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Non lasciamo internet solo ai marketers!

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Non lasciamo internet solo ai marketers!

Più pervasivi dei virus, più roboanti dei clickbait, più clamorosi delle fakenews, tra le tante calamità che affliggono il web registriamo una figura sempre più diffusa: il web marketing guru.

Se nel Simposio di Platone eros è frutto dell’incontro di Poros, abbondanza, e Penia, scarsità, il webmarketing guru è diretta conseguenza dell’abbondanza di egotismo e della scarsità di clienti affidabili e liquidi. Così il web marketing guru è costretto ad aggiornare furiosamente il suo blog, twitta nel flusso dell’ashtag del momento, posta video alle sei del mattino dei suoi primi piani stralunati o irridenti, trolla su Facebook peggio di un ubriaco attaccabrighe (per farsi notare sui media sociale non c’è niente di meglio che trollare), con un unico obiettivo: conquistare visibilità, essere riconosciuto come un esperto e infine acquisire nuovi clienti pronti ad abbeverarsi alla fonte delle sue competenze e della sua saggezza. Un hype totalizzante avvolge ogni performance del web marketing guru, perché il punto è lì: gran parte di essi fa personal branding e non ricerca, non studia ma riciccia o traduce analisi e idee altrui (anche quando pubblica interi libri), propone la vetrina del suo opinabile successo come un modello di vita che è più un’aspirazione da vendere a qualche potenziale cliente, sotto sotto considerato un beota.

Fatti salvi gli esperti veri, che lavorano e studiano sodo e per questo hanno poco tempo per esibire il loro superego digitale, ci sarebbe da derubricare il fenomeno dei web marketing guru a una sorta di folclorismo digitale se essi non condizionassero parecchio la percezione che si ha di internet nel senso comune, tra semplificazionismo tecnocentrico, motivazionismo d’accatto, esibizionismo inautentico.

Ma che tipo di idea di internet viene proposta?

Gran parte dei web marketing guru nostrani partono dall’assunto che le tecnologie digitali sono neutrali e non il frutto di processi sociali ed economici in cui soggetti molto potenti impongono i loro valori e i loro principi attraverso lo sviluppo dei codici. Si confonde a volte internet con le piattaforme oggi predominanti, dando questa predominanza per scontata e immodificabile. Un po’ come quei liberisti ingenui che credono che il cosiddetto libero mercato sia un fatto di natura da non mettere in discussione, i web marketing guru di casa nostra finiscono per proporre una visione di internet meramente tecnica, ludica, strumentale o commerciale, in genere pressoché acritica rispetto alle implicazioni e alle conseguenze dello sviluppo di internet, della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale. Specchio di questo riduttivismo è lo stesso panorama politico nazionale, che si divide tra esaltazioni e allarmismi, crociate per le buone intenzioni e scaltrezza nell’uso delle tecniche di web marketing.

Ma si possono individuare almeno altre tre modalità di pensare internet e la digitalizzazione.

Il digitale come leva strategica

La seconda modalità è quella delle grandi società di consulenza e delle grandi realtà del digitale, che studiano davvero la trasformazione in corso, sia pure per trarne benefici economici. A differenza delle figure raccontate sopra, in questo caso vi sono studi e analisi originali e anche la possibilità di confrontarsi con le problematiche dei grandi operatori globali dei vari settori che hanno le risorse per testare lo sviluppo di soluzioni effettivamente innovative. Nei contributi teorici e negli studi dei grandi robber barons dell’epoca digitale come delle società di consulenza il tema dell’impatto delle tecnologie digitali su società, economia, cultura e politica viene posto in termini tutt’altro che ingenui, semmai con l’intenzione di condizionare comportamenti, attitudini e scelte delle persone in modo permanente.

La digital disruption o digital transformation sono oggi il principale motore di creazione del valore e la principale selling proposition delle società di consulenza globali. Ma naturalmente le componenti di analisi e di riflessione sono sempre finalizzate a incrementare l’efficienza, commerciale od organizzativa, dei clienti. Dunque, un internet analizzato in maniera spesso profonda ma presentato per lo più nel suo aspetto strumentale.

In queste due prime modalità cosa resta dell’Internet idealizzato per tre decenni da tutta una corrente libertaria e utopica? Questa idea di internet sembra perdere spazi, pressata com’è dall’ambizione dei grandi operatori, dal pragmatismo delle società di consulenza e dall’indifferenza dei supposti guru. La pervasività commerciale dei grandi operatori, l’estrazione dei dati dagli utenti e la messa a valore dei loro contenuti e dei loro comportamenti, il modellamento delle realtà informative di singoli e intere comunità, la trasformazione dei rapporti sociali dovuta alla scomparsa di intere categorie professionali, lo sviluppo di agenti artificiali che incideranno sempre di più nell’ecosistema digitale, la progressiva atrofia di certe funzioni cerebrali esonerate dall’attivarsi grazie alle funzioni di un comune smartphone sono temi che i supposti “guru” non toccano e le grandi società evitano.

Le distopie del digitale

In questo senso il recente intervento di Tim Berners-Lee evidenzia come la grande prospettiva di un web egualitario e promotore di un pensiero libero di accedere a un massa sterminata di informazioni si stia stemperando in un ambiente in cui l’utente è sottoposto a controlli invasivi da parte di Stati o di imprese private, a contenuti che creano una post-realtà senza significato, a sollecitazioni commerciali meglio definibili come manipolazioni, a uno sfruttamento inconsapevole della sua produzione cognitiva.

Il populismo di fasce sociali sempre più emarginate da dinamiche sociali reali di cui tante volte si accusa il web di alimentare non è che una conseguenza dello smantellamento delle filiere produttive e relazionali tradizionali operato dalla tanto celebrata digital disruption.

La terza modalità è proprio quella di un pensiero che si pone criticamente rispetto alle conseguenze della digitalizzazione. Si tratta di un’ampia lista di autori che ci hanno offerto in questi anni una visione sanamente problematica e profonda di internet e del digitale è lunga e vanno almeno citati (non per importanza) Jaron Lanier, Nicholas Carr, Evgeni Morozov, Eli Pariser, Manfred Spitzer, Andrew Keen.

Rispetto all’ottimismo di maniera di tanti web marketing guru ci troviamo qui nel mondo del dubbio, dell’inquietudine, della distopia. Ma ritengo che proprio un eccesso di idee ottimistiche abbia creato alcuni dei problemi di cui oggi si dibatte. L’idea che una trasformazione epocale di ogni ambito dell’umano potesse essere gestita come l’ingresso di un nuovo media nel mercato della comunicazione (per nulla libero, tra l’altro). L’idea che le libertà degli individui siano tutte uguali. L’idea che la digitalizzazione fosse un salto tecnologico capace di creare nuovi posti di lavoro in numero equivalente a quanti ne distrugge. L’idea del messianesimo tecnologico capace di risolvere le disfunzionalità degli esseri umani.

A chi accusa gli autori che raggruppo in questo approccio di essere degli apocalittici digitali, rammento che vi era molta più insofferenza verso il monopolio del software, pieno di bachi, di Microsoft negli anni Novanta che oggi rispetto al monopolio della conoscenza e della consapevolezza che alcuni grandi attori della rete hanno, almeno in parte, già insediato.

I tempi della trasformazione sono talmente rapidi e la trasformazione stessa così radicale che credere che la società globale riesca a trovare un nuovo equilibrio da sola come ha fatto di fronte ad altri salti tecnologici (in secoli di adattamenti e spesso attraverso vere tragedie) è meno ingenuo che pavido dal punto di vista intellettuale e politico.

Pensare il senso e le possibilità del digitale

Erasmo da Rotterdam era entusiasta della tipografia del suo amico Aldo Manunzio e di certo non intendeva negoziare il processo di produzione in serie dei suoi libri. Allo stesso modo quando è stata introdotta l’elettricità nessuno pensò che bisognava fondare una filosofia dell’energia elettrica. Internet non è (solo) una tecnologia, da accettare, rifiutare o da negoziare. Internet, inteso come vettore del processo di digitalizzazione del mondo, è l’epitome del nuovo mondo in cui vivrà l’umanità essa stessa trasformata da tale processo. E allora la domanda da porsi è: quando profondamente si è finora riflettuto su internet e sul digitale?

Si entra in un campo in cui gli strumenti tradizionali della riflessione filosofica aiutano ma non sono esaustivi. Una certa competenza tecnica, ovvero la conoscenza di come funzionano codici, algoritmi, programmi eseguibili e applicazioni, è essenziale per poterne comprenderne l’estensione, l’impatto e gli effetti. È vero che spesso non è l’ingegnere che comprende l’impatto sulla società di una tecnologia di sua competenza, ma la complessità di tale impatto non può essere compresa pienamente se non si acquisiscono almeno parte delle competenze tecniche dell’ingegnere. Una tecnologia può essere indirizzata quando si riescono a capire le categorie concettuali che essa impone e le sue implicazioni.

Tra chi ha compreso che internet non è un tubo possiamo annoverare Pedro Domingos, Benjamin B. Bratton, Ramesh Srinivasan, Luciano Floridi, Byung-Chul Han, Lawrence Scott, Jerry Kaplan, Cosimo Accoto.

Dunque la riflessione generale sulle categorie di pensiero, le trasformazioni sociali e la stessa consapevolezza di sè che introducono e a volte impongono internet e il digitale non è qualcosa di astratto, speculazione teorica guardata con sufficienza dagli idraulici del web, che dovrebbero sapere come il benessere economico degli idraulici sia il risultato indiretto anche degli studi di chi si è impegnato nella comprensione della fisica dell’acqua.

L’attuale crisi della politica è frutto di un deficit di comprensione delle implicazioni della trasformazione digitale. Come evidenzia Jerry Kaplan nel suo Humans need no apply: “Al momento il dibattito pubblico manca di concetti e di esempi che descrivano adeguatamente cosa sta succedendo a causa dell’accelerazione del progresso tecnologico, e dunque tanto meno può guidarci a soluzioni ragionevoli”. La politica quindi non offre soluzioni perché spesso non riesce nemmeno a definire chiaramente i problemi dell’epoca digitale: il populismo identitario e il tecnocraticismo elitista sono materiali di risulta emergenti dalla demolizione delle proposte politiche novecentesche nel nuovo scenario creato dalla diade globalizzazione-digitalizzazione.

Questa quadruplice ripartizione delle modalità di comprendere e usare il digitale vuole dunque essere meno una graduatoria di qualità quanto un modesto appello: stiamo rischiando di entrare troppo rapidamente in un mondo per il quale non abbiamo ancora costruito i concetti e le parole adatte a comprenderlo e a viverlo.

A differenza di quanto proclama qualche assertivo web marketing guru, rischiamo di perdere ben altro che qualche succoso cliente o la svolta della carriera: quel che credevamo di sapere su noi stessi.

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Riferimenti bibliografici:

Ramesh Srinivasan, Whose Global Village: Rethinking How Technology Shapes Our World, New York University Press, 2017

Benjamin B. Bratton, The Stack, The MIT Press, 2016

Luciano Floridi, The Fourth Revolution How the Infosphere Is Reshaping Human Reality. Oxford University Press, 2016.

Lawrence Scott, The four-dimensional human, Windmill books, 2015

Alex Pentland, Social Physics: How Good Ideas Spread, Penguin Books, 2014

Pedro Domingos, The Master Algorithm: How the Quest for the Ultimate Learning Machine Will Remake Our World, Basic Books, 2015

Jerry Kaplan, Humans Need no Apply: A Guide to Wealth and Work in the Age of Artificial Intelligence, Yale University Press, 2015

Jaron Lanier, Who owns the future?, Simon & Schuster, 2013

Nicholas Carr, The Shallows: what Internet is doing to our brains, W W Norton & Company, 2010

Evgeni Morozov, To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism, Public Affairs Books, 2014

Eli Pariser, The Filter Bubble: How the New Personalized Web Is Changing What We Read and How We Think, The Penguin Press, 2011

Manfred Spitzer, Cyberkrank! Wie das digitalisierte Leben unsere Gesundheit ruiniert, Droemer Verlag, 2015

Andrew Keen, The Internet is Not the Answer, Atlantic Monthly Press, 2014

Habeas mentem: libertà e diritti negli ambienti digitali

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Habeas mentem: libertà e diritti negli ambienti digitali

Dall’autunno del Medioevo fino al secolo scorso il conflitto tra poteri temporali e poteri religiosi si è giocato soprattutto sul corpo delle persone. Ai precetti religiosi che imponevano dalla prima infanzia all’estrema vecchiezza finalità totalizzanti del corpo, con il principio dell’habeas corpus il potere laico ha contrapposto i limiti del suo stesso arbitrio, rinunziando a disporre dei corpi dei propri cittadini senza basi giuridiche e giustificazione pubblica.

Ma proprio quando la rivendicazione dei diritti del corpo come soggetto politico portatore di diritti universali sembra un dato acquisito, almeno in molti paesi dell’Occidente, abbiamo iniziato a renderci conto che la grande battaglia per i diritti nei prossimi anni riguarderà non più il corpo ma la mente.

E’ possibile definire un “Habeas mentem” dell’epoca digitale?

Ovviamente separare il corpo dalla mente, l’emozionalità dalla razionalità, significa incorrere in quello che Antonio Damasio chiama l’errore di Cartesio. Eppure, così come il corpo diventa sempre più metaforico e bisognoso di attenzione rispetto all’invasività dei sistemi di monitoraggio e di controllo digitale, così anche la mente, di certo intesa come metafora, richiede un nuovo sistema di tutele e protezioni affinché possa continuare a costruire e scegliere liberamente le categorie concettuali con le quali vuole essere nel mondo. La proposta di ricerca dovrebbe sviluppare un percorso di riflessioni che partano, da un punto di vista storico, da un corpo fisico che rivendica la sua libertà per approdare a un corpo digitale che rivendica il suo presidio sui dati che produce fino alla tutela di una mente immersa in ambienti digitali relazionali e cognitivi che non solo puntano a indurre specifiche reazioni a certi stimoli ma che oggi, grazie agli sviluppi del neuromarketing, possono anche tracciare e prevedere l’attività neuronale.

La rivendicazione del diritto alla tutela della mente dalla manipolazione e dallo sfruttamento inconsapevole assume un significato ancora più forte nel capitalismo cognitivo, dove il fattore produttivo principale diventano le capacità cognitive degli individui lungo una scala che va, per sommi capi, dalla semplice attenzione, alla relazione, al problem solving, fino alle varie forme di creatività. L’habeas mentem è il diritto di rivendicare che le attività mentali e cognitive non vengano messe a valore senza un esplicito consenso dell’individuo o la esplicita possibilità di rinunciare a certe funzioni di certi ambienti relazionali o piattaforme cognitive senza dover essere penalizzati o esclusi da essi.

Ogni piattaforma digitale, sia essa primariamente relazionale o informazionale (per quanto i termini vanno intesi come strettamente interrelati), è di per sé anche un ambiente produttivo, capace, attraverso la loro trasformazione in dati, di mettere a valore attese, ricerche, interessi, emozioni, contenuti degli utenti. La produzione cognitiva non è più appannaggio di una classe ristretta intellettuale (ricercatori, scienziati, accademici, ecc.) ma grazie alle nuove tecnologie da ogni utente le piattaforme riescono ad estrarre informazioni e conoscenza. Se dunque è pacificamente acquisito che quando entriamo in queste piattaforme io e la mia mente veniamo messi sempre al lavoro, nel senso che stiamo creando valore per chi controlla la piattaforma, dunque la mente diventa, in un certo senso, “ostaggio” della piattaforma perché sottoposta al suo modello esperienziale e di produzione di valore, dovremo ora capire quali sono e quali potrebbero essere i meccanismi di tutela, gli ambiti di libertà e le vie di uscita da questi ambienti.

Quali sono dunque i confini inviolabili della mente nell’epoca degli ambienti relazionali, delle piattaforme cognitive, del neuromarketing e del marketing esperienziale? Può iniziare ad essere elaborato un insieme di indicazioni che consentono al soggetto di sottrarsi al controllo e allo sfruttamento delle sue dimensioni cognitive e psichiche da parte degli ambienti relazionali o della piattaforma cognitiva senza perdere i benefici e opportunità dell’epoca digitale?

La mente esposta

Già da decenni la sfida della comunicazione commerciale non è più sulla persuasione o sulla propaganda, ma su attenzione e su cambiamento di attitudini. Per fare questo non bastano più le vecchie teorie o tecniche di un epoca di mass media, ma un approccio granulare che richiede una conoscenza sempre più dettagliata non solo delle scelte del soggetto, ma anche dei processi mentali che lo presidiano, al fine di comprenderli ma anche di condizionarli, se non addirittura prevederli.

Neuromarketing e marketing esperienziale puntano a penetrare e condizionare la mente degli individui con un livello di profondità e raffinatezza impensabile fino a pochi anni fa grazie al ricorso a biometriche, elettroencefalogrammi, risonanze magnetiche funzionali, facial coding, eye-tracking e altre tecniche di lettura delle reazioni neuronali all’emozioni e agli stimoli sensori. La sfida è quella di cogliere non solo il cosa, ma il perché di una scelta , sia essa d’acquisto, di opinione o di adesione. Finora il limite di queste ricerche era legato alla loro complessità e ai costi delle apparecchiature. Inoltre si trattava di sperimentazioni in ambienti controllati, quindi distanti dalla vita quotidiana, dove un singolo stimolo si trova a dover competere per l’attenzione con tanti altri in un flusso esperienziale senza soluzione di continuità. Tuttavia la digitalizzazione delle esperienze e la dilatazione delle funzioni disponibili negli ambienti relazionali digitali stanno rapidamente cambiando lo scenario. In concreto: se già oggi la comune geolocalizzazione dei cellulari consente di ricostruire esattamente i percorsi dei visitatori di un supermercato e speciali sensori possono rilevare come reagisce la mente agli stimoli di quello spazio fisico, la migrazione verso il commercio elettronico e la pervasività di piattaforme e di ambienti relazionali comporterà un controllo e una prevedibilità della mente delle persone molto più efficace. Sempre più l’esperienza del mondo sarà mediata non solo tecnologie (wearables, IoT) ma da intere piattaforme come ambienti relazionali (Facebook) o strumenti di iperinformazione (Siri, Cortana). Che ne sarà di una mente quasi costantemente immersa in tali ambienti e le cui reazioni verranno registrate e analizzate in tempo reale da decine di sensori? Bisogna dunque chiedersi come potrà essere condizionata la mente umana quando le conoscenze e le tecniche avanzate di neuromarketing verranno applicate regolarmente in un ambiente totalmente digitale, definito nelle opzioni possibili e monitorato dai suoi creatori, in cui l’utente avrà a disposizione un set di opzioni preliminarmente approvate come accettabili.

Cosa significa gratuito?

Si porrà con estrema urgenza la domanda su cui si interrogano i circoli più avveduti di critica del digitale: chi lavorà per chi in una relazione tra soggetti umani e piattaforme digitale e, tra umani e intelligenza artificiale? Se una piattaforma si definisce gratuita dovrebbe garantire a ogni individuo la possibilità di fruire di un servizio a prescindere da quanto egli lascia alla piattaforma in termini di dati o di attività cognitiva e relazionale, inconscia o meno. Nell’epoca del digitale la gratuità non può essere collegata banalmente all’esistenza o meno di una transazione monetaria: il valore sono dati e contenuti, dunque uno scambio gratuito dovrebbe essere anche e soprattutto quello che non presuppone un trasferimento di dati (quindi di valore digitale) dall’utente alla piattaforma.

In realtà non accade così e le macchine algoritmiche non solo succhiano costantemente dati dai loro utenti, ma richiedono spesso esplicitamente di mettere a lavoro facoltà superiori dell’intelligenza umana. Nel caso di 2Captcha veniamo richiesti non solo di dimostrare di non essere dei robot, ma anche di mettere a disposizione gratuitamente le capacità di riconoscimento delle immagini della nostra mente per risolvere i problemi di attribuzione dei loro data base. E’ possibile dunque limitare una tendenza che porta a vedere gli umani come produttori gratuiti di dati senza diritti, neanche a sapere come questi dati verranno usati e da chi? Anche la scoperta che le gratifiche dei Like attivano il nucleus accumbens, il sistema neuronale collegato a piacere e dipendenze, suscita inquietudine per come può essere utilizzata.

Riprogrammare ai buoni sentimenti

Ma la mente non solo viene fatta lavorare gratuitamente, ma può essere facilmente condizionata e manipolata nelle sue persuasioni e scelte. Per quanto sia assolutamente ovvio che la mente umana è stata da sempre oggetto di propaganda e manipolazione, nell’era del digitale a questa modalità passiva, di mero consenso ai messaggi, si sostituisce l’abilitazione a produrre e diffondere quella stessa propaganda e la possibilità reale di riprogrammare le attitudini e le preferenze degli individui.

La stessa Facebook, sulla base del recente manifesto di Mark Zuckerberg, sembra voler disciplinare i suoi utenti in base a determinati valori di dialogo e tolleranza.

Immaginiamo allora, ad esempio, una delle tante persone che postano su Facebook contenuti razzisti, magari ripresi da uno dei tanti siti web che spacciano di continuo notizie false o manipolate, facendole poi riverberare su qualche centinaio di persone: una delle cose che su Facebook più allarma gli ingenui nemici delle parole ostili. Immaginiamo che Facebook, per ridurre questo obbrobrio, decida di proporre sulla timeline di questa persona sempre meno contenuti razzisti e sempre più contenuti, inoffensivi, che suscitano altrettanto attenzione da parte di questa persona, quali aggiornamenti di stato di amici non razzisti, immagini dei figli delle sue amiche, notizie generiche dei suoi luoghi di origine, notizie sulla sua squadra del cuore, ecc. Quanto sarebbe legittima e accettabile la riprogrammazione della bolla informativa e, indirettamente, della mente di un utente, che magari inizierebbe ad avere una diversa percezione della presunta gravità di certi fenomeni? Questo disciplinamento della mente di certi utenti, ancorché oggi già possibile e fatto intravedere da Zuckerberg, sarebbe legittimo? Non viola esso il diritto degli individui ad avere e rafforzare opinioni diverse da quelle più tranquillizzanti e condivise ma comunque proprie?

Già oggi le piattaforme incorporano dei pattern di relazione tra i partecipanti definiti a priori e tecnicamente non è complesso ipotizzare pattern anche di tipo cognitivo in qualche modo promossi dalla piattaforma. Le soluzioni all’allarme delle fake news, che comunque esistono da quando esiste il pettegolezzo del villaggio, potrebbero sfociare in esiti molto più distopici di quanto auspicano le anime belle.

Un punto di partenza

Non solo l’argomento seminale di questo post, ma anche le competenze dell’autore non consentono se non di porre certe questioni in forma di interrogativo.

Il dibattito finora è stato in termini di tutela e accesso ai dati e in termini di trasparenza e negoziabilità degli algoritmi. In realtà questi due approcci appaiono limitati. Il tema della privacy appare roba da nonni pudichi a una generazione di Millenials abituati a cercare conferme attraverso la vetrinizzazione della loro esistenza, mentre, d’altra parte, il dato è un concetto dinamico: da un dato oggi considerato non invasivo in futuro si potrebbero trarre informazioni estremamente riservate sulla vita e sul futuro di una persona. Che gli algoritmi debbano garantire maggiore trasparenza è una questione oramai sul tappeto in paesi come gli USA o la Germania, ma se pure si arrivasse a qualche risultato, i grandi player del digitale sarebbero sempre in grado di apportare modifiche sostanziali e ritornare subito molti passi avanti rispetto alla legislazione.

Definire i diritti di base del proprio essere digitali contro gli arbitri delle grandi piattaforme appare dunque una questione legata all’indirizzo futuro dell’umanità. Per definire l’habeas corpus la tradizione occidentale ha impiegato circa quattrocento anni. Rispetto alla velocità del progresso dell’intelligenza artificiale e alla pervasività delle piattaforme, per l’habeas mentem anche quattro anni potrebbero essere troppi.

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Riferimenti di lettura:

Antonio Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, 1995

UCLA Newsroom, The teenage brain on social media, 31 maggio 2016, [Link]

Gerald Zaltman, How Customers Think: Essential Insights into the Mind of the Market, Harward Business School Press, 2003

Michel Foucaldt, Nascita della biopolitica, Feltrinelli, 2005

Hilke Plassmann, Vinod Venkatraman, Scott Huettel, and Carolyn Yoon (2015) Consumer Neuroscience: Applications, Challenges, and Possible Solutions. Journal of Marketing Research: August 2015, Vol. 52, No. 4, pp. 427-435.

Lisa-Charlotte Wolter, David Hensel and Judith Znanewitz. 2017. A Guideline for Ethical Aspects in Conducting Neuromarketing Studies. Ethics and Neuromarketing, 65-87.

Lawrence Scott, The four-dimensional human, Windmill books, 2015.

Pedro Domingos, The Master Algorithm,  Basic Books, 2015

Kate Connoly,  Angela Merkel: internet search engines are distorting perceptions, The Guardian, 27 ottobre 2016 [Link]

Cosimo Accoto, Il mondo dato, EGEA, 2017.

La morte del SEO e gli esperti tra le mosche cavalline

Il meglio del vecchio blog

La morte del SEO e gli esperti tra le mosche cavalline

La morte del SEO: chi tra gli addetti ai lavori non leggerebbe un articolo con tale titolo, magari accompagnando la lettura da opportuni gesti apotropaici?

E infatti il testo di Ken Krogue ha scatenato una marea di commenti e, per dirla con linguaggio da addetti ai lavori, tanto, ma tanto buzz. Va bene, + popolarità= + interventi pubblici= + potenziali clienti: bravo Ken! Ma dove sarebbe la novità?

Sono anni che si parla di marketing attraverso i contenuti e Krogue ci ha ricordato che con il recente “Penguin release” Google ha migliorato il suo algoritmo per penalizzare le aziende che utilizzano vari trucchetti di Search Engine Optimization e dare più peso ai giudizi degli utenti sui contenuti in base ai Like, ai retweet, agli Share e via socializzando.

Per Krogue i contenuti sono questione di aggettivi: devono essere “valuable” oppure “great”. Chiaro no? Peccato che il web è pieno di ottime idee dimenticate e di stronzatine diventate celeberrime. E peccato anche che il buon Krogue si dimentica di spiegarci chi, come e quando qualcuno considera grande o valido un contenuto.

E invece, visto che ci sono tanti utenti che distribuiscono in giro Like e Share e Retweet con la stessa frequenza delle deiezioni di mosche cavalline in una stalla, forse aggrapparsi a un criterio quantitativo non ci può più aiutare granché. E’ vero che in democrazia ogni cittadino vale un voto ma nel web non è così e bisogna iniziare a puntare su quegli utenti i cui giudizi o segnalazioni, per prestigio, competenza, autorevolezza e seguito, valgono incommensurabimente più che un qualche altro utente che spara un Like prima ancora di leggere un titolo solo perché lo ha postato un amico (e alzi dalla tastiera il mignolo chi non lo ha mai fatto).

Allora non si tratta neanche, come fa Krogue nella seconda parte del suo intervento, di fare la solita lista (molto statunitense) delle cose da fare per creare contenuti interessanti: quella la troviamo da anni con qualche modifica in decine di post e di libri sull’argomento (segnalo, tra i tantissimi, Content rules e Inbound marketing) e sinceramente sappiamo tutti molto bene che una ricerca può diventare una presentazione in slides come anche una infografica, così come un intervento in un conferenza può diventare un podcast o un più tradizionale articolo di rivista. Il punto semplicemente non è questo.

A mio avviso il punto è capire oggi quale è, nel settore dove operiamo, la audience esperta, ovvero le persone capaci di lanciare un tema o indirizzare un dibattito perché altre persone esperte li considerano dei riferimenti.

Disseminare il web di contenuti come se fossero secreti dei succitati ditteri è una strategia che può forse consentire di raggiungere una discreta visibilità ma che non ci garantisce un’ottima reputazione se quei contenuti, oltre che essere originali ed efficaci, non sono anche approvati, garantiti e sostenuti da soggetti realmente competenti e dal seguito altrettanto reale. Domandiamoci anche se sappiamo cercare e trovare questi soggetti competenti e se sappiamo offrire loro contenuti non ordinari.

Se i contenuti sono spesso rappresentati come ami bisogna forse iniziare a passare dalla pesca a strascico a una più selettiva, capace forse anche di proteggere l’ecosistema del web da una montante iperclonazione di contenuti banali.

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