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Il low cost, causa dimenticata del populismo

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Il low cost, causa dimenticata del populismo

Cosa c’entra un mobile di compensato con Berlusconi, Salvini, Renzi e Grillo? Molto più di quanto si creda e di seguito cerco di spiegarlo. 

Il low cost e l’eclisse del futuro

In un mondo dove prima o poi quasi tutto sarà in offerta speciale, in saldo, in sconto, in promozione o al prezzo di lancio o di svendita, il low-cost è molto di più che il suo prezzo. Semmai esso rappresenta un’estetica e un’ideologia, al contempo aspirazione e rifugio dell’esistenza, che oggi appaiono prossime ad esaurire la loro carica persuasiva: il basso costo non riesce più a nascondere i suoi costi nascosti, materiali e sociali; l’abbassamento degli stili di vita non è più mascherato da consumi accessibili; le scelte che dieci anni fa sembravano scaltre ora appaiono per quel che sono: compromessi, con i quali si è deciso di rinunciare a qualche certezza nel futuro in cambio di un presente meno frustrante.

Cosa (non) è il low cost

Passiamo a definire meglio il tema.

Il low cost non è l’acquisto al mercato rionale dove si fruga tra roba taroccata, rubata o di seconda mano, ben consapevoli dei limiti della propria condizione economica.

Il low cost non è la svendita o la promozione speciale, quando per un periodo limitato si può comprare un prodotto della medesima qualità usuale.

Il low-cost non è nemmeno la bassa qualità, quando il rivenditore non fa nulla per mascherarla.

Il low-cost non è sobrietà. Al contrario è la rivendicazione da parte del consumatore impoverito a pretendere svaghi e beni simili a quelli che possono permettersi i benestanti globali.

Il low-cost non è solo uno slogan e una tecnica di marketing, ma definisce anche un habitus sociale che va ben al d là delle scelte strettamente economiche di chi ne fruisce

Il low-cost si è presentato come uno stile di vita capace di incarnare un nuovo compromesso sociale, tipico delle società post-industriali europee, in cui le generazioni di mezzo si adeguano alla contrazione dei loro redditi rispetto alla generazione precedente, accettano l’impossibilità di accumulare risparmio e rinunciano, inconsciamente o meno, alle tutele sul futuro che garantiva lo Stato in cambio di un potere di acquisto immediato e alquanto diversificato di beni e servizi mimetici dei consumi affluenti, ma il cui prezzo media tra le loro aspirazioni e la loro condizione economica.

La rap-presentazione del low cost

Il prodotto low cost non si propone a prima vista come povero o economico, almeno per quanto riguarda la comunicazione. Il low cost non si racconta come un compromesso o una rinuncia, ma come una scelta consapevole di cui non vergognarsi perché dei beni e i prodotti low cost si evidenzia la loro ampia diffusione, cercando così di renderli non solo accettabili, ma fattore per essere socialmente accettati. Il low cost viene comunicato con stili e modalità a volte più raffinati di quelli dei prodotti equivalenti di qualità superiore, lo stile è tranquillizzante, oppure entusiasta ma anansiogeno, in alcuni casi addirittura scanzonato e (auto)ironico.

Il catalogo IKEA è un classico caso di studio. La qualità delle composizioni, degli ambienti, della luce nelle immagini del catalogo potrebbe reggere il confronto con le riviste di architettura più prestigiose. Ma questa scenografia serve a presentare prodotti in truciolare, pannellature e plastica prodotti nei paesi più poveri al mondo.

Non si tratta solo della classica confezione più prestigiosa o più costosa del contenuto. Il catalogo interloquisce con le attese e le aspirazioni del compratore. Certo, ogni acquirente è ben consapevole che se si trova in un IKEA è perché, di solito, vive in un appartamento piccolo e vuole risparmiare, ma quel che l’acquirente inconsciamente cerca e vorrebbe ritrovare quando entra in un megastore IKEA sono gli ambienti e le atmosfere del catalogo. Il catalogo è l’utopia possibile, di un appartamento piccolo ma confortevole, economico ma accogliente, in cui esprimere i propri variegati interessi calibrandoli sul proprio reddito. Coerente con le conclusioni di queste riflessioni anche lo slogan del catalogo italiano IKEA 2018: “Facciamo spazio alla tua voglia di cambiare”.

Le didascalie del catalogo alludono spesso al confine, chiaro ma implicito, tra vincoli materiali (spazio, disponibilità economiche) e aspirazioni.

Ascesa e declino del low cost 

Son passati poco più che dieci anni da quando il testo di Massimo Gaggi ed Eduardo Narduzzi “La fine del ceto medio e la nascita della società low cost” si spingeva a ipotizzare un modello low cost per tanta parte delle attività economiche e sociali. Si andava ben oltre l’acquisto di un biglietto aereo a pochi euro o un mobile in truciolato per qualche decina. Si ipotizzava un mondo dove la produzione e l’erogazione di servizi tradizionalmente in capo allo Stato, la giustizia, la sanità, la pubblica amministrazione, le pensioni, venivano ripensati in logica low cost e dentro l’idea di uno Stato minimo. Molto più di una moda o di uno stile di vita, il low cost veniva proposto come uno strumento, culturale, prima ancora che economico, per riprogettare la società sulle basi non di una frugalità voluta, ma di modello sociale imposto dall’addio al welfare state e dal declino dei redditi personali.

Una generazione intera ha così visto nei consumi compulsivi e low cost una soluzione alle grandi aspirazioni cui era stata educata. La “generazione low cost” e la per tanti versi sovrapponibile “generazione Erasmus” sono due facce della stessa medaglia: una generazione occidentale transnazionale, che ha fruito solo indirettamente dei benefici e le tutele sociali dei loro genitori, accomunata da principi politici in sostanza moderati e da una bassa conflittualità sociale anche grazie all’accesso a beni che per i loro padri erano un lusso, come ad esempio i frequenti viaggi in aereo. Una generazione precaria e senza alcuna sicurezza per i suoi anni tardi che non sente acutamente il disagio della sua condizione grazie all’accesso a beni e servizi a basso costo.

Al di là di motivazioni strettamente culturali e politiche, bisognerebbe anche indagare quanto la facilità di accesso a beni e servizi ha consentito di disinnescare la conflittualità potenziale di una intera generazione. Internet e il low cost hanno rappresentato due grandi valvole di sfogo delle inquietudini e dei desideri giovanili, per cui mai come oggi, nonostante scontri sporadici, la gioventù europea è tanto poco politicizzata e tanto conformista. Se di per sé internet ha ancora una carica liberatoria e libertaria (disintermediazione del sapere, della politica, dei rapporti sociali: messa in discussione dei “poteri”), i social media, che tanta parte parte rappresentano dell’internet, sono al contrario un meccanismo conformista perché tendono a spingere le persone a ricercare il consenso su quanto affermato, rafforzando gli stereotipi delle grandi filter bubbles in cui le varie tribù digitali vivono. Il low cost ha trasformato il desiderio in un processo pulsionale e ricorsivo di accumulazione quantitativa, rimandando la pretesa per la qualità (degli oggetti, come anche della stessa esistenza) a un orizzonte lontano, “quando ce lo potremo permettere”.

A questa platea di consumatori si aggiunge una parte consistente dei loro genitori, privati spesso delle tutele e dei servizi sociali che fruivano all’inizio del loro percorso lavorativo, che oggi si trovano a far fronte a questo declino della loro condizione ricorrendo a servizi e beni low cost. Da un punto di vista globale queste due generazioni si trovano soprattutto in Europa, affastellati attorno al valore minimo della oramai classica curva di Branko Milanovic.

In fondo alla proboscide dell’elefante di Milanovic si sono dunque ritrovati milioni di giovani europei che prima hanno pensato che le scelte low-cost fossero solo legate alla fase iniziale del loro percorso lavorativo per poi capire di essere ingabbiati in una dimensione permanente.

In un mondo dove poi l’esibizionismo digitale di desideri, esauditi o meno, crea forti pressioni esistenziali, il low cost si propone come una strategia di gestione all’impoverimento delle prospettive di almeno due generazioni.

Ma questo modello, che poteva essere accettato come un rifugio temporaneo, è diventato per molti  la trappola in cui son richiuse le loro aspirazioni.

Dalla sicurezza ai consumi: il low cost come ricerca di senso

La modernità può essere raccontata anche come l’eclisse dall’orizzonte umano di una idea di senso trascendente e inattingibile nella storia dei singoli e delle collettività. L’idea di un destino che presiedeva le vite di tutti, rendeva le tragedie più accettabili e comprensibili (“dio dà e dio toglie”). L’ideologia della razionalità che inizia a farsi strada a partire dall’età moderna sostituisce un destino accettato come inevitabile con la volontà di prevedere il futuro, la coscienza di poter controllare il percorso delle vite umane e delle stesse società.

Con Bismark, in pieno positivismo, viene teorizzata e messa in pratica l’idea che la coesione sociale e lo spirito nazionale vanno rafforzati attraverso l’impegno dello Stato a garantire a tutti un possibile futuro (scuola pubblica aperta a tutti), la cura dalla malattia (ospedali pubblici) e soprattutto la vecchiaia. Lo Stato garante del futuro attraverso le pensioni è il massimo esempio di predittività sociale: le assicurazioni calcolano matematicamente quanti lavoratori servono per mantenere un pensionato e quanti anni in media potrà quest’ultimo godersi la pensione (al netto di abusi).

Il passaggio dal modello a ripartizione al modello contributivo è già un primo colpo a una idea di coesione sociale attraverso la garanzia di tutela comuni e inclusive. Il principio contributivo per cui chi più versa più avrà cambia totalmente il quadro. Viene meno l’idea che era un diritto e diventa una componente di un piano di investimento in base alla capacità individuale gestito dallo Stato.

Il compromesso socialdemocratico europeo di una vita confortevole basata su lavoro, pensioni, sanità e istruzione era il patto fondante tra cittadino e Stato, in cui quest’ultimo si faceva garante del futuro dei propri cittadini che in cambio ne riconoscevano la piena legittimità.

Ogni senso dell’esistenza parte dall’idea di futuro che ci facciamo o che ci viene proposta. Se lo Stato viene meno con gli impegni che aveva iniziato a prendere oltre un secolo fa che senso ha più la mia cittadinanza? Ecco dunque che nella tarda società consumistica avviene il decoupling, il disaccoppiamento tra consumatore e cittadino: lo Stato con le sue elites si allontana dalle masse, mentre si minimizza e si ritira da tanti ambiti, lasciando il cittadino orfano di legami politici e concentrato solo nel suo ruolo di consumatore a basso costo, con l’obiettivo di massimizzare le sue gratificazioni materiali.

Il destino personale in una società atomizzata si riduce a nient’altro a una collazione di gratificazioni consumistiche a basso costo e a se stanti, senza più una visione che dia l’idea di un percorso o di un senso all’esistenza. Al massimo, si richiede un consenso temporaneo alle proprie esperienze pietendo un Like su Facebook o un cuoricino su Instagram.

Il processo di produzione-consumo del low cost

L’abbassamento dei costi di produzione non è solamente il frutto delle efficienze dovute alla digitalizzazione dei processo produttivi e distributivi. Il prosumer, il produttore-consumatore, è un soggetto centrale perché senza la sua diretta collaborazione non si potrebbero ottenere ulteriori riduzioni di costi, ad egli, talvolta, parzialmente restituiti.

Il Low cost addebita al cliente una serie di costi non monetari o non immediatamente monetizzabili: il montaggio con le proprie mani o a proprie spese di beni fisici, il self service in tanti ristoranti a basso costo, il processo di registrazione e accettazione del passeggero, la necessità di acquisire competenze un tempo appannaggio solo dei bancari, la breve durata dei capi di abbigliamento che implica costi di sostituzione significativi.

Il consumatore è costretto alla collaborazione se non vuol pagare costi aggiuntivi che spesso fanno svanire i vantaggi del prezzo basso. Richiedere il trasporto e il montaggio a casa di un mobile o dimenticarsi di completare da sé il check-in costa molto salato.

Non si tratta solo di costi a valle. Sappiamo bene che il processo d’acquisto di un volo low cost può tradursi in una snervante gimcana tra caselle da cliccare e offerte da declinare per riuscire davvero a raggiungere l’agognato prezzo speciale. Così come il prezzo di altri beni low cost appare davvero super conveniente solo con ulteriori sconti, mentre prodotti simili sono spesso più convenienti in altri esercenti.

Iniziamo ad essere sempre più consapevoli che la produzione del low cost ha un pesante impatto ecologico e sociale. e a volte non è nemmeno tanto conveniente sotto l’aspetto strettamente economico. La produzione globale delocalizzata punta non solo a inseguire il costo del lavoro più basso, ma anche il quadro normativo meno stringente per quanto riguarda il rispetto della sicurezza ambientale e sul lavoro. Le nostre case low cost sono piene di capi di abbigliamento made in Bangladesh o di mobili made in Serbia o  in Romania, ma queste nostre stesse case sono abitate da assistenti di volo di compagnie low cost, commesse di negozi low cost, sviluppatori software sottopagati per progetti low cost.

Il low cost, essendo un processo assolutamente deterritorializante, indifferente al territorio e alle sue regole, tende a imporre la stessa logica lungo tutta la sua filiera, non conta se parti di essa si trovino in Marocco o in Germania. L’assistente di volo della compagnia low cost si può affidare solo al low cost per poter mangiare, poter arredare il proprio monolocale, per potersi vestire, per poter telefonare e per gran parte delle sue attività.

Il low cost, che è apparso nelle nostre vite come idea geniale per avere di più dai nostri salari sfruttando le opportunità delle disuguaglianze globali, ha piegato le nostre vite e i nostri diritti alle sue logiche.

Low cost e populismo industriale

Il low cost, come ideologia di controllo sociale proposta dalle elites, finisce per sfociare nel populismo, come rottura della fiducia tra governanti e governati a seguito della rinuncia dello Stato a offrire un orizzonte di senso e di futuro ai suoi cittadini.

Lo Stato viene identificato del tutto con le sue élite perché non riesce più a rappresentarsi come un organismo coeso. Il superamento degli Stati-nazione è andato di pari passo con il ritiro dello Stato dagli impegni del compromesso socialdemocratico del secondo Dopoguerra. Privati di molte garanzie che si aspettavano dallo Stato, disorientati da uno Stato multiculturale che spesso non sa gestire la trasformazione dovuta ai flussi migratori, le classi meno agiate hanno trovato un rifugio consolatorio nel low cost e un rifugio politico nel populismo, pur pienamente consapevoli che si tratta di soluzioni di ripiego in entrambi i piani.

Il low cost rappresenta una delle massime esperienze del Populismo industriale, per usare il termine di Bernard Stiegler. La fruizione compulsiva di beni di poco valore e dal basso costo alla fine banalizza l’esigenza degli stessi consumatori di individualizzarsi, di caratterizzarsi attraverso il consumo. Se sei consumatore low cost, sarai anche un cittadino low value?

L’ideologia di controllo sociale attraverso il low cost dell’ultimo quindicennio implicava una depoliticizzazazione delle masse e il loro rifugio in orizzonti di senso del tutto individuali, basati su gratificazioni materiali continue ma di breve durata e di ridotte ambizioni. Questo downsizing materiale, questa resilienza esistenziale, mostrano ogni giorno dei punti di rottura di fronte alle pressioni di una società orfana di visioni capaci di governarla nel complesso e dare un senso alle singole esistenze. Così, all’interno del classico pendolo tra dimensione pubblica e dimensione privata di Albert O. Hirshman, gli individui tornano alla politica, ma a una politica di stampo populista, in cui si ritrovano accomunati da accuse più o meno generiche alle èlites che, esplicitamente o meno, hanno gestito il processo di impoverimento di milioni di persone nelle nazioni più industrializzate.Il disvelamento dei limiti del compromesso low cost porta questa forma di individualismo frustrato a sfociare in politica, in una politica che si può essere definita, senza accezioni di giudizio, populista.

In tutti i programmi politici populisti vi è un forte accento su un nuovo protagonismo dello Stato, che deve essere chiamato non solo a proteggere i cittadini dagli effetti della globalizzazione (si manifesti essa come immigrazione o come impoverimento della classe media), ma dovrebbe ricostruire un orizzonte di senso attraverso un nuovo senso di appartenenza e di coesione collettiva.

Ecco perché il low cost, che pure resterà come offerta commerciale, ha fallito come ideologia a sostegno dell’idea di uno Stato minimo: essa ha mancato totalmente l’obiettivo di creare una generazione soddisfatta della propria condizione grazie all’accesso diffuso a beni di scarsa qualità e oggi questa generazione (assieme agli strati sociali più poveri che più hanno sofferto …) entra in politica attraverso la porta del populismo, senza essersi però mai addestrata alla capacità politica di risoluzione dei problemi.

Il low cost rientra nei ranghi come mera strategia aziendale e lascia il campo a un’epoca in cui il contrasto tra le attese degli individui e le possibilità della politica diventerà ancora più stridente e rischioso per la tenuta della stessa società.

(l’immagine di copertina è tratta dal Catalogo Ikea Italia 2017)

Bibliografia: 

Branko Milanovic, “Worlds apart: Measuring international and global inequality” Princeton University Press, 2005

Massimo Gaggi, Eduardo Narduzzi, La fine del ceto medio e la nascita della società low cost, Einaudi, 2006

Bernard Stiegler, Reincantare il mondo. Il valore spirito contro il populismo industriale, Orthotes, Napoli 2012

Bernard Stiegler, State of Shock. Stupidity and knowledge in XXI century, Polity Press, 2015

Albert O. Hirshman, Felicità privata e felicità pubblica, Feltrinelli, 1983

 

Linkografia:

Ideología del loro cost, El Paìs, 7 decembre 2006 https://elpais.com/diario/2006/12/07/sociedad/1165446009_850215.html

La generatiòn low cost, El Mundo, 11/01/2015 http://www.elmundo.es/economia/2015/01/11/54afd7cc22601d31158b457e.html “No hay muebles de carpintería, sino estanterías Billy de Ikea, símbolo de la existencia low cost de la mayoría de estos jóvenes.”

No more low cost: East Europe goes up in the world, July 25th 2017, Reuters, https://www.reuters.com/article/us-easteurope-economy-analysis/no-more-low-cost-east-europe-goes-up-in-the-world-idUSKBN1AA1RE “We are not just cheaper-labor economy but also a low-cost economy,”

When cheap is not so cheap, The Economist, Sept 2nd 2014,  https://www.economist.com/news/business-and-finance/21614076-rethinking-low-cost-and-high-cost-manufacturing-locations-when-cheap-not-so-cheap

Non toglieteci anche le Fake News!

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Non toglieteci anche le Fake News!

Come già per i superalcolici, il tabacco, le patatine fritte, le bevande gassate, i grassi idrogenati, lo zucchero e, buon ultimo, l’olio di palma, il proibizionismo delle buone intenzioni è pronto ad abbattersi su un nuovo nemico della salute fisica e mentale degli individui incapaci di badare al loro bene: le fake news.

Ho sempre sospettato di chi mi dava consigli per il mio bene, per questo nella vita ho fatto tanti errori. Ma almeno mi sono sentito libero di farli.

Che il grande allarme sulle fake news diventi il punto di partenza per imporre sul web una certa idea di verità, decisa per lo più da poche piattaforme attraverso algoritmi ovviamente proprietari quanto opachi, oggi è meno un’ipotesi distopica che una tendenza fondata.  Negare visibilità a versioni alternative o paradossali dei fatti potrebbe essere il primo passo verso una sorta di totalitarismo digitale.

Ma che cosa significhi fake news, termine oramai usato anche dalla casalinga per apostrofare un’offerta farlocca del supermercato sotto casa, per certo più non si sa: chi etichetta così anche gli slogan degli avversari politici, chi ci mette dentro anche le teorie cospirative, chi lo confonde con la propaganda, chi definisce fake news un fatto che vuole negare, chi lo usa perché è il termine del momento e produce tanta attenzione e tanti click.

L’utilizzo indiscriminato del termine fake news è diventato un grande alibi per dimenticare la cause reali della crisi del giornalismo e tralasciare la memoria delle manipolazioni, della propaganda, delle interpolazioni di testi e fotografie che hanno inciso in tante ricostruzioni storiche, come anche degli articoli un tanto al chilo, delle bufale per far abboccare i giornalisti tonni, degli educational tours con molte occasioni di divertimento che a volte sono entrate nella mitologia della professione giornalistica. Bei tempi andati insomma, quando si affogavano i cormorani nel petrolio al fin di smuovere i delicati animi degli occidentali (fino ad allora poco toccati da abusi, crudeltà e decine di migliaia di esecuzioni arbitrarie) o quando il segretario di Stato USA Colin Powell mostrava in Consiglio di Sicurezza dell’ONU le mitiche boccettine di polvere bianca, e ancora non si sa se fosse talco o forfora di Bush Jr. Ma tant’è, all’epoca la parola fakenews non era stata inventata e poi la diffusione delle contronotizie era fatta da grandi società di comunicazione come Hill&Knowlton con l’ausilio di tanti giornalisti finanziariamente “embedded”, mica dal primo pischello smanettone ubicato in chissà quale villaggio dei Balcani. Fino a dieci anni fa l’informazione era ancora un circuito abbastanza limitato e controllabile, un club quasi esclusivo e ancora relativamente benestante dove ci si conosceva, ci si scambiava favori e, almeno a certi livelli, tutti conoscevano gli altarini degli altri. Ecco, mi chiedo quanto gli allarmi per le fake news e il livore per l’informazione via social media che diffondono tanti paludati giornalisti non siano le reazioni di chi vede svanire il mondo confortevole in cui viveva.

Con questa persuasione ho seguito con distacco il tema fino a quando non ho letto un meditabondo  appello di Gramellini alla regolazione dei social. Il vate nazionale del buon senso il 17 maggio scorso ha dichiarato: “che le porte dei «social», spalancate sul male del mondo, hanno urgente bisogno di una serratura”. Ora, vada per i grandi esperti di politica e media, vada per i professori universitari di comunicazione e sociologia, ma la presa di posizione di Gramellini preoccupa perché,  a differenza di chi studia davvero l’argomento, il suo pensiero è letto dai politici perché ritenuto rappresentativo di qualche milione di italiani che si considerano buoni, civili e riflessivi e così tanti politici, anche le versioni reali e decuplicate di Cetto la Qualunque, tengono in gran conto il giudizio dei tremebondi lettori di Gramellini.

Ma il fatto è che per scrivere un editoriale alla Gramellini ci vogliono pochi minuti, mentre per verificare il caso Blue Whale ci vogliono ore o giorni di verifiche. Non mancano sul web le penne brillanti, invece scarseggiano i redattori capaci di ricercare le fonti e verificare le notizie con rapidità e autorevolezza.

Definizione delle fake news

Ma ora cerchiamo di definire l’ambito e il concetto delle fake news, che possiamo definire come contenuti non fattuali, dal tono spesso sensazionalistico e con una titolazione roboante, costruiti con logica di click baiting, diffusi via web prevalentemente attraverso i media sociali.

Le fake news trovano spazio all’interno della grande divaricazione  che il web sociale ha creato tra informazione e contenuti, con questi ultimi diventati strumenti principi del web marketing. I contenuti per il web non sono necessariamente informativi, ma sono costruiti con logiche di web marketing per incrementare il traffico o le page views. Anche l’informazione di qualità può essere riorganizzata per veicolare più traffico attraverso titoli enfatici, per ottenere più page views reimpaginando i contenuti in slideshow, per essere più facilmente condivisibile via social media utilizzando, per esempio, immagini efficaci ma non sempre in linea con l’oggetto dell’informazione.

In generale un contenuto per il web è innanzitutto ottimizzato per essere trovato dai crawler e condiviso facilmente via social media. Per certi contenuti sarebbe più corretto parlare di fake contents che di fake news, ovvero di contenuti che nemmeno si pongono il problema della veridicità (Il culo photoshoppato della Kardashan, non è una fake news, ma un fake content che produce traffico e visibilità monetizzabili).

L’ecosistema delle fake news strictu sensu è caratterizzato da variabili di mercato e da variabili sociali.

Le Variabili di mercato riguardano:

  1. Basse barriere di accesso al mercato dei contenuti digitali, sia dal punto economico (poche centinaia di euro per realizzare un sito web di buona qualità grafica) che organizzativo (grazie ai Content Management Systems gratuiti) e distributivo (costo marginale zero della distribuzione digitale)
  2. Declino della circolazione dei grandi media, a causa dei costi di produzione e di distribuzione e al declino della raccolta pubblicitaria
  3. Modelli attuali di pay-per-view e pay-per-click che premiano i volumi di traffico a discapito della qualità dell’informazione (un articolo di informazione o di riflessione di qualità verrà quasi sempre penalizzato rispetto a un contenuto ottimizzato per essere cliccato e condiviso)

Tra le variabili sociali possiamo elencare

  1. Incremento della fruizione di contenuti enfatici, polemici o leggeri attraverso i media sociali e in particolare Facebook.
  2. Declino della fiducia nei grandi media
  3. I fenomeni di echo chamber o filter bubble, che spingono verso un processo di ripetizione e di rafforzamento di determinati contenuti all’interno di cluster relazionali
  4. Diffusione di teorie cospirative e incremento dell’attitudine a credere a verità considerate “alternative”

 La censura attraverso gli algoritmi

Non è la prima volta che l’intellighenzija italiana si lancia ardimentosamente a provare a regolare le “fake news”. Prima si è provato proponendo un comitato di esperti (un evergreen italiano), che non si sa se si sarebbe riunito a cadenza mensile o trimestrale per verificare contenuti diffusi settimane o mesi prima e dimenticati in poche ore. Poi il 21 aprile a Montecitorio si son tenuti ben quattro tavoli di lavoro, promossi dalla Presidenta della Camera, per “arginare la disinformazione”. Ma verso chi si rivolgono gli strali delle menti illuminate convocate dalla Boldrini? Da una parte verso i produttori di fake news, siano essi ubicati a San Cataldo, provincia di Caltanissetta, a gestire il famigerato senzacensura.eu, o in Macedonia o Romania a disinformare a vantaggio di Trump o rifugiati in Bulgaria a fare gli imprenditori della bufala. Dall’altra parte ci sono le grandi piattaforme come Google e Facebook, alle quali anche il giurista statunitense Vivek Wadhwa ha indirizzato i suoi strali in un articolo sul Washington Post del 12 aprile intitolato “What Google and Facebook must do about one of their biggest problems” invitando le due grandi porte del web a indirizzarsi verso una “positive direction” e a rendere accessibili non i codici, ma almeno i filtri di selezione. Wadhwa ha dimenticato che se ci sono aziende che non vogliono apparire sui siti di fake news ce ne sono tante altre che si rivolgono proprio a quel target. A questo appello ha indirettamente risposto nel corso dell’ultima edizione di F8 Developers di Facebook Adam Mosseri, VP di News Feed, il quale ha evidenziato i quattro parametri su cui lavora la selezione di notizie di Facebook: Inventory, Signals, Predictions, Score. All’interno di “hundreds of thousands of data points” processati da Facebook, dei quattro parametri che riordinano I contenuti quello di maggiore interesse è Predictions, ovvero l’insieme degli algoritmi di predizione che Facebook usa per proporci i contenuti che hanno più alta possibilità di spingerci a una reazione/interazione.

Dall’esposizione di Mosseri sembra che Facebook punti solo a incrementare la capacità di engagement delle informazioni/contenuti distribuiti nel News feed. In questo senso Facebook si presenta in maniera agnostica rispetto ai contenuti che diffonde: la costruzione della filter bubble o della echo chamber non si baserebbe su considerazioni di tipo politico, ma avrebbe l’unico intento di farci restare più tempo possibile sulla piattaforma per alimentarla con Like, commenti e contenuti (con tutti gli enormi interrogativi che pone questo modello di estrazione del valore dalle persone).

Ma che l’interpretazione di Mosseri sia volutamente ingenua e reticente è dimostrato dal rapporto “Information Operations and Facebook” dello scorso 27 aprile. In esso si esplicita un obiettivo politico chiaro, sulla falsariga del Manifesto di Zuckerberg, quello di “make the world more open and connected”, con la rivendicazione del ruolo in “facilitating public discourse”.

Le ”Information Operations” sono definite come “actions taken by organized actors (governments or non-state actors) to distort domestic or foreign political sentiment, most frequently to achieve a strategic or geopolitical outcome” attraverso “fake news, disinformation or networks of fake account” con obiettivi principalmente di carattere politico e non di monetizzazione. Quindi un documento assolutamente politico e non di carattere tecnico, che pone al primo punto della sua strategia di contrasto la lotta al “Targeted Data Collection”, in sostanza ai “leaks” di dati politicamente sensibili che possono essere attivati anche attraverso i profili Facebook. Per chi crede che Wikileaks, al di là delle ambiguità e delle controversie, abbia consentito negli ultimi anni di conoscere alcuni aspetti del sistema di sorveglianza e degli arcana imperii globali, la posizione di Facebook appare assolutamente schierata a favore della segretezza e a tutela di una parte dell’establishment mondiale, ben lontana dai principi di promozione di un mondo aperto e di libera espressione dei sbandierati da Zuckerberg.

Le tecniche che presenta la società di Menlo Park per tutelare la sua dimensione informativa finiscono per essere risultare di sostegno ad alcune narrazioni (e abusi) di alcune classi dominanti globali. Prendiamo un esempio, la violazione degli account di posta della presidentessa del Democratic National Committee Debbie Wasserman Schultz da parte di hacker russi più o meno strettamente controllati dal Cremlino. Una operazione di spionaggio politico internazionale che ha svelato come i vertici del partito democratico americano giocassero scorrettamente ai danni di Bernie Sanders, ovvero ai danni di colui che tutti i sondaggi davano vincente contro Donald Trump. Queste rivelazioni hanno certamente incrementato, come era loro fine, la sfiducia nelle istituzioni politiche, ma sulla base di fatti veritieri che hanno portato alle dimissioni della Wasserman Schultz, a scuse formali del DNC verso Sanders, il quale aveva anche citato in giudizio il DNC. Eppure il rapporto di Facebook a pagina 8 si preoccupa dei “fake accounts” che potrebbero “undermine the status quo (grassetto mio) of civil or political insistitutions”: un’esplicita presa di posizione che evidenzia l’approccio conformistico di questi meccanismi che potremmo definire di “information patroling” che attiverà nei prossimi mesi Facebook. A tal riguardo Facebook assicura a pagina 12 che continuerà a lavorare con i governi per fornire formazione e a collaborare con le agenzie governative di cibersicurezza: una scelta di campo chiara a sostegno dei governi in carica, ovunque essi si trovino e comunque essi operino. Postulare e promuovere un confronto aperto tra i suoi utenti e collaborare con governi autocratici che perseguono chi vuole esprimersi liberamente potrebbe apparire una contraddizione oppure rappresentare i due assi di una rete di controllo globale pronta ad attivarsi per sanzionare o a imprigionare chiunque apponga un Like o faccia un commento considerato sovversivo ad Ankara o al Cairo, ad esempio. Un ambiente relazionale in cui si potrà parlare con tutti di quasi tutto purché non cambi lo status quo del mondo reale.

Ma, si dirà, le fake news ci hanno portato Trump e qualche contromisura bisogna pur prenderla. Ebbene, tanto il citato rapporto di Facebook quanto l’eccellente ricercaSocial Media and Fake News in the 2016 Election dei ricercatori della Stanford University Hunt Allcott e Matthew Gentzkow evidenziano che non vi è alcuna correlazione certa tra la vittoria di Donald Trump e la diffusione di fake news a sostegno delle sue posizioni. Mentre sul tema delle presidenziali USA il citato rapporto di Facebook dichiara che “we have no evidence of any Facebook accounts being compromised as part of this (information operations) activity”, il rapporto di Allcott e Gentzkow, pur confermando che Facebook era stato il principale veicolo di diffusione delle 156 fake news monitorate durante il periodo pre-elettorale, dimostra come l’impatto delle fake news in termini di capacità di indirizzo e di cambiamento delle opinioni politiche è estremamente limitato. Altri fattori, come l’orientamento politico, la dieta mediatica e il livello di istruzione, risultano molto più incidenti.

Le fake news come fallimento della governance liberal e globalista

In una recente intervista Eli Pariser ha dichiarato: ““The filter bubble explains a lot about how liberals didn’t see Trump coming, but not very much about how he won the election” e si chiede: “Is the truth loud enough?” Ma chi o cosa dovrebbe decidere cosa è la verità?

A mio avviso il dibattito globale sulle fake news può essere interpretato anche come un alibi che le élite mondiali liberal e globaliste stanno diffondendo per giustificare vari fallimenti delle loro scelte di personale politico e di governance. L’incapacità di queste élite di costruire quella che Gramsci chiamava la “connessione sentimentale” con il popolo, che oggi si esprime tanto attraverso i social media e in special modo Facebook, finisce per essere attribuita alle fake news, all’hate speech, ai leaks, alle information operations pianificate da stati esteri, ma raramente vi è un’autocritica sulle proposte politiche e sulla qualità della comunicazione e dello stesso personale politico proposto da queste élite liberal. Brexit e Trump sono due dei vari esiti di questa disconnessione tra gente comune e classi dirigenti globaliste. Di converso bisognerebbe chiedersi se l’efficacia di Sanders e Corbyn su Facebook sia solo merito del loro social media manager o anche l’effetto della loro proposta politica.

La risposta verso cui certe élite sembrano orientarsi per far fronte ai fallimenti della loro governance tende alla censura da stato etico, con l’aggravio di voler ricorrere agli algoritmi delle grandi corporation del web per fini strettamente politici. In realtà gli studi più recenti non mostrano una particolare capacità di orientare il dibattito pubblico da parte delle fake news. Esse vanno intese in molti casi più come una gratificazione psicologica per persone che vogliono ulteriori conferme dei loro pregiudizi, occasioni di svago più che armi di propaganda politica. Uno svago pettegolo e malizioso quanto si vuole, ma un indice della libertà di espressione di una società.

Immaginiamo un ministero della verità che decida di togliere dalle edicole Cronaca Vera e Novella 3000. Non sarebbe un attentato alla libertà di stampa, a una stampa che da sempre è anche svago e può essere letta senza alcun impegno intellettuale e senza impegnarsi in alcuna verifica fattuale?

Qualche Solone liberal dirà: “ma nessuno vi vuole togliere il cazzeggio pettegolo dal parrucchiere o sotto l’ombrellone! La questione riguarda i temi seri, dalla politica alle affermazioni pseudo scientifiche”. Ecco, anche se gli algoritmi di verifica della veridicità di un fatto o di un’affermazione venissero applicati solo (solo?) a questioni politiche e asserzioni scientifiche, ci sarebbe molto da preoccuparsi. Se la politica è il presente della storia sarebbe inquietante che il dibattito politico venisse indirizzato dagli algoritmi delle grandi piattaforme. Quale storia avremmo?

Aggiungiamo il fatto che mentre la storia viene da secoli riscritta grazie a documenti inediti e interpretazioni innovative dei fatti, un documento digitale una volta cancellato non può più venire recuperato.  E anche sulle affermazioni pseudoscientifiche bisognerebbe riflettere con meno conformismo.  Isaac Newton era un geniale scienziato quanto un alchimista appassionato: qualche algoritmo di ricerca potrebbe retrocedere tutti gli articoli sulle ricerche di un Isaac Newton contemporaneo perché parte di esse sarebbe patentemente controversa.

La storia del giornalismo, da Winchell e Pulitzer in poi, è un continuo confronto tra watchdogging e propaganda, tra impegno e svago, tra terze pagine e pagine rosa, tra scoop e violazioni della privacy, un coacervo di manipolazione, idealismo, servilismo e impegno civico. E ci sarà sempre un tipo di pubblico che all’Etica nicomachea di Aristotele preferirà la lettura delle amorali vicissitudini di Fabrizio Corona. L’importante è avere una politica che voglia fare in modo che tutti abbiano gli strumenti per comprendere il valore delle diverse intraprese.

Al contrario, una politica che si illuderà di usare gli algoritmi di aziende commerciali per poter cancellare una parte della realtà che trova sgradevole rischierà di vedersi cancellata da questi stessi algoritmi.

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