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My personal e-guru

Algoritmi Il mondo immateriale

My personal e-guru

Happify promette di migliorare la tua esistenza e di accompagnarti alla felicità. Ogni giorno, ad orari prestabiliti, la app ti inviterà a intraprendere azioni, letture e attività per farti diventare una persona migliore. Ogni due settimane procederà a una verifica del tuo punteggio di felicità, ponendoti domande su quante volte sei stato gioioso nell’ultimo mese, sulle cose che ti gratificano, sulla tua capacità di porti in maniera positiva nei confronti degli altri e dei fatti della vita.

Anna, un digital coach virtuale basato sull’intelligenza artificiale, affiancherà il tuo percorso, ponendoti costantemente domande sui tuoi stati d’animo, le tue aspirazioni, la qualità della tua esistenza. In base alla tua disponibilità a rispondere, si spingerà a chiedere anche informazioni sulle persone vicine a te, sui tuoi figli (anche se sono tuoi o no), sul tuo partner, sulla loro età, sulle loro caratteristiche, sui problemi o sulle malattie che stanno affrontando.

Inoltre, un lungo questionario consentirà alla app di valutare la tua personalità in base alla teoria dei 24 punti di forza. La app saprà così informazioni sulla tua personalità profonda, sulla tua autostima, sul tuo modo di vedere gli altri ed essere empatico, sulla tua sensibilità verso la natura o l’arte, se sei credente o no, sul tuo conformismo o sulle tue originalità, sul tuo senso di appagamento e sulle sfide cui ancora tieni, sui tuoi valori e amori, sulle tue abitudini e le tue curiosità, sulle tue paure e le tue passioni, sulle tue pigrizie e le tue perseveranze, sulla tua spiritualità e e i tuoi interessi materiali, sulla tua capacità di gestire le relazioni sociali e le tue insicurezze, sulle tue capacità di ascolto e le tue attese verso gli altri, sul tuo autocontrollo e le tue passioni irrinunciabili, sulla tua capacità di aiutare gli altri e i tuoi risentimenti, sul tuo autocontrollo e le tue indulgenze, sulla tua equanimità e la tua modestia, sul tuo umorismo e sulla tua capacità di perdonare, sulla tua razionalità e le passioni, sui tuoi entusiasmi e i tuoi dubbi, sulla tua assennatezza e le tue indulgenze, sulla tua capacità di manifestare e sentire amore. 

Al termine del test potrai leggere l’intero rapporto sulla tua persona abbonandoti alla versione premium della app per soli 149 dollari all’anno. 

Mentre Happify fa leva sulla tua curiosità verso te stesso, The Fabulous, un’altra celebre app, ti guarda dal futuro: il tuo io di qui a dieci anni si congratula con te/sé per aver scelto la app versando 43 euro anticipati annuali, garantendoti di essere diventato una persona in salute, in grande forma e senza preoccupazioni grazie alla decisione odierna di addebitare la tua carta di credito. 

Di lì in poi l’app ti indirizzerà verso tutta una serie di buone pratiche, quali bere un bicchiere d’acqua e fare esercizi di stretching la mattina appena sveglio, prepararsi una colazione nutriente, dedicare dieci minuti alla meditazione e così, abitudine dopo abitudine, disciplinare il tuo essere in funzione di quello che la app considera il tuo benessere. 

La app Make Me Better è più pratica (o meno ipocrita): offre una raccolta di testi per migliorarsi, inclusi titoli come “12 Psychological tricks to Manipulate People’s Mind”, “Live a Life Free of Compromises”, “How to Make Anyone Instantly Like You” “How to control Anger” “10 Little Things that Can Change Your Life”,  il tutto in articoli di non più di 2.000 caratteri. 

Molti potrebbero sorridere di fronte alla ingenua banalità di questi consigli. Ma il mercato delle app dedicati al benessere personale (tecnicamente mHealth Apps) è in pieno boom. Headspace, la più celebre app per la meditazione e la mindfulness, è stata scaricata da non meno di dieci milioni di persone. Fabulous è stata scaricata oltre 5 milioni di volte, GrowApp, Make Me Better e Deepstash oltre 1 milione, Happify registra oltre mezzo milione di download come anche HabitHub, Remente, My Affirmations e via via. 

Nel 2018 il mercato globale delle app mHealth era stimato valere 12,4 miliardi di dollari di cui un terzo sviluppato negli Stati Uniti, con una crescita composta futura (CAGR) del 44,7%: sulla base di questi dati nel 2020 il mercato ha raggiunto i 26 miliardi di dollari di valore. 

Si tratta di un mercato variegato, in cui rientrano le app per le attività fisiche e il benessere psicofisico, la cura dell’alimentazione e quella delle donne, la cura di malattie e la posologia di farmaci o la pianificazione di attività legate ad determinate malattie. È un mercato che non è sfuggito a big Pharma e tutte le multinazionali del settore hanno investito in centinaia di applications. 

Ma le app che ci interessano sono quelle del sottosegmento “LifeStyle Management”, che su scala mondiale rappresentano circa il 20% del mercato, dunque non meno di 5 miliardi di dollari all’anno che le persone in tutte le parti del globo investono per far seguire il loro benessere interiore da un app. 

Non voglio qui proporre un’analisi di mercato, dunque non mi soffermo sui termini monetari del fenomeno, quanto le sue implicazioni all’interno delle vite dei soggetti e della loro cognizione. Se l’ingenuo tecnomane si esalta nel promuovere l’ultima app che gli evita pure di ricordarsi di allacciarsi le scarpe, se l’economista e l’imprenditore lavora ai modelli di business per estrarre valore, ovvero dati, attraverso quella stessa app, noialtri vittoriani del digitale ci chiediamo se le app che promettono benessere e felicità non abbiano fatto entrare in una ulteriore fase i rapporti tra i soggetti e il comando digitale. 

Quale rapporto si sviluppa tra queste app e i loro fruitori? Quanto le vite di questi ultimi restano impigliate e condizionate dai consigli di questi e-guru portatili? Quanto il comando digitale indirizza la percezione di sé e le scelte dei soggetti? Queste nuove tecnologie digitali del sé cambieranno irreversibilmente quello che chiamiamo essere umano?

 

La cura dell’interiorità

La cura di se stessi è antica quanto l’uomo e “comporta il farsi carico della responsabilità nei confronti propria vita per tutto il corso della sua durata, il saper prendere un impegno nei confronti di se stessi, nel desiderio di modificarsi proprio in vista di questa salute dell’esistenza e del pensiero”, come sintetizza Sara Baranzoni. 

Il pensiero greco-romano ha sviluppato per primo in Occidente una serie di pratiche e di discipline interiori per raggiungere una salvezza intramondana, intesa come consapevolezza di se stessi e delle leggi della natura. “All’alba, quando ti svegli di malavoglia, scandaglia questo pensiero:Mi sveglio per compiere il mio compito di uomo; e ancora protesto per avviarmi a fare quello per cui sono nato e per cui sono stato introdotto nel cosmo? O forse sono stato fatto per restare a letto a scaldarmi sotto le coperte?”: non è una riflessione che trovate sull’app Headspace, ma nei Pensieri di Marco Aurelio.  

Negli ultimi anni della sua vita Michel Foucault spostò i suoi interessi verso l’antichità, trovandovi nelle pratiche di cura di sé elaborate dalla sapienza antica una serie di principi, di tecnologie del sé, che erano in qualche modo il punto di partenza per costruire una sorta di resistenza del soggetto rispetto alla diade potere-sapere. E, non vi poteva essere una reale e profonda cura di sé senza una preliminare autenticità nel voler scrutare il proprio io e raccontarlo senza remore. La parresìa, il parlar franco, su cui tanto si sofferma Foucault nelle sue ultime ricerche, è una dimensione che richiede il rischio della verità, verso se stessi prima ancora che verso gli altri. Non è un caso che Foucault abbia riflettuto assiduamente sul potere di soggettivizzazione di questa pratica di verità  e di autoanalisi che, assieme alla paideia e all’esempio del maestro riverito da tutta la collettività, era tra i principali percorsi di ricerca e costruzione del sé nell’età antica. 

In epoca moderna, la confessione e poi le guide e gli esercizi spirituali fanno parte di una tradizione cristiana che di certo non possiamo trattare in poche righe. Al percorso di coltivazione di una retta spiritualità e personalità si affiancavano anche i meccanismi di controllo esterno della Chiesa istituzione. Tribunali della coscienza, il classico libro di Adriano Prosperi, ha evidenziato le strategie e le tecniche di repressione, controllo e mobilitazione delle coscienze dei credenti attuate dalla Chiesa cattolica in età moderna attraverso, rispettivamente, il tribunale dell’Inquisizione, le tecniche di confessione e le missioni tra le classi popolari. Per quanto lo studio sia dedicato all’Italia, l’approccio è estensibile anche in altri paesi, a partire da quelli di lingua spagnola. In quell’epoca per la stragrande maggioranza della popolazione la propria vita interiore si sovrapponeva e si intrecciava con il vissuto religioso: interiorità e spiritualità sono due termini pressoché intercambiabili e la sorveglianza delle coscienze avviene tanto attraverso i riti collettivi (processioni e funzioni religiose cui tutta la cittadinanza era chiamata a partecipare pena il sospetto e l’ostracismo), tanto attraverso lo scrutinio non solo delle azioni compiute, ma anche delle pulsioni e dei pensieri. 

Lo psicoanalista che a inizio del secolo scorso iniziava a sostituirsi al confessore come guida alla ricerca di un equilibrio interiore, sostituendo la colpa con la pulsione, la repressione con il desiderio, forse non avrebbe mai immaginato gli sviluppi delle neuroscienze e il loro impatto sulla psicologia comportamentale. Iniziare a “vedere” il cervello in funzione ha consentito lo sviluppo di tecniche che hanno definitivamente messo in soffitta l’illusione della volontà per sostituirla con la creazione di pattern capaci di predire e modificare comportamenti e reazioni delle persone. 

 

Tecnologie digitali del sé

Per Foucault i processi di soggettivazione si basano su tecnologie del sé “che permettono agli individui di eseguire, coi propri mezzi o con l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima – dai pensieri, al comportamento, al modo di essere – e di realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi allo scopo di raggiungere uno stato caratterizzato da felicità, purezza, saggezza, perfezione o immortalità

I tre momenti del rapporto dei soggetti con la loro interiorità che ho tratteggiato –  l’introspezione, la confessione e l’analisi – erano caratterizzati tutti da un rapporto con un maestro: rispettivamente il saggio, il sacerdote, lo psicanalista. Le nuove app di crescita personale introducono una variabile assolutamente inusitata nella storia dei percorsi di trasformazione di sé stessi: un attore digitale, basato sull’intelligenza artificiale, cui si delega l’ortopedia del soggetto nell’epoca digitale. La figura dello psicoanalista, che tanto ha caratterizzato non solo la società, ma anche le arti negli ultimi centocinquant’anni, forse è destinata a tramontare.

In questo senso siamo ben oltre il quantified self: gli apparati di rilevazione delle condizioni fisiche della persona (i wearables: orologi, bracciali, lo stesso smartphone e altri sensori) passano dall’essere giustapposti fino a diventare in qualche modo incorporati, così da poter rilevare costantemente i parametri oggetto di misurazione e controllo. Il quantified self alla fin fine sembra quasi inoffensivo nella sua intelligibilità: misuro i tuoi parametri vitali, li correggo o li curo (e li vendo a terzi). Raggiungiamo ancora in una dimensione in qualche modo esterna o almeno legata solo al corpo visto come una macchina che produce determinate prestazioni. 

Con le app dedicate al benessere ci troviamo invece in una dimensione del tutto interiore: non più la dataficazione di comportamenti dell’individuo e di eventi attorno ad esso, ma la costruzione della stessa personalità, l’indirizzamento dei pensieri, dei comportamenti, delle abitudini, dei valori. 

Per quanto certi consigli possano suscitare sicuramente ironia, le migliori app in circolazione nascono dall’unione tra l’analisi dei Big Data, l’Intelligenza Artificiale e le teorie psicologiche comportamentali più avanzate. Happify è basato sulle ricerche di Martin Seligman e Christopher Peterson, che nel loro classico testo Character Strengths and Virtues hanno classificato ventiquattro specifiche forze sotto sei ampie qualità che si ripetono nella storia e nelle diverse culture: saggezza, coraggio, umanità, giustizia, temperanza e trascendenza. Fabulous nasce invece in collaborazione con il laboratorio di economia comportamentale della Duke University guidato da Dan Ariely, il cui libro più celebre è Predictable Irrational. The Hidden Forces That Shape Our Decisions, che ha dimostrato quanto emozioni, aspettative, presupposti culturali e sociali incidono sulle decisioni “razionali” che prendiamo e come si possa anche prevedere l’irrazionalità alla base di tanti processi decisionali.  

I livelli di profilazione di queste app raggiungono un livello tale di granularità che consente un alto grado di attivazione della diade predittività/prescrittività. Nel mondo dei Big Data la capacità predittiva di uno strumento o di un ambiente è strettamente correlata alla sua capacità prescrittiva. Quante più informazioni vengono accumulate su una persona, tanto più si potranno prevedere i suoi comportamenti e le sue reazioni a determinate sollecitazioni. Le previsioni confermate aumentano la fiducia e la capacità prescrittiva di un sistema, anche di una semplice app. Prescrizione e predizione finiscono così per alimentarsi a vicenda, creando un ambiente in cui il soggetto viene quotidianamente guidato grazie alla comprensione dei suoi meccanismi profondi di scelta applicati a una massa di dati cui finora nessun neuroscienziato aveva potuto accedere. 

Il mio e-guru personale allora è ben più di uno strumento di automiglioramento. Va anche oltre il semplice controllo e la datificazione dei miei comportamenti, perché non si ferma più a rilevare il presente e a collegarlo al passato, ma pianifica e programma le scelte future. 

Se la figura classica del mentore era quella di un saggio che accompagnava il tuo percorso di soggettivizzazione, oggi non vi è più bisogno di presupporre un soggetto, perché la massa di dati accumulata verrà inquadrata nei pattern comportamentali definiti per prevedere e indirizzare le scelte della vita di quello che un tempo veniva  chiamato soggetto. 

Al mentore si sostituirà dunque l’e-guru tascabile, qualcosa, considerato come un qualcuno, che ti accompagna, ti assiste, ti fa evolvere, ti fa riflettere su te stesso, ti fa scoprire il tuo io che ha scoperto lui, ti spinge a fare delle scelte, te ne precluderà molte altre.  

 

Bibliografia

Dan Ariely, Predictably Irrational: The Hidden Forces That Shape Our Decisions, Harper Collins, 2008

Marco Aurelio, Pensieri. A se stesso, Garzanti, 1995

Sara Baranzoni, Foucault e la Filosofia Antica, Cura, esperienza e scrittura di sé, 2016

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiaantica/baranzoni.pdf

Moreno Montanari, La filosofia antica come esercizio spirituale e cura di sé nelle interpretazioni di Pierre Hadot e Michel Foucault, 2013

Michel Foucault, Tecnologie del sé, Bollati Boringhieri, Torino 1993

Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982), Feltrinelli, Milano 2003

Michel Foucault, Il coraggio della verità. Il governo di sé e degli altri (1983-1984), a cura di M. Galzigna ed F. Gros, Feltrinelli, Milano, 2011

Peterson, Christopher, Seligman, Martin E.P., Character strengths and virtues: A handbook and classification. Oxford University Press. 2004

Pablo Abend, Mathias Fuchs (eds.). Quantified Selves and Statistical Bodies in Digital Culture and Society, Vol. 2 2016 Issue 1, https://leseprobe.buch.de/images-adb/04/c9/04c9c5a8-ec19-49d0-bda2-2b2d343081e4.pdf

 

Socialità e influencers

Social minds

Socialità e influencers

E’ possibile ricostruire un senso del vivere sociale nell’epoca del capitalismo digitale? Ecco la domanda da cui parte Pablo Calzeroni nel suo denso saggio “Narcisismo digitale” edito da Mimesis Edizioni.

Come spesso accade a una certa sinistra che cerca di colmare con l’entusiasmo acritico i suoi limiti teorici, l’avvento della rete globale è stato interpretato come un grande movimento di liberazione degli individui. L’idea di intelligenza collettiva, elaborata da Pierre Levy, sembrava aprire spazi non solo per una nuova socialità digitale basata sulla condivisione e sulla collaborazione, ma addirittura consentire il superamento della crisi del soggetto: grazie alla rete si usciva definitivamente dalle aporie del rapporto soggetto-oggetto in cui si dibatte la post-modernità e si entrava in un’era in cui all’io si sostituiva un noi, un senso di appartenenza che da una parte offriva un senso all’esperienza del singolo individuo e dall’altro confermava il processo di desoggettivizzazione proprio della tecnica. Ma questo orizzonte si è rivelato altrettanto fallimentare, nient’altro che un’utopia che ha spesso legittimato gli usi e gli abusi della rete di cui oggi vi è un’amplissima pubblicistica: l’isolamento narcisistico degli individui alla base, a mio avviso, anche dell’odio online; lo sfruttamento degli utenti come meri produttori di dati; il degrado generalizzato delle capacità cognitive e dialettiche delle persone in un contesto online basato su titoli ad effetto e meme, immagini e non ragionamenti. La stessa idea di democrazia diretta digitale è la conseguenza di queste dinamiche, nel momento in cui la dimensione digitale riduce l’attitudine al confronto dialettico e sviluppa bolle cognitive autoreferenziali le quali portano a credere che il ragionamento complesso, profondo, argomentato, dai tempi di elaborazione lunghi e consapevole delle conseguenze a lungo termine sia quasi il frutto di un complotto dei poteri forti e non uno dei massimi risultati dell’evoluzione umana.

Attraverso il confronto con Lacan e Castoriadis, Deleuze e Guattari, Calzeroni dimostra che la scissione del soggetto non viene sanata dalla rete. Il soggetto, ricorda Lacan, è sempre scisso, alienato, privo di sostanza. Il soggetto è la maschera di queste lacerazioni, una spiegazione posticcia di esse e dunque “la fascinazione narcisistica può portare alla credenza che l’Io rappresenti davvero l’unità del proprio essere” (pag. 102) e il web consente, come ricorda il collettivo Ippolita, “una costruzione ossessiva del profilo pubblico” per tendere a una “pubblicità riuscita di se stesso” (pag.103).

Stupisce che Calzeroni non attinga al classico Simulacri e Simulazioni di Jean Baudrillard per approfondire questi ragionamenti. Cosa è un profilo Instagram di una “influencer” (ma anche di un qualsiasi utente) se non un flusso di simulacri? La rappresentazione/esibizione di sé esiste in quanto tale sulla piattaforma, non in rapporto a una qualche realtà. Solo gli ingenui si stupiranno nel non riconoscere dal vivo le fattezze della influencer di turno. Luci, camere, filtri, photoshop, concorrono a creare un simulacro che mentre prima era frutto dell’industria dei media (televisione o moda, per esempio), oggi è alla portata di chiunque voglia sfruttare le capacità della piattaforma e lo slittamento dell’audience verso la mera visione senza pensiero. Anche le immagini più spinte non producono spesso una pulsione sessuale maggiore di quella che produrrebbe una statua: il desiderio (altro tema fortemente investigato da Calzeroni sulla scorta di Lacan) è anestetizzato dal simulacro. Dunque il simulacro digitale non solo (per statuto, secondo Baudrillard) vela il vuoto del reale, ma ancor di più imbriglia il desiderio, che è sempre un desiderio di senso, una petizione affinché il reale esista. Ecco perché quello che viene anche definito narcisismo digitale si disinteressa della relazione con gli altri, i quali non sono che dei Like, anonimo pubblico, e al contempo, da un punto di vista politico, disinnesca il desiderio come tensione verso il reale, pretesa della sua esistenza, volontà di trasformazione.

Senza aver letto Debord o Baudrillard, gran parte degli influencer attuano un’agenda tranquillizzante, passivizzante, socialmente conformista. Con la differenza che mentre gli strali dei teorici francesi erano soprattutto indirizzati verso il mezzo televisivo e l’apparato di potere industriale e politico che lo governava, oggi le piattaforme consentono a chiunque di contribuire a rafforzare questa agenda conservatrice e individualistica di sviluppo di simulacri. Basta conoscere e accettare le logiche della piattaforma, che semmai vuole essa proporsi come una sorta di “reale”.

Bisognerebbe allora chiedersi quali siano i legami tra consumo di merci ed esibizione di simulacri di corpi e vite. Come l’io, che si riconosceva e si gratificava nel sistema degli oggetti (ancora Baudrillard), che rimaneva un altro da sé, oggi si costruisca, fingendo (da fingere, modellare) simulacri che rendono l’idea di sè ancora più solipsistica. Si tratta entrambe di risposte che la tecnica offre per rispondere al nichilismo del postmoderno ma con dinamiche estremamente diverse. Le merci piegano il desiderio a una dimensione triviale, eppure alimentandolo, lasciando aperta la porta per un’oltrepassamento di questo stesso desiderio. L’esibizione di sé unisce soggetto e oggetto, con il soggetto che si elabora come oggetto, che si fa simulacro per un’audience indistinta, globalizzata, priva di identità. In questo senso diventa più arduo se non inutile chiedersi se e cosa ci sia dietro. Non si scorge immediatamente un apparato politico di produzione, perché la produzione dei simulacri è curata da questi io che si strutturano proprio grazie ad essa.

Come sottolinea Calzeroni nelle righe finali del saggio, “la socialità nel senso più ampio del termine (e quindi non solo quella supportata dalla Rete) è la dimensione davvero mancante che dobbiamo ricostruire, pezzo per pezzo, in tutti gli ambiti della vita comune: nelle attività scolastiche, nell’assistenza socio-sanitaria, sul territorio, nei programmi di lotta, nelle esperienze affettive, e, per quanto possibile, nei luoghi di lavoro”.

Si tratta di un appello politico vero e proprio, che interroga il senso delle nostre vite nell’epoca digitale. Ma quale politica e quale socialità saranno possibili nel capitalismo digitale?

 

Bibliografia

Jean Baudrillard, Simulacri e impostura. Bestie Beaubourg, apparenze e altri oggetti, a cura di M.G. Brega, Pgreco, 2008 (edizione originale 1994)

Guy Debord, La società dello spettacolo, Bolsena (VT), Massari Editore, 2002. (testo online)

Evgeny Morozov, L’ingenuità della rete, Codice Edizioni, 2011

Giorgio Agamben, L’uso dei corpi. Homo sacer IV,2, Neri Pozza, 2014

Habeas mentem: libertà e diritti negli ambienti digitali

Algoritmi

Habeas mentem: libertà e diritti negli ambienti digitali

Dall’autunno del Medioevo fino al secolo scorso il conflitto tra poteri temporali e poteri religiosi si è giocato soprattutto sul corpo delle persone. Ai precetti religiosi che imponevano dalla prima infanzia all’estrema vecchiezza finalità totalizzanti del corpo, con il principio dell’habeas corpus il potere laico ha contrapposto i limiti del suo stesso arbitrio, rinunziando a disporre dei corpi dei propri cittadini senza basi giuridiche e giustificazione pubblica.

Ma proprio quando la rivendicazione dei diritti del corpo come soggetto politico portatore di diritti universali sembra un dato acquisito, almeno in molti paesi dell’Occidente, abbiamo iniziato a renderci conto che la grande battaglia per i diritti nei prossimi anni riguarderà non più il corpo ma la mente.

E’ possibile definire un “Habeas mentem” dell’epoca digitale?

Ovviamente separare il corpo dalla mente, l’emozionalità dalla razionalità, significa incorrere in quello che Antonio Damasio chiama l’errore di Cartesio. Eppure, così come il corpo diventa sempre più metaforico e bisognoso di attenzione rispetto all’invasività dei sistemi di monitoraggio e di controllo digitale, così anche la mente, di certo intesa come metafora, richiede un nuovo sistema di tutele e protezioni affinché possa continuare a costruire e scegliere liberamente le categorie concettuali con le quali vuole essere nel mondo. La proposta di ricerca dovrebbe sviluppare un percorso di riflessioni che partano, da un punto di vista storico, da un corpo fisico che rivendica la sua libertà per approdare a un corpo digitale che rivendica il suo presidio sui dati che produce fino alla tutela di una mente immersa in ambienti digitali relazionali e cognitivi che non solo puntano a indurre specifiche reazioni a certi stimoli ma che oggi, grazie agli sviluppi del neuromarketing, possono anche tracciare e prevedere l’attività neuronale.

La rivendicazione del diritto alla tutela della mente dalla manipolazione e dallo sfruttamento inconsapevole assume un significato ancora più forte nel capitalismo cognitivo, dove il fattore produttivo principale diventano le capacità cognitive degli individui lungo una scala che va, per sommi capi, dalla semplice attenzione, alla relazione, al problem solving, fino alle varie forme di creatività. L’habeas mentem è il diritto di rivendicare che le attività mentali e cognitive non vengano messe a valore senza un esplicito consenso dell’individuo o la esplicita possibilità di rinunciare a certe funzioni di certi ambienti relazionali o piattaforme cognitive senza dover essere penalizzati o esclusi da essi.

Ogni piattaforma digitale, sia essa primariamente relazionale o informazionale (per quanto i termini vanno intesi come strettamente interrelati), è di per sé anche un ambiente produttivo, capace, attraverso la loro trasformazione in dati, di mettere a valore attese, ricerche, interessi, emozioni, contenuti degli utenti. La produzione cognitiva non è più appannaggio di una classe ristretta intellettuale (ricercatori, scienziati, accademici, ecc.) ma grazie alle nuove tecnologie da ogni utente le piattaforme riescono ad estrarre informazioni e conoscenza. Se dunque è pacificamente acquisito che quando entriamo in queste piattaforme io e la mia mente veniamo messi sempre al lavoro, nel senso che stiamo creando valore per chi controlla la piattaforma, dunque la mente diventa, in un certo senso, “ostaggio” della piattaforma perché sottoposta al suo modello esperienziale e di produzione di valore, dovremo ora capire quali sono e quali potrebbero essere i meccanismi di tutela, gli ambiti di libertà e le vie di uscita da questi ambienti.

Quali sono dunque i confini inviolabili della mente nell’epoca degli ambienti relazionali, delle piattaforme cognitive, del neuromarketing e del marketing esperienziale? Può iniziare ad essere elaborato un insieme di indicazioni che consentono al soggetto di sottrarsi al controllo e allo sfruttamento delle sue dimensioni cognitive e psichiche da parte degli ambienti relazionali o della piattaforma cognitiva senza perdere i benefici e opportunità dell’epoca digitale?

La mente esposta

Già da decenni la sfida della comunicazione commerciale non è più sulla persuasione o sulla propaganda, ma su attenzione e su cambiamento di attitudini. Per fare questo non bastano più le vecchie teorie o tecniche di un epoca di mass media, ma un approccio granulare che richiede una conoscenza sempre più dettagliata non solo delle scelte del soggetto, ma anche dei processi mentali che lo presidiano, al fine di comprenderli ma anche di condizionarli, se non addirittura prevederli.

Neuromarketing e marketing esperienziale puntano a penetrare e condizionare la mente degli individui con un livello di profondità e raffinatezza impensabile fino a pochi anni fa grazie al ricorso a biometriche, elettroencefalogrammi, risonanze magnetiche funzionali, facial coding, eye-tracking e altre tecniche di lettura delle reazioni neuronali all’emozioni e agli stimoli sensori. La sfida è quella di cogliere non solo il cosa, ma il perché di una scelta , sia essa d’acquisto, di opinione o di adesione. Finora il limite di queste ricerche era legato alla loro complessità e ai costi delle apparecchiature. Inoltre si trattava di sperimentazioni in ambienti controllati, quindi distanti dalla vita quotidiana, dove un singolo stimolo si trova a dover competere per l’attenzione con tanti altri in un flusso esperienziale senza soluzione di continuità. Tuttavia la digitalizzazione delle esperienze e la dilatazione delle funzioni disponibili negli ambienti relazionali digitali stanno rapidamente cambiando lo scenario. In concreto: se già oggi la comune geolocalizzazione dei cellulari consente di ricostruire esattamente i percorsi dei visitatori di un supermercato e speciali sensori possono rilevare come reagisce la mente agli stimoli di quello spazio fisico, la migrazione verso il commercio elettronico e la pervasività di piattaforme e di ambienti relazionali comporterà un controllo e una prevedibilità della mente delle persone molto più efficace. Sempre più l’esperienza del mondo sarà mediata non solo tecnologie (wearables, IoT) ma da intere piattaforme come ambienti relazionali (Facebook) o strumenti di iperinformazione (Siri, Cortana). Che ne sarà di una mente quasi costantemente immersa in tali ambienti e le cui reazioni verranno registrate e analizzate in tempo reale da decine di sensori? Bisogna dunque chiedersi come potrà essere condizionata la mente umana quando le conoscenze e le tecniche avanzate di neuromarketing verranno applicate regolarmente in un ambiente totalmente digitale, definito nelle opzioni possibili e monitorato dai suoi creatori, in cui l’utente avrà a disposizione un set di opzioni preliminarmente approvate come accettabili.

Cosa significa gratuito?

Si porrà con estrema urgenza la domanda su cui si interrogano i circoli più avveduti di critica del digitale: chi lavorà per chi in una relazione tra soggetti umani e piattaforme digitale e, tra umani e intelligenza artificiale? Se una piattaforma si definisce gratuita dovrebbe garantire a ogni individuo la possibilità di fruire di un servizio a prescindere da quanto egli lascia alla piattaforma in termini di dati o di attività cognitiva e relazionale, inconscia o meno. Nell’epoca del digitale la gratuità non può essere collegata banalmente all’esistenza o meno di una transazione monetaria: il valore sono dati e contenuti, dunque uno scambio gratuito dovrebbe essere anche e soprattutto quello che non presuppone un trasferimento di dati (quindi di valore digitale) dall’utente alla piattaforma.

In realtà non accade così e le macchine algoritmiche non solo succhiano costantemente dati dai loro utenti, ma richiedono spesso esplicitamente di mettere a lavoro facoltà superiori dell’intelligenza umana. Nel caso di 2Captcha veniamo richiesti non solo di dimostrare di non essere dei robot, ma anche di mettere a disposizione gratuitamente le capacità di riconoscimento delle immagini della nostra mente per risolvere i problemi di attribuzione dei loro data base. E’ possibile dunque limitare una tendenza che porta a vedere gli umani come produttori gratuiti di dati senza diritti, neanche a sapere come questi dati verranno usati e da chi? Anche la scoperta che le gratifiche dei Like attivano il nucleus accumbens, il sistema neuronale collegato a piacere e dipendenze, suscita inquietudine per come può essere utilizzata.

Riprogrammare ai buoni sentimenti

Ma la mente non solo viene fatta lavorare gratuitamente, ma può essere facilmente condizionata e manipolata nelle sue persuasioni e scelte. Per quanto sia assolutamente ovvio che la mente umana è stata da sempre oggetto di propaganda e manipolazione, nell’era del digitale a questa modalità passiva, di mero consenso ai messaggi, si sostituisce l’abilitazione a produrre e diffondere quella stessa propaganda e la possibilità reale di riprogrammare le attitudini e le preferenze degli individui.

La stessa Facebook, sulla base del recente manifesto di Mark Zuckerberg, sembra voler disciplinare i suoi utenti in base a determinati valori di dialogo e tolleranza.

Immaginiamo allora, ad esempio, una delle tante persone che postano su Facebook contenuti razzisti, magari ripresi da uno dei tanti siti web che spacciano di continuo notizie false o manipolate, facendole poi riverberare su qualche centinaio di persone: una delle cose che su Facebook più allarma gli ingenui nemici delle parole ostili. Immaginiamo che Facebook, per ridurre questo obbrobrio, decida di proporre sulla timeline di questa persona sempre meno contenuti razzisti e sempre più contenuti, inoffensivi, che suscitano altrettanto attenzione da parte di questa persona, quali aggiornamenti di stato di amici non razzisti, immagini dei figli delle sue amiche, notizie generiche dei suoi luoghi di origine, notizie sulla sua squadra del cuore, ecc. Quanto sarebbe legittima e accettabile la riprogrammazione della bolla informativa e, indirettamente, della mente di un utente, che magari inizierebbe ad avere una diversa percezione della presunta gravità di certi fenomeni? Questo disciplinamento della mente di certi utenti, ancorché oggi già possibile e fatto intravedere da Zuckerberg, sarebbe legittimo? Non viola esso il diritto degli individui ad avere e rafforzare opinioni diverse da quelle più tranquillizzanti e condivise ma comunque proprie?

Già oggi le piattaforme incorporano dei pattern di relazione tra i partecipanti definiti a priori e tecnicamente non è complesso ipotizzare pattern anche di tipo cognitivo in qualche modo promossi dalla piattaforma. Le soluzioni all’allarme delle fake news, che comunque esistono da quando esiste il pettegolezzo del villaggio, potrebbero sfociare in esiti molto più distopici di quanto auspicano le anime belle.

Un punto di partenza

Non solo l’argomento seminale di questo post, ma anche le competenze dell’autore non consentono se non di porre certe questioni in forma di interrogativo.

Il dibattito finora è stato in termini di tutela e accesso ai dati e in termini di trasparenza e negoziabilità degli algoritmi. In realtà questi due approcci appaiono limitati. Il tema della privacy appare roba da nonni pudichi a una generazione di Millenials abituati a cercare conferme attraverso la vetrinizzazione della loro esistenza, mentre, d’altra parte, il dato è un concetto dinamico: da un dato oggi considerato non invasivo in futuro si potrebbero trarre informazioni estremamente riservate sulla vita e sul futuro di una persona. Che gli algoritmi debbano garantire maggiore trasparenza è una questione oramai sul tappeto in paesi come gli USA o la Germania, ma se pure si arrivasse a qualche risultato, i grandi player del digitale sarebbero sempre in grado di apportare modifiche sostanziali e ritornare subito molti passi avanti rispetto alla legislazione.

Definire i diritti di base del proprio essere digitali contro gli arbitri delle grandi piattaforme appare dunque una questione legata all’indirizzo futuro dell’umanità. Per definire l’habeas corpus la tradizione occidentale ha impiegato circa quattrocento anni. Rispetto alla velocità del progresso dell’intelligenza artificiale e alla pervasività delle piattaforme, per l’habeas mentem anche quattro anni potrebbero essere troppi.

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Riferimenti di lettura:

Antonio Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, 1995

UCLA Newsroom, The teenage brain on social media, 31 maggio 2016, [Link]

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