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Twitter Vs. Facebook: una banalizzazione fuorviante

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Twitter Vs. Facebook: una banalizzazione fuorviante

Twitter Vs. Facebook? Creare contrapposizioni è il modo più ovvio per parlare di certi argomenti senza capirli. Con il post Giap, Twitter e il Terrore” i Wu Ming hanno aperto il dibattito sulle caratteristiche dei due social media, incanalato poi in una discussione su Twitter con l’ashtag #twitterisnotFB e nelle pagine dedicate al tema da Repubblica sabato scorso.

Ho scorso i tweet con l’ashtag della discussione e vi ho notato spesso una esaltazione acritica di Twitter e un’insofferenza altrettanto estesa nei confronti di Facebook. Mi sembra un tipico caso di mentalità Cip, di omologazione di giudizio dato che adesso è figo stare su Twitter e venire aggiornati da cinguettii da 140 caratteri. È Cip, secondo la definizione che propongo del concetto, litigare su quale tecnologia di comunicazione sia più “avanti” invece di ragionare sui vincoli e sulle potenzialità che al contempo ti impone e ti offre una tecnologia. I Wu Ming hanno scoperto le potenzialità politiche e mobilitanti di twitter e su storify si trova un’ottimo resoconto di quanto è successo durante le mobilitazioni #notav in Val di Susa (poi dirottate con l’ashtag #saldi). Ma Twitter è un luogo del narcisismo digitale almeno quanto facebook, usato da tante star per farsi seguire passivamente da stormi di fan adoranti e cinguettanti. E facebook è di rimando senza dubbio un coacervo di narcisismo e stronzatine perditempo ma anche un luogo dove decine di migliaia di persone ogni giorno forzano i vincoli del dispositivo e fanno diventare il media un veicolo di informazione, di mobilitazione, di riflessione.

Le qualità di un media non sono date solo dalle sue caratteristiche intrinseche, ma anche dalla qualità dei loro fruitori e dalla loro capacità di forzare il dispositivo per creare nuove modalità di fruizione. Per Wu Ming 1 twitter è “un gigantesco meta-feed di tutto quello di cui si discute in rete” (intervista a Francesco Spe): una definizione profonda ma che vale solo per quanti la capiscono e utilizzano il media in maniera creativa. All’opposto, ci saranno milioni di utenti facebook impegnati ora a postare le foto delle loro vacanze e qualche spiritosaggine sul wall ma non per questo facebook perde le potenzialità di informazione e di mobilitazione che gli hanno saputo dare (anche a dispetto dei gestori del sito) i tanti che hanno forzato i vincoli con cui era stato pensato quel dispositivo.

Ingabbiare il tutto nello schema “Twitter=informazione, Facebook=relazione) come ha semplificato Repubblica sabato scorso non aiuta a capire i due media, figuriamoci se aiuta a capire come gli utenti stanno cambiando dal di dentro, semplicemente usandoli, i due media.

Vi sono infiniti media, e infiniti twitter e facebook quanti il numero dei loro utenti. I media sono infiniti perchè non solo il numero dei fruitori è calcolato in miliardi ma perché il mix di media che ogni utente si crea moltiplica all’infinito le potenzialità di comunicazione.

Semplificare in una dicotomia questa incalcolabile complessià che continuamente si ricombina e si rigenera significa non aver capito cosa sono i media oggi.

La mentalità Cip

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La mentalità Cip

Piccolo quiz a uso dei miei lettori.

Dove si possono trovare tutte assieme nella stessa pagina web le seguenti affermazioni?

  1. Facebook è la nuova religione
  2. Vacanze intelligenti? Destinazione Silicon Valley
  3. Uno startupper? Deve pensare in grande, essere ambizioso

Ovviamente solo sulla versione italiana di Wired, la bibbia della mentalità Cip in Italia.

Per mentalità Cip (traslitterazione in italiano di chip e di cheap e traduzione del verso degli uccellini, in inglese tweet) intendo quella banalizzazione enfatica della cultura digitale, quel sentirsi migliori e all’avanguardia perché si usa twitter o l’ultima app dell’iPhone, quella confusione tra comprensione di una tecnologia e suo mero uso, quell’approccio semplificatorio come se tutto possa ridursi a una routine semplificata gestita da un software fatto partire da un tasto, quella esaltazione acritica di nuove parole d’ordine quali immediatezza, partecipazione, condivisione, trasparenza senza cercare di capire i limiti, le ambiguità e anche i pericoli che la declinazione di tali concetti attraverso i media sociali implica.

I portatori della mentalità Cip si sentono innovatori e anticonvenzionali. E invece sono dei conformisti che oscillano tra pregiudizi e banalità in salsa digitale.

Cerchiamo dunque di raccontare alcuni esempi di mentalità Cip.

  1. La contrapposizione ridicola tra “nativi digitali” (termine che in italiano sembra un’etichetta appicciccata da un etnografo a qualche tribù scoperta di recente) e tutti gli altri utenti internet, che parte dal presupposto che gli tutti altri siano per forza chiusi, retrivi, incapaci di usare con appropriatezza le risorse tecnologiche. Leggete cosa scriveva a riguardo il 15 giugno 2009 Riccardo Luna gonfiandosi come una rana: “E’ l’alba di un nuovo mondo, di una nuova Italia. Se alziamo lo sguardo possiamo già scorgerne i confini. E i futuri leader. Hanno meno di 24 anni, sono uno diverso dall’altro, hanno paure e speranze spesso contraddittorie.
    Vorrebbero cambiare tutto ma si muovono con una prudenza che è già diffidenza; sono affascinati dal progresso ma pretendono di soppesare prima attentamente i rischi delle nuove tecnologie, senza deleghe in bianco a nessuno, nemmeno agli scienziati. Vorrebbero che a decidere fossero piuttosto ciascuno di loro e tutti assieme. I cittadini: questa è democrazia diretta.” Cito il passaggio finale di questo delirio futurologico di questo novello Mosé, già in trance pronto a dividere le acque: “Ne sentiremo parlare di questa generazione. Cambierà il nostro futuro. In meglio.” A Roma I concittadini di Luna risponderebbero con un soave “e sti cazzi?” E ci sarebbe da sorridere per tanta ingenuità o tanta stolidità intellettuale (uno che usa le tecnologie digitali sin da bambino non è detto che sia più aperto al mondo e ai suoi simili, le variabili sono infinite, come per un ragazzo che cresce in un quartiere multietnico: può diventare tanto un mediatore culturale tanto un naziskin), se non fosse che questa mentalità Cip si è diffusa attraverso i social media e rischia di far cadere tante persone in un equivoco classico: confondere la tecnologia con il progresso.
  2. Tutti o quasi con un blackberry o un iPhone. Bene: essere “always on” è sicuramente una necessità aziendale, e spesso anche personale. Ma quante volte si lavora davvero in “real time”, reagendo subito alle email che si ricevono? E se si sta in riunione e non ci si può muovere? E se valutiamo quel messaggio non importante perché distratti da altro? E se non lo leggiamo per semplice sovraccarico di informazione? La reazione a quel messaggio arriverà comunque dopo ore, nonostante il blackberry. Insomma, non è la tecnologia di per sé che ci rende professionisti capaci di reagire in “real time” (come spiega David Meerman Scott nel suo ultimo libro) ma un’attitudine mentale che hai o non hai, a prescindere dalla collezione di blackberry, iPhone, iPad e tablet vari che sfoggi.
  3. E così negli ultimi anni certi giornalisti hanno inventato il “popolo del web”, (giusto per non farsi mancare la moda dopo il popolo della notte e il popolo dei fax), di cui oltre all’etichetta non si sa nulla. Evocato sempre a sproposito per commentare questo o quel fatto, questo popolo semplicemente non esiste, dato che non è un popolo ma solo dei cittadini utenti di una tecnologia di comunicazione. Ma l’imprecisione è utile per semplificare come anche per far credere che vi sia una comunanza profonda creata e garantita dal web. Nelle ultime campagne elettorali per un normale processo di diffusione tecnologica si sono usati anche in Italia i social media in maniera intensiva per fare propaganda. Non è che sia arrivato da qualche landa sconosciuta il misterioso popolo del web: erano semplicemente i cittadini consapevoli che oltre a incontrarsi di persona o a telefonarsi sul vecchio numero fisso hanno usato anche i nuovi media per fare campagna.
  4. Vedo la mentalità Cip nella diffusione dei Like su Facebook, spesso distribuiti con la stessa indifferenza alla foto delle vacanze dell’amica come a gruppi o campagne dai messaggi ambigui o non chiaramente compresi. L’idea che la velocità debba per forza farci rinunciare ai tempi lunghi della riflessione, della critica, dell’analisi e che il nostro parere debba ridursi a un cenno virtuale del pollice. So che molti diranno che il Like è una modalità di Facebook che non condiziona il resto dei nostri atteggiamenti. Eppure siamo sicuri che questo approccio a semplificare tutto con giudizi rapidi e superficiali non stia colonizzando anche gli altri aspetti della nostra capacità di valutazione?

Qualcuno potrebbe prendermi per un apocalittico. Chi segue L’Immateriale sa che non lo sono. Ho però sempre creduto che il mondo possa essere cambiato non da questa o quella tecnologia ma dalle persone che non rinunciano a pensare con la propria testa. Anche internet può ottundere i cervelli, ed essere un grande diffusore di conformismo. E i conformisti, si sa, si sentono sempre un passo avanti agli altri, proprio come certi profeti della mentalità Cip.

Scrivere un post di successo (?)

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Scrivere un post di successo (?)

Ma cosa cerchiamo quando scriviamo un post? Vogliamo offrire ai nostri lettori intuizioni, spunti, idee, proposte, argomenti sui riflettere e dibattere oppure vogliamo crogiolare il nostro ego ipertrofico ammirando le curve degli accessi al blog?

Dedico le dritte seguenti proprio proprio a questi narcisisti cronici (ok, ok, chi di noi blogger non lo è?).

Ordunque vediamo alcune caratteristiche inelubidili del post di successo.

  • Attualità: intesa non per forza come la notizia del momento quanto temi che sono attualemente ai vertici dell’attenzione dei media sociali.
  • Stile: che deve essere brillante, satirico, ironico, sfizioso, una boccata di aria fresca nelle morte gore di un ambiente di lavoro noioso e asfittico. I navigatori d’altronde amano girare ai loro amici qualcosa che può farli sorridere.
  • Diffusione: lasciate con nonchalance il link del post nei blog più frequentati che hanno scritto su quel tema o già riflettuto su argomenti simili, postatelo di soppiatto sui wall dei vostri amici collezionisti seriali di amicizie digitali, segnalatelo compulsivamente su Tecnorati, Liquida, Stumble Upon, Digg e così via (rinuncio in partenza a proporre un elenzo esaustivo di tutti i siti di aggregatori o social content sharing)

Metteteci ovviamente i vostri tag e i link del caso, quanto basta come si dice in cucina, utilizzando parole diffuse ma non comuni e possibilmente sfiziose (mica del tipo “estetica razionale”). Fate un po’ di SEO casereccia facendovi aiutare da amici, parenti e conoscenti che sopportano stoicamente le vostre paturnie webiche. Mescolate il tutto in parti più o meno uguali a seconda del caso e avrete un post con la ragionevole speranza di essere letto da qualche centinaio di (malcapitati) navigatori. Così avrete goduto dei vostri 5 minuti di attenzione digitale e potrete andare a dormire tranquilli con il vostro narcisismo acquietato (temporaneamente, ça va sans dire).

Ma è proprio questo che cerchiamo dal web? Quanto tempo noi stessi perdiamo nel leggere post e link ripetitivi, superflui, strumentalmente polemici, sterili e incapaci di arricchire i nostri desideri di conoscenza? Affidarsi alle classifiche degli accessi ai blog di Tecnorati come di Google e Alexa è come ricadere nella vecchia logica pubblicitaria del “millions can’t be wrong”? Ci interessa proprio la milionesima sparata antiberlusconiana o il centesimo commento sull’uscita da Wired Italia di Riccardo Luna? Noi che navighiamo per ore ogni giorno, sentendoci tante volte migliori di chi spende il tempo a seguire passivamente la televisione, non siamo anche noi vittime di tecniche di autopromozione pubblicitaria webiche spiegate piuttosto bene in questo post di Tagliablog e in quest’altro di Comunicare sul web?

Quali possono essere invece i criteri per cercare contenuti pregnanti e non risolvere ogni navigazione in una perdita di tempo? Mi piace chiedere sul tema il parere dei miei 4 lettori e prometto loro che tra qualche giorno ci saranno le mie considerazioni a proposito.

Il lavoratore a strati

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Il lavoratore a strati

Il lavoratore a strati è un lavoratore che al di sopra del nucleo di competenze professionali specifiche deve costruire tutta una serie di strati di competenze aggiuntive per potersi proporre sul mercato, per poter dialogare con i suoi partner e gli altri professionisti da cui compra vari servizi o prodotti, per poter risparmiare denaro in un contesto dove cala costantemente il valore riconosciuto al suo lavoro.

Nella nostra epoca il superesperto che può permettersi di specializzarsi in maniera sempre più verticale su pochi ambiti professionali diventa sempre più un raro privilegiato. L’impoverimento della domanda e spesso anche il calo della redditività dei singoli incarichi spingono professionisti e società di consulenza a diventare in qualche modo tuttologi o almeno capaci di acquisire competenze spendibili sul mercato o almeno utili a contenere i costi operativi.

Le mansioni che nella vecchia impresa fordista venivano suddivise tra decine o centinaia di persone oggi vengono sussunte tutte dal singolo professionista/consulente che deve essere al contempo esperto di marketing personale, capace di negoziare le migliori condizioni di finanziamento con le banche, pronto a parlare di contabilità con il commercialista, rapido nel fare da agenzia viaggi di se stesso sfruttando le offerte su internet, abile nel valutare l’affidabilità e la professionalità di nuovi partner/fornitori, provetto nel conoscere i segreti di applicativi e sistemi operativi e via dilatando competenze e tempi di lavoro.

Uno dei paradossi sta proprio in questo: che all’incremento di ore lavorate e di competenze acquisite spesso non corrisponde un incremento di reddito. Non si tratta poi di un fenomeno marginale. Se si parte dal fatto che i dati recenti registrano la presenza in Italia di oltre 5 milioni di partite Iva attribuite a microprofessionisti e imprenditori e che altri calcoli determinano che la precarietà lavorativa (non solo partite Iva dunque, ma anche tutte le forme di lavoro a tempo e atipico) colpisce circa 3 milioni e 750 mila lavoratori, possiamo ipotizzare che alcuni milioni di lavoratori italiani vivono la condizione di “lavoratore a strati”.

Qualcuno potrebbe vedere in questa condizione lavorativa una sorta di job enrichment o enlargement. Io no. Stiamo entrando (per fortuna) in un’epoca di disillusione rispetto alle parole d’ordine di qualche anno fa quali flessibilità, multitasking, capitalismo personale. Dunque sempre più persone comprendono che questa condizione “a strati”, lungi dall’essere un elemento di modernità, è solo una soluzione inevitabile per sopravvivere alla crisi.

Le nostre vite su facebook, facebook nelle nostre vite

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Le nostre vite su facebook, facebook nelle nostre vite

In Italia facebook è stato finora più discusso come fenomeno che analizzato come media a se stante.

E in effetti ancora poco si conosce dei meccanismi che ingenera un sito web che tocca la vita di oltre mezzo miliardo di individui nel mondo. E pochi hanno provato a rispondere alla domanda centrale: come cambia la percezione che abbiamo di noi stessi, e il sistema di valori, di priorità di canoni che applichiamo agli altri a seguito dell’ingresso di facebook nelle nostre vite?

A fine 2009 è stata pubblicata una ricerca sulla rivista “Cyberpsychology & Behaviour” che provava a capire quali sono i meccanismi che spingono gli studenti universitari ad aderire ai gruppi su Facebook. La ricerca, condotta su 1.715 studenti di due università texane, ha fatto emergere 4 bisogni primari: socializzazione, intrattenimento, verifica degli status, informazione.

Come era facile immaginare, chi su facebook ricerca informazioni è più pronto a coinvolgersi in iniziative sociali e politiche. Tra l’altro si è notata anche una correlazione significativa tra l’impegno civico e alti livelli di soddisfazione verso se stessi e di fiducia verso gli altri. L’altro importante gruppo di persone cerca lo svago, coinvolgendosi in attività abituali e rassicuranti, quali hobby e interessi non legati a temi sociali. Lo studio sottolinea che gli R-quadro della ricerca sono alquanto bassi e altre variabili dovrebbero essere ipotizzate per spiegazioni più convincenti, eppure si stagliano chiari i due gruppi: il classico conflitto informazione Vs. svago, che caratterizza peraltro anche i media tradizionali. Dunque tutto come prima?

Se ci concentriamo sugli utenti meno indirizzati verso le informazioni e dunque verso un un impegno sociale la risposta è no.

Se la televisione propone modelli aspirazionali che il telespettatore può solo accettare o rifiutare, facebook promuove al contempo nei suoi utenti voyerismo e autoreferenzialità, spinge a vedersi come “piccole celebrità” di cui gli amici aspetterebbero con ansia gli aggiornamenti dello status, a credere di vivere in un “grande fratello” digitale dove si esibisce il proprio io, fatto di note, foto, giochi, battute, in attesa dei “likes” dei propri amici-fan.

In un vecchio post ho citato “l’ansia di autonarrazione del nostro tempo” ma oggi bisogna domandarsi se quest’ansia è creata dai social network o viene sfogata in essi.

Non sono il primo (rimando a Andrew Keen e al suo “The Cult of the Amateur”) a trattare il narcisismo digitale. Ma non voglio descrivere passivamente un fenomeno, tanto iniziare a capire come esso influisce su noi stessi nella vita di tutti i giorni. Nei social media molto spesso vi è una conversazione in cui al centro non c’è la scoperta dell’altro ma l’affermazione del proprio io. Gli stessi servizi di chat, nonostante l’infinità di emoticon ora disponibili, offrono un livello di interlocuzione semplificato e poco profondo. Se l’ideologia televisiva fa sentire delle nullità tutti coloro che sono fuori lo schermo, l’ideologia dei social media illude tanti di riguadagnare una centralità sociale solo perché il proprio monologo è inframmezzato da qualche “like” o perché si viene aggiornati sugli status irrilevanti e ripetitivi degli “amici”.

Oggi l’esibizione della chiacchiera sul proprio io, speculare al bisogno di rassicurazione sulla propria esistenza, è diventato quasi un bisogno collettivo, un modo di essere nella società di cui non comprendiamo ancora bene le conseguenze ma di cui la comunicazione come la politica devono tenere conto.

Microsaggio: Alfonso Signorini, mistagogo del berlusconismo

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Microsaggio: Alfonso Signorini, mistagogo del berlusconismo

Il programma politico di Berlusconi per le prossime elezioni, almeno quello destinato al generico pubblico televisivo, i ceti mediocri non riflessivi nerbo del berlusconismo, è già scritto e ce lo ha raccontato Alfonso Signorini con l’intervista a Ruby nel corso dell’ultima puntata del suo programma Kalispèra.

Andare a caccia delle menzogne e delle reticenze del racconto di Signorini-Ruby sarebbe di confortante facilità ma anche riduttivo e fuorviante. Chi crede di poter liquidare l’intervista opponendole i fatti che emergono dall’inchiesta non ha capito che al centro di essa non c’è la verità fattuale o processuale che sia.

Altri ha visto nell’intervista una santificazione della marocchina, da Ruby a Karima, dalla menzogna alla verità, dalla perdizione alla redenzione, ma questo modello narrativo (Signorini di formazione è un filologo) serve solo ad offrire allo spettatore una chiave di lettura conosciuta e immediata, quasi fiabesca, all’interno della quale innestare i nuclei semantici e cognitivi capaci di attivare nello spettatore-elettore adesione, condivisione, sostegno, identificazione.

L’intervista-racconto ha un andamento circolare, tipico di romanzi iniziatici quali L’Asino d’oro di Apuleio, in cui il protagonista dopo tante vicissitudini incontra il dio e riesce finalmente a vivere un’esistenza piena e autentica. Il racconto di Ruby, la ladra, la cubista, la Rubby-troia così chiamata dalle amiche, si apre e si chiude con la famiglia. All’inizio una famiglia che non la capisce, alla fine una futura famiglia che lei vuol creare con il fidanzato che invece la comprende. All’inizio una famiglia straniera, diverse cultura e religione rispetto alla nostra, alla fine un matrimonio che si presuppone cattolico secondo quanto l’intervistata afferma. Questo straordinario rovesciamento è uno dei tanti piccoli capolavori di manipolazione che attua Signorini nel racconto. Ma si tratta solo dei punti di partenza e di arrivo del racconto.

[ho utilizzato e cito i tre video disponibili su YouTube caricati dall’utente freecar13]

Il punto di partenza sono i sogni e i desideri che Ruby vuole realizzare [min. 4.00, prima parte] Una ragazza che come tante altre è ambiziosa e per questo si allontana dalla casa (l’Allontanamento, la prima funzione dello schema di morfologia della fiaba di Vladimir Propp), dove viene vista come ribelle [min. 5.45, prima parte] e portajella [min. 7.10, prima parte]. L’antagonista, ovvero il “padre padrone” [min. 3.10, seconda parte] le vieta di andare a scuola e di convertirsi al cattolicesimo [min. 13.40, prima pare] (il Divieto, seconda funzione dello schema di Propp).

Ma lei infrange il divieto (terza funzione di Propp) e poi si trasferisce a Milano, dove troverà la salvezza (quindicesima funzione narrativa di Propp), ma prima dovrà passare una serie di prove: lavorerà come cameriera (rimando a Cenerentola), sarà quasi vicina a prostituirsi ma troverà un ragazzo giovane che rifiuterà di fare sesso con lei a pagamento, dandole però 1000 euro (quello che Propp chiama nel suo schema l’Aiutante dell’Eroe) ma poi una ragazza [min.12.45, seconda parte] (il Donatore, secondo Propp), proprio in un giorno particolare, San Valentino, quando la nostra eroina era stata appena lasciata dal fidanzato, la porta in un bellissimo palazzo e la presenta all’essere salvifico, che non si chiama Iside ma più banalmente Silvio, che accoglie l’eroina con benevolenza [min. 0.22, terza parte]. Grazie all’incontro con Silvio la vita di Ruby viene redenta e arriva anche un fidanzato con il quale pensare al matrimonio e ai figli, rinunciando ai sogni del mondo dello spettacolo che le hanno procurato tanti problemi.

Descritto lo schema narratologico, passiamo a individuare la costellazione di valori e di principi che traspare dal racconto e fanno di essa una vera e propria messa cantata del berlusconismo.

Tutto parte ancora dai SOGNI e dai DESIDERI di Ruby, simili a quelli di tante altre persone. Ma le persone comuni come Ruby per realizzare i propri sogni finiscono spesso per mettersi nei guai. Solo l’incontro con SILVIO garantisce la realizzazione dei sogni. Silvio non è solo l’uomo dei sogni: è l’uomo che può realizzare i sogni, cambiandoti la vita. Eppure in Italia c’è tanta INVIDIA, dice Ruby [min.13, prima parte], e il messaggio sottointeso è che tanti italiani sono plagiati dalla propaganda degli invidiosi. Ruby vuole andare a SCUOLA, che Silvio ha recentemente riformato, e tenta di studiare il CATECHISMO [min. 13.40. prima parte] della CHIESA CATTOLICA che i moderati come SILVIO difendono.

Ruby sognava anche di fare il CARABINIERE [min. 05.10, seconda parte], perché affascinata dalla divisa vista nei telefilm, grande sinonimo nazionale di ORDINE e SICUREZZA. (mentre le indagini le ha svolte la polizia giudiziaria).

La tirata contro il RAZZISMO che fa Ruby [min. 10.30, seconda parte] punta piuttosto a rassicurare il retrivo elettorato televisivo sul fatto che Silvio NON FREQUENTA PROSTITUTE, a maggior ragione di pelle scura.

Ruby METTE IN DISCUSSIONE LA SERIETA’ E LA VERIDICITA’ dei PM e dei GIORNALISTI [min. 04.00, terza parte], accusandoli di violenza personale [min. 4.50, terza parte] e di MACCHIARE LE PERSONE [min. 07.10, terza parte] quando invece Silvio è stato L’UNICO a NON TOCCARLA [min. 08.30, terza parte].

Questi nuclei tematici sono molti di quelli su cui Berlusconi affronterà la campagna elettorale. L’intervista li ha riorganizzati in un racconto soteriologico poiché l’identificazione col capo avviene non solo sulla base di una narrazione condivisa di una biografia esemplare (non in termini morali, ma in termini di concretizzazione di desideri frustrati) ma anche su un insieme di nuclei cognitivi, che orientano e danno senso alla vita dei singoli individui-elettori.

Il leader postmoderno è anche un leader che fa intravedere una proposta di vita più forte, più profonda, più ricca di significato. Un leader trascendente in cui vi è una mistica intesa come superamento alogico delle contingenze

Alfonso Signorini ha escogitato un piccolo capolavoro di liturgia televisiva: il capo ne esce riconfermato nella sua purezza, benevolenza e potere salvifico.

Ma gli strumenti per smascherare questa e altre operazioni mistiche-mistificatorie sono alla portata di tanti studiosi. Per me è un impegno intellettuale, e anche un obbligo morale verso l’Italia.

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Biocapitalismo all’italiana: l’esubero del capitale cognitivo

Si può stabilire un legame tra le inquietudini dei giovani italiani e la proposta di futuro che Marchionne ha offerto agli operai della Fiat nel nostro paese?

L’aspetto più tragico delle proteste di ricercatori e studenti di queste settimane non risiede nella violenza degli scontri o nella drammaticità di una condizione precaria che è diventata un dato strutturale di tante esistenze bensì nell’assenza di una proposta compiutamente biopolitica (nel senso che Foucauld già aveva sviluppato nelle lezioni al College de France nel 1979-80) ai fenomeni che si denunciano.

Vi è, questo sì, la consapevolezza sempre più diffusa che né la colonizzazione del tempo di vita da parte delle attività lavorative né la messa a valore delle proprie risorse cognitive, emotive e relazionali possono garantire, oggi e per il futuro, un ritorno economico capace di soddisfare i bisogni minimi di riproduzione del capitale cognitivo dei soggetti. E molto spesso nemmeno la mera autonomia materiale è possibile con i lavori cognitivi che il mercato italiano offre.

Il bios e la psychè, considerati fattori produttivi a tutti gli effetti, messi sul mercato italiano non riescono poi a generare uno scambio monetario soddisfacente per la parte che li cede.

Si assiste pertanto a una contraddizione in cui sembra inabbissarsi l’intero sviluppo economico del paese: da una parte si cerca di pagare il meno possibile un lavoro ridotto a mero oggetto di comando, quasi uno zoon di cui si compra la forza animale non consapevole, dall’altro tantissime soggettività cognitive che vorrebbero lavorare ad output immateriali attraverso la messa a valore del loro bios e della loro psyche si ritrovano in un contesto economico che non richiede a sufficienza, né in quantità né per qualità, il loro contributo e quindi finisce per pagarlo poco.

La politica si accorge del precariato come se fosse un fenomeno da aggiustare con qualche legge o un po’ di crescita del Pil non cogliendo che si tratta invece della conseguenza della crisi del modello sociale e industriale italiano.

Sbaglia dunque chi pensa che il modello di Marchionne sia solo un nuovo modello di relazioni industriali: esso intende a fortiori delineare un modello di sopravvivenza per una intera nazione nell’epoca della globalizzazione. Che i costi di questa sopravvivenza debbano essere ripartiti nella società secondo logiche di mera redditività aziendale a Marchionne è chiarissimo. Non invece alla politica italiana, che si schiera a favore o contro sulla base di schemi ideologici superati. La destra vive tutto come una grande revanche contro il sindacalismo italiano di sinistra, un atto simbolico, come il successo della Thatcher sui minatori, capace di disarticolare l’avversario nelle sue basi sociali. La sinistra, anche quando vede lucidamente legami tra comando politico e comando dell’impresa come Giorgio Cremaschi (nel recente Il regime dei padroni, da Berlusconi a Marchionne), inciampa in meccanismi mentali e terminologie retrodatate: usare il termine padrone rievoca un’epoca in cui due chiare soggettività confliggevano in un contesto nazionale.

Oggi invece anche ogni Marchionne di turno deve fare i conti con una logica aziendale transnazionale che si può accettare o no ma cambiare poco o punto. Ed è qui che la politica vive la sua crisi, nella sua incapacità di elaborare risposte transnazionali a modelli biocapitalistici che attraversano nazioni e continenti. Non si tratta dunque di importare in Italia dagli USA un welfare compassionevole di stampo calvinista al posto dello stato sociale frutto del compromesso fordista-keynesiano, come scrive oggi Massimo Giannini su Repubblica, poiché nella logica della filiera del valore mondiale un paese in declino come l’Italia deve adattarsi ad avere meno in termini di diritti. Punto.

E nemmeno si tratta di una classica contrapposizione tra produzioni labour intensive o (cognitive) capital intensive, poiché nell’economia della conoscenza non vi può essere un’attività labour intensive che non preveda anche un forte investimento nel capitale cognitivo dei soggetti che la realizzano. Si parte invece dall’assunto che i due modelli, quello dell’individualismo anglosassone e quello dell’economia della conoscenza almeno propagandato dall’Unione Europea, non possano essere più applicati all’Italia e pertanto bisogna gestire un downsizing dei diritti di cittadinanza economica e sociale, conseguenza della marginalità del nostro paese.

Marchionne ha capito questo e si comporta in maniera coerente. Anche le fasce più consapevoli del sindacato lo hanno capito. Si oppongono come possono ma rinviare al passato è un modo per esonerarsi dalle sfide del presente.

Parlare di economia della conoscenza in un tale contesto nazionale finisce per avere ben poco senso, almeno fino a quando non verrà sviluppata una biopolitica capace di offrire nuovi spazi e nuove risposte a menti e corpi sotto scacco.

Wikileaks e la crisi del potere nell’era del digitale

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Wikileaks e la crisi del potere nell’era del digitale

Quali sarebbero le clamorose rivelazioni di Wikileaks? Come ha detto Vauro in una vignetta: “Wikileaks ha scoperto che Berlusconi è un puttaniere inaffidabile” “Quando scopre anche l’acqua calda butta la pasta”. In questo senso i files di Wikileaks non fanno altro che confermare quanto si sapeva già, dall’appoggio saudita e pakistano all’integralismo islamico agli affari tra Berlusconi e Putin, dalla corruzione del governo Karzai ai giudizi crudi sui leader europei. L’unica notizia clamorosa riguarda la richiesta della Clinton di chiedere ai diplomatici USA presso la sede ONU di New York di operare come spie per futuri ricatti ai loro pari grado. Ma si tratta di una infamia annegata tra migliaia di risapute infamie e vergogne e doppiogiochi internazionali che sanno di già visto.

Alla fin fine Wikileaks ha reso disponibili a tutti gli utenti di internet informazioni digitali che erano già disponibili ai 3 milioni di americani che hanno l’accesso alla rete Siprnet del ministero della Difesa. Dunque un grande bluff? No, perché la novità radicale non è nel contenuto delle notizie, bensì nella messa in crisi dell’asimmetria informativa che da sempre ha caratterizzato il rapporto tra Stato e cittadini.

Il potere degli Stati si è sempre basato sul capacità di dominare gli altri poteri attraverso il monopolio della forza e l’accesso a informazioni riservate. Il leviatano e gli arcana imperii non possono essere disgiunti: il potere domina chi gli è sottoposto non solo con l’imposizione della forza ma anche per sottrazione di conoscenza. Hobbes e Tacito hanno individuato le due linee entro le quali il potere statuale si è sviluppato negli ultimi 20 secoli: tutta la scienza della politica dopo di loro si è per lo più rivolta alla costruzione di un apparato formale capace in prima battuta di giustificare e poi, più di recente, di rendere scrutinabile il fondo oscuro del potere.

Wikileaks dimostra nel modo più clamoroso la fragilità attuale degli Stati nel controllare e gestire i contenuti digitali. È scoppiata dunque la bomba informatica che presagiva già undici anni fa nel libro omonimo Paul Virilio, il quale prevedeva che avrebbe desertificato mente e vita degli umani. E invece la bomba scoppiata in faccia ai governanti USA, come bombaroli maldestri.

Ma se scompaiono gli arcana imperii si può continuare a governare il mondo come prima? Si può usare la rete con lo stesso approccio con cui 50 anni fa si usavano le casseforti? (e infatti si parla di codici, di chiavi, e così via) Che senso ha una forza coercitiva paralizzata da troppe informazioni o da informazioni disponibili a tutti? E se l’opposto dell’asimmetria informativa classica fosse una entropia della conoscenza che ci porta verso l’insignificanza?

La caccia all’uomo che si è scatenata contro Julian Assange è indice della debolezza isterica di un potere che si ritrova svelato nella sua inadeguatezza a controllare la rivoluzione digitale. Ma non è detto che i singoli cittadini siano capaci di farlo. Anzi. Siamo tutti in balia della tecnologia, che sembra offrici più potere e conoscenza. Ma rispetto a chi e per che cosa?

Oppure ad avere più potere e conoscenza sarà solo la tecnologia?

Chi salverà i quotidiani?

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Chi salverà i quotidiani?

Quando trovo il tempo o ne ho da perdere do un’occhiata ai feed rss cui mi sono registrato sul mio cellulare. Nel flusso di micronotizie che mi inonda devo sempre confrontarmi con due questioni: quanto mi interessa la notizia e quanta attenzione (in termini di secondi, minuti) posso dedicarle.

Le due domande sono le stesse al centro della crisi dei quotidiani. Per la prima volta al mondo la quantità di contenuti disponibili sopravanza enormemente il tempo che le persone hanno per assorbirli. Ma ancor di più la forma-quotidiano dei contenuti si ritrova anche a confrontarsi con la contestualità delle notizie offerte: tra centinaia di notizie scritte su decine di pagine quante davvero interessano il mondo, i valori, le scelte di varia natura dei singoli lettori?

Se gli stessi feed rss, una delle forme più personalizzate di contenuto oggi disponibili, finiscono spessissimo per cadere nella insignificanza per gli stessi fruitori che hanno scelto di riceverli, cosa ne è di una serie di fogli di carta stampati (con immagini che raramente raramente oltrepassano la didascalicità) che provano a coprire decine di argomenti e storie con rari approfondimenti e ancor più rara qualità di scrittura?

A Enrico Pedemonte va il merito di aver pensato in maniera sistematica la grande trasformazione che i contenuti digitali, distribuiti, gratuiti e autoprodotti hanno generato nel mondo dei media a stampa. Il suo testo “Morte e resurrezione dei giornali. Chi li uccide e chi li salverà” uscito poco più di un mese fa per Bompiani mi ha attratto come un buon giallo. Tutti vogliamo sapere chi salverà i giornali. Un mio amico storico inviato di guerra ha detto: “so già il nome dell’assassino, voglio conoscere il nome del reparto di rianimazione che li salverà”. Alla fine del libro questa domanda rimane sostanzialmente inevasa.

Certo, Pedemonte cita (anche in maniera frettolosa direi) nell’ultimo capitolo alcune ricerche e analisi americani come The reconstruction of American journalism della Columbia School of Journalism, il rapporto Digital Britain del governo di Gordon Brown o alcuni dati di Pew Research (di cui segnalo questi recentissimi dati sui consumi di news negli USA) per trarre da esse alcune indicazioni su come trovare nuovi percorsi di sopravvivenza per i quotidiani. Per chi come me tratta il tema in alcuni master non vi è nulla di nuovo. Semmai stupisce la scarsa attenzione data agli studi e le idee che l’INMA (International Newsmedia Marketing Association) ha sviluppato e proposto negli ultimi anni. Proprio il capitolo che doveva dare delle risposte o almeno delle risposte meno generiche di quelle solite è quello che delude di più.

Il libro non si sofferma sugli esperimenti italiani di giornalismo partecipativo, non analizza i risultati di esperienze come Blitz Quotidiano o come Il Post, non ragiona del grande successo in continua crescita delle testate dell’ANSO.

Non ipotizza neanche un modello organizzativo nuovo per le redazioni, non individua un nuovo status della professione giornalistica, non indaga sulle formule che iniziano ad emergere come il Daily che Rupert Murdoch offrirà solo agli utenti dell’iPad, primo di una serie di nuovi contenitori impaginati per i lettori digitali multimediali.

Lo stesso ricordare il peso dell’azione di Berlusconi nel mancato sviluppo delle reti televisive locali sembra veramente essere l’extrema ratio di una certa sinistra che quando non riesce ad arrivare con l’analisi e con le proposte oltre una certa soglia si rifugia “in una certa narrazione sconfittista” (cito l’intervista che i Wu Ming hanno dato oggi al Fatto Quotidiano) in cui Berlusconi è nient’altro che lo specchio distorcente dei propri limiti e fallimenti. Può essere anche vero, ma non aiuta a capire e ad agire.

È vero invece, come rimarca Pedemonte, che su un’operazione che ha comportato centinaia di prepensionamenti di una parte del miglior giornalismo italiano è calata una coltre di silenzio che si può chiamare censura o omertà, se i milioni elargiti agli editori dallo Stato attraverso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta hanno trovato un equilibrio in qualche scambio di favori in cui di mezzo ci è andato il diritto dei cittadini a essere informare e il dovere dei giornalisti a scoprire certe notizie e a dar loro la giusta rilevanza. In un tale contesto la moltiplicazione di realtà di giornalismo digitale, autoprodotto, svincolato da poteri e potentati e legato davvero alle esigenze di un territorio, non è solo la inevitabile conseguenza di trasformazioni tecnologiche ma ancor di più del deficit di notizie che caratterizza da sempre il giornalismo italiano

A epigrafe dell’ultimo capitolo Pedemonte mette questa frase di Clay Shirky: “La società non ha bisogno di giornali. Ha bisogno di giornalismo”. Gli utenti del web lo sanno molto bene. Lo dovrebbero capire anche gli editori italiani se vogliono avere una possibilità di sopravvivenza che punti su innovazione e creatività e non passi solo attraverso il costante ricorso agli aiuti di Stato.

Il curriculum alla rovescia

Il meglio del vecchio blog

Il curriculum alla rovescia

Dati anagrafici-Esperienze lavorative-Formazione-Interessi; Dati anagrafici-Esperienze lavorative-Formazione-Interessi; Dati anagrafici-Esperienze lavorative-Formazione-Interessi.

Il rosario dei curricula si snoda oziosamente, più o meno sempre uguale, soprattutto quando devi leggere per lavoro i percorsi di chi si è laureato di recente e nel cv può inserire relativamente poco, compresa quell’esperienza da barista all’estero.

Ma in un contesto universitario che tende a svuotare la formazione e quindi ad appiattire il valore di tanti corsi di laurea (un elenco parzialissimo: scienze della comunicazione, scienze politiche, scienze della formazione, scienze umanistiche, ma anche, purtroppo, psicologia, lettere, giurisprudenza, con tutti i dipende e le eccezioni del caso), siamo proprio sicuri che quella laurea, sia pure con il massimo dei voti, rappresenti il miglior biglietto da visita di un neolaureato?

E se invece tutti coloro che si occupano di formazione, di selezione del personale, di valutazione dei tirocinanti iniziassero a leggere i cv dal fondo, cercando di capire se la personalità di quel candidato si adatta al contesto in cui andrà a lavorare, se gli interessi che ha coltivato durante il liceo e l’università possono essere il vero valore aggiunto che porta con sé, se i viaggi che ha affrontato lo hanno portato ad avere le antenne interiori sempre accese, se le attività agonistiche in cui si è impegnato per tanti anni gli hanno insegnato il gioco di squadra, il rispetto e anche la franchezza verso gli altri e l’umiltà per ammettere gli errori?

Ma ancora di più sogno giovani laureati che coraggiosamente, con un atto un po’ futurista, ribaltino l’ordine del loro curricula vitae e mettano nelle prime righe proprio le passioni, gli interessi, le curiosità che li hanno fatti diventare quelli che oggi sono, in parte molto maggiore che i corsi seguiti all’università.

Nessun timore se il selezionatore conformista scarterà questi curricula, magari inorridito o irridente: se avete avuto tale ardire non era quella la realtà lavorativa che cercavate. Ma qualcuno di certo vi cercherà e di certo sarà più aperto e interessato realmente a conoscervi.

Tutto questo può sembrare azzardato, finanche controproducente, ma chi di voi andrebbe a lavorare in un posto a priori disinteressato alle vostre passioni e ai vostri interessi, insomma a voi stessi?

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