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Corpi: I, II, III.

I
Quanti corpi indossiamo nel corso di una giornata digitale?
Attraverso quali corpi ci rappresentiamo agli altri, sperimentiamo il mondo e ne veniamo sorvegliati?
Se Deleuze, sulla scorta di Spinoza, si chiedeva “Cosa può un corpo”, oggi è il tempo di chiederci “cosa può un corpo attraverso il digitale”?
Quello che ancora ci ostiniamo a chiamare soggetto, dal digitale viene scomposto in infinite variazioni, componenti che si frammentano e di continuo si ricompongono non solo in base alle nostre azioni, ma soprattutto in relazione agli sguardi del nostro pubblico e di chi li interpreta e li riorganizza come costellazioni di dati.
Il corpo univoco, irrevocabile, oggetto storico di cure e correzioni, oggi è meno che le infinite immagini che generiamo da esso. L’identità univoca che il corpo doveva testimoniare lascia spazio alle anamorfosi del digitale.
Potremmo allora parlare di una schizofrenia del digitale? Anche, perché il digitale impone a tutti i suoi fruitori delle pretese, delle attese e degli ordini di comando e controllo spesso in conflitto tra loro. Lo stesso Eugen Bleuler, lo psichiatra che battezzò il termine schizofrenia, voleva evidenziare la separazione tra personalità, pensiero, memoria e percezione dei malati. Il digitale separa e pretende separati le componenti del nostro essere che per secoli, le religioni, le filosofie, le culture, gli Stati, le psicologie e altri addetti all’identità avevano faticosamente cercato di tenere il più attaccate possibile a questo fantasma chiamato soggetto.
Fondamento moderno del mondo, il soggetto assunse da Descartes e nei secoli in avanti una mansione titanica: divenne la soggettività che ordinava il mondo attraverso la parola. Di fronte alla beffarda cangiabilità del mondo e dello stesso corpo, identità e permanenza erano garantite dal cogito, da un pensiero che dialogava con se stesso nella sua interiorità non per rinchiudersi in sé, ma imporre la sua ragione al mondo, acquisendone progressivamente nuovi territori. Il pensiero e l’io non erano separati, l’uno si manifestava nel e con l’altro e viceversa. E il corpo? Il corpo nient’altro che un’accidente, per definizione fallace.
E dunque per secoli l’interiorità, la profondità dello spirito, è stata esaltata in quanto vera realtà dell’individuo, analizzata come origine del suo successo e delle sue nevrosi, disciplinata con specifici esercizi per evitare che sprofondasse portando con sé il mondo o che divenisse vittima dei suoi stessi moti centrifughi.
Tranne l’isola concettuale di Spinoza, per secoli l’essenza di un individuo è stata riconosciuta in maniera eminente ed esclusiva dal suo pensiero e dalle sue parole. Per questo bisognava “coltivare lo spirito”, “alimentare l’anima”, padroneggiare i concetti e la verbalità per poter affermarsi. Il corpo era semmai un inciampo, un mero sostegno fisiologico della mente da coprire, sorvegliare per evitare che inquinasse la purezza del pensiero.
Ma la digitalizzazione del mondo ha ribaltato questa visione. Oggi siamo non solo circondati dai corpi diffusi dai nostri apparati digitali, ma questi corpi nell’ambiente digitale manifestano una propria autonomia, un proprio linguaggio, una propria capacità di produrre contenuti, quantificabili e monetizzabili. Decine di milioni di persone in tutto il mondo, manifestano la loro modalità di rappresentazione, di racconto e di comunicazione attraverso il corpo. Niente di verbale, se non frasi minimali, interiezioni, emoticons. La disciplina del se per avere pensieri chiari e distinti da manifestare con un linguaggio adeguato svanisce, così come si stingono intere tradizioni educative basate su questi principi. Il logos prodotto dal pensiero soccombe all’eidos generato dai corpi.
Il corpo, nelle sue infinite possibilità di manipolazione digitale, diventa il principale strumento di comunicazione ed espressione del sé. Solo il corpo esposto e visto dai followers, in un rimando continuo. Con il corpo digitale non si comprende se stessi, ma si capisce cosa cercano gli sguardi digitali che su di esso si soffermano.
Viviamo la prima epoca in cui corpo e visione si sono uniti per generare una nuova estetica, intesa in senso originario, una nuova forma di percezione del mondo inquadrata dai dispositivo algoritmici, i quali controllano le modalità di presentarsi al mondo e di vivere in esso.
Ma c’è di più: per potersi riprodurre e perpetuarsi, gli algoritmi delle piattaforme social si rendono parzialmente trasparenti e operabili: solo così diventa possibile la promozione/produzione/estrazione di massa di contenuti e dati che ha consentito la costruzione di milioni di personalità digitali. Che si manifestano attraverso il loro corpo.
Dopotutto, chi saremmo noi, o almeno gran parte di noi, senza il nostro affezionato pubblico sui media sociali? E d’altra parte, cosa sappiamo noi del nostro corpo digitale, da cui si estraggono costantemente dati che successivamente disciplinano il nostro corpo e prevedono le nostre azioni?

 

II
Scorrono immagini sulle nostre dita. La liscia superficie dello schermo ci restituisce un mondo senza profondità. Ma ha senso oggi la profondità? Un altro ricatto del passato che svanisce. Già von Hofmanstahl ammoniva: “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”.
Tra questa superficie all’apparenza omogenea nelle sue manifestazioni eteroclite si nasconde spesso un lavoro di scavo per hackerare l’algoritmo e raggiungere la celebrità tanto vagheggiata. Instagram ha creato non solo una nuova economia e una nuova estetica, ma soprattutto nuove manifestazioni del sé
Oltre 850 milioni di esseri umani hanno oggi un account Instagram. Nel 2023 saranno un miliardo. Ma soprattutto Instagram e fratelli (Snapchat, 17, TikTok) sono i social media più usati da giovani e giovanissimi. Il social media consolidato, ovvero presente da almeno tre anni, che cresce maggiormente per ricavi pubblicitari: dai 6,4 miliardi di dollari di fatturato del 2018 agli oltre 20 miliardi del 2020. Qualsiasi brand oggi deve essere su Instagram se vuole essere visibile ai Millennials, ma soprattutto alle generazioni Z e Alpha: l’attenzione, la catechetica del brand, va conquistata da piccolissimi.
Quanti si chiedono del perché di questo successo che ha creato un numero sterminato di nuovi soggetti economici che intrecciano contenuti che creano con gli algoritmi della piattaforma? L’estetica di Instagram non è quella che Lev Manovic definisce Instagramism, una sorta di asettico stile lineare, univoco e sostanzialmente insignificante ben rappresentato dal minimalismo in stile Apple e dalla grafica della rivista Kinfolk. No, Instagram è molto meno apollineo di quella di idea da catalogo Ikea per la global upper class che ha in testa Manovic con la definizione di aesthetic society.
Su Instagram non vi è una qualche società, in qualche modo coagulata da una estetica condivisa, o almeno considerata prevalente. Instagram è il social media dei corpi, dei corpi singoli, molto più di tutti gli altri social media.
Gli influencer e gli aspiranti tali mettono a valore il loro corpo, lo espongono, lo esaltano e ne traggono infinite variazioni per catturare l’attenzione dei follower. Ma che corpo ci appare?
La fisicità di questi corpi è tanto estremizzata da diventare un iperreale. E su piattaforme come Instagram, TikTok o 17 il corpo trasvaluta significante e significato, dimostrando quanto dicotomie siano obsolete, indice di un modo di pensare ancora banalmente suddiviso tra forma e contenuto, tra immanente e trascendente, addirittura tra buono o cattivo.
Il corpo digitale è una unità minima su cui si possono applicare infiniti strati di significato, così come ad esso possiamo applicare infiniti filtri VSCO. Il corpo è una unità molteplice, la cui principale forza sta nella ripetitività della rappresentazione: tanto maggiore apparirà o riapparirà quel corpo grazie alla qualità dei contenuti e all’aderenza alle attese dell’algoritmo, tanto maggiore sarà la sua capacità di attrazione, il suo magnetismo verso nuovi followers.
Come aveva anticipato Deleuze: “Il linguaggio digitale del controllo è fatto di cifre che segnano l’accesso all’informazione, o il rifiuto. Non ci si trova più di fronte alla coppia massa/individuo. Gli individui sono diventati dei “dividuali”, e le masse dei campioni statistici, dei dati, dei mercati o delle “banche”. Ma cosa è il dividuale se non le infinite schegge prodotte della dissezione del vecchio soggetto compiuta dalle tecnologie digitali e social, configurazioni di dati lanciate di continuo nell’universo digitale, come emissioni di energia di una supernova.
Specialmente su Instagram il corpo è una possibilità totale.


III
Pigri analogie vedono l’esibizione del corpo come la ripetizione delle dinamiche della pubblicità sui media tradizionali. Ma si tratta di due dimensioni cognitive radicalmente diverse. La pubblicità tradizionale (televisione, radio, cartacea, cartellonistica, come anche i siti web) è sempre condizionata dal contesto entro cui si manifesta e alla necessità di sospenderlo per rendersi rilevante.
Il flusso televisivo o radiofonico, l’impaginazione di un quotidiano o di una rivista, le dimensioni dello schermo, il contesto fisico entro cui appare il cartellone: il messaggio pubblicitario deve sempre tenerne conto per poter ricostruire in pochi millesimi di secondo un nuovo contesto cognitivo che renda efficace e memorizzabile il suo messaggio.
Una pubblicità che non indispettisca il suo fruitore è sempre stato il sogno di ogni creativo. E una parte del successo di Google nasce proprio dalla capacità di veicolare messaggi pubblicitari non più peregrini, ma contestuali agli interessi e ai bisogni immediati del consumatore. Con lo sviluppo degli algoritmi predittivi, oggi le piattaforme anticipano addirittura quello che un consumatore si propone di desiderare.
Ma Instagram va molto oltre.
La potenza di Instagram sta nella forza simbolica dell’oggetto svincolato da ogni interpretazione che possa indebolire il suo magnetismo.
Il logos, nella sua illusoria comprensibilità, rende accettabile l’originaria violenza dell’altro da noi che si manifesta. Ogni slogan, ogni claim, ogni argomentazione, ogni pensiero crea degli strati protettivi tra noi e il mondo, affinché non veniamo sopraffatti da esso. Il distanziamento dalle cose ci consente di manipolarle e di dominarle. Richiamarsi alla razionalità o all’emozionalità per promuovere una persona, un servizio, un oggetto, ancora ci protegge dal turbamento dell’alterità. Qualcosa che ci procura piacere o fastidio od odio, razionalmente o meno, è già comunque pre-compreso da noi.
Ma che sia un corpo, un volto, uno sguardo, un oggetto, un marchio, Instagram ce lo propone nella sua oggettività totale. Una oggettività originaria, che precede i significati che possiamo dargli. Scarnificato dal contesto, l’oggetto diventa qualcosa d’altro: possiamo ancora riconoscere un marchio, un corpo o uno sguardo. Ma quella manifestazione non va oltre la conferma della manifestazione di quel marchio, di quel corpo, di quello sguardo. Quella manifestazione primigenia acquisisce una forza magnetica, ipnotica. La successiva ripetizione di quel corpo, di quel marchio, di quello sguardo, rafforza questo rapimento cognitivo.
La fotografia dei grandi fotografi ha inteso sempre sollecitare una riflessione su di sé da parte di chi la fruisce, anche nelle sue formule più astratte.
Chi ancora pensa che Instagram o gli altri siti social di condivisione di immagini abbia una forte affinità con la fotografia o non ha capito gli uni o non ha mai capito l’altra. Su Instagram l’immagine si dà e nulla più, non pretende un’interpretazione, non pretende di attivare le conoscenze e la memoria di chi la vede. Non parlo naturalmente delle immagini documentali, quelle dove si vuole cogliere il momento, sia esso legato a un bambino, a una coppia, a un paesaggio o a una rimpatriata tra amici. Intendo invece le immagini dove un unico soggetto, il corpo o una sua parte, domina l’intero spazio della cornice.
Il corpo così mostrato ha una potenza epifanica, atemporale, prelogica. Si afferma di per sé.
Instagram, per quanto abbia la possibilità di apporre didascalie e commenti alle immagini, non consente in sostanza argomentazioni come su Twitter o Facebook. Infatti i commenti si limitano a semplici reazioni positive o negative, complimenti o insulti, reazioni spesso ridotte a emoticons o acronimi.
Il corpo su Instagram non è il soggetto lacerato che ci ha consegnato la psicanalisi e tanta parte della letteratura. Il corpo esposto su Instagram è un monolite, precedente a ogni conflittualità. Non intende neanche proporsi come un io risolto nelle sue contraddizioni: nella sua semplicità è una unità che non ha bisogno di risolversi. ll corpo va esibito per essere contemplato, il Like è un adesione prelogica, di tipo religioso, che prescinde da metri di giudizio che non siano quelli della mera adesione acritica. Il corpo viene osteso come una icona, che non è oggetto di scrutinio, ma di fede. iI web consente, come ricorda il collettivo Ippolita, “una costruzione ossessiva del profilo pubblico” per tendere a una “pubblicità riuscita di se stesso”.
Può d’altra parte esistere un narcisismo senza uno specchio? Lo specchio sono i follower, i loro Like. Il narcisismo digitale non è, banalmente, l’innamoramento di se stessi. Ma il narcisismo digitale non parte da uno specchio, ma dalla costruzione di un’immagine, di un corpo che ha solo una parzialissima corrispondenza con il soggetto che li ha generati. Mentre la trattazione classica del narcisismo parte da un desiderio di ammirazione e di conferma di una immagine in qualche modo coincidente tra se stessi e il mondo, l’immagine digitale è una costruzione frutto della capacità di padroneggiare algoritmi di manipolazione delle immagini, algoritmi di ordinamento, algoritmi di ricerca e così via. Il lavoro di costruzione del sé in forma di corpo digitale è stato ancora poco studiato ma meriterà sempre più studi.
Per questo è semplicemente fuori strada chi applica la vecchia teoria degli opinion leader alle star di Instagram. Su Instagram raramente si fa strada un’opinione e di certo il mezzo non consente né l’argomentazione né il suo algoritmo premia questi contenuti. Le star di instagram non sono opinion leader ma icone, mere rappresentazioni visuali da contemplare rapiti, una theoria di icone ha oggi sostituito nell’immaginario di giovanissimi e giovani i santi dell’educazione religiosa di qualche generazione fa.
La ragion d’essere delle icone è nella loro capacità di rinviare lo spirito a una dimensione ulteriore da quella ordinaria, l’ultraterreno inattingibile che può essere inteso solo come un inevitabile rinvio.
Il rinvio oggi è tutto mondano, rinvio alla prossima immagine, alla prossima epifania. Rinvio alle precedenti apparizioni dell’icona. Il circolo semiotico è tutto compreso nella piattaforma.
SeIfie: icona dell’immanenza.

Chi guadagna dal mio essere social?

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Chi guadagna dal mio essere social?

“Bisogna essere assolutamente moderni”, scrive Arthur Rimbaud nel 1873. “Bisogna essere assolutamente social”, dicono in tanti nel 2013, giusto 140 anni dopo. Ma che cosa implica “essere social”?

Nel 1979 Jean François Lyotard teorizzò, in un librettodestinato a grande fama, l’avvento dell’età post-moderna, la cui caratteristica principale era la fine delle “grandi narrazioni”, politiche, religiose, nazionali. Da allora il prefisso post è stato messo un po’ a tutto: fino a teorizzare i post-italiani e la post-nazione, di cui l’Italia attuale è (sarebbe, per gli ottimisti) un paradigmatico esempio.

Se risulta innegabile che le grandi narrrazioni politiche che hanno alimentato le opzioni sociali per gran parte del Novecento sono oggi affievolite o marginali (illuminismo, comunismo-socialismo, liberalismo), è pur vero che gli ultimi trent’anni la grande narrazione del mercato nella sua accezione neoliberista ha dominato e condizionato la scena politica e sociale. Sbagliava dunque Lyotard a ritenere che non sarebbero emerse altre idee totalizzanti, capaci di imporsi per alcuni addirittura come verità incontrovertibili. Quante persone, ad esempio, hanno rinunciato alle loro inclinazioni umanistiche e si sono adattate a crearsi una professione che rispondesse alle esigenze del mercato? Quanto la propaganda neoliberista veicolata dai mass media ha imposto certe logiche e certe retoriche ad organizzazioni come ad interi stati? Non è questa una grande manipolazione dei bisogni e delle aspirazioni simile a quella che impongono i regimi totalitari? Ancora oggi “il mercato” o “i mercati finanziari” sono usati per far accettare decisioni anche arbitrarie prese da chi queste entità, rappresentate quasi come ipostasi apofantiche, le muove in funzione dei propri interessi.

Oggi la nuova grande narrazione si chiama “social”. Siamo spinti a essere presenti sui media sociali e a interagirvi, a creare contenuti, a relazionarci con innumerevoli soggetti, il tutto per giustificare, confermare, rafforzare la nostra presenza, ovvero la nostra esistenza “social”. Come dice David Meerman Scott “on the web you are what you publish” e aggiunge: “if you publish nothing you are nothing”. Se produci contenuti interessanti creerai attorno a te interesse, reputazione e forse anche possibilità di sfruttare commercialmente tutto questo. Ma le modalità che i singoli hanno di estrarre valore dalla loro identità e dai loro comportamenti digitali sono infinitesime rispetto a quanto ottengono da essi le grandi piattaforme di comunicazione come Google, Facebook e tutti i media sociali. Per essi, questo “essere social” produce valore, anche monetario, poiché viene incanalato nei meccanismi di analisi dei Big Data. Il “valore social” di un fatto, di un contenuto, di una relazione finisce per essere pari alla possibilità di immetterlo nei processi di estrazione del valore, di metterlo in connessione con altri dati e di rendere questi dati immediatamente utilizzabili per azioni commerciali o politiche o di qualsiasi altro genere purché trovino un acquirente.

Le piattaforme social sono oggi lo strumento di sfruttamento biocapitalistico della naturale tendenza sociale delle persone. In realtà, non basta che Facebook prometta di essere per sempre gratuito: tutti i media sociali dovrebbero pagare gli utenti per ogni contenuto postato, sia pure pochi centesimi di dollaro, come fa Google AdSense.

Questa spinta a “essere social” è la grande narrazione dei nostri giorni e come ogni grande narrazione finisce per condizionare le scelte e le vite di decine di milioni di persone in tutto il mondo. Ci sono ambiti professionali in cui non si può scomparire dal proprio “mondo social” per più di qualche settimana se non si vuole rischiare di scomparire nella visibilità e quindi nella possibilità di essere ingaggiati come esperti.

L’ “essere social” è dunque la socialità attraverso i media sociali e il web, con regole sue proprie e non confondibile con la socievolezza personale: un timidone può essere un social influencer nel mondo digitale.

Soprattutto l’ “essere social” ha la caratteristica di essere monetizzabile, anche quando il messaggio postato sul media sociale sembra il più intimo e soggettivo possibile.

Prendiamo il caso di due amiche che si incontrano, staccano i cellulari e parlano fittamente di scelte legate alle loro esistenze. Esse producono molto meno “valore social” di due conoscenti che su facebook sviluppano un thread di politica anche fatto di insulti. Dalla secoda situazione si traggono dati utili a tracciare una tendenza e quindi a produrre analisi e dinamiche di comportamento elettorale. Nel primo caso il contenuto, essendo non tracciato, non ha “valore social” eppure può rappresentare un momento essenziale nel rapporto tra due persone.

Dunque, così come milioni di persone in tutto il mondo nei decenni passati sono stati spinti a applicare alle loro scelte e ai loro comportamenti una logica di “mercato”, oggi milioni di persone sono spinte a ragionare in termini “social”. È un bene o un male? Non esiste una risposta univoca. Che il mercato abbia aiutato milioni di persone ad uscire dalla povertà è un fatto come lo sono anche le condizioni di sfruttamento in cui ancora vivono tante altre decine di milioni di persone a causa delle “logiche di mercato”. Quando interagiamo in termini “social” dobbiamo essere consapevoli che stiamo producendo e regalando valore a chi utilizzerà quelle interazioni. Finquando riterremo che il vantaggio che ne otteniamo è maggiore di quanto regaliamo nessuno porrà dubbi. Il fatto divertente è che quasi nessuno di noi conosce il controvalore del nostro “essere social” e veniamo costantemente persuasi che “essere social” sia un valore di per sè. Pensate, per parallelo, a come le tematiche relative alla privacy abbiano perso vigore e urgenza all’interno del dibattito pubblico mentre al contempo i sistemi di tracciamento delle nostre vite diventavano sempre più raffinati. Il sistema Prism scava nelle vitedigitali degli europei, cosa vietata negli USA: avete sentito il Garante della Privacy o il Governo italiano inoltrare una pesante protesta all’amministrazione Obama? Non solo perché ci troviamo, noi itaiani, in una posizione di minorità economica politica, ma anche perché i cosiddetti “nativi digitali” under 30 sono in genere poco sensibili verso la tematica.

Ecco, torniamo al punto di partenza: la persuasione diffusa è che “bisogna essere assolutamente social” ma siamo sicuri di sapere cosa rischiamo di perdere attraveso il nostro ”essere social”?

Una modesta proposta a sostegno delle intelligenze locali

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Una modesta proposta a sostegno delle intelligenze locali

In tempi di crisi dei bilanci statali e locali una politica mediocre infierisce con esplicito sadismo sulle attività culturali e di ricerca, le cui risorse vengono tagliate con la miopia di un ragioniere tardo che non ha mai capito cosa e chi c’è dietro i numeri che compila.

Le attività culturali, la ricerca di base, le iniziative che diffondono quel bene comune per eccellenza che è la conoscenza hanno bisogno di nuovi modelli non solo per raccogliere finanziamenti ma anche per sviluppare consapevolezza collettiva della loro importanza, proprio in un momento in cui una certa vulgata tende a considerare la cultura un orpello buono e utile solo in tempi di vacche grasse.

La proposta non è del tutta originale ma ritengo molto facile da realizzare ed economicamente sostenibile specialmente nelle piccole realtà locali o di quartiere. Essa punta a sostenere non le attività di ricerca complesse che richiedono grandi investimenti in capitale fisso (macchinari, laboratori, staff altamente professionalizzati) e nemmeno le attività culturali di eccellenza, quali le stagioni teatrali, liriche e sinfoniche oppure le grandi mostre. Semmai la mia proposta punta a incentivare le risorse intellettuali locali, che spesso sono destinate all’emigrazione o a un limbo pervaso dalla frustrazione di non venire valorizzati.

Uno studioso giovane e senza grandi referenze che intende sviluppare una ricerca su un tema antropologico o storico o economico di ambito locale si trova spesso nell’impossibilità di ottenere risorse, condizione che condivide con tanti altri colleghi ricercatori in campo musicale, teatrale, letterario, ambientale e così via. Il ricercatore bussa a tante porte: quella porta è destinata ai grandi accademici, quell’altra tratta solo di cultura letteraria del Quattrocento, quell’altra è gestita dalla famiglia del cattedratico, quell’altra è riservata agli amici di.

Il problema potrebbe essere scavalcato nel modo seguente. Se una ricerca costa tra spese vive e onorari dello studioso 3.000 euro, il Comune invece di dire che non ha soldi può contribuire con un minimo, per esempio 500 euro, e farsi promotore e garante di una sottoscrizione di associazioni, altri enti locali e privati che sono interessati a sostenere quella ricerca. In cambio tutti i sottoscrittori fruiranno gratuitamente del risultato della ricerca, sia esso un saggio, un libro, uno spettacolo teatrale, una mostra fotografica o delle tracce audio, risultato che comunque dovrà essere messo a disposizione di tutti con licenza Creative Commons.

Naturalmente anche associazioni e privati cittadini possono farsi promotori di queste sottoscrizioni. Chi promuove la sottoscrizione sarà anche il garante della realizzazione o meno del progetto di ricerca, anche nei confronti di chi ci metterà solo 5 euro, che dovrà venire rimborsato in caso di fallimento della racolta fondi.

Quali sarebbero i vantaggi di questo modello? Innanzitutto i comuni potrebbero far fronte alle scarse risorse a loro disposizione, distribuendo le risorse su molti progetti di ricerca micro ma fortemente legati a certi territori e a certi contesti sociali e convogliando su di essi le risorse di altri soggetti della comunità. La comunità stessa vedrebbe accresciuto il suo capitale intellettuale, grazie alle ricerche e grazie al libero accesso ai risultati delle ricerche stesse. I giovani ricercatori, speso di nicchia, avrebbero l’opportunità di “pubblicare” in senso lato, ovvero rendere pubblico il frutto di ricerche altrimenti per loro inaffrontabili.

Si innesterebbe, come risultato non secondario, un circuito di sostanziale gratuità nella produzione e distribuzione del sapere.

Questa modesta proposta non punta a risolvere l’incuria di Pompei o i tagli ai teatri lirici quanto semmai a promuovere il rafforzamento del capitale intellettuale locale. In tempi di crisi economica esso è il miglior investimento che le comunità locali italiane possono fare.

L’uomo che trasformò il computer in un media

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L’uomo che trasformò il computer in un media

Nel profluvio di celebrazioni, rimpianti e retoriche che hanno accompagnato la notizia della morte di Steve Jobs non ho trovato riflessioni interessanti sulle trasformazioni profonde che l’uomo di Cupertino ha promosso o in alcuni casi imposto. I quotidiani per lo più si limitano a registrare l’emozione di politici, imprenditori e singoli fruitori della rete oppure elencano i prodotti che ha lanciato la Apple nell’ultimo decennio.
Da parte mia ritengo che la grande innovazione, davvero radicale, trainata dalla visionarietà di Steve Jobs sia stata quella di trasformare il computer in un media.
Da oggetto destinato a un pubblico di esperti informatici prima e poi inteso come strumento di produttività personale, il computer grazie a Jobs è diventato un media altamente flessibile, capace di trasferire all’utente tutte le funzioni dei vecchi media e di crearne di nuove.
Questa traslazione ha creato il mondo come lo conosciamo oggi, in cui il valore è frutto della capacità dei singoli di utilizzare, trasformare e distribuire i contenuti attraverso dei computer-media che possono prendere le forme di un laptop come di un cellulare, di un iPad come di uno smartphone. Chi si ferma al mero prodotto o alla mera applicazione tecnologica non coglie il senso di una profonda trasformazione antropologica, che condiziona le vite di qualsiasi soggetto che oggi fruisce i media.
E così siamo diventati tutti dei produttori di contenuti, tutti siamo dei media. Chi ha pochi contenuti finisce per mettere a disposizione il proprio privato, dato che sei nulla se non sei inserito e visibile nella catena produttiva dei contenuti mediatici.
Non è detto che questa trasformazione abbia solo effetti benefici. Di certo è quella più profonda, ed ingenui sono coloro che credono di star facendo una semplice telefonata quando usano il loro smartphone.

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