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La regola e la piattaforma

Algoritmi

La regola e la piattaforma

C’è un concetto che corrompe e confonde tutti gli altri. Non parlo del Male il cui limitato impero è l’etica;

parlo dell’Infinito.

(Jorge Luis Borges, Breve storia dell’Infinito)

Subito dopo la stupidità umana e l’universo, al terzo posto per approssimazione all’infinito vi è di certo il web. Oggi nemmeno stupisce più l’intuizione di Einstein, perché tra haters, trolls, spammers e altre deiezioni digitali la correlazione tra stupidità umana ed espansione del web appare evidente a molti.

Come ogni giorno noi diventiamo più piccoli in relazione all’universo, così il web si dilata, riducendo progressivamente la particella di attenzione relativa che possiamo dedicarvi. Ogni nuovo “amico” che aggiungiamo su Facebook toglierà una parte di attenzione a tutti gli altri, e inevitabilmente perderemo un numero sempre crescente di aggiornamenti. Più vite aggiungiamo alla nostra rete, meno sapremo di esse.

Ci soccorrono le grandi piattaforme, che filtrano il web per noi, così che seguiremo i nostri amici che Facebook riterrà interessarci di più, mentre conosceremo del mondo digitale quello che Google deciderà, quello che riterrà più rilevante per noi, o meglio per la rappresentazione di noi stessi che l’algoritmo si è creato tracciando i pezzi della nostra vita digitale che è riuscito a intercettare.

Dunque non dovremmo mai dimenticare che noi non esperiamo mai il web e il mondo digitalizzato di per sé, ma sempre all’interno di un’ecosistema relazionale, di un sistema di visualizzazione delle pagine, di un algoritmo di classificazione, ognuno di essi frutto di vari strati di codice. Di più: nella loro rincorsa infinita alla totalità, i grandi attori del digitale si sono già trasformati in piattaforme digitali, che integrano orizzontalmente e verticalmente i servizi e le esperienze che intendono offrire ai loro fruitori.

Quando ho letto l’eccellente comunicato stampa in cui la Commissione europea comunicava la multa da 2,42 miliardi di euro a Google  ho inteso che, pur all’interno di analisi e studi pluriennali formalmente ineccepibili, era lo stesso assunto di fondo della sanzione a essere parziale e in qualche modo inefficace. Non intendo difendere le argomentazioni di Google o le posizioni dietrologiche e innocentiste del Washington Post di Jeff Bezos, quanto evidenziare che le piattaforme e gli ecosistemi digitali nella loro corsa verso l’assorbimento delle informazioni e della vita digitalizzata corrodono leggi, norme e regole che erano state pensate per ambiti limitati. Lo stesso comunicato evidenzia che vi sono procedimenti in corso su Google anche per quanto riguarda AdSense e lo stesso Android: la questione non è chiusa né rimandata. Ma la questione vera non è nemmeno iniziata.

La commissione da parte sua sembra essersi mossa in maniera tradizionale: una o più imprese denunciano di essere danneggiate dall’abuso di posizione dominante della leader di mercato, parte l’inchiesta, si trovano le prove, scatta la sanzione. In questo caso gli altri siti di comparazione dei prezzi sono stati penalizzati nel modo in cui Google ha spinto in su i risultati di ricerca di Google Shopping.

Bisogna innanzitutto capire che Google, Facebook, Apple e Amazon si muovono con una logica di piattaforma digitale e che cosa implica questa logica.

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Che cos’è una piattaforma?

Piattaforma: uno dei tormentoni che va per la maggiore tra i consulenti aziendali. Se non proponi al cliente una strategia digitale in cui la sua impresa viene rappresentata o pianificata come una piattaforma non porti a casa il pane. E allora tutte le imprese vogliono oggi essere (definite) una piattaforma, magari anche il titolare della ferramenta sotto casa si sente spiegare dal figlio che studia economia che lui non deve più vedersi come un rivenditore ma come una piattaforma che mette in comunicazione nel suo negozio imprese B2B, B2C e singoli clienti, sia sul lato vendita che sul lato acquisti, grazie alla fiducia conquistata in quarant’anni di attività. Dopotutto il modello che viene proposto è talmente generico che si può applicare alla qualunque. A dimostrarlo questa frase:  “With platforms, the fundamental rules of strategy change. Strategy shifts from controlling to orchestrating resources; from optimizing internal processes to facilitating external interactions; and from increasing customer value to maximizing the value of the ecosystem” Questa supercazzola l’ha scritta niente meno che Marshall W. Van Alstyne, co-autore del libro Platform Revolution, in un suo intervento su l’Harvard Business Review.

E così anche gli apostoli della digital disruption confondono un marketplace digitale con una piattaforma digitale, una volta parlano di piattaforma di condivisione dei valori con gli utenti, un’altra volta di impresa piattaforma (nient’altro che il vecchio concetto di impresa-rete degli anni Ottanta), un’altra volta ancora di piattaforma-prodotto.

Al contrario la definizione che propongo è molto semplice: le piattaforme digitali sono solo quelle imprese con una larga base di utenti che hanno sviluppato un framework e un sistema operativo di base proprietario (come Android, Mac OS, Facebook Graph, Windows, al di là dei differenti livelli di codice effettivamente sviluppati), che nasce come interoperabile con altri servizi della stessa impresa o con componenti (app, plugin, ecc.) realizzate all’esterno ma che assumono la stessa logica di sviluppo e di utilizzabilità.

Le caratteristiche fondamentali di queste piattaforme sono la proprietà e la segretezza del codice e degli algoritmi che utilizzano. Se il codice modella il mondo, in qualche modo il mondo modellato da diversi sistemi operativi apparirà diverso sotto vari rispetti.

La regola e il controllo sono nel codice originario, Non sono in qualche persuasione colletiva o in qualche generica condivisione di valori comuni. Queste sono retoriche di chi non vuole o non sa vedere quanto stringente è il comando del codice, ben più forte di ogni persuasione.

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La regola e la piattaforma

Ecco perché la multa comminata dalla Commissaria Margrethe Vestager fa clamore ma non segna un cambiamento di indirizzo nel rapporto tra regolatori e piattaforme digitali. Bisogna essere consapevoli che è la stessa logica di Google e delle altre piattaforme che spinge verso il monopolio della relazione con l’utente.  D’altra parte la decisione della Commissaria Verstagen tratta Google come se fosse una utility, attribuendole un valore di servizio universale con cui spesso la società di Mountain View si rappresenta. Certo, con il 90% e oltre delle ricerche sul web in molti paesi europei non puoi considerarti come un attore economico qualunque. Ma si può chiedere a un monopolista di non comportarsi da tale? Immaginiamo se ci fosse in un paese pressoché una sola catena di supermercati (succede in Unione europea, per esempio in Croazia) condannato dal giudice a dar spazio sugli scaffali anche ai concorrenti della sua private label di patatine fritte. Dapprima penseremo che quella catena di supermercati in un (suppostamente) libero mercato ha il diritto di far entrare nei suoi scaffali i prodotti che vuole. E forse, un secondo dopo, ci faremo delle domande sullo stato di quel mercato e sulla libertà che possono avere i locali consumatori.

Questo ci fa intuire anche quanto sia distorto oggi il “mercato” del web.

Le piattaforme sono per loro natura proteiformi: a volte si propongono come meri “tubi” da cui passano informazioni e comunicazione, a volte come editori, a volte come community globali, a volte come semplici spazi dove servizi e beni altrui vengono ospitati. In ognuna delle loro metamorfosi mantengono opachi i loro algoritmi, continuano a estrarre dati dagli utenti, anche quando quel servizio è già ampiamente ripagato dagli stessi utenti o da terze parti e, infine, manifestano sempre la loro tendenza alla totalità: servizi e app per saturare in maniera esclusiva il web e l’esperienza digitale.

Dunque arriviamo alla vera posta in gioco, che inizia a essere compresa da sempre più osservatori: sarà possibile limitare normativamente le conseguenze che comporta, in termini di libertà economica e sociale degli individui, la tensione verso la totalità digitale, il totalitarismo digitale insito nel concetto stesso di piattaforma digitale?

Per quanto sempre più tentacolari, le piattaforme non potranno mai esaurire l’universo del web. È vero semmai il contrario: le piattaforme rischiano di farci vedere un web sempre più banale, poco ispirativo e normalizzato in base alle loro esigenze di monetizzazione.

I principi normativi e regolatori, di cui si potrebbe fare portatrice l’Europa, dovrebbero non solo partire dalla tutela dei consumatori e della concorrenza, ma soprattutto dalla tutela del web come spazio di diffusione del sapere, di libertà di espressione e di ricerca.

In questo senso non basta di certo una megamulta e la minaccia di altre. Uno degli elementi su cui fare leva potrebbe essere il divieto di acquisire i dati dei fruitori di determinati servizi per evitare posizioni dominanti rispetto ad altri operatori non-piattaforma. Gli esempi del passato (pensiamo alla riorganizzazione del servizio telefonico in USA da cui sono nate le cosiddette  baby Bells) portano invece a ipotizzare la frammentazione di certi servizi. Sarà necessario fare delle scelte normative capaci di spezzare alcune integrazioni delle piattaforme attuali, scelte in cui in un primo tempo gli utenti potrebbero non ritrovarsi, abituati alle pigrizie mentali che si sviluppano se si vive il web dentro i recinti delle piattaforme, ma che potranno garantire ulteriore spazio di ricerca e innovazione al mondo digitale.

Non toglieteci anche le Fake News!

Social minds

Non toglieteci anche le Fake News!

Come già per i superalcolici, il tabacco, le patatine fritte, le bevande gassate, i grassi idrogenati, lo zucchero e, buon ultimo, l’olio di palma, il proibizionismo delle buone intenzioni è pronto ad abbattersi su un nuovo nemico della salute fisica e mentale degli individui incapaci di badare al loro bene: le fake news.

Ho sempre sospettato di chi mi dava consigli per il mio bene, per questo nella vita ho fatto tanti errori. Ma almeno mi sono sentito libero di farli.

Che il grande allarme sulle fake news diventi il punto di partenza per imporre sul web una certa idea di verità, decisa per lo più da poche piattaforme attraverso algoritmi ovviamente proprietari quanto opachi, oggi è meno un’ipotesi distopica che una tendenza fondata.  Negare visibilità a versioni alternative o paradossali dei fatti potrebbe essere il primo passo verso una sorta di totalitarismo digitale.

Ma che cosa significhi fake news, termine oramai usato anche dalla casalinga per apostrofare un’offerta farlocca del supermercato sotto casa, per certo più non si sa: chi etichetta così anche gli slogan degli avversari politici, chi ci mette dentro anche le teorie cospirative, chi lo confonde con la propaganda, chi definisce fake news un fatto che vuole negare, chi lo usa perché è il termine del momento e produce tanta attenzione e tanti click.

L’utilizzo indiscriminato del termine fake news è diventato un grande alibi per dimenticare la cause reali della crisi del giornalismo e tralasciare la memoria delle manipolazioni, della propaganda, delle interpolazioni di testi e fotografie che hanno inciso in tante ricostruzioni storiche, come anche degli articoli un tanto al chilo, delle bufale per far abboccare i giornalisti tonni, degli educational tours con molte occasioni di divertimento che a volte sono entrate nella mitologia della professione giornalistica. Bei tempi andati insomma, quando si affogavano i cormorani nel petrolio al fin di smuovere i delicati animi degli occidentali (fino ad allora poco toccati da abusi, crudeltà e decine di migliaia di esecuzioni arbitrarie) o quando il segretario di Stato USA Colin Powell mostrava in Consiglio di Sicurezza dell’ONU le mitiche boccettine di polvere bianca, e ancora non si sa se fosse talco o forfora di Bush Jr. Ma tant’è, all’epoca la parola fakenews non era stata inventata e poi la diffusione delle contronotizie era fatta da grandi società di comunicazione come Hill&Knowlton con l’ausilio di tanti giornalisti finanziariamente “embedded”, mica dal primo pischello smanettone ubicato in chissà quale villaggio dei Balcani. Fino a dieci anni fa l’informazione era ancora un circuito abbastanza limitato e controllabile, un club quasi esclusivo e ancora relativamente benestante dove ci si conosceva, ci si scambiava favori e, almeno a certi livelli, tutti conoscevano gli altarini degli altri. Ecco, mi chiedo quanto gli allarmi per le fake news e il livore per l’informazione via social media che diffondono tanti paludati giornalisti non siano le reazioni di chi vede svanire il mondo confortevole in cui viveva.

Con questa persuasione ho seguito con distacco il tema fino a quando non ho letto un meditabondo  appello di Gramellini alla regolazione dei social. Il vate nazionale del buon senso il 17 maggio scorso ha dichiarato: “che le porte dei «social», spalancate sul male del mondo, hanno urgente bisogno di una serratura”. Ora, vada per i grandi esperti di politica e media, vada per i professori universitari di comunicazione e sociologia, ma la presa di posizione di Gramellini preoccupa perché,  a differenza di chi studia davvero l’argomento, il suo pensiero è letto dai politici perché ritenuto rappresentativo di qualche milione di italiani che si considerano buoni, civili e riflessivi e così tanti politici, anche le versioni reali e decuplicate di Cetto la Qualunque, tengono in gran conto il giudizio dei tremebondi lettori di Gramellini.

Ma il fatto è che per scrivere un editoriale alla Gramellini ci vogliono pochi minuti, mentre per verificare il caso Blue Whale ci vogliono ore o giorni di verifiche. Non mancano sul web le penne brillanti, invece scarseggiano i redattori capaci di ricercare le fonti e verificare le notizie con rapidità e autorevolezza.

Definizione delle fake news

Ma ora cerchiamo di definire l’ambito e il concetto delle fake news, che possiamo definire come contenuti non fattuali, dal tono spesso sensazionalistico e con una titolazione roboante, costruiti con logica di click baiting, diffusi via web prevalentemente attraverso i media sociali.

Le fake news trovano spazio all’interno della grande divaricazione  che il web sociale ha creato tra informazione e contenuti, con questi ultimi diventati strumenti principi del web marketing. I contenuti per il web non sono necessariamente informativi, ma sono costruiti con logiche di web marketing per incrementare il traffico o le page views. Anche l’informazione di qualità può essere riorganizzata per veicolare più traffico attraverso titoli enfatici, per ottenere più page views reimpaginando i contenuti in slideshow, per essere più facilmente condivisibile via social media utilizzando, per esempio, immagini efficaci ma non sempre in linea con l’oggetto dell’informazione.

In generale un contenuto per il web è innanzitutto ottimizzato per essere trovato dai crawler e condiviso facilmente via social media. Per certi contenuti sarebbe più corretto parlare di fake contents che di fake news, ovvero di contenuti che nemmeno si pongono il problema della veridicità (Il culo photoshoppato della Kardashan, non è una fake news, ma un fake content che produce traffico e visibilità monetizzabili).

L’ecosistema delle fake news strictu sensu è caratterizzato da variabili di mercato e da variabili sociali.

Le Variabili di mercato riguardano:

  1. Basse barriere di accesso al mercato dei contenuti digitali, sia dal punto economico (poche centinaia di euro per realizzare un sito web di buona qualità grafica) che organizzativo (grazie ai Content Management Systems gratuiti) e distributivo (costo marginale zero della distribuzione digitale)
  2. Declino della circolazione dei grandi media, a causa dei costi di produzione e di distribuzione e al declino della raccolta pubblicitaria
  3. Modelli attuali di pay-per-view e pay-per-click che premiano i volumi di traffico a discapito della qualità dell’informazione (un articolo di informazione o di riflessione di qualità verrà quasi sempre penalizzato rispetto a un contenuto ottimizzato per essere cliccato e condiviso)

Tra le variabili sociali possiamo elencare

  1. Incremento della fruizione di contenuti enfatici, polemici o leggeri attraverso i media sociali e in particolare Facebook.
  2. Declino della fiducia nei grandi media
  3. I fenomeni di echo chamber o filter bubble, che spingono verso un processo di ripetizione e di rafforzamento di determinati contenuti all’interno di cluster relazionali
  4. Diffusione di teorie cospirative e incremento dell’attitudine a credere a verità considerate “alternative”

 La censura attraverso gli algoritmi

Non è la prima volta che l’intellighenzija italiana si lancia ardimentosamente a provare a regolare le “fake news”. Prima si è provato proponendo un comitato di esperti (un evergreen italiano), che non si sa se si sarebbe riunito a cadenza mensile o trimestrale per verificare contenuti diffusi settimane o mesi prima e dimenticati in poche ore. Poi il 21 aprile a Montecitorio si son tenuti ben quattro tavoli di lavoro, promossi dalla Presidenta della Camera, per “arginare la disinformazione”. Ma verso chi si rivolgono gli strali delle menti illuminate convocate dalla Boldrini? Da una parte verso i produttori di fake news, siano essi ubicati a San Cataldo, provincia di Caltanissetta, a gestire il famigerato senzacensura.eu, o in Macedonia o Romania a disinformare a vantaggio di Trump o rifugiati in Bulgaria a fare gli imprenditori della bufala. Dall’altra parte ci sono le grandi piattaforme come Google e Facebook, alle quali anche il giurista statunitense Vivek Wadhwa ha indirizzato i suoi strali in un articolo sul Washington Post del 12 aprile intitolato “What Google and Facebook must do about one of their biggest problems” invitando le due grandi porte del web a indirizzarsi verso una “positive direction” e a rendere accessibili non i codici, ma almeno i filtri di selezione. Wadhwa ha dimenticato che se ci sono aziende che non vogliono apparire sui siti di fake news ce ne sono tante altre che si rivolgono proprio a quel target. A questo appello ha indirettamente risposto nel corso dell’ultima edizione di F8 Developers di Facebook Adam Mosseri, VP di News Feed, il quale ha evidenziato i quattro parametri su cui lavora la selezione di notizie di Facebook: Inventory, Signals, Predictions, Score. All’interno di “hundreds of thousands of data points” processati da Facebook, dei quattro parametri che riordinano I contenuti quello di maggiore interesse è Predictions, ovvero l’insieme degli algoritmi di predizione che Facebook usa per proporci i contenuti che hanno più alta possibilità di spingerci a una reazione/interazione.

Dall’esposizione di Mosseri sembra che Facebook punti solo a incrementare la capacità di engagement delle informazioni/contenuti distribuiti nel News feed. In questo senso Facebook si presenta in maniera agnostica rispetto ai contenuti che diffonde: la costruzione della filter bubble o della echo chamber non si baserebbe su considerazioni di tipo politico, ma avrebbe l’unico intento di farci restare più tempo possibile sulla piattaforma per alimentarla con Like, commenti e contenuti (con tutti gli enormi interrogativi che pone questo modello di estrazione del valore dalle persone).

Ma che l’interpretazione di Mosseri sia volutamente ingenua e reticente è dimostrato dal rapporto “Information Operations and Facebook” dello scorso 27 aprile. In esso si esplicita un obiettivo politico chiaro, sulla falsariga del Manifesto di Zuckerberg, quello di “make the world more open and connected”, con la rivendicazione del ruolo in “facilitating public discourse”.

Le ”Information Operations” sono definite come “actions taken by organized actors (governments or non-state actors) to distort domestic or foreign political sentiment, most frequently to achieve a strategic or geopolitical outcome” attraverso “fake news, disinformation or networks of fake account” con obiettivi principalmente di carattere politico e non di monetizzazione. Quindi un documento assolutamente politico e non di carattere tecnico, che pone al primo punto della sua strategia di contrasto la lotta al “Targeted Data Collection”, in sostanza ai “leaks” di dati politicamente sensibili che possono essere attivati anche attraverso i profili Facebook. Per chi crede che Wikileaks, al di là delle ambiguità e delle controversie, abbia consentito negli ultimi anni di conoscere alcuni aspetti del sistema di sorveglianza e degli arcana imperii globali, la posizione di Facebook appare assolutamente schierata a favore della segretezza e a tutela di una parte dell’establishment mondiale, ben lontana dai principi di promozione di un mondo aperto e di libera espressione dei sbandierati da Zuckerberg.

Le tecniche che presenta la società di Menlo Park per tutelare la sua dimensione informativa finiscono per essere risultare di sostegno ad alcune narrazioni (e abusi) di alcune classi dominanti globali. Prendiamo un esempio, la violazione degli account di posta della presidentessa del Democratic National Committee Debbie Wasserman Schultz da parte di hacker russi più o meno strettamente controllati dal Cremlino. Una operazione di spionaggio politico internazionale che ha svelato come i vertici del partito democratico americano giocassero scorrettamente ai danni di Bernie Sanders, ovvero ai danni di colui che tutti i sondaggi davano vincente contro Donald Trump. Queste rivelazioni hanno certamente incrementato, come era loro fine, la sfiducia nelle istituzioni politiche, ma sulla base di fatti veritieri che hanno portato alle dimissioni della Wasserman Schultz, a scuse formali del DNC verso Sanders, il quale aveva anche citato in giudizio il DNC. Eppure il rapporto di Facebook a pagina 8 si preoccupa dei “fake accounts” che potrebbero “undermine the status quo (grassetto mio) of civil or political insistitutions”: un’esplicita presa di posizione che evidenzia l’approccio conformistico di questi meccanismi che potremmo definire di “information patroling” che attiverà nei prossimi mesi Facebook. A tal riguardo Facebook assicura a pagina 12 che continuerà a lavorare con i governi per fornire formazione e a collaborare con le agenzie governative di cibersicurezza: una scelta di campo chiara a sostegno dei governi in carica, ovunque essi si trovino e comunque essi operino. Postulare e promuovere un confronto aperto tra i suoi utenti e collaborare con governi autocratici che perseguono chi vuole esprimersi liberamente potrebbe apparire una contraddizione oppure rappresentare i due assi di una rete di controllo globale pronta ad attivarsi per sanzionare o a imprigionare chiunque apponga un Like o faccia un commento considerato sovversivo ad Ankara o al Cairo, ad esempio. Un ambiente relazionale in cui si potrà parlare con tutti di quasi tutto purché non cambi lo status quo del mondo reale.

Ma, si dirà, le fake news ci hanno portato Trump e qualche contromisura bisogna pur prenderla. Ebbene, tanto il citato rapporto di Facebook quanto l’eccellente ricercaSocial Media and Fake News in the 2016 Election dei ricercatori della Stanford University Hunt Allcott e Matthew Gentzkow evidenziano che non vi è alcuna correlazione certa tra la vittoria di Donald Trump e la diffusione di fake news a sostegno delle sue posizioni. Mentre sul tema delle presidenziali USA il citato rapporto di Facebook dichiara che “we have no evidence of any Facebook accounts being compromised as part of this (information operations) activity”, il rapporto di Allcott e Gentzkow, pur confermando che Facebook era stato il principale veicolo di diffusione delle 156 fake news monitorate durante il periodo pre-elettorale, dimostra come l’impatto delle fake news in termini di capacità di indirizzo e di cambiamento delle opinioni politiche è estremamente limitato. Altri fattori, come l’orientamento politico, la dieta mediatica e il livello di istruzione, risultano molto più incidenti.

Le fake news come fallimento della governance liberal e globalista

In una recente intervista Eli Pariser ha dichiarato: ““The filter bubble explains a lot about how liberals didn’t see Trump coming, but not very much about how he won the election” e si chiede: “Is the truth loud enough?” Ma chi o cosa dovrebbe decidere cosa è la verità?

A mio avviso il dibattito globale sulle fake news può essere interpretato anche come un alibi che le élite mondiali liberal e globaliste stanno diffondendo per giustificare vari fallimenti delle loro scelte di personale politico e di governance. L’incapacità di queste élite di costruire quella che Gramsci chiamava la “connessione sentimentale” con il popolo, che oggi si esprime tanto attraverso i social media e in special modo Facebook, finisce per essere attribuita alle fake news, all’hate speech, ai leaks, alle information operations pianificate da stati esteri, ma raramente vi è un’autocritica sulle proposte politiche e sulla qualità della comunicazione e dello stesso personale politico proposto da queste élite liberal. Brexit e Trump sono due dei vari esiti di questa disconnessione tra gente comune e classi dirigenti globaliste. Di converso bisognerebbe chiedersi se l’efficacia di Sanders e Corbyn su Facebook sia solo merito del loro social media manager o anche l’effetto della loro proposta politica.

La risposta verso cui certe élite sembrano orientarsi per far fronte ai fallimenti della loro governance tende alla censura da stato etico, con l’aggravio di voler ricorrere agli algoritmi delle grandi corporation del web per fini strettamente politici. In realtà gli studi più recenti non mostrano una particolare capacità di orientare il dibattito pubblico da parte delle fake news. Esse vanno intese in molti casi più come una gratificazione psicologica per persone che vogliono ulteriori conferme dei loro pregiudizi, occasioni di svago più che armi di propaganda politica. Uno svago pettegolo e malizioso quanto si vuole, ma un indice della libertà di espressione di una società.

Immaginiamo un ministero della verità che decida di togliere dalle edicole Cronaca Vera e Novella 3000. Non sarebbe un attentato alla libertà di stampa, a una stampa che da sempre è anche svago e può essere letta senza alcun impegno intellettuale e senza impegnarsi in alcuna verifica fattuale?

Qualche Solone liberal dirà: “ma nessuno vi vuole togliere il cazzeggio pettegolo dal parrucchiere o sotto l’ombrellone! La questione riguarda i temi seri, dalla politica alle affermazioni pseudo scientifiche”. Ecco, anche se gli algoritmi di verifica della veridicità di un fatto o di un’affermazione venissero applicati solo (solo?) a questioni politiche e asserzioni scientifiche, ci sarebbe molto da preoccuparsi. Se la politica è il presente della storia sarebbe inquietante che il dibattito politico venisse indirizzato dagli algoritmi delle grandi piattaforme. Quale storia avremmo?

Aggiungiamo il fatto che mentre la storia viene da secoli riscritta grazie a documenti inediti e interpretazioni innovative dei fatti, un documento digitale una volta cancellato non può più venire recuperato.  E anche sulle affermazioni pseudoscientifiche bisognerebbe riflettere con meno conformismo.  Isaac Newton era un geniale scienziato quanto un alchimista appassionato: qualche algoritmo di ricerca potrebbe retrocedere tutti gli articoli sulle ricerche di un Isaac Newton contemporaneo perché parte di esse sarebbe patentemente controversa.

La storia del giornalismo, da Winchell e Pulitzer in poi, è un continuo confronto tra watchdogging e propaganda, tra impegno e svago, tra terze pagine e pagine rosa, tra scoop e violazioni della privacy, un coacervo di manipolazione, idealismo, servilismo e impegno civico. E ci sarà sempre un tipo di pubblico che all’Etica nicomachea di Aristotele preferirà la lettura delle amorali vicissitudini di Fabrizio Corona. L’importante è avere una politica che voglia fare in modo che tutti abbiano gli strumenti per comprendere il valore delle diverse intraprese.

Al contrario, una politica che si illuderà di usare gli algoritmi di aziende commerciali per poter cancellare una parte della realtà che trova sgradevole rischierà di vedersi cancellata da questi stessi algoritmi.

Il mondo dato di Cosimo Accoto

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Il mondo dato di Cosimo Accoto

Un mondo nuovo, al contempo remoto e usuale, sta emergendo attraverso le infinite declinazioni del codice e le applicazioni del digitale. Un mondo dove nulla è già dato perché il dato cambia e si ricombina incessantemente. Un mondo dove cambierà la condizione umana, dal momento che non solo esperiremo sempre più il mondo come dati e interfacce, ma soprattutto saranno sempre più algoritmi e codici a guidare le scelte di miliardi di persone connesse.

Come dice Alex Pentland citato da Cosimo Accoto: “usiamo concetti analogici in un mondo digitale”. Ecco dunque che la filosofia digitale non è lo studio delle manifestazioni del digitale, come la sociologia lo è dei fenomeni sociali e la etnologia delle popolazioni, ma si pone l’obiettivo di sviluppare nuovi concetti capaci di cogliere, spiegare e, possibilmente, incidere sul processo di digitalizzazione del mondo.

Siamo dunque in una fase in cui i concetti tradizionali dimostrano i loro limiti a fronte di una trasformazione dello stesso loro orizzonte di applicazione, nuovi concetti stentano a venire definiti, anche perché non si conosce l’esito degli svariati indirizzi della digitalizzazione e perché vi è, anche, un problema dromologico, ovvero tale è la velocità della trasformazione che le poche menti finora impegnate nella sua analisi non riescono a stare al passo. Ma quella di cui oggi si sente l’urgenza è proprio una riflessione critica. Una delle istanze di partenza del denso “Il mondo dato” di Cosimo Accoto è la volontà di “capire la struttura filosofica del capitalismo informazionale”. Per quanto siano oramai molti i testi di critica degli effetti sulle persone e sulla società della digitalizzazione, un approccio analitico e speculativo al codice, inteso sia nella comprensione della sua ontologia e delle sue possibili teleologie, è appena agli esordi del suo percorso.

Di fronte a questo scenario mi soffermo su alcune alcune questioni che pone Accoto, evidenziando come la trasformazione digitale tenda ad erodere i presupposti e la utilizzabilità di alcuni concetti classici della tradizione filosofica occidentale.

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Il labirinto dei dati

“ (…) questo grandissimo libro, che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’Universo) (…) è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.” (Il Saggiatore, 1623)

Se Galileo Galilei vedeva il mondo come matematica e geometria, oggi noi conosciamo e prevediamo il mondo sotto forma di dati e codici. Alla scoperta scientifica delle leggi della natura considerate immutabili subentra la costruzione di una realtà basata su diversi software che possono utilizzare dati diversi e interpretarli diversamente: “un software può trasformare una stanza da letto in una unità ospedaliera personalizzata”, evidenzia Accoto, e un software può anche costruire infinite bolle informative e di intrattenimento calibrate sull’analisi delle scelte pregresse e imminenti del suo fruitore. Per certi versi si realizza nel mondo ordinario lo stesso mutamento radicale che nella fisica si è prodotto quando si è passati dall’ordinato mondo newtoniano al principio di indeteminazione alla base della fisica quantistica.

Il dato dunque non è solo un elemento statico, finito, ma è anche in contemporanea un processo perché sempre nuovi possono essere le modalità per rilevarlo, per rappresentarlo, per analizzarlo, per utilizzarlo. Se i dati vengono spesso proposti in interfacce “user-friedly”, essi comportano sempre una opacità perché restano quasi sempre opache le modalità di acquisizione e di processamento. Di noi stessi oggi non sappiamo quanti dati esistono, come essi vengono prodotti e per cosa vengono utilizzati. Il nostro corpo digitale produce dati diversi a seconda dei codici, dei campi, degli algoritmi da cui viene attraversato.

L’ideologia predominante del capitalismo informazionale propone i dati e gli algoritmi come neutrali e oggettivi, quando invece essi sono sempre frutto di un processo tecnico e sociale, che impatta sulle vite delle persone e determina le loro scelte. In questo senso dato e algoritmo diventano centrali anche nella vita politica, o meglio nella biopolitica, perché essi incidono costantemente non solo sulle scelte strumentali, ma sul vissuto della persona e sulla sua percezione di sé. La coscienza personale e sociale è costruita oggi tanto socialmente quanto informazionalmente, a maggior ragione quando una parte dell’umanità vive una fetta consistente della sua socialità attraverso ambienti relazionali digitali. Se storicamente la questione filosofica verteva sull’interpretazione del mondo, nel momento in cui il mondo dei dati e degli algoritmi è gestibile da determinate entità commerciali si pone una nuova questione: chi può verificare in ultima istanza dati e algoritmi che rappresentano il mondo e sulla base di quali principi.

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Il velo di Maya digitale

L’interpretazione tradizionale del mondo ha visto distinti e spesso contrapposti un soggetto e un oggetto. Non vi è spazio per ripercorrere tutte le modalità in cui si è presentata questa diade alla base del pensiero filosofico occidentale ma dalle forme più ingenue di realismo alle forme più scaltre di idealismo (inarrivabile l’incipit del Die Welt: “Per lui diventa allora chiaro e ben certo, ch’egli non conosce né il sole né la terra, ma appena un occhio, il quale vede un sole, una mano, la quale sente una terra; che il mondo da cui è circondato non esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre e dappertutto in rapporto ad un altro, a colui che rappresenta, il quale è lui stesso”) vi è sempre stato qualcosa di opposto o proiettato dal soggetto al suo esterno, un Gegenstaend in tedesco, dove “l’oggetto” è appunto “l’opposto”: il mondo si dà nella sua alterità rispetto al soggetto. Al contrario nel digitale non viviamo più solo un’esperienza meramente oppositiva o dialettica con il mondo, ma anche immersiva, capace di oltrepassare questa classica diade. In questo flusso costante di dati di cui siamo produttori e fruitori veniamo rilevati da sensori non umani, i quali spesso ci chiedono di inter(re)agire. I video a realtà virtuale e immersivi a 360° con le relative apparecchiature come Oculus rift già presentano una nuova modalità di intrattenimento che presto si diffonderà anche agli ambiti professionali. Questa dimensione immersiva, in cui, per la prima volta volta, le persone sono oggetto di rilevazione, valutazione e giudizio da parte di macchine algoritmiche, costituisce una novità nella storia umana.

Si potrebbe dire che le interfacce tendono a levigare il mondo, a semplificarne e a eliminarne la complessità, la contraddittorietà, la conflittualità. Gli algoritmi tendono a tessere un“velo di Maya” digitale: un mondo immateriale, dove le problematiche connesse alla materialità del prodotto (l’usura di un disco musicale, lo smarrimento di un biglietto aereo o ferroviario, la fatica e le condizioni reali di produttori o distributori) tendono a sparire o a essere tralasciate.

Un mondo meno materiale può diventare un mondo meno conflittuale e dunque più omologato e conformista?

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La coscienza dell’algoritmo

In un articolo fondamentale del 1974 Thomas Nagel si chiedeva “Che cosa si prova a essere un pipistrello?” Contro i riduzionisti Nagel poneva la questione della coscienza come problema insormontabile come anche quello dell’impossibilità di conoscere cosa prova un essere dotato di apparati sensori radicalmente diversi dai nostri o privi del nostro sistema simbolico.

Se chiedersi cosa si prova ad essere una macchina algoritmica è un’analogia forzata, non credo lo sia porsi il problema dell’interazione con un mondo che sarà popolato sempre più da codici e processi che simuleranno una coscienza. Una macchina semplice come una chatbot può già oggi, nelle versioni più evolute, simulare offesa, sollecitudine, insofferenza, pazienza, ecc.

Vero è che domandarsi se un sottomarino sa nuotare è una domanda malposta, ma noi non interagiamo con i sottomarini, mentre sempre più spesso interagiremo con macchine algoritmiche che simuleranno una coscienza e queste relazioni avverranno sempre più in età prescolare. Ecco: chiedersi se e come cambierà la consapevolezza delle persone e le loro abilità relazionali in un mondo dove interagiranno sempre più con agenti non umani non è una domanda peregrina.

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Il superamento del soggetto?

Nelle società moderne liberali, la costruzione sociale della soggettività si basa sull’assunto dell’individualità e su un presupposto di libertà che guida le sue azioni.

In un mondo costruito su quella che Antoniette Rouvroy chiama la governamentalità algoritmica, questi due classici concetti dell’età moderna tendono a indebolirsi se non a svanire. La scissione del concetto classico di individuo in corpo e mente digitali, consente di dimenticare nell’analisi la coscienza del soggetto, definisce la dividualità come un produttrice di profili digitalizzabili composti da migliaia di dati raccolti con modalità e sensori diversi temporaneamente assembleati e riassemblati in base alle necessità di analisi, archiviabili e riutilizzabili indefinitivamente e senza controlli.

La libertà delle scelte sarà sempre più prevista in percorsi predefiniti. Oggi la frontiera del marketing è la customer analytics, analisi predittive fondate su un data behaviourism, come lo chiama la Rouvroy, orientato ad anticipare, formattare e selezionare il futuro potenziale dei nostri corpi e delle nostre menti, almeno come essi vengono rappresentati digitalmente: “l’estrazione di dati e le tecniche di profilaggio seducono le industrie e le istituzioni governative con la promessa del tempo reale e del rilevamento automatico, dunque presumibilmente “oggettivo”, nonché dell’ordinamento e della valutazione a lungo termine degli invisibili rischi e opportunità portati dagli individui”, ha detto la Rouvroy nella conferenza Transmediale – All Watched Over by Algorithms”. Il processo di codifica digitale della vita sociale rischia a scindere gli individui in dividualità, necessarie alla produzione incessante di dati che alimentano l’economia e la riproduzione socio-culturale, e al controllo attraverso le tecniche di analisi dei Big Data.

Qualche web marketing guru pronto a proporre la sua ricetta iperpragmatica potrebbe tacciare queste riflessioni come mere ruminazioni teoriche. Ma proprio oggi la copertina dell’Economist dimostra che quel che fino a ieri era un ristretto dibattito accademico oggi diventa oggetto di dibattito pubblico globale. Perché, come diceva Hegel citato da Accoto “”La filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero” e per comprendere consapevolemente il proprio tempo non esiste (ancora?) alcun algoritmo cui affidarsi.

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Riferimenti bibliografici

Gilles Deleuze, Postscript on the Societies of Control, 1992

Floridi, L. (2016) The Fourth Revolution How the Infosphere Is Reshaping Human Reality. Oxford University Press, USA

Antoniette Rouvroy, The end(s) of critique : data-behaviourism vs. due-process., 2012

Lev Manovich, Software takes Command, 2013

Paul Virilio, The Information Bomb. London: Verso, 2000

Thomas Nagel, Cosa si prova a essere un pipistrello?, The Philosophical Review, ottobre 1974
Non lasciamo internet solo ai marketers!

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Non lasciamo internet solo ai marketers!

Più pervasivi dei virus, più roboanti dei clickbait, più clamorosi delle fakenews, tra le tante calamità che affliggono il web registriamo una figura sempre più diffusa: il web marketing guru.

Se nel Simposio di Platone eros è frutto dell’incontro di Poros, abbondanza, e Penia, scarsità, il webmarketing guru è diretta conseguenza dell’abbondanza di egotismo e della scarsità di clienti affidabili e liquidi. Così il web marketing guru è costretto ad aggiornare furiosamente il suo blog, twitta nel flusso dell’ashtag del momento, posta video alle sei del mattino dei suoi primi piani stralunati o irridenti, trolla su Facebook peggio di un ubriaco attaccabrighe (per farsi notare sui media sociale non c’è niente di meglio che trollare), con un unico obiettivo: conquistare visibilità, essere riconosciuto come un esperto e infine acquisire nuovi clienti pronti ad abbeverarsi alla fonte delle sue competenze e della sua saggezza. Un hype totalizzante avvolge ogni performance del web marketing guru, perché il punto è lì: gran parte di essi fa personal branding e non ricerca, non studia ma riciccia o traduce analisi e idee altrui (anche quando pubblica interi libri), propone la vetrina del suo opinabile successo come un modello di vita che è più un’aspirazione da vendere a qualche potenziale cliente, sotto sotto considerato un beota.

Fatti salvi gli esperti veri, che lavorano e studiano sodo e per questo hanno poco tempo per esibire il loro superego digitale, ci sarebbe da derubricare il fenomeno dei web marketing guru a una sorta di folclorismo digitale se essi non condizionassero parecchio la percezione che si ha di internet nel senso comune, tra semplificazionismo tecnocentrico, motivazionismo d’accatto, esibizionismo inautentico.

Ma che tipo di idea di internet viene proposta?

Gran parte dei web marketing guru nostrani partono dall’assunto che le tecnologie digitali sono neutrali e non il frutto di processi sociali ed economici in cui soggetti molto potenti impongono i loro valori e i loro principi attraverso lo sviluppo dei codici. Si confonde a volte internet con le piattaforme oggi predominanti, dando questa predominanza per scontata e immodificabile. Un po’ come quei liberisti ingenui che credono che il cosiddetto libero mercato sia un fatto di natura da non mettere in discussione, i web marketing guru di casa nostra finiscono per proporre una visione di internet meramente tecnica, ludica, strumentale o commerciale, in genere pressoché acritica rispetto alle implicazioni e alle conseguenze dello sviluppo di internet, della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale. Specchio di questo riduttivismo è lo stesso panorama politico nazionale, che si divide tra esaltazioni e allarmismi, crociate per le buone intenzioni e scaltrezza nell’uso delle tecniche di web marketing.

Ma si possono individuare almeno altre tre modalità di pensare internet e la digitalizzazione.

Il digitale come leva strategica

La seconda modalità è quella delle grandi società di consulenza e delle grandi realtà del digitale, che studiano davvero la trasformazione in corso, sia pure per trarne benefici economici. A differenza delle figure raccontate sopra, in questo caso vi sono studi e analisi originali e anche la possibilità di confrontarsi con le problematiche dei grandi operatori globali dei vari settori che hanno le risorse per testare lo sviluppo di soluzioni effettivamente innovative. Nei contributi teorici e negli studi dei grandi robber barons dell’epoca digitale come delle società di consulenza il tema dell’impatto delle tecnologie digitali su società, economia, cultura e politica viene posto in termini tutt’altro che ingenui, semmai con l’intenzione di condizionare comportamenti, attitudini e scelte delle persone in modo permanente.

La digital disruption o digital transformation sono oggi il principale motore di creazione del valore e la principale selling proposition delle società di consulenza globali. Ma naturalmente le componenti di analisi e di riflessione sono sempre finalizzate a incrementare l’efficienza, commerciale od organizzativa, dei clienti. Dunque, un internet analizzato in maniera spesso profonda ma presentato per lo più nel suo aspetto strumentale.

In queste due prime modalità cosa resta dell’Internet idealizzato per tre decenni da tutta una corrente libertaria e utopica? Questa idea di internet sembra perdere spazi, pressata com’è dall’ambizione dei grandi operatori, dal pragmatismo delle società di consulenza e dall’indifferenza dei supposti guru. La pervasività commerciale dei grandi operatori, l’estrazione dei dati dagli utenti e la messa a valore dei loro contenuti e dei loro comportamenti, il modellamento delle realtà informative di singoli e intere comunità, la trasformazione dei rapporti sociali dovuta alla scomparsa di intere categorie professionali, lo sviluppo di agenti artificiali che incideranno sempre di più nell’ecosistema digitale, la progressiva atrofia di certe funzioni cerebrali esonerate dall’attivarsi grazie alle funzioni di un comune smartphone sono temi che i supposti “guru” non toccano e le grandi società evitano.

Le distopie del digitale

In questo senso il recente intervento di Tim Berners-Lee evidenzia come la grande prospettiva di un web egualitario e promotore di un pensiero libero di accedere a un massa sterminata di informazioni si stia stemperando in un ambiente in cui l’utente è sottoposto a controlli invasivi da parte di Stati o di imprese private, a contenuti che creano una post-realtà senza significato, a sollecitazioni commerciali meglio definibili come manipolazioni, a uno sfruttamento inconsapevole della sua produzione cognitiva.

Il populismo di fasce sociali sempre più emarginate da dinamiche sociali reali di cui tante volte si accusa il web di alimentare non è che una conseguenza dello smantellamento delle filiere produttive e relazionali tradizionali operato dalla tanto celebrata digital disruption.

La terza modalità è proprio quella di un pensiero che si pone criticamente rispetto alle conseguenze della digitalizzazione. Si tratta di un’ampia lista di autori che ci hanno offerto in questi anni una visione sanamente problematica e profonda di internet e del digitale è lunga e vanno almeno citati (non per importanza) Jaron Lanier, Nicholas Carr, Evgeni Morozov, Eli Pariser, Manfred Spitzer, Andrew Keen.

Rispetto all’ottimismo di maniera di tanti web marketing guru ci troviamo qui nel mondo del dubbio, dell’inquietudine, della distopia. Ma ritengo che proprio un eccesso di idee ottimistiche abbia creato alcuni dei problemi di cui oggi si dibatte. L’idea che una trasformazione epocale di ogni ambito dell’umano potesse essere gestita come l’ingresso di un nuovo media nel mercato della comunicazione (per nulla libero, tra l’altro). L’idea che le libertà degli individui siano tutte uguali. L’idea che la digitalizzazione fosse un salto tecnologico capace di creare nuovi posti di lavoro in numero equivalente a quanti ne distrugge. L’idea del messianesimo tecnologico capace di risolvere le disfunzionalità degli esseri umani.

A chi accusa gli autori che raggruppo in questo approccio di essere degli apocalittici digitali, rammento che vi era molta più insofferenza verso il monopolio del software, pieno di bachi, di Microsoft negli anni Novanta che oggi rispetto al monopolio della conoscenza e della consapevolezza che alcuni grandi attori della rete hanno, almeno in parte, già insediato.

I tempi della trasformazione sono talmente rapidi e la trasformazione stessa così radicale che credere che la società globale riesca a trovare un nuovo equilibrio da sola come ha fatto di fronte ad altri salti tecnologici (in secoli di adattamenti e spesso attraverso vere tragedie) è meno ingenuo che pavido dal punto di vista intellettuale e politico.

Pensare il senso e le possibilità del digitale

Erasmo da Rotterdam era entusiasta della tipografia del suo amico Aldo Manunzio e di certo non intendeva negoziare il processo di produzione in serie dei suoi libri. Allo stesso modo quando è stata introdotta l’elettricità nessuno pensò che bisognava fondare una filosofia dell’energia elettrica. Internet non è (solo) una tecnologia, da accettare, rifiutare o da negoziare. Internet, inteso come vettore del processo di digitalizzazione del mondo, è l’epitome del nuovo mondo in cui vivrà l’umanità essa stessa trasformata da tale processo. E allora la domanda da porsi è: quando profondamente si è finora riflettuto su internet e sul digitale?

Si entra in un campo in cui gli strumenti tradizionali della riflessione filosofica aiutano ma non sono esaustivi. Una certa competenza tecnica, ovvero la conoscenza di come funzionano codici, algoritmi, programmi eseguibili e applicazioni, è essenziale per poterne comprenderne l’estensione, l’impatto e gli effetti. È vero che spesso non è l’ingegnere che comprende l’impatto sulla società di una tecnologia di sua competenza, ma la complessità di tale impatto non può essere compresa pienamente se non si acquisiscono almeno parte delle competenze tecniche dell’ingegnere. Una tecnologia può essere indirizzata quando si riescono a capire le categorie concettuali che essa impone e le sue implicazioni.

Tra chi ha compreso che internet non è un tubo possiamo annoverare Pedro Domingos, Benjamin B. Bratton, Ramesh Srinivasan, Luciano Floridi, Byung-Chul Han, Lawrence Scott, Jerry Kaplan, Cosimo Accoto.

Dunque la riflessione generale sulle categorie di pensiero, le trasformazioni sociali e la stessa consapevolezza di sè che introducono e a volte impongono internet e il digitale non è qualcosa di astratto, speculazione teorica guardata con sufficienza dagli idraulici del web, che dovrebbero sapere come il benessere economico degli idraulici sia il risultato indiretto anche degli studi di chi si è impegnato nella comprensione della fisica dell’acqua.

L’attuale crisi della politica è frutto di un deficit di comprensione delle implicazioni della trasformazione digitale. Come evidenzia Jerry Kaplan nel suo Humans need no apply: “Al momento il dibattito pubblico manca di concetti e di esempi che descrivano adeguatamente cosa sta succedendo a causa dell’accelerazione del progresso tecnologico, e dunque tanto meno può guidarci a soluzioni ragionevoli”. La politica quindi non offre soluzioni perché spesso non riesce nemmeno a definire chiaramente i problemi dell’epoca digitale: il populismo identitario e il tecnocraticismo elitista sono materiali di risulta emergenti dalla demolizione delle proposte politiche novecentesche nel nuovo scenario creato dalla diade globalizzazione-digitalizzazione.

Questa quadruplice ripartizione delle modalità di comprendere e usare il digitale vuole dunque essere meno una graduatoria di qualità quanto un modesto appello: stiamo rischiando di entrare troppo rapidamente in un mondo per il quale non abbiamo ancora costruito i concetti e le parole adatte a comprenderlo e a viverlo.

A differenza di quanto proclama qualche assertivo web marketing guru, rischiamo di perdere ben altro che qualche succoso cliente o la svolta della carriera: quel che credevamo di sapere su noi stessi.

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Riferimenti bibliografici:

Ramesh Srinivasan, Whose Global Village: Rethinking How Technology Shapes Our World, New York University Press, 2017

Benjamin B. Bratton, The Stack, The MIT Press, 2016

Luciano Floridi, The Fourth Revolution How the Infosphere Is Reshaping Human Reality. Oxford University Press, 2016.

Lawrence Scott, The four-dimensional human, Windmill books, 2015

Alex Pentland, Social Physics: How Good Ideas Spread, Penguin Books, 2014

Pedro Domingos, The Master Algorithm: How the Quest for the Ultimate Learning Machine Will Remake Our World, Basic Books, 2015

Jerry Kaplan, Humans Need no Apply: A Guide to Wealth and Work in the Age of Artificial Intelligence, Yale University Press, 2015

Jaron Lanier, Who owns the future?, Simon & Schuster, 2013

Nicholas Carr, The Shallows: what Internet is doing to our brains, W W Norton & Company, 2010

Evgeni Morozov, To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism, Public Affairs Books, 2014

Eli Pariser, The Filter Bubble: How the New Personalized Web Is Changing What We Read and How We Think, The Penguin Press, 2011

Manfred Spitzer, Cyberkrank! Wie das digitalisierte Leben unsere Gesundheit ruiniert, Droemer Verlag, 2015

Andrew Keen, The Internet is Not the Answer, Atlantic Monthly Press, 2014

Habeas mentem: libertà e diritti negli ambienti digitali

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Habeas mentem: libertà e diritti negli ambienti digitali

Dall’autunno del Medioevo fino al secolo scorso il conflitto tra poteri temporali e poteri religiosi si è giocato soprattutto sul corpo delle persone. Ai precetti religiosi che imponevano dalla prima infanzia all’estrema vecchiezza finalità totalizzanti del corpo, con il principio dell’habeas corpus il potere laico ha contrapposto i limiti del suo stesso arbitrio, rinunziando a disporre dei corpi dei propri cittadini senza basi giuridiche e giustificazione pubblica.

Ma proprio quando la rivendicazione dei diritti del corpo come soggetto politico portatore di diritti universali sembra un dato acquisito, almeno in molti paesi dell’Occidente, abbiamo iniziato a renderci conto che la grande battaglia per i diritti nei prossimi anni riguarderà non più il corpo ma la mente.

E’ possibile definire un “Habeas mentem” dell’epoca digitale?

Ovviamente separare il corpo dalla mente, l’emozionalità dalla razionalità, significa incorrere in quello che Antonio Damasio chiama l’errore di Cartesio. Eppure, così come il corpo diventa sempre più metaforico e bisognoso di attenzione rispetto all’invasività dei sistemi di monitoraggio e di controllo digitale, così anche la mente, di certo intesa come metafora, richiede un nuovo sistema di tutele e protezioni affinché possa continuare a costruire e scegliere liberamente le categorie concettuali con le quali vuole essere nel mondo. La proposta di ricerca dovrebbe sviluppare un percorso di riflessioni che partano, da un punto di vista storico, da un corpo fisico che rivendica la sua libertà per approdare a un corpo digitale che rivendica il suo presidio sui dati che produce fino alla tutela di una mente immersa in ambienti digitali relazionali e cognitivi che non solo puntano a indurre specifiche reazioni a certi stimoli ma che oggi, grazie agli sviluppi del neuromarketing, possono anche tracciare e prevedere l’attività neuronale.

La rivendicazione del diritto alla tutela della mente dalla manipolazione e dallo sfruttamento inconsapevole assume un significato ancora più forte nel capitalismo cognitivo, dove il fattore produttivo principale diventano le capacità cognitive degli individui lungo una scala che va, per sommi capi, dalla semplice attenzione, alla relazione, al problem solving, fino alle varie forme di creatività. L’habeas mentem è il diritto di rivendicare che le attività mentali e cognitive non vengano messe a valore senza un esplicito consenso dell’individuo o la esplicita possibilità di rinunciare a certe funzioni di certi ambienti relazionali o piattaforme cognitive senza dover essere penalizzati o esclusi da essi.

Ogni piattaforma digitale, sia essa primariamente relazionale o informazionale (per quanto i termini vanno intesi come strettamente interrelati), è di per sé anche un ambiente produttivo, capace, attraverso la loro trasformazione in dati, di mettere a valore attese, ricerche, interessi, emozioni, contenuti degli utenti. La produzione cognitiva non è più appannaggio di una classe ristretta intellettuale (ricercatori, scienziati, accademici, ecc.) ma grazie alle nuove tecnologie da ogni utente le piattaforme riescono ad estrarre informazioni e conoscenza. Se dunque è pacificamente acquisito che quando entriamo in queste piattaforme io e la mia mente veniamo messi sempre al lavoro, nel senso che stiamo creando valore per chi controlla la piattaforma, dunque la mente diventa, in un certo senso, “ostaggio” della piattaforma perché sottoposta al suo modello esperienziale e di produzione di valore, dovremo ora capire quali sono e quali potrebbero essere i meccanismi di tutela, gli ambiti di libertà e le vie di uscita da questi ambienti.

Quali sono dunque i confini inviolabili della mente nell’epoca degli ambienti relazionali, delle piattaforme cognitive, del neuromarketing e del marketing esperienziale? Può iniziare ad essere elaborato un insieme di indicazioni che consentono al soggetto di sottrarsi al controllo e allo sfruttamento delle sue dimensioni cognitive e psichiche da parte degli ambienti relazionali o della piattaforma cognitiva senza perdere i benefici e opportunità dell’epoca digitale?

La mente esposta

Già da decenni la sfida della comunicazione commerciale non è più sulla persuasione o sulla propaganda, ma su attenzione e su cambiamento di attitudini. Per fare questo non bastano più le vecchie teorie o tecniche di un epoca di mass media, ma un approccio granulare che richiede una conoscenza sempre più dettagliata non solo delle scelte del soggetto, ma anche dei processi mentali che lo presidiano, al fine di comprenderli ma anche di condizionarli, se non addirittura prevederli.

Neuromarketing e marketing esperienziale puntano a penetrare e condizionare la mente degli individui con un livello di profondità e raffinatezza impensabile fino a pochi anni fa grazie al ricorso a biometriche, elettroencefalogrammi, risonanze magnetiche funzionali, facial coding, eye-tracking e altre tecniche di lettura delle reazioni neuronali all’emozioni e agli stimoli sensori. La sfida è quella di cogliere non solo il cosa, ma il perché di una scelta , sia essa d’acquisto, di opinione o di adesione. Finora il limite di queste ricerche era legato alla loro complessità e ai costi delle apparecchiature. Inoltre si trattava di sperimentazioni in ambienti controllati, quindi distanti dalla vita quotidiana, dove un singolo stimolo si trova a dover competere per l’attenzione con tanti altri in un flusso esperienziale senza soluzione di continuità. Tuttavia la digitalizzazione delle esperienze e la dilatazione delle funzioni disponibili negli ambienti relazionali digitali stanno rapidamente cambiando lo scenario. In concreto: se già oggi la comune geolocalizzazione dei cellulari consente di ricostruire esattamente i percorsi dei visitatori di un supermercato e speciali sensori possono rilevare come reagisce la mente agli stimoli di quello spazio fisico, la migrazione verso il commercio elettronico e la pervasività di piattaforme e di ambienti relazionali comporterà un controllo e una prevedibilità della mente delle persone molto più efficace. Sempre più l’esperienza del mondo sarà mediata non solo tecnologie (wearables, IoT) ma da intere piattaforme come ambienti relazionali (Facebook) o strumenti di iperinformazione (Siri, Cortana). Che ne sarà di una mente quasi costantemente immersa in tali ambienti e le cui reazioni verranno registrate e analizzate in tempo reale da decine di sensori? Bisogna dunque chiedersi come potrà essere condizionata la mente umana quando le conoscenze e le tecniche avanzate di neuromarketing verranno applicate regolarmente in un ambiente totalmente digitale, definito nelle opzioni possibili e monitorato dai suoi creatori, in cui l’utente avrà a disposizione un set di opzioni preliminarmente approvate come accettabili.

Cosa significa gratuito?

Si porrà con estrema urgenza la domanda su cui si interrogano i circoli più avveduti di critica del digitale: chi lavorà per chi in una relazione tra soggetti umani e piattaforme digitale e, tra umani e intelligenza artificiale? Se una piattaforma si definisce gratuita dovrebbe garantire a ogni individuo la possibilità di fruire di un servizio a prescindere da quanto egli lascia alla piattaforma in termini di dati o di attività cognitiva e relazionale, inconscia o meno. Nell’epoca del digitale la gratuità non può essere collegata banalmente all’esistenza o meno di una transazione monetaria: il valore sono dati e contenuti, dunque uno scambio gratuito dovrebbe essere anche e soprattutto quello che non presuppone un trasferimento di dati (quindi di valore digitale) dall’utente alla piattaforma.

In realtà non accade così e le macchine algoritmiche non solo succhiano costantemente dati dai loro utenti, ma richiedono spesso esplicitamente di mettere a lavoro facoltà superiori dell’intelligenza umana. Nel caso di 2Captcha veniamo richiesti non solo di dimostrare di non essere dei robot, ma anche di mettere a disposizione gratuitamente le capacità di riconoscimento delle immagini della nostra mente per risolvere i problemi di attribuzione dei loro data base. E’ possibile dunque limitare una tendenza che porta a vedere gli umani come produttori gratuiti di dati senza diritti, neanche a sapere come questi dati verranno usati e da chi? Anche la scoperta che le gratifiche dei Like attivano il nucleus accumbens, il sistema neuronale collegato a piacere e dipendenze, suscita inquietudine per come può essere utilizzata.

Riprogrammare ai buoni sentimenti

Ma la mente non solo viene fatta lavorare gratuitamente, ma può essere facilmente condizionata e manipolata nelle sue persuasioni e scelte. Per quanto sia assolutamente ovvio che la mente umana è stata da sempre oggetto di propaganda e manipolazione, nell’era del digitale a questa modalità passiva, di mero consenso ai messaggi, si sostituisce l’abilitazione a produrre e diffondere quella stessa propaganda e la possibilità reale di riprogrammare le attitudini e le preferenze degli individui.

La stessa Facebook, sulla base del recente manifesto di Mark Zuckerberg, sembra voler disciplinare i suoi utenti in base a determinati valori di dialogo e tolleranza.

Immaginiamo allora, ad esempio, una delle tante persone che postano su Facebook contenuti razzisti, magari ripresi da uno dei tanti siti web che spacciano di continuo notizie false o manipolate, facendole poi riverberare su qualche centinaio di persone: una delle cose che su Facebook più allarma gli ingenui nemici delle parole ostili. Immaginiamo che Facebook, per ridurre questo obbrobrio, decida di proporre sulla timeline di questa persona sempre meno contenuti razzisti e sempre più contenuti, inoffensivi, che suscitano altrettanto attenzione da parte di questa persona, quali aggiornamenti di stato di amici non razzisti, immagini dei figli delle sue amiche, notizie generiche dei suoi luoghi di origine, notizie sulla sua squadra del cuore, ecc. Quanto sarebbe legittima e accettabile la riprogrammazione della bolla informativa e, indirettamente, della mente di un utente, che magari inizierebbe ad avere una diversa percezione della presunta gravità di certi fenomeni? Questo disciplinamento della mente di certi utenti, ancorché oggi già possibile e fatto intravedere da Zuckerberg, sarebbe legittimo? Non viola esso il diritto degli individui ad avere e rafforzare opinioni diverse da quelle più tranquillizzanti e condivise ma comunque proprie?

Già oggi le piattaforme incorporano dei pattern di relazione tra i partecipanti definiti a priori e tecnicamente non è complesso ipotizzare pattern anche di tipo cognitivo in qualche modo promossi dalla piattaforma. Le soluzioni all’allarme delle fake news, che comunque esistono da quando esiste il pettegolezzo del villaggio, potrebbero sfociare in esiti molto più distopici di quanto auspicano le anime belle.

Un punto di partenza

Non solo l’argomento seminale di questo post, ma anche le competenze dell’autore non consentono se non di porre certe questioni in forma di interrogativo.

Il dibattito finora è stato in termini di tutela e accesso ai dati e in termini di trasparenza e negoziabilità degli algoritmi. In realtà questi due approcci appaiono limitati. Il tema della privacy appare roba da nonni pudichi a una generazione di Millenials abituati a cercare conferme attraverso la vetrinizzazione della loro esistenza, mentre, d’altra parte, il dato è un concetto dinamico: da un dato oggi considerato non invasivo in futuro si potrebbero trarre informazioni estremamente riservate sulla vita e sul futuro di una persona. Che gli algoritmi debbano garantire maggiore trasparenza è una questione oramai sul tappeto in paesi come gli USA o la Germania, ma se pure si arrivasse a qualche risultato, i grandi player del digitale sarebbero sempre in grado di apportare modifiche sostanziali e ritornare subito molti passi avanti rispetto alla legislazione.

Definire i diritti di base del proprio essere digitali contro gli arbitri delle grandi piattaforme appare dunque una questione legata all’indirizzo futuro dell’umanità. Per definire l’habeas corpus la tradizione occidentale ha impiegato circa quattrocento anni. Rispetto alla velocità del progresso dell’intelligenza artificiale e alla pervasività delle piattaforme, per l’habeas mentem anche quattro anni potrebbero essere troppi.

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Riferimenti di lettura:

Antonio Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, 1995

UCLA Newsroom, The teenage brain on social media, 31 maggio 2016, [Link]

Gerald Zaltman, How Customers Think: Essential Insights into the Mind of the Market, Harward Business School Press, 2003

Michel Foucaldt, Nascita della biopolitica, Feltrinelli, 2005

Hilke Plassmann, Vinod Venkatraman, Scott Huettel, and Carolyn Yoon (2015) Consumer Neuroscience: Applications, Challenges, and Possible Solutions. Journal of Marketing Research: August 2015, Vol. 52, No. 4, pp. 427-435.

Lisa-Charlotte Wolter, David Hensel and Judith Znanewitz. 2017. A Guideline for Ethical Aspects in Conducting Neuromarketing Studies. Ethics and Neuromarketing, 65-87.

Lawrence Scott, The four-dimensional human, Windmill books, 2015.

Pedro Domingos, The Master Algorithm,  Basic Books, 2015

Kate Connoly,  Angela Merkel: internet search engines are distorting perceptions, The Guardian, 27 ottobre 2016 [Link]

Cosimo Accoto, Il mondo dato, EGEA, 2017.

Il Manifesto di Mark Zuckerberg: Facebook come nuovo modello di politica

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Il Manifesto di Mark Zuckerberg: Facebook come nuovo modello di politica

In principio fu Face Mash, niente più che una versione di Hot or Not per gli studenti di Harvard. Ma sin dall’inizio Mark Zuckerberg ha voluto dilatare gli ambiti del suo progetto a dimensioni esistenziali sempre più ampie, prima con thefacebook per le università e poi con Facebook per tutti. E da qui in poi è storia.

Dunque chi considera il manifesto “Building Global Community” un indizio della volontà di Zuckerberg di darsi alla politica attiva, magari in funzione anti Trump, semplicemente ne sottovaluta le ambizioni.

Il documento è totalmente politico, ma in un senso ancora più radicale, e pone implicitamente delle domande su cosa ne sarà della politica nell’epoca del superamento dei partiti di massa novecenteschi, dell’indebolimento degli stati-nazione, della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale e dell’automatizzazione delle funzioni cognitive.

I cinque obiettivi ideali di sviluppo delle communities che propone Zuckerberg (supportive, safe, informed, civically-engaged, inclusive) intendono proporre il social network come una metacomunità, al tempo stesso sovraordinata e coordinata con le altre comunità che, idealmente, dovrebbe sostenere e alimentare. Questi obiettivi sono eminentemente politici, e alcuni risultati di coinvolgimento politico ed elettorale raggiunti in varie parti del mondo vengono esplicitamente citati. Nel Manifesto, Facebook si propone dunque non come un elemento corrosivo delle istituzioni pubbliche tradizionali ma come un loro puntello. Ma qui emerge la prima contraddizione, ovvero come un’ambiente relazionale digitale, i cui algoritmi puntano a massimizzare il coinvolgimento degli utenti e a gratificarli per il tempo speso in esso, possa spingere verso l’impegno civico diretto nel mondo reale, che richiede tempo, attenzione e continuità di impegno a quegli stessi utenti cui chiede spasmodicamente attenzione per ricavarne il suo fatturato.

Si torna dunque a chiedersi che cosa è Facebook. Il successo di Facebook sta proprio nella sua estrema plasticità, che ha posto a tanti il problema della sua definizione, se fosse la società una media company, o una tech company o una entertainment company o una utility. Facebook può proporsi e può essere fruito per informare e disinformare, per offrire e cercare collaborazione, per autopromuoversi e vendere, per divertirsi e fare nuove amicizie, per raccontarsi e cercare conforto, per dibattere e litigare, per ritrovare o indugiare in vite altrui e lascio ai lettori allungare l’elenco. Di fronte a questa estrema variegatezza di opzioni, Zuckerberg per 14 volte chiama la sua creatura “infrastruttura sociale”, senza definire in dettaglio cosa con questo intenda e semmai rifugiandosi in una definizione riduttiva, che lo esonera dal prendere una posizione chiara rispetto a tutta una serie di problematiche, dalle fake news alle filter bubbles, che pure tocca nel testo. Infrastruttura è un termine che in prima battuta potrebbe sembrare neutro e che rimanda a servizi che in italiano definiremmo di pubblica utilità, quali autostrade, energia elettrica, acqua e banda larga. Ma la decisione su allacciare o no una comunità o un singolo a questi servizi è puramente politica, come politica fu la scelta di far passare l’autostrada del Sole da Arezzo o di nazionalizzare l’energia elettrica per poterla garantire a tutti a prescindere dal ritorno economico. Così come garantire l’acqua potabile tramite condotta o tramite autobotti non è la stessa cosa. Questa scelta di rifugiarsi nel corner delle utilities consente a Zuckerberg di proporsi al contempo come la neutra infrastruttura relazionale di base del nostro tempo e di sostenere la information diversity come principio guida di molte scelte presenti e soprattutto future di content curation. Tuttavia come questa strategia di information diversity vorrà plasmare, o almeno modificare, la dieta informativa di quasi due miliardi di persone? Se io ho idee di sinistra (per quel che possa significare oggi), finiranno per apparirmi in Home notizie e opinioni neoliberiste o addirittura esplicitamente di destra per promuovere il common understanding? Si useranno gli interessi comuni, lo sport, per spingere persone diverse a incrociarsi? Lo stesso Zuckerberg sembra temere un’ulteriore polarizzazione delle posizioni. Ma poi perché io, con le mie convinzioni, giuste o meno che siano ma costruite in decenni di letture, studio ed esperienze, devo essere disciplinato al “common understanding” come lo ha in testa Zuckerberg? Ecco dunque un’altra contraddizione: i Community Standards, lungi dall’essere mera netiquette e buona fede nelle relazioni che si instaurano, finiscono per diventare i principi ideologici da accettare tout court per fruire di una rete di quasi due miliardi di persone.

In una stesura precedente del testo alcune scelte fondamentali in tema di individuazione e analisi di post controversi o signals di pericoli venivano devolute ai sistemi di intelligenza artificiale: “The long term promise of AI is that in addition to identifying risks more quickly and accurately than would have already happened, it may also identify risks that nobody would have flagged at all — including terrorists planning attacks using private channels, people bullying someone too afraid to report it themselves, and other issues both local and global. It will take many years to develop these systems.”. La versione finale invece è molto più vaga e meno inquietante: “Looking ahead, one of our greatest opportunities to keep people safe is building artificial intelligence to understand more quickly and accurately what is happening across our community,“. Già prima che scoppiasse il tormentone delle fake news, Facebook aveva già provato a scaricare sugli algoritmi la questione dell’arbitrarietà della selezione delle notizie, ma di certo negli ultimi mesi anche un pubblico meno esperto inizia a essere consapevole che gli algoritmi sono un prodotto di programmatori umani e come tale soggetto a scelte arbitrarie ed errori di natura umana. Tuttavia quando ambisci a proporti come l’infrastruttura globale di base per produrre e alimentare comunità, ovvero senso di appartenenza, il ricorso all’intelligenza artificiale per indirizzare o censurare dei flussi di comunicazione suscita inquietudine, perché si tende a rendere le responsabilità opache e meno verificabili.

Preferisco da sempre definire Facebook un ambiente relazionale proprio perché ambiente è un termine molto più complesso, plastico e dinamico di infrastruttura e perché il social network mette a valore i processi cognitivi e relazionali dei suoi utenti.

In questo contesto discutibile per quanto riguarda la tutela e il riconoscimento del lavoro cognitivo di un ambiente tutto basato sugli users’ generated contents, il Manifesto di Zuckerberg prova ad evocare alcune tematiche dell’etica comunicativa di Jurgen Habermas quando definisce Facebook una “source of news and public discourse” con l’obiettivo di “creating a large-scale democratic process to determine standards with AI to help enforce them (the Community Standards). In certi passaggi Zuckerberg sembra immaginare una comunità dialogica e razionale (qualcosa di molto distante dalle risse digitali cui assistiamo quasi tutti i giorni, specialmente su temi politici), un processo dunque intersoggettivo dove, in assenza di orientamenti espliciti dei singoli, prevarrà la maggioranza dei rispondenti nel contesto di riferimento del singolo utente “like a referendum”, scrive esplicitamente il co-fondatore. Eppure questo meccanismo potrebbe aggravare le filter bubbles, perché, ad esempio, se io, irritato per le scelte del momento di un partito o di un’associazione o di una persona, decido di disattivare le notifiche relative ad essi, rischio di vederli sparire per sempre dal mio orizzonte informativo, data l’improbabilità che ogni qualche mese io i metta a rivedere le impostazioni del mio profilo. Quanti saranno i rispondenti a questi simil-referendum? E questi rispondenti saranno i più saggi e olimpici tra gli utenti? E se alla fine i risultati di qualche simil-referendum contrastassero i Community Standards cosa prevarrà, in una community che aspira a promuovere un processo democratico su larga scala (senza definirne forme e contenuti, per ora)? E infine, quale idea di democrazia digitale ha in testa Facebook, quando si propone su scala globale tanto in paesi dalla cultura democratica e dal confronto civico avanzatissimi quanto in paesi dove vige solo un principio di autorità che si diffonde verticalmente dal capo del governo al villaggio? Da quanto si intuisce l’approccio sarà glocale, una visione globale che a livello di singoli paesi o regioni interverrà sempre di più per promuovere campagne, idee e orientamenti definiti dal vertice della società. Che ruolo e che peso andranno ad avere le culture, e i poteri locali, eletti o riconosciuti come legittimi dalla maggioranza della popolazione di un dato paese, di fronte alle possibili interferenze o a candidati sostenuti da Facebook?

Di fronte alle ambizioni di Facebook e Google di inglobare e indirizzare il mondo delle informazioni e quello delle relazioni grazie ai loro algoritmi, sembra riemergere, in versione digitale, il classico conflitto dell’epoca moderna tra totalità e libertà. L’uomo moderno borghese come lo conosciamo nel suo individualismo è il risultato della rottura della totalità che si fondava su un principio ultramondano. I traumi soggettivi e i conflitti sociali che attraversano la modernità sono la conseguenza e la nostalgia di quella totalità. Ma Google e Facebook sembrano puntare a promuovere una nuova totalità (o almeno destinata alla totalità dei soggetti connessi), assorbendo e omogeneizzando ogni differenza nell’irenico “common understanding”, in cui si dissolve l’alterità e l’idea di pensare diversamente dai “Community Standards”. Si può davvero escludere che queste tendenze dei due giganti del web relazionale non implichino delle tendenze totalitarie, almeno rispetto a certi ambiti per essi essenziali come il controllo delle informazioni e delle relazioni, ovvero gran parte del web come lo conosciamo oggi?

In questo orizzonte cosa resterà della libertà degli individui? Una politica dominata da Facebook e Google sarà ancora capace di pensare categorie radicalmente diverse e alternative al presente?

Alcuni riferimenti:

Building Global Community, https://www.facebook.com/notes/mark-zuckerberg/building-global-community/10154544292806634/

The Guardian, 2016: the year Facebook became the bad guy, https://www.theguardian.com/technology/2016/dec/12/facebook-2016-problems-fake-news-censorship

Will Oremus, FutureTense, Facebook’s New “Manifesto” Is Political. Mark Zuckerberg Just Won’t Admit It. http://www.slate.com/blogs/future_tense/2017/02/17/the_problem_with_mark_zuckerberg_s_new_facebook_manifesto_it_isn_t_political.html

Annalee Newitz, Ars Techica, Op-ed: Mark Zuckerberg’s manifesto is a political trainwreck, https://arstechnica.com/staff/2017/02/op-ed-mark-zuckerbergs-manifesto-is-a-political-trainwreck/

Andrew Griffin, The Indipendent, Facebook is developing tools to read through people’s private messages, Mark Zuckerberg manifesto suggests, http://www.independent.co.uk/life-style/gadgets-and-tech/news/facebook-mark-zuckerberg-globalisation-manifesto-read-artificial-intelligence-robot-terrorist-a7586166.html

Il robot che pensa è anche responsabile?

Algoritmi

Il robot che pensa è anche responsabile?

Oggi il Parlamento europeo ha respinto la piattaforma “Civil law rules on roboticsche puntava a costruire un percorso di risposta alle conseguenze sociali, economiche, giuridiche, politiche e culturali dello sviluppo dell’automazione e dell’inteligenza artificiale.

La questione immediatamente evidenziata dai media è stata quella relativa al reddito universale di cittadinanza, che il rapporto promosso dall’eurodeputata socialista lussemburghese Mady Delvaux indica come una strada necessaria per far fronte alla scarsità di occupazione continua e di qualità che l’automazione comporta. 

In realtà il rapporto approvato il 12 gennaio scorso dalla commissione affari giuridici dell’europarlamento parla anche di molto altro: dalle “tradizionali” questioni relative alla protezione e alla manipolazione di dati personali da parte di soggetti non umani fino all’autocoscienza dei sistemi robotici e alla possibilità che future scoperte scientifiche e future consapevolezze sulla condizione dei viventi sulla Terra siano frutto dell’intelligenza artificiale e non più o non solo del pensiero umano. Appare chiaro che nella mappa della conoscenza umana ci troviamo in un “hic sunt leones” di cui quotidianamente si allarga l’estensione.

Se la tradizione filosofica, morale e giuridica occidentale ha sempre collegato pensiero e responsabilità, per cui solo l’individuo pensante e consapevole può essere ritenuto pienamente responsabile delle sue azioni, si pone per la prima volta nella storia dell’umanità la necessità di definire gli ambiti di responsabilità di sistemi elaborativi e cognitivi non umani e, di riflesso, la necessità di tutelare i soggetti umani, come quelli algoritmici, dai danni che possono loro ingliggere errori, omissioni o malfunzionamenti dei sistemi cognitivi non umani.

I parametri in base ai quali il Rapporto definisce i robot “autonomi e intelligenti” sono quattro: senzienza, attraverso lo scambio di sensazioni e dati con l’ambiente; autoapprendimento; supporto fisico; plasticità/reattività del suo comportamento e/o azioni al contesto in cui opera. Questi sistemi cognitivi con o senza supporto fisico pongono rischi per l’essere umano, che può ritrovarsi ad essere sfruttato per i dati che da egli si possono estrarre, come anche condizionato o abusato fisicamente. Il rapporto propone la creazione di un’Agenzia Europea per la robotica e l’intelligenza artificiale che dovrebbe fornire ai decisori pubblici gli strumenti tecnici, etici e regolatori per affrontare questo nuovo scenario.

Verso la robotologia?

Uno scenario in cui molto probabilmente si svilupperà a breve un’etologia dei robot e dei sistemi cognitivi non umani, una scienza che, sul calco del termine antropologia, potremmo chiamare robotologia.  Ma la robotologia non sarà una scienza separata dall’antropologia e dalle altre scienze umane tradizionali. Infatti sempre più corpi umani ospiteranno al loro interno o sulla loro superficie componenti, integrazioni o estensioni delle proprie membra: dal miglioramento della vista grazie a chip installati nell’occhio (per esempio in situazioni belliche) a lettori di attività e intenzioni cerebrali per chi è vittima di malattie paralizzanti. Fino a che punto queste estensioni algoritmiche dei sensi umani possono trasformare la percezione di sé? Fino a che punto la coscienza, l’emozionalità come anche il pensiero più razionale saranno condizionati da queste protesi interattive?

E se il robot già oggi può mentire e bleffare, chi gli comminerà la pena per i danni che provocherà e chi pagherà per questi danni? Il robot verrà disattivato (finquando gli umani potranno farlo) per questo? I programmatori degli algoritmi di autoapprendimento verranno ritenuti colpevoli oppure la società che li ha ingaggiati?  Chi risarcirà i danneggiati, umani o algoritmici? I premi di un’eventuale assicurazione contro i danni provocati da robot e algoritmi da chi verranno pagati?

Si svilupperà una cultura robotica autonoma da quella umana? I sistemi cognitivi non umani svilupperanno delle forme di comunicazione innovative tra di loro e in base ad esse si scambieranno e tramanderanno pratiche, competenze e scoperte?

Un reddito minimo per la sopravvivenza dell’umanità?

L’eurodeputata Mary Delvaux ha dichiarato che la sua preoccupazione è che “gli umani non vengano dominati dai robot”. E a chi pensa a una distopia tipo il Pianeta delle Scimmie con i robot al posto dei nostri cugini primati bisogna ricordare che ogni esonero di funzioni lavorative e cognitive umane che una macchina o una tecnologia attua è già essa una forma di dominio. L’esonero da tante funzioni lavorative, la liberazione dal lavoro promessa da secoli attraverso le macchine, sta gettando milioni di persone nella schiavitù della disoccupazione o della sottocupazione. Ecco perché la proposta di un salario minimo universale, sostenuto anche da Elon Musk, di certo non un agitatore politico. Ma la questione è ancora più complessa. Oltre un secolo di propaganda scientifica e manipolazione del consenso ci hanno insegnato che persuasioni distorte o convinzioni artificialmente costruite condizionano le persone molto di più che le fruste o i bastoni. In un mondo in cui sistemi cognitivi non umani potrebbero arrivare a decidere cosa far sapere e come, cosa scoprire o inventare, cosa scegliere nelle politiche pubbliche, come vivere e pensare, vi saranno ambiti in cui gli esseri umani potranno perseguire una autonoma ricerca di pensiero e di scelte di vita?

Bocciando il rapporto, gli eurodeputati hanno dato la risposta più banale possibile, il rifugio in un mondo sorpassato di schemi mentali su lavoro, economia e società che essi stessi, anche nel loro quotidiano di consumatori, stanno inconsciamente contribuendo a superare. Essi hanno dimostrato di trovarsi ancora nella fase di negazione o del rifiuto delle conseguenze che la trasformazione digitale ci sta imponendo. Mentre  l’opinione pubblica e i politici più conservatori vedono il reddito di base come un regalo agli scansafatiche, esso potrebbe essere uno strumento fondamentale per garantire autonomia agli individui rispetto alla dittatura degli algoritmi, un modo per garantire il futuro all’umanità come l’abbiamo conosciuta finora.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare, come in una commedia di G.B. Shaw, che la memoria dell’umanità è una memoria di infamie, ma sono almeno infamie che abbiamo imparato a conoscere e (a volte) a riconoscere. Delle possibili infamie dell’era dell’intelligenza artificiale potremmo addirittura non accorgecene.

La rivolta degli oggetti

Narrazioni

La rivolta degli oggetti

Guardo per un secondo fisso lo spioncino e la porta elettronica si apre lentamente.

Dopo una giornata sfiancante è bello risparmiarsi la fatica di cercare le chiavi, addirittura poter evitare di portarsele appresso quando si esce, magari molto presto la mattina. La chiave della mia casa sono i miei occhi. Meglio: il mio iride.

E poi lo sanno tutti che sono un distratto. Non so quante volte ho lasciato in giro le chiavi della macchina, quelle di casa in ufficio, il portafoglio a casa, i cellulari nella sala dove avevo avuto qualche riunione. Ecco perché quando ho cambiato casa ho preteso una che avesse tutte le ultime apparecchiature della domotica, una casa intelligente, “smart living” diceva lo slogan pubblicitario. Non lo so se sia smart, certo però che è comodo.

Prima ogni volta che uscivo di casa per un viaggio dovevo verificare più volte se avevo addosso la santa trinità della tranquillità domestica: chiavi, portafogli e cellulari. Perdevo minuti nel tastarmi le tasche della giacca e del cappotto, oppure nel controllare in valigetta, oppure, ancora, a cercare per casa un cellulare, il portafoglio o, peggio, un documento di identità. Oggi non più, anche quando esco negli orari più antimeridiani, ancora stordito dal risveglio e dalla stanchezza della giornata di lavoro precedente, il monitor interno della porta elettronica mi ricorda dove stanno le cose. La voce guida mi indica cosa portare in viaggio: “Oggi andrai in un paese extra Shengen: ti se ricordato il passaporto? L’ultima volta lo hai riposto nel secondo cassetto del mobiletto in stanza da letto”. “Il cellulare privato è sul tavolino in salotto”. “Il cellulare aziendale sul quale è squillata la sveglia lo hai portato con te in bagno”. “Il taxi arriverà tra sedici minuti… tra dieci minuti, tra cinque minuti, tra due minuti,… la telecamera esterna ha rilevato l’arrivo del taxi che ti aspetta all’ingresso”

Sono avviluppato in un flusso di informazioni che gli oggetti si scambiano per rendermi la mia vita meno ansiosa e satura di inezie da seguire. A volte forse mi sono sentito eterodiretto da questi messaggi, ma poi sempre più mi accorgo di quante attività ripetitive, inessenziali, meccaniche, assorbivano le mie energie mentali. Con l’internet of things gli oggetti di casa mi parlano, se voglio io, e li zittisco quando voglio.

Ricordo anni fa, appena divorziato: rientrare in casa mi metteva tristezza e oppressione, la desolazione di oggetti muti e indifferenti, su cui lo sguardo scivolava indifferente e indispettito, se non rabbioso, quando ancora credevo di aver subito un’ingiustizia e non una liberazione. Girando per casa perso a cercare le cose, mi sentivo orfano di un dialogo che pure negli ultimi mesi era diventato carico di stizza e di risentimento reciproci. Non sapevo dove trovare questa cosa e quest’altra, mi facevo sopraffare dalla rabbia quando intere ore passavano a cercare documenti e cose. Le odiavo, le odiavo perché esse, con il loro nascondersi, mi ricordavano chi riusciva a farmele trovare e sapeva sempre dove si trovavano.

Per quanto possa sembrare incredibile, non ho mai conosciuto le donne delle pulizie degli ultimi due appartamenti. Quasi ogni giorno sono in viaggio, e quando non lo faccio devo riordinare e pianificare il lavoro dell’ufficio: dalle 7 del mattino alle 9 di sera questa donna ha dunque tanto tempo per pulire e riassettare la casa. Nel fine settimana spesso sono assente e comunque lei (o loro?) hanno l’ordine di non venire.

Nel penultimo appartamento mi irritava scoprire le tracce del passaggio della domestica. Le tazze riposte al loro posto, quando io preferisco averne una sempre vicino al pc. La macchinetta del caffé smontata, sciacquata e messa ad asciugare nella rastrelliera, mentre io preferisco lasciarla vuota sulla piastra spenta, perché così l’alluminio si impregna del profumo del caffè. Il letto rifatto perfettamente, che mi ricordava troppo le tante camere di albergo che sono costretto ad attraversare ogni mese. Ogni scelta e ogni oggetto veniva riposto dove è più logico che si trovi. E spesso io non li ritrovavo. Perché le cose della mia casa devono seguire le logiche di una estranea? Secondo quale logica poi? Non abbiamo forse diritto a sceglierci le nostre logiche?

Nel nuovo appartamento queste contrarietà sono quasi sparite. Appena lo chiedo, la voce guida mi indica dove si trova ogni oggetto, ovunque lo abbia riposto io o la donna delle pulizie. Gli oggetti non sono più un’ansia o un rammarico, ma sono tornati ad essere ingombri necessari dell’esistenza.

Eccomi dunque disteso sul divano e in mutande, intento a bighellonare tra video e film via Chromecast. Ma sono troppo stanco, sono già le undici e domani alle 4.15 ci sarà la sveglia e il taxi per l’aeroporto alle 4.45. Sono tentato dal cedere alla spossatezza sul divano, un piacere che mi ricorda l’infanzia, quando, ranicchiato su mio padre, affondavo nel sonno per poi ridestarmi per un attimo nel lettino prima di addormentarmi. Sto quasi per cedere a questo piacere antico quando mi rendo conto che dormire sul divano mi farebbe svegliare ancora più intontito e finirei per passare una mattinata in stato catatonico. Il fresco dell’impianto di condizionamento del salone mi farebbe risvegliare quasi in ipotermia. Mi risolvo a fare i pochi metri che mi portano in camera.

Entro nel letto con le lenzuola pulite. Mi stiracchio e lascio che la morbidezza fresca delle lenzuola accarezzi le gambe. Sono pronto, vorrei che mi prendesse il sonno, ma non arriva. Troppi caffè, troppi viaggi, troppe discussioni, troppe informazioni da rimandare a mente per gli appuntamenti di domani. Sono stordito da un desiderio di sonno che non arriva. Mi sento poco lucido, sfibrato da una stanchezza figlia di una tensione prolungata. Cerco di rimanere immobile in una posizione e poi mi giro e mi rigiro, inquietato da una promessa di sonno che mi sfugge. Voglio dormire. Ricordo alla voce guida il nome e lei subito mi ricorda che il sonnifero sta sul terzo scaffale a destra dell’armadietto del bagno. Ingoio la pasticca rapidamente e resto così, nel letto a occhi chiusi ma vigile, fino a quando poi riesco a entrare in un torpore prossimo al sonno.

Sento una voce maschile stridula invadere il mio sonno, non la distinguo da un sogno, ma riconosco che non arriva da dentro me stesso, ma dall’altra stanza. La voce di Lino Banfi. Sì, inconfondibile. Avrò lasciato lo schermo acceso. O forse è il pc. Ma devo alzarmi, pur barcollando. Ecco, la riproduzione automatica di youtube starà su un filmetto di Banfi, partita chissà come quando ho messo il pc in sleep mode. Lo schemo è nero, però. Si sente solo l’audio. Devo forzare lo spegnimento dell’apparecchio.

Di nuovo a letto. Lino Banfi. Chissà quale collegamento avrà trovato l’algoritmo di youtube per far partire quel video. Ma voglio dormire. Ho poche ore per il sonno e domani in aereo dovrò leggere il fascicolo del cliente che incontrerò alle undici. Ripasso mentalmente alcuni passaggi delicati che dovrò toccare nel corso del colloquio e il solo pensiero mi agita. Mentre cerco di ritrovarmi nel letto la voce querula di Banfi mi rimbomba ancora nelle orecchie. Mi fa sorridere, ma anche questo rischia di farmi perdere quel barlume di sonno che avevo acchiappato.

Tutto è a posto ora. Cerco di fare un veloce controllo girando mentalmente per le stanze ma preferisco lasciarmi crollare nel sonno.

La piastra. Ho lasciato la piastra accesa dopo avermi preparato il te. Cosa accadrebbe se lasciassi la piastra accesa tutta la notte? Un incendio provocato dal calore? Morirei carbonizzato mentre l’appartamento va a fuoco? Oppure il sensore si accorge del pentolino vuoto, potrei lasciar stare tutto e dormire queste cinque ore che mi restano senza alzarmi? Non so se ce la faccio ad alzarmi. Allora lascio perdere. Però sarebbe una fine da cretino. Vado a vedere. Arrivo in cucina dove credevo di trovarmi avviluppato dal calore. Invece no. Tutto come al solito e piastre spente. Accendo e rispengo. Tutto come al solito. Come ho fatto a sbagliarmi? Meglio così. Buttiamoci a letto.

Finalmente posso dormire senza altri pensieri. Ma come dormire? Non ci riesco. Stanchezza e ansia si impastano dentro di me e mi fiaccano senza portare sonno. Ho paura che arrivino altri pensieri, altre paure da smentire. Come il ferro da stiro. Che è sicuramente spento. Certamente spento. Indubbiamente spento. Assolutamente spento. Cerco di convincermi con la logica ma ho bisogno di una nuova fotografia della situazione per tranquillizzarmi. Un breve click. Mi alzo quasi fresco. Vado. Ecco, era spento, mi rigiro a controllare. Spento. Presa staccata e a terra, ferro sull’asse. Tutto pronto ma inoffensivo. Posso tornare a letto. Con gli occhi sopraffatti dal sonno, mi muovo come un sonnambulo verso il letto, tastando il muro, appoggiandomi ad esso, strisciandovi quasi, pregustando il momento in cui potrò tuffarmi nel letto. Un dolore lancinante allo stinco. Lancio un ululato sommesso. E mi lancio sul letto. Digrigno i denti. L’ultimo cassetto del comodino rimasto aperto da stamattina. Soffro, il cuore mi sobbalza, passando dal torpore al dolore. Nulla si è rotto ma il dolore persiste. Mi calmo a poco a poco. Il cuore si sfianca e sfuma i battiti. Forse la conseguenza di quest’ultimo sbalzo porterà il mio corpo spossato a distendersi. Mi stendo aspettando il sonno.

I vari trambusti hanno stimolato la vescica. Ma posso resistere. O no? Ce la faccio. Mi piscio nel letto. Lascio perdere. Mi sento perdere qualche goccia. Devo alzarmi. Ad occhi chiusi e tastoni arrivo in bagno, dove mi abbasso le mutande, mi appoggio al muro, mi libero. E sento schizzarmi sulle gambe il piscio che batte sulla tavoletta del cesso abbassata. Sono mortificato mentre mi accorgo che boxer, cosce, gambe, piedi, pedalini sono tutti impregnati del mio piscio cieco. Devo togliermi tutto e buttare nel cesto, mentre attorno alla tazza il piscio acido è schizzato torno torno. Apro solo adesso bene gli occhi, feriti dalla luce e dal puzzo. Mi viene da lacrimare, per la situazione e il bruciore che mi provocano la puzza e la luce. Prendo la carta igienica e pulisco il grosso così, quasi alla cieca. Entro nella doccia per sciacquarmi, mentre grazie al flusso dell’acqua completo l’opera di svuotamento, almeno al sicuro.

Nudo entro nel guardaroba, si aprono i cassetti dei pedalini e delle magliette da notte. Non il cassetto delle mutande. Non ho tempo per contrariarmi, ci penserò tra qualche ora. Indosso la maglietta e lascio perdere i pedalini. Torno a letto, con i piedi che ancora soffrono il freddo della doccia notturna. Questo freddo ai piedi non mi lascia dormire. Provo allora a sfregare le piante dei piedi con la coscia opposta, ma questo movimento mi fa svegliare del tutto e sento di aver perso di nuovo il sonno.

Mi metto di fianco, con gli occhi sbarrati a fissare il muro di fronte al letto. Cosa fare? Perché non rinunciare a dormire, chiamare un taxi e arrivare in netto anticipo all’aeroporto? Controllo l’ora, ma è ancora presto, appena l’una e un quarto. Arrivare tra quarantacinque minuti all’aeroporto significherebbe rischiare di trovarlo chiuso o ritrovarsi tra la fauna lugubre che cerca un giaciglio caldo sulle poltrone e negli anfratti più improbabili dello scalo.

Prendo il cellulare e con gli occhi socchiusi faccio partire una musica dall’impianto di diffusione stereo. Cerco qualcosa di rilassante e scelgo il canale ambient-meditazione. La musica si diffonde con battiti caldi ed è quello che ci vuole. Ora è la volta buona, posso anche provare a immaginare qualcosa di sereno per distendermi, tipo una spiaggia d’inverno, la luce cinerea e diffusa del cielo, la brezza del mare sul volto. Entro ora in uno stato di dormiveglia e sono disteso, davvero disteso, fino a perdere coscienza, spossato.

Il ritmo sincopato e stridulo della sveglia del cellulare si sovrappone alla musica morbida che ancora satura la stanza. Mi stupisco che debba già alzarmi e che il sonno sembri durato così poco. Al buio tasto il cellulare e faccio scivolare le dita sullo schermo per fermare il suono della sveglia. Voglio restare ancora sotto le lenzuola per qualche minuto perché davvero non mi sembra di aver dormito tre ore ma poi mi ricordo che avevo messo la sveglia davvero tardi, giusto il tempo per fare la doccia, rasarmi e andare all’aeroporto. Mi alzo di scatto per buttarmi sotto la doccia e controllo ansioso il cellulare: l’una e quarantasei. Credo di aver letto male. Ficco bene gli occhi trafitti dalla luminosità dello schermo e vedo ancora 01:47. Sono certo di aver fissato la sveglia tra tre ore. Che trucco è questo, come è possibile che la sveglia si sia spostata indietro da sola? Mi lascio andare sul divano e resto con la testa tra le mani, prostrato dalla stanchezza e dalla situazione. Gli oggetti e la tecnologia sono contro di me stanotte. Vogliono farmi esasperare ma non glielo consentirò. Cerco di mantenere la calma: avrò cambiato la sveglia mentre cercavo il canale musicale, ma mi sembra davvero impossibile. Non so cosa pensare se non che sono le due meno cinque e io non so più cosa fare: meno di tre ore e dovrei svegliarmi ma ancora non ho dormito, se non meno di quindici minuti. Non so cosa fare e sono travolto dalla stanchezza e dall’incertezza. Mi viene un gesto di rabbia e lancio la pantofola contro lo schermo gigante, che risponde con un friggìo sommesso e ripetuto, segno che un danno di certo glielo ho procurato, bastardo. Non ho tempo ora di pensare al danno e a quanto sia rimediabile. Mi arrabbio con me stesso anche per questa stupidaggine.

Sono oramai troppo agitato. Non ho più sonno ma solo una spossatezza diffusa che mi porta a essere inquieto per la privazione di sonno. Mi aggiro per l’appartamento in cerca di una soluzione o almeno per sbollire la rabbia. Cerco di cambiare il canale musicale in qualcosa di meno monotono, ma non trovo nulla che in questo momento si allinei con il mio stato d’animo, anche perché non so descrivere il mio stato d’animo. Spengo la musica. Silenzio. Butto sul divano il cellulare. Mi rendo conto di non riuscire a pensare a nulla. Riparte di nuovo la musica. Come è possibile? Salto a prendere il cellulare e e vado sulla app: risulta stoppata. Ma la musica c’è, la sento benissimo. Oppure sto immaginando? No, non la immagino: riconosco questa musica, l’avrò ascoltata anche molte volte, sarà Moby o qualcosa di simile. Come faccio a staccarla? Riprendo il cellulare, faccio ripartire l’applicazione e immediatamente la chiudo. La musica continua. Faccio ripartire e spengo. La musica continua. Lancio un urlo di rabbia. No, adesso spengo il cellulare. Ecco. La musica continua. Non so cosa fare e mi viene voglia di lanciare il cellulare contro il primo amplificatore che individuo ma so che sarebbe inutile e dannoso. Mi stendo sul divano cercando di eliminare dalle mie facoltà il senso dell’udito. Mi accorgo di essere tutto sudato e che l’impianto di condizionamento non si è spento in automatico. Sono svuotato, devo abbandonare questa casa al più presto.

Sono le due e mezza e oramai sono rassegnato a non dormire più. Vale solo la pena prepararsi al meglio alla trasferta. La prima cosa da fare è una bella doccia. Butto la maglietta impregnata di sudore nel vano lavatrice e mi chiudo nel loculo trasparente della doccia. Flussi verticali e laterali di acqua ghiacciata schizzano sulla mia pelle come una tortura. Fuggo dalla doccia cercando l’accappatoio. Come è possibile? La doccia è costantemente sui 36 gradi, come è sempre stata, regolata dal termostato interno del sistema idromassaggio. Non posso crederci e controllo il termostato digitale. Segna regolarmente 36°. Forse è semplicemente la mia agitazione. Riavvio i flussi d’acqua e aspetto trenta secondi all’esterno della doccia nel caso vi fosse un problema con la miscelazione dell’acqua. Riapro la porta della bussola solo per essere inondato dalla stessa acqua fredda di prima.

Rabbia. C’è qualcosa di folle in tutta questa notte. Dovrò rinunciare alla doccia e arrangiarmi con l’acqua del rubinetto. Passo le mani sotto la fotocellula. L’acqua non viene giù. Ripasso, tengo fermo le mani, le alzo e riabbasso di pochi centimetri. L’acqua non viene giù. Non posso, non posso, non posso uscire e andare a un appuntamento di lavoro all’estero senza essermi lavato. Mi inginocchio sul pavimento del bagno. L’unica soluzione è la doccia fredda.

Provo replicare una doccia a un quarto del tempo usuale, con movimenti concitati e ridicoli, ululando sotto gli scrosci di acqua gelata. Ma il moto e il freddo mi svegliano, e mi sento quasi lucido dopo aver indossato l’asciugamani. Sento freddo, certo, ma almeno non ho più quello stordimento che mi aveva preso prima. Mi dedico alla barba. Il rasoio digitale non funziona. Ma oramai non mi irrito più, do quasi per scontato che questa è la notte della rivolta degli oggetti, che l’appartamento è diventato quasi un luogo ostile o almeno non più funzionale alla mia vita. Tra poco uscirò e finiranno gli inconvenienti di questa notte. Poi all’aeroporto, nel bagno del lounge, potrò sempre provare a farmi una barba con le vecchie lamette usa e getta. Il salone è gelido dato che la lieve frescura del condizionatore dopo cinque ore si è trasformata in un gelo quasi solido per il mio corpo ancora umido. Attraverso lo spazio correndo verso la cabina guardaroba dove lo schermo mi indica i completi, le camicie e le cravatte disponibili e abbinabili e la loro collocazione negli armadi. La mia urgenza è vestirmi e scelgo la prima combinazione proposta senza nemmeno ragionarci. Sento una puzza e mi accorgo che il completo è impregnato dell’impasto semigassoso di fumo di griglia, unto, arredamento storico e sudore obeso del locale tradizionale dove mi ha voluto trascinare il cliente l’altro ieri sera. La tipa delle pulizie non lo ha inserito tra le cose da lavare. Come faccio ora? Non voglio svestirmi di nuovo ma devo. Prendo il secondo completo proposto dallo schermo, anche se poi mi accorgo che il principe di galles mal si abbina alla camicia a quadrettini che ho già indossato. Ma ora non voglio cambiare ancora. Non sarà un dramma, spero che il cliente non sia fissato con lo stile e l’abbigliamento.

Sono oramai quasi pronto. “Controllo prima di uscire”. “Controllo prima di uscire”, ripeto più lentamente avvicinando alle labbra il microfono dello smartphone. Nessuno mi risponde. La usuale voce femminile ed elegante è sparita. Devo trovare da me il passaporto, i documenti e le chiavi elettroniche. Trovo la tessera subito, poggiata sul mobiletto all’ingresso. I documenti saranno nel trolley pronto all’ingresso. Controllo: nulla. Perché questa volta anche la donna delle pulizie mi tradisce?

Dove si troveranno? Devo cercare nello studiolo, sulla scrivania nel salone oramai sotto zero, sul tavolinetto in cucina. Non li trovo. Le tre e mezza. Già. E io che credevo che sarei uscito dall’appartamento molto prima del previsto. Dove stanno i documenti? Giro e rigiro per le stanze, scansendo ogni posto e la mia memoria al contempo. Mi viene un’illuminazione. Posso recuperarli dal cloud e stamparli nel lounge dell’aeroporto, se avrò dieci minuti. Ma meglio così.

Ora il passaporto. Che ovviamente non si trova nel solito cassetto. Dove cercarlo? Inizio questa volta metodicamente, dalla stanza da letto, nel cassetto dove spesso lo ripongo le rare settimane che non viaggio. Nel primo cassetto sul lato sinistro, dentro la busta bianca: non c’è. Allora vedo sul lato sinistro del cassetto: no. Allora inizio a scavare nell’affastellato disordine di buste, bustine, depliant, estratti conto, bollette, foglietti e altre carte ora inutili e urticanti. Prendo l’ammasso di carte e cerco di tastarlo per individuare lo spessore rettangolare del passaporto. Mi sembra di individuarlo invece è una tesserina scaduta di qualche supermercato. Passo al cassetto numero due, destinato ad accogliere fascicoli e documenti personali. Sfoglio a uno a uno i fascicoli, sperando che il passaporto si sia incuneato tra essi. Ripeto l’operazione per scrupolo: nulla. Passo al terzo cassetto: libri e depliant. Spingo questi oggetti di lato e in fondo per sperare di individuare il colore mattone che cerco. Passo al quarto cassetto: vuoto.

Ritorno al primo cassetto: qui deve stare. Ricontrollo tutto con un tentativo di calma. Nulla. Che ora è? Lo schermo mi dice 04:03. Ho quaranta minuti. Posso e devo mantenere la calma. Ritorno in questi cassetti, li guardo. E poi penso che deve stare altrove. Mi avventuro nel salone dove la temperatura è gelida ma almeno ora sono vestito. Il tavolinetto. Il divano. La vetrinetta. Lo scrittoio. Scansiono gli spazi senza vedere questo rettangolo marrone. In cucina allora. Controllo il pianale dove a volte, stanco, lo lascio prima di mettermi a mangiare qualcosa di freddo. Non c’è. Il tavolo grande della cucina. Non c’è. Vado all’ingresso. Lo svuotatasche. Vuoto. Ecco, mi viene un’idea: lo avrò lasciato in qualche completo. Corro nella cabina guardaroba dove lo schermo mi dice che sono le 04:23. Ho ventidue minuti e devo rimanere calmo. Inizio a tastare, prima con metodo e poi freneticamente tutti i completi, tutti i pantaloni. Nulla.

Mi rivolgo al cassetto di prima. Prendo tutti gli strati di carte, li sollevo e li sbatto sul pavimento. Inizio a cercare a carponi tra questo tappeto di carte. Non c’è. Le 04:39. Sono tutto sudato, di nuovo. Torno in salone anche per avere un po’ di aria fresca, visto che inizia a mancarmi il respiro. Cosa fare? Ho ancora sei minuti prima che arrivi il taxi. Mi metto a cercare sotto il divano, sotto le sedie, sotto qualsiasi posto che possa nascondere un rettangolo di mezzo centimetro di spessore. Non lo trovo. Il taxi è arrivato, di certo, anche se la voce guida è ancora muta. Perderò l’aereo, perderò l’appuntamento, perderò il lavoro, perderò tutto. Al pensiero mi scatta dentro una rabbia definitiva. Prendo la prima sedia e inizio a spaccarla sul pavimento. Una seconda. Spingo il divano al centro e lo prendo a calci. Svello il maxi schermo dai portanti e lo sbatto sul pavimento. I cristalli sbriciolati mi piagano le mani e schizzano sul volto, sento rivoli di sangue sul volto e la vista che si annebbia. E allora non è finita. Prendo un’altra sedia e la lancio contro la vetrata. Lo scroscio dei vetri è fragoroso e duraturo. Non mi basta. Un’altra sedia deve distruggere il maledetto condizionatore che mi ha congelato il cervello. Sbang. Sbang. Non si ferma al primo colpo ma al secondo sì. E adesso ancora. Le lampade da terra del salone. Eccole, la mia nuova arma contro questo appartamento traditore. Mi metto a ruotare la prima. Voglio vedere cosa colpire. Ecco, il pc. Voglio vedere che effetto. Prac. Il pc si rabbuia. Tutto qua? Nessuna scintilla? Ma io voglio vedere di più. Anzi, inizio a non vederci. I cristalli negli occhi mi bruciano. Sono cieco. Trovo la lampada e la voglio spaccare contro il muro. Ecco. NO.

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Un immobile caos accolse chi entrò nell’appartamento dopo aver forzato la porta elettronica con l’aiuto di un tecnico.

Che disastro immane ha combinato? Chi è questo pazzo?”, chiese il sovrintendente capo

Un manager di livello internazionale. La sua società ne ha denunciato la scomparsa quattro giorni fa. I vicini non lo vedevano mai e non sapevano chi fosse. Abbiamo verificato il nome dal passaporto trovato sul pavimento”, rispose l’agente scelto.

Fumo

Narrazioni

Fumo

Sono le 4.02 del 14 febbraio 2016. Filamenti grigi e spesse volute di fumo si sovrappongono e si dissolvono sullo schermo del portatile dove stai guardando per la tredicesima volta l’azione letale. In ogni passaggio dei sessanta secondi precedenti hai preso nota di tutti gli errori, fino a quello finale, irrevocabile.

Hai riempito pagine di appunti e la stanchezza non ti fa venire in mente altre idee o correzioni.

Resti a guardare ipnotizzato l’azione, in un certo senso quasi contento di poter vedere e rivedere i sessanta secondi che ti hanno cambiato la vita. A pochi capita questa fortuna: non solo essere consapevoli di vivere una curva della propria vita, ma anche di poterla rivedere al computer quante volte si vuole.

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Una deviazione. Solo pochi centimetri. Sbaglia chi si illude che la vita sia fatta di scelte. Invece è fatta di deviazioni infinitesimali, di cui spesso neanche ci accorgiamo.

 

Hai perso lo scudetto. Potevi fare l’impresa al primo anno. Saresti entrato nella mitologia di Napoli e nella storia del calcio. Eppure, ogni volta che sei vicino alla meta il destino ti si ritrae, ti rigetta indietro come un’onda spezzata nella corrente di risacca.

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Io non accuso niente e nessuno, perché il destino, a differenza di mio padre, me lo son potuto scegliere, e ne ho pagato tutte le conseguenze.

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C’è sempre stato uno iato tra te e il mondo. La stessa distanza, la stessa differenza di prospettive che hai sentito attorno a te come un peso, un’irrisione, uno scuotere il capo quando hai abbandonato un posto da dirigente di banca e una carriera con le migliori prospettive per andare a perderti in campi di provincia, tra ragazzi talentuosi ma svogliati, volenterosi ma senza talento, possenti ma tonti, tutti già naufragati nelle serie minori per pigrizia, supponenza o sfiga. Ragazzotti che raramente capivano tanto accanimento per uno schema da calcio d’angolo sbagliato o tanta ostinazione nel correggere un movimento errato in difesa, che non riuscivano a capire perché stare tanto corti, in campionati dove il lancio da quaranta metri era una ovvia necessità.

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Mister, siamo al Tegoleto, non al Real Madrid”, disse Tonioni, uno che sapeva davvero come si gioca ma non gliene fregava un cazzo di migliorarsi. Davvero bravo, Tonioni, ma non riuscivo a capire le sue provocazioni e il suo menefreghismo. Il padre si arrangiava a fare il cameriere nel bar di via Roma a Badia al Pino. E glielo dissi chissà quante volte: “Guarda che hai piedi buoni e cervello, il calcio ti può dare una possibilità. Impegnati”. “Mister, chi parte da dietro non arriva davanti”. E con quella frase discorso finito, la sua irridenza da ventenne già deluso.

E lì forse pensai che se Tonioni a vent’anni aveva già mollato, io, a quarant’anni compiuti, dovevo provarci per non avere più rammarichi.

Ma chi ero io? Un povero illuso, un toscanaccio testardo o avevo qualche qualità? Vedevo le disposizioni banali delle squadre che affrontavamo con la Sansovino e mi dicevo che rispetto ad allenatori rinomati, che da giocatori avevano vinto coppe e campionati, da meno proprio non lo ero. Che cosa era la mia? la presunzione del dilettante? Sapevo che solo in un modo avrei potuto capirlo.

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Quante volte a svegliarti di soprassalto in piena notte, per pensare a un movimento e soprattutto per pensare a come stavi sprecando la tua vita tra Londra e Lussemburgo.

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Vita del cazzo tra tavoli di mogano e poltrone di pelle nera. E mentre si negoziava sul mercato interbancario, io pensavo che con il Foiano avrei dovuto spostare di dieci metri indietro Meacci.

Dovevo decidermi.

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Ma cosa hai? La tua carriera va a gonfie vele, ti mandano a Londra, in Germania, in Lussemburgo, abbiamo già quasi finito di pagare il mutuo, puoi seguire la tua passione senza preoccupazioni, nessuno te lo nega. Perché vuoi mandare tutto al diavolo? Io davvero non capisco. Passare dalla serie A delle banche ai calciatori dilettanti di campagna? Con quali obiettivi? Per fare contenti quattro tifosi che alla terza sconfitta consecutiva ti insulteranno? Per seguire dei ragazzi senza futuro? Io non capisco ma se vuoi farlo ti starò vicina, non posso continuare a vederti la notte così agitato e di giorno così malinconico.

Una moglie può accettare di rinunciare alle certezze della mezza età solo davanti a due fatti: una grande passione o una grande sofferenza. Hai sofferto tu ma ha sofferto anche lei, prima e dopo la tua nuova vita da allenatore. E ti senti in debito con lei, per tutte le delusioni di questi anni che lei ha sopportato perché aveva capito che la tua passione era tutto per te, e avresti magari rinunciato a lei piuttosto che al calcio. Sei passato dalle trasferte a Londra, Lussemburgo, Francoforte alle stagioni a Verona, Pescara, Alessandria.

Quante volte hai pensato alla carriera che hai lasciato in banca, stipendio ottimo e sicuro a fine mese, viaggi in business class, bonus ogni trimestre, mutui a tassi agevolati. Evitavi di risentire i vecchi colleghi, ora strapagati, per non farti rodere dall’invidia e da quel dubbio di fallimento che ti ha accompagnato fino a qualche anno fa, fino a quando non hanno iniziato ad accorgersi di te.

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Non me ne frega un cazzo di fare i soldi leccando il culo a qualche presidente di qualche cazzo di cassa di risparmio, facendomi massone o truffando i pensionati che hanno fatto per tutta la vita un lavoro di merda. Ho detto vaffanculo a questo mondo quando potevo ottenere più di tutti.

Perché vedere un movimento messo in pratica come l’ho immaginato, pensare a un ragazzo che ogni giorno si fa 50 chilometri in auto all’andata e al ritorno per venire all’allenamento per poi vedersi rimborsata la benzina dopo tre mesi, credere che dopo una vittoria un tifoso felice si sveglierà l’indomani alle 5 per andare al lavoro in officina meno abbruttito, sono le soddisfazioni che davvero cercavo.

Io quella vita del cazzo, imbellettata, riunioni su riunioni in giro d’Europa, non la sopportavo. Vi siete mai chiesti perché porto la tuta? Sai per quanti anni ho portato elegantemente completi e cravatte a tono? E adesso solo perché vado in campo in tuta mi prendono per cafone? Quando giravo per Londra vestito di tutto punto i Mancini ancora non andavano oltre le camicie hawaiane.

E ancora oggi, dopo anni di carriera e anche di riconoscimenti c’è ancora qualche giornalista imbecille che rivanga la storia del bancario. Non so perché non hanno niente di meglio da scrivere o perché vorrebbero farmi passare per dilettante. Io il calcio l’ho studiato come pochi. L’ho inseguito con la testardaggine di chi non era destinato ad esso, come un amore adolescenziale che riconquisti nella maturità e ti fà risentire ragazzino. Ho pagato più di tutti per vivere nel calcio, e non me ne pento.

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Attorno ai quarant’anni arriva l’ultima chiamata per cercare se stessi. Abbiamo passato anni a fare esperienze e disperdere energie per capire cosa volevamo dalla vita, ma la maggioranza delle persone, arrivate a quel punto, si rifugia nelle convenienze, nelle paure, nei vincoli, nel pudore di mostrarsi irrazionali o infantili per inseguire le aspirazioni dell’adolescenza. Accettano di passare il resto dei giorni popolati da rammarichi piuttosto che rischiare. Pochissimi decidono un ultimo volo, dopo magari aver raggiunto anche risultati significativi in lavori che non suscitano in loro entusiasmo o gratificazione.

Si sceglie di darsi all’arte, al volontariato, aprire un’azienda, cambiare città o paese. Diventare allenatore. Il più delle volte il troppo tempo passato a fare altro lo sconti con pressappochismo, superficialità, dilettantismo, fallimenti. L’unica alternativa per recuperare il tempo perso è applicarsi costantemente e avere la personalità per non mollare quando arrivano le difficoltà, quando ti accorgi di aver sbagliato, quando ti ritrovi a dare un senso a scelte che nessuno capisce attorno a te.

Avrei fatto questo lavoro anche gratis ma la mia ambizione era riuscire a farmi pagare per la mia passione. Tutto è vero. In questo posso dire di avere avuto successo. Quello che non dico è che voglio vincere. Non mi interessa solo giocare. Non passo intere giornate tra computer e campo per perdere le partite con un gol di culo all’88esimo.

Zaza un gol così pesante in carriera non lo segnerà mai più. E te lo posso spiegare sulla base di argomentazioni tecniche e tattiche. Ha un buon sinistro e una buona tenuta atletica ma non è capace di leggere tatticamente la gara. Non è un attaccante attorno al quale puoi costruire un progetto di squadra. Eppure stasera ha catalizzato tutti gli errori dei miei. Koulibaly non lo ha anticipato e ha fatto una delle rare cazzate di quest’anno. Mertens non doveva sbagliare il passaggio, ha regalato la palla al limite. Jorginho non ha contrato con efficacia Cuadrado. Hisaj non doveva far toccare di testa Alex Sandro. Ed Evra era solo e ha avuto tutto il tempo per passare a Zaza, che ha avuto tutto il tempo per aggiustarsi il pallone e preparare il tiro deviato da Albiol. Quando si dice il gioco di squadra…

Aspettavo Higuain stanotte. Sarebbe stato il trionfo. Suo e mio. Il frutto di mesi di lavoro a lavorare sui movimenti, sul fisico, sulla disciplina, sull’orgoglio, sulla testa, sul senso di appartenenza di questo ragazzo.

Lo ricordo a Dimaro. Un ragazzo infragilito dalle delusioni, reso insicuro dei suoi mezzi, frustrato dal ricominciare un’altra stagione in una società mediocre, con uno stadio sgarrupato e compagni di squadra che non capiscono e non sopportano più le sue sfuriate. E in più un allenatore nuovo, non celebrato come il precedente e ingaggiato perché poco costoso, che a 57 anni non aveva mai fatto una coppa europea.

Ero entusiasta dal poter allenare un giocatore come lui, capace di aprire gli spazi, di spiazzare gli avversari con le finte, la palla o la semplice intelligenza, di cambiare in un momento la posizione per ricevere al meglio la palla, di costruirsi le occasioni da gol in maniera assolutamente imprevedibile. Ammiravo la sua ossessione per il gol, la sua visione di gioco senza palla, la sua capacità di relazionarsi sulla direttrice tra sé e la porta quasi sempre in maniera ottimale. La sua forza. Inespressa. Per questo c’ero io.

Come avrei fatto a convincere questo ragazzo a seguirmi?

Questo forse è il mio capolavoro, perché alla fine se sei un campione o sei un giocatore di provincia certe paure sono sempre le stesse, anche se cambia la categoria.

Rassicurarlo. “Tu sei tra i più forti giocatori al mondo. Non fare confronti con Cristiano Ronaldo o con Benzema: quello è il passato. Tu devi solo dimostrare di essere forte quanto sei davvero”.

Stima e fiducia. “Per me è un’onore allenarti. Ti dimostrerò che posso migliorarti”

Proteggerlo da se stesso. “Non devi pensare a dove ti trovi adesso nella tua carriera, non devi fare paragoni che ti deprimerebbero. Impegnati, non lasciarti andare, non esagerare con le uscite, non voglio vederti con la pancetta quest’anno”.

Motivarlo toccandolo nell’orgoglio. “Tu sei tra i primi cinque attaccanti ma devi dimostrarmelo”

(E fargli capire che non sono succube):“Tu sprechi troppe energie mentali nel corso della partita. Scarichi la tensione sui compagni ma spesso sei tu troppo lontano dalla loro linea, non partecipi all’azione e non prendi la palla quante volte vorresti. Ti muovi troppo sulla verticale e devi attaccare di più la profondità. E poi troppa ansia di metterla dentro ti fa crescere l’insicurezza e così rischi di commettere errori. Hai 95 minuti per metterla dentro”.

Non so quale di queste frasi lo colpì, e non so nemmeno se fosse una di queste o un’altra. Ma che importa oramai? Lui è capocannoniere, eravamo in vetta alla classifica ma abbiamo perso. Illuderemo per un po’ i tifosi dicendo che ancora tutto è possibile, li tranquillizzeremo continuando a dire che avevamo e abbiamo altri obiettivi ma in realtà stasera abbiamo capito di aver perso, di poter solo accettare per il resto del campionato questo stato di cose e di doverci accontentare di qualche soddisfazione che verrà. Fine corsa. Il tempo delle grandi ambizioni è finito. Prima lo accetteremo e prima potremmo ricominciare a giocare con dignità.

 

Maurizio, è tardi, stacca e vieni a dormire qualche ora”

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Voglio star da solo e accendermi ancora una sigaretta. Sarebbe bello perdersi nel fumo qualche volta. Tu fumi e a un certo punto diventi un filino che ascende, che poi si attorciglia e prende la forma di una medusa che galleggia a metà tra te e il soffitto. Poi si sfilaccia, cerca di trasmutarsi in un altro essere, serpente o verme, o in qualcosa che c’è ma che non riesci a intuire, perché prima della fine tutto è più indistinto. Quando sono agitato espiro un intero zoo di fumo, e non solo animali ma figure geometriche, nebbie, nuvole, correnti, venti. Ti aiutano a ripulire la mente, a pensare alle cose con più lucidità proprio perché sono mascherate dal fumo, a distaccarti dalla realtà.

Dovrei staccare e andare a dormire, non ha torto. Ma il sonno sono ore sottratte al calcio e i miei sogni sono fatti di schemi, di cross, di azioni e di gol che faremo. Vorrei parlare per ore di tattica e di posizioni in campo, di preparazione psicoatletica dell’incontro e di rifinitura dei movimenti in sincrono dei reparti, di schemi su palla inattiva e di analisi statistiche degli incontri, ma in conferenza stampa il coglione che mi ricorda la mia vita precedente me lo ritrovo sempre. Così come il mestiere di mio padre operaio: conosco decine di calciatori e di colleghi che vengono da famiglie umili. Ma solo nel mio caso mettono in ballo mio padre.

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Come quando mi buttarono nel fosso. Avevo osato troppo. Andare contro gli ordini. Dar noia al grande Coppi. Pretendere il mio spazio, la mia dignità e anche un pochetto di gloria, dai. La lezione la capii fin troppo bene e rinunciai ad ogni ambizione. Dopo poco smisi di correre. Rientrai nei ranghi di chi doveva rimanere dietro, nella vita e nello sport. Avevo una moglie. Non potevamo mangiarci i raggi della bicicletta a cena.

Il mio orgoglio era vederti vestito di tutto punto per andare a lavorare in banca e per le trasferte all’estero.

Il figlio di operaio ora dirigente di banca. Lo sport è solo per salute e divertimento. Lo sport non è per noi classe operaia, anche se ci ho creduto, ci ho provato e mi son ritrovato nel fosso. Tu hai un lavoro pulito, sei avviato a una grande carriera, e non avrai problemi economici. Non sai quanto sono orgoglioso.

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Papà, meno male che non hai visto gli esoneri di questi anni. Il Perugia, l’Avellino, il Sorrento. Ero perso, perché non ammetterlo. Posso capire come si sentono gli esodati, gettati in un limbo in mezzo ai cinquant’anni, quando la pensione è un incubo e ripartire è utopia. Cinque anni fa mi sono sentito un esodato del calcio. Non un fallito, quello mai, ma proprio un esodato, uno che ha competenze, capacità, energia ma viene considerato di troppo da qualcuno che prende decisioni senza cognizione. Ho avuto mesi, anni, per domandarmi quali fossero le scelte sbagliate dopo gli anni ruggenti alla Sansovino, dove e perché mi ero arenato. Non avevo mai smesso di studiare. Sapevo lavorare e pianificare le partite meglio di dieci anni prima. Ero diventato anche conosciuto e stimato da chi di calcio davvero ne capisce. Avevo sviluppato soluzioni innovative dal punto di vista tattico. Cosa mi mancava? Solo una questione di culo?

I miei schemi non erano di facile comprensione, ci voleva pazienza per vedere arrivare i risultati e nel frattempo i presidenti temevano la retrocessione. Ma non potevo cambiare il mio approccio. Le rose erano spesso mediocri, ragazzi anche con bei numeri ma oramai più interessati a fare gli idoli di provincia e a trombare ragazzine che a comprendere certi movimenti di reparto. E non potevo fare la campagna acquisti. Arrivavo spesso a metà campionato. Ma questo succedeva anche ad altri colleghi. Non ne imbroccavo più una.

Cosa mi mancava?

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Vedi Maurizio, tu sarai anche un genio della panchina, ma quanto a diplomazia vali zero. Ma ci vuoi far rovinare da Tavecchio dicendo quelle cose in diretta alla Domenica Sportiva? Ma ti rendi conto che basta qualche arbitraggio contro per rovinare quanto di buono hai fatto, anzi, abbiamo fatto, se mi permetti, perché non credere di essere l’unico artefice del “miracolo Sansovino”. Se pensi davvero di essere libero di poter dire tutto quello che ti passa per la testa solo perché ha raggiunto qualche risultato in serie C2 non hai capito nulla di come si fa davvero carriera. Sei libero solo finquando non conti un cazzo, e solo in alcune situazioni.

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Non avevo capito niente. Ci ho pensato molte volte in questi anni. Cardini mi stima, mi vuole bene e mi voleva aiutare anche in quella occasione. Ma io ho sempre preteso il lusso di sentirmi libero di fare le scelte e di dire quello che volevo.

Il fatto è che non riesco ad essere paraculo. In un paese di paraculi e ipocriti questo non è solo un handicap, è una condanna.

Credi che io non abbia pensato tante volte “dove sono finito”, “chi me lo ha fatto fare?”, ma per uscire da una situazione di merda, per risolvere i dubbi, l’unica soluzione che conoscevo era quella di lavorare, impegnarsi e dimostrare che si merita altro.

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Hai fatto le tue cazzate, lo sai, non si tratta solo di essere paraculi o no. Hai sempre pensato che la scelta di lasciare la banca, quell’enorme atto di libertà e di follia, ti liberasse da ogni altra costrizione nel fare quanto amavi fare. E invece sbagli. Più ambizione hai e più sarai condizionato da essa. Ti conosco, tu non passi le giornate e le notti a pensare solo al calcio per non avere l’ambizione di arrivare a qualcosa di importante.

Le serate passate a fare i bischeri come ragazzini, a tirar tardi a parlare di calcio, politica e figa, quelle non me le dimentico e avremo sempre tempo di ritrovarle. Serate in cui sparisce l’ansia del futuro, ci siamo noi e le nostre passioni, lo stare bene assieme tra una chiacchiera e una battuta, senza dover fingere nulla. Questo è il bello della provincia, del dilettantismo come vocazione e non come rinuncia. Ma tu sei sprecato, lo sai. Non accetti compromessi e sudditanze e poi ti maceri con i rammarichi perché sei un rosicone.

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Di cosa mi parli? Di partite rubate o vendute per un tozzo di pane? Di diesse che non capiscono un cazzo, che si vendono le partite e che si fanno pagare le mazzette sui trasferimenti estero su estero? Di gente che vorrebbero giustificare a me queste operazioni via Isole Vergini prendendomi per grullo o pretendere di fare finta che non capisco le loro manovre?

Vuoi sapere la verità? Ti parlo anche di questo, suvvia, non siamo ragazzini. Tu non ti farai cambiare dal sistema ma sei troppo intelligente per pensare di cambiarlo, soprattutto alla tua età. Un contesto dove ancora crederanno in te lo troverai ma devi capire che la libertà cui tenevi a vent’anni, la libertà che ti ha fatto fare certe scelte a quarant’anni, quella libertà si ridurrà ogni anno di più e devi accettare certe condizioni se vuoi provare a toglierti le soddisfazioni che meriti.

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Sì, ho cinquatasette anni. Cinquantasette, oramai quasi più delle sigarette che fumo ogni giorno. Alla mia età Sacchi si era già ritirato pieno di trofei e miliardi. Io sto ancora qui, ad inseguire successi, gratificazioni, riconoscimenti, a cercare di recuperare il tempo che ho perduto quando non ho saputo inseguire il mio sogno.

Chi guarda dall’esterno la mia vita vede la favola, vede la follia, vede la meticolosità che porta ai risultati.

Io stasera vedo solo il fallimento.

E va bene, siamo di quelli che perdono. Ma siamo anche quelli che vincono ogni volta che trovano il coraggio almeno per provarci. Io stanotte ho perso. Ma per questo non rinuncio a credere di meritare di vincere.

Un algoritmo ci seppellirà?

Algoritmi

Un algoritmo ci seppellirà?

(Questo testo è stato già pubblicato su Digidig.it)

Uno spettro si aggira per il web: lo spettro dell’algoritmo!

La sterlina crolla per qualche secondo? Forse è stato un errore umano, ma fa più clamore evidenziare che, forse, la colpa è di un non ben specificato e impersonale algoritmo.

La cosiddetta “Buona Scuola” è accusata di aver determinato esodi di docenti di portata addirittura biblica?  Le scelte sono state fatte da un algoritmo, quindi prendetevela con lui, se riuscite a trovarlo.

Se invece siete algoritmicamente licenziosi potreste applicare l’algoritmo del pene elaborato da Le Iene e verificare se il risultato corrisponde alle misure effettive (senza barare però) in questo nuovo sistema metrico genitale.

Visto che per essere notati bisogna usare le parole del momento, anche l’ottuagenario Rino Formica, in una recente intervista dove critica apertamente Matteo Renzi, ci rivela che “Non prendiamo atto di una realtà: quella di essere governati in ultima istanza da un’algoritmo”. Le ultime cinque parole erano linkate e quindi vi ho cliccato per capire finalmente chi o cos’è questo famigerato algoritmo: mi son ritrovato su una pagina dello stessa testata dal titolo “Goldman Sachs e Renzi preparano l’arrivo della troika”. Quindi una bella confusione: quelle dinamiche che non si capiscono proprio bene e che fino a dodici-diciotto mesi fa venivano attribuite senza dubbio alla malefica finanza globale, ora vengono attribuite alla forza dell’inquietante Algoritmo. Un indefesso complottista potrebbe teorizzare dunque che i soliti banchieri e massoni adesso si chiamano tra loro algoritmi. A quando G.A.D.U. verrà interpretato come Grande Algoritmo Dell’Universo?

Ecco dunque la parola del momento: l’algoritmo, pronto per ogni spiegazione, che fa entrare nelle pagine importanti di ogni testata, apre le porte delle conversazioni suppostamente intelligenti, fa sentire contemporanei e aggiornati, con un tono anche un po’ esoterico o almeno da esperto, ché ci dà un tono in più. Facile il rischio che un concetto relativamente semplice, ma dalle applicazioni infinite e anche estremamente complesse e pervasive, finisca per essere banalizzato da semplificazioni giornalistiche e dal sentito dire delle chiacchiere in società.

Algoritmi tra tecnica e ideologia

In questo senso vi è poi un’altra tendenza, soprattutto di una certa sinistra, a sostituire oggi la tradizionale parola capitale con la parola algoritmo, creando un feticcio intellettuale opaco e concettualemente inutile.  Insomma, una classica reificazione, come mette in guardia Tarleton Gillespie, dalle maglie talmente larghe da farci stare tutto e senza trattenere niente. Come quando Karl Popper, nella Vienna degli anni Trenta, notava come i marxisti riuscissero a spiegare tutto con la loro teoria, dalle crisi economiche ai cambiamenti di costume. Proprio lì Popper iniziò ad elaborare la sua teoria della falsificabilità dei postulati scientifici.  Dopotutto è sempre più facile riverniciare il proprio vocabolario che dotarsi di concetti nuovi per comprendere le trasformazioni che ci attraversano.

Il punto sta tutto qua: o algoritmo è la buzzword del momento, destinata a tramontare non appena ne arriverà un’altra, oppure esso è il termine che indica la trasformazione radicale dei processi di vita, di pensiero e di relazione che è in corso, e allora non basta citare gli algoritmi, ma bisognebbe studiarli, non dico saperli scrivere, ma almeno saper leggere quelli pubblici per capirne le loro implicazioni.

Eppure, quanti tra coloro che parlano e scrivono di algoritmi saprebbero almeno interpretarli in versione formalizzata, ovvero come essi effettivamente funzionano? E alla fin fine, se non sai leggerli come puoi ambire a negoziarli? Chiunque si occupa di coding sa che ogni comando ha senso solo se applicato a un dataset. Ovunque oggi si ragiona di algoritmi e molto meno di dati. Mi sa che i discorsi sui dati, elemento cardine della nostra epoca, hanno giornalisticamente già stufato, ma, come vedremo alla fine di questo testo, dalla loro tutela potrebbero nascere nuove modalità di fruizione del web.

digital-saladUn algoritmo, nella sua declinazione meno formalizzata, non è che un insieme di istruzioni. Una ricetta può essere considerata un algoritmo. Il consiglio classico dei ricettari che invita ad aggiungere sale se all’assaggio l’impasto è sciapito sarebbe in informatica un tipico comando IF o condizionale. Le indicazioni per preparare un’insalata primavera possono essere intuitivamente assimilabili a quelle per trovare soluzioni e risposte attingendo da più repository di dati. In questo senso un’insalata primavera con quattro uova sode, quattro piselli e due foglie di lattuga non può più chiamarsi insalata primavera, così come un sistema algoritmico complesso non riesce più a restituire risposte e soluzioni pregnanti se non utilizza e incrocia grandi volumi di dati quanto più diversificati e calibrati per ampiezza e profondità. La necessità di utilizzare sempre più dati per far sì che i suoi risultati siano pregnanti porta Google oggi a utilizzare oltre 200 signals, che i suoi algoritmi analizzano per restituire risposte che tanti, ingenuamente, considerano definitive. Per concludere con la similitudine, immaginate di avere sotto casa un negozio di insalate denominato “Big G” che offre oltre 200 prodotti liberamente miscelabili, dalla classica lattughina ai più esotici grani di melograno o di papavero e a tantissime spezie: di fronte a tale abbondanza ci metteremmo tantissimo per decidere, paralizzati dalle tantissime opzioni disponibili. Poi, per fortuna (?), interverrebbe l’operatore che, sulla base della sua esperienza, ci propinerebbe quella che ritiene l’insalata migliore per noi, che noi riterremmo molto gustosa e varia, anche perché non abbiamo potuto conoscere le alternative.

Algoritmi come deresponsabilizzazione ed esonero

Tra le tante infinite possibilità offerte da basi di dati sempre più estese e dettagliate, uno specifico algoritmo (meglio: una ramificazione di algoritmi) ci risponde con una scelta che ritiene essere la più rilevante, che forse troveremo poco pregnante ma che di certo ci nasconde infinite altre possibilità di informazione e conoscenza. Eppure questo algoritmo, questa unica e parziale logica, viene intesa comunemente come la logica, la spiegazione, la risposta, la soluzione, univocamente, esclusivamente.

Emergono così, a mio avviso, due rischi.

Il primo rischio è quello che porta dritto verso una deresponsabilizzazione  generalizzata. Il disastro ferroviario, la somministrazione sbagliata di farmaci, l’incidente industriale saranno sempre più addossati al povero algoritmo, il quale, potrà diventare il capro espiatorio ideale: anonimo, impersonale, incomprensibile ai più. Dovremmo essere sempre consapevoli che, allo stato attuale dell’intelligenza artificiale, dietro e sopra un algoritmo c’è qualcuno che lo ha scritto e ha fatto determinate scelte nell’introdurre quelle istruzioni e non altre. Così come dovremmo sempre ricordarci che l’algoritmo offre una o più risposte rilevanti rispetto ai determinati parametri umanamente ritenuti ottimali ma non che possono non essere pertinenti al contesto e alle situazioni specifiche.

Il secondo rischio rischia di spingere verso quello che si potrebbe definire, per citare Arnold Gehlen, un esonero cognitivo, così che la pervasività degli algoritmi ci farà comodamente rinunciare a non capire in concreto nulla del mondo in cui viviamo e delle sue dinamiche, e nemmeno in base a cosa prenderemo delle decisioni. E soprattutto nemmeno ci porremo il problema di chi e perché ha creato quel tale algoritmo, perché noi degli algoritmi, di queste black box contemporanee, finiamo per conoscere solo gli effetti ma non i processi e le logiche.

E allora una domanda: perché devo continuare a tramandare o costruire strumenti di esonero tipici degli esseri umani, di cui la cultura è quello principe, se vi sarà un algoritmo che può farlo al posto mio? Cosa resterà dell’uomo se un algoritmo definirà i principi del suo ragionamento e le basi della sua identità?

Rispetto a questi due rischi, che alla fin fine mettono in discussione due cardini del pensiero quali l’elaborazione culturale e la responsabilità delle scelte, sorge allarmata la necessità di porre una qualche barriera. L’eco del momento diventa: se non possiamo fermare l’algoritmo almeno negoziamo i suoi ambiti e i suoi poteri. Ma è ovvio che la negoziabilità non può avvenire a priori perché i detentori degli algoritmi non li renderanno mai pubblici.

E anche se domani Google e Facebook, improvvisamente convertiti al Public Domain, rendessero pubblici i loro algoritmi, quanti dei teorici che ora si affannano attorno al tema saprebbero leggerne il codice e proporre modifiche operative? E quanti sviluppatori, essi sì capaci di leggere le sterminate linee di codice di questi algoritmi, saprebbero trasformare in codice le questioni che sollevano i critici degli algoritmi?

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Negoziabilità è un termine che risente di un approccio vertenziale uscito dritto da qualche fumosa stanza dove decenni fa si consumavano sfibranti negoziati notturni tra le “parti sociali”. Ma oggi le parti sociali, intese come allora, non ci sono più. Ci sono organizzazioni, per lo più di tipo aziendale, che si dotano di algoritmi sulla base di interessi non sempre immediatamente monetizzabili e un’infinità di persone che fruiscono di questi algoritmi con un livello più o meno alto di consapevolezza. Chi potrebbe impostare la trattativa tra i pochi e i tantissimi? E’ vero che ci sono esperienze di lobby dei cittadini, ma in quel caso tutele e accordi sono implementati solo dopo aver esperito sui destini delle persone gli effetti di questa black box chiamata algoritmo.

Non solo, anche se un’autorità nazionale o sovranazionale impone a un motore di ricerca di cancellare certi risultati, non sapremo mai quali algoritmi di sorting sono stati disattivati e quanto questi filtri possono essere scavalcati semplicemente cambiando configurazione al browser o navigando in anonimo. Chi cerca qualcosa sul web ha strategie e tecniche spesso molto più raffinate di ogni filtro normativo.

Dunque, almeno a priori, negoziare gli algoritmi è vano e velleitario? Una sfida impossibile per cui non ci resterebbe che heideggerianamente soccombere alla tecnica? Credo al contrario che vi siano due grandi ambiti di negoziazione, che sono quello della privacy e quello della valorizzazione dei dati estratti da ogni singola persona.

Si tratta in realtà di presidiare il processo di acquisizione e valorizzazione dei dataset, che è la vera catena del valore in epoca digitale. Oggi io concedo l’uso dei miei dati a fronte di servizi che spesso potrebbero risultare soddisfacenti anche senza una tale invasività. Pressoché in contemporanea  vengo spinto a concederli gratuitamente.

Ma quale presupposto, persuasione o ideologia ha permesso ai grandi operatori del web di definire come standard univoco e indiscusso la cessione gratuita dei miei dati e la non conoscenza dei processi di estrazione e di utilizzo dei dati, e dunque l’opacità degli algoritmi?

E’ possibile e, se sì, come cambiare questa persuasione generale alla base del successo economico delle grandi piattaforme cognitive e relazionali che dominano internet? Credo che sia questo lo snodo essenziale di ogni dibattito pubblico sul tema.

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