un territorio basato su tre tipi di fruitori: gli abitanti del posto, i turisti e gli amanti di quei paesi, gli emigrati.

I contenuti specialistici diventano strumenti di lavoro e sono quelli che più facilmente vengono venduti online in abbonamento.

I contenuti di scoop e indiscrezioni offrono una vasta platea agli inserzionisti e diventano estremamente sensibili in un’epoca di osmosi sociale e informativa tra mondo colto e leggero, potentati finanziari e intrattenimento.

I siti di commenti di alta qualità orientano l’opinione pubblica su internet e quindi quella mondiale, sostituendosi ai quotidiani tradizionali su una scala più vasta e con dinamiche interattive globali tipiche del web 2.0.

Se sei fuori da queste quattro categorie il tuo sito di informazione web non ha speranza. Non ritrovo Blitz Quotidiano in nessuna di queste categorie.

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