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Algoritmi e fake news: i nuovi alibi per i fallimenti politici

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Algoritmi e fake news: i nuovi alibi per i fallimenti politici

All’inizio fu un bottone rosso.

Ricordate? Il 19 gennaio 2018  il Ministro degli interni Marco Minniti pretese “una vigilanza delle forze di polizia sulle notizie palesemente false” e lanciò il famigerato bottone rosso contro le fake news.

Ma se una notizia è palesemente falsa (tipo Renato Balestra non si è mai sottoposto a chirurgia plastica o la Volkswagen regala 800mila auto a San Valentino) perché ci sarebbe bisogno della Polizia? Immaginate i poliziotti virtuali impegnati a inseguire le tracce di tanti Ermes Maiolica digitali per poi dire loro: “mi raccomando burlone, non dire bugie”?

Ma in conferenza stampa il capo della Polizia Gabrielli fu più sincero: l’emergenza vera era l’imminente campagna elettorale per le elezioni 4 marzo. Certo, bisognava stare attenti ai congiuntivi di Di Maio e alle solite bufale di Berlusconi, ma quale è il confine tra promessa elettorale, diritto di critica e polemica politica? Tra generica cialtronaggine e specifica denigrazione?

La Polizia offriva anche il modulo online per fare le segnalazioni: immaginavamo orde di sicofanti digitali pronti a segnalare ogni incongruenza e balla degli avversari di collegio elettorale o per le elezioni di condominio.  Il tutto promosso da un ministro aderente a un partito che vantava un segretario chiamato fin da ragazzo “il bomba”.

Come è andata a finire? Si è mossa addirittura l’ONU dichiarando che il famigerato bottone rosso era “incompatibile con gli standard di legge internazionale sui diritti umani,” e delle 128 notizie che la Polizia dichiarava di aver scovato come fake con tanta acribia non esiste un elenco. L’iniziativa è stata fatta sparire, discretamente.

Un’iniziativa tanto imbranata è stata dunque la risposta del governo italiano a un timore diffuso basato su un chiaro teorema: le centrali di diffusione di fakenews basate in Russia e gli strumenti di microprofilazione che sfruttano i dati di Facebook e Google sostengono le opzioni politiche cosiddette populiste, come già successo in Usa con Trump, nel Regno Unito con il Leave e in Germania con il successo di Alternative fur Deutschland. L’obiettivo, come ha evidenziato un rapporto della Commissione Esteri del Senato americano, è destabilizzare l’Occidente e nello stesso rapporto fu lanciato l’allarme anche per l’Italia, indicando esplicitamente i beneficiari di queste azioni di manipolazione. Una sana democrazia occidentale basata su principi (neo)liberali si difende dalle fake news perseguendole. Se almeno le sapesse definire, certo.

Ma chi erano i partiti maggiormente indiziati di fruire di questo incrocio perverso tra fakenews putiniane e iperprofilazione digitale? Ovviamente la Lega Nord guidata dal filoputiniano Matteo Salvini e il Movimento 5 Stelle creato dal guru del webmarketing Gianroberto Casaleggio. E chi ha stravinto le elezioni del 4 marzo? Proprio Lega e Cinque Stelle. Allora abbiamo tutti gli elementi per arrivare rapidamente alla conclusione di questo articolo: c’era il timore di manipolazioni dall’estero degli orientamenti degli elettori che già hanno avuto successo in Usa, UK e (parzialmente) in Germania e hanno puntualmente vinto proprio i partiti sospettati di fruire o usare queste tecniche.

Grazie per la lettura e arrivederci.

O forse no.

Post hoc ergo propter hoc? Contro il pensiero magico digitale

Un vecchio adagio di base della logica ricorda proprio l’errore alla base del pensiero magico: post hoc ergo propter hoc, se un fatto precede un altro, esso non ne per forza è la causa.

La sequenzialità temporale non è un nesso causale. Figuriamoci quando la presunta causa è tutta da dimostrare.

Giornalisti, commentatori, tuttologi assortiti nelle ultime settimana sono tutti diventati esperti di Facebook Ads per spiegarci non solo che c’è un’unica regia che unisce il microtargeting,  la fakenews e populismi, ma che soprattutto queste azioni abbiano avuto una clamorosa efficacia e siano l’arma finale per destabilizzare l’Occidente (il quale evidentemente non riesce a destabilizzarsi abbastanza da solo nonostante gli sforzi delle sue elite). Quali sarebbero le prove a sostegno dello straordinario successo di questa strategia?

Come accade nelle culture premoderne, quando non si hanno strumenti culturali e tecnici per spiegare fenomeni naturali o tecnologici ci si rifugia nel pensiero magico.

E da qualche tempo dobbiamo registrare la nascita del pensiero magico digitale, in cui tanti commentatori privi di competenze tecniche e della pazienza per leggere le ricerche di settore, sovrappongono piani di analisi e costruiscono teoremi di causalità senza portare un minimo di studio empirico.

Il pensiero magico digitale parte da alcuni principi:

  1. I concreti algoritmi, di cui è pieno il nostro mondo, da componente tecnica di cui studiare e denunciare la non-neutralità, sia perché scritti da esseri umani con i loro pregiudizi sia perché spesso piegati alle logiche della società che ci sta fornendo il servizio, vengono raccontati come un elemento metafisico, l’Algoritmo con la A maiuscola. Una ipostasi per rinunciare a studiare i fatti tecnici nella loro complessità e nelle loro distorsioni e proporre invece una spiegazione astratta quanto polivalente, una specie di semidio digitale che tutto spiega e tutto vuole, come quando invece dei meteorologi ci si affidava ad Eolo o a Poseidone.
  1. Citare coattivamente e ricorsivamente l’Algoritmo (sempre con la A maiuscola) come fino a cinquant’anni fa si citava il Capitale per spiegare un po’ di tutto, dalla guerra in Vietnam alla guerra in Siria, dalla sconfitta della squadra del cuore ai cambiamenti climatici, tanto in qualche modo qualcosa può sempre entrarci, fa moderno e non impegna ad analizzare le molteplici variabili che impattano su ogni fenomeno.
  1. Un bel teorema-mischione cospirativo che mette dentro Mark Zuckerberg, Larry Page e Sergej Brin, Jeff Bezos, Vladimir Putin, Xi Jinping, Beppe Grillo e magari il Gabibbo per dimostrare che sono tutti impegnati a destabilizzare le certezze dell’Occidente, ovvero a rovinare gli aperitivi dell’upper class di Manhattan, dei Parioli o di Brera. Poco conta che i Big del digitale statunitense siano quasi tutti liberal e hanno dato uno sostegno dirimente all’elezione di Obama (il Presidente giurista che spiava le email dei capi di Stato alleati), hanno pesantemente finanziato la campagna di Hillary Clinton o hanno grossi problemi con le pretese cinesi e russe di sovranismo digitale.
  1. Un equivoco tecnico di fondo, per cui non si capisce quando il termine algoritmo per parlare di algoritmi strictu sensu, programmi eseguibili e codici. Naturalmente la critica ai grandi nemici della libertà digitale avviene usando operativi Mac, Win o Android e postando tutto su Facebook. Un po’ come se negli anni Settanta i grandi intellettuali di sinistra avessero lanciato i propri strali contro il Capitale dalle colonne del Sole 24 ORE, magari grazie a ricerche finanziate dalla Mount Pelerin Society.

Il pensiero magico digitale va ora di gran moda in certi circuiti culturali perché come “ai tempi degli dei falsi e bugiardi”, credere nell’Algoritmo soprannaturale esime dall’ammettere colpe e fallimenti di questo mondo, non solo quando si tratta di una prenotazione sbagliata, ma ancor di più quando intere classi dirigenti e politiche hanno rinunciato a dialogare, comprendere e dare voce agli elettori che pretendevano di rappresentare.

Facebook, “why always me?”

Prima che venisse eletto Trump, la principale accusa mossa alla piattaforma di Zuckerberg era di creare delle filter bubbles confermative dei pregiudizi soggettivi e di cancellare o emarginare attraverso algoritmi o scelte editoriali soggettive i contenuti di orientamento conservatore. Come sta emergendo negli ultimi giorni, a dispetto della retorica ribadita nei suoi proclami da Zuckerberg, Facebook resta un sistema opaco anche per gli studiosi più esperti, e affermare di aver compreso gli obiettivi politici globali della piattaforma fa progressivamente slittare il ragionamento dall’abduzione ai detti oracolari.

E’ d’altronde acclarato che agenzie di propaganda russe sono intervenute nella campagna presidenziale Usa del 2016. Quello che tanti cospiratori non sanno o non dicono è che l’inchiesta del Congresso ha determinato che l’investimento in Facebook Ads del gruppo russo di disinformazione IRA è stato di 46,000 dollari (aggregando altri investimenti sospetti si può arrivare a non più di 100,000 dollari), mentre l’investimento complessivo di Trump e della Clinton sulla piattaforma è stato di 81 milioni di dollari.

Per quanto i messaggi costruiti dai russi fossero volutamente incandescenti per suscitare più engagement, difficilmente si può valutarne l’impatto. Semmai la squadra digitale di Trump ha lavorato meglio su Ads Auctions e Custom Audiences, in sostanza è stata più efficiente perché ha generato più engagement ed engagement (coinvolgimento in termini di tempo, di condivisioni e di contenuti originali postati) è il mantra che indirizza tante preferenze di Facebook quando si tratta di dar visibilità a contenuti e pubblicità. E questo, come spiega Antonio Garcìa Martinez, già parte del monetization team di Facebook, è ancora più vero per NewsFeed.

Quando i quotidiani e i commentatori tuttologi citano gli 87 milioni di profili che avrebbe acquisito (all’epoca legittimamente) Cambridge Analytica non spiegano quanti di essi sono stati effettivamente utili alla campagna di Trump. E in tutto questo ragionamento vi sono due assunzioni che configgono apertamente.

a) Se Facebook promuove un engagement tanto autoreferenziale da creare le celeberrime filter bubbles, è possibile che le azioni di microprofilazione sia riuscite a scardinare le filter bubbles degli elettori negli swinging states in maniera così performante?

b) E’ realistico pensare che il microtargeting abbia d’improvviso soppiantato l’efficacia di ogni altro media e risulta essere l’unico strumento capace di far cambiare idea repentinamente a centinaia di migliaia se non milioni di elettori?

La Clinton ha concentrato i suoi 140 milioni di dollari di pubblicità televisiva su Ohio, Pennsylvania e Florida, perdendo in tutti e tre, mentre Trump ha avuto a disposizione “solo” 40 milioni di dollari.

Certo, se uno nota che Trump ha vinto in Michigan per 10mila voti, in Pennsylvania per 50mila e in Florida per 100mila, può legittimamente ipotizzare che un distacco così piccolo sia stato frutto del microtargeting. I commentatori apocalittici dell’algoritmo non ricordano però che in questi Stati quattro anni prima Obama aveva vinto rispettivamente per 450mila, 300mila e 70mila voti. Dunque è ragionevole supporre che il microtargeting ha spostato quasi il 10% dei votanti solo in questi 3 stati?

Questi stessi votanti, trattati da certi commentatori quali eserciti di zombie digitali capaci solo di reagire passivamente agli stimoli cui li sottopongono le piattaforme sociali e dimentichi di qualsiasi relazione personale, a partire dalla famiglia, forse hanno anche voluto protestare contro una crescita economica statunitense  senza occupazione che preoccupava Obama a poco più di un anno dalla fine del mandato.

Proprio a proposito di Barack Obama, viene sempre da chiedere ai commentatori apocalittici perché non si sono stracciati le vesti quando le invasive strategie di microtargeting attuate del 2008 e del 2012 hanno permesso la vittoria del Senatore di Chicago, al contrario celebrate e studiate come casi da manuale della nuova comunicazione e della nuova politica tout court. Viene forte il sospetto che Cambridge Analytica, al netto della grande pubblicità che sta ottenendo, avrebbe dovuto lavorare per far vincere l’altra candidata per venir celebrata oggi come un club di geni e non come un covo di ladri di identità digitali.

 

Le elezioni italiane del 4 marzo: la tecnologia digitale come alibi della politica

Ad oltre un mese dalle elezioni del 4 marzo possiamo contare su un numero significativo di analisi e di ricerche che consentono di tracciare un bilancio delle strategie di comunicazione politica applicate.

Se partiamo dagli allarmi lanciati dal Congresso degli Stati Uniti e ripresi dallo stesso Ministero degli interni italiano dovremmo provare a rispondere ai seguenti due punti:

  • Quali fake news hanno condizionato il dibattito e l’agenda setting elettorale e in che misura?
  • Quali partiti hanno realizzato campagne di iperprofilazione su facebook?

Ma al di là delle tecniche salite alla ribalta, cerchiamo di ragionare anche su obiettivi e risultati:

  • Quali sono state le strategie di comunicazione dei principali attori politici?
  • Quali sono state le campagne più efficaci?

Abbiamo visto come vi sia stato un allarme diffuso e internazionale prima delle elezioni. Non vi sono prove di bufale di origine russa, ma è possibile che l’alto allarme abbia consigliato una certa prudenza e discrezione nell’intervenire nella campagna elettorale italiana. Ma anche questa è conclusione prematura basata, su un periodo di tempo limitato, che invece va approfondita.

Un articolo di El Pais del 2 marzo scorso riporta una ricerca effettuata dal centro di ricerca The Alto tra febbraio e luglio 2017 la quale evidenzia come Sputnik.it abbia un’influenza sproporzionata sulle conversazioni digitali italiane a fronte di soli 45.000 followers Facebook e 6.300 followers su Twitter. Questo alto impatto può essere spiegato con l’alta mobilitazione di un numero relativamente limitato di account. Secondo lo studio su un 32% di account Twitter che possono essere definiti anti immigrati, I loro tweets rappresentano i due terzi delle conversazioni sul tema.

Ma l’agenda setting sul tema dell’allarme immigrazione non è solo una specialità russa. Le testate di centrodestra ilgiornale.it e libero.it totalizzano molto traffico con gli articoli dedicati all’allarme immigrazione. Quando agli allarmismi sul tema si contrappone un generico buonismo ecco che si arriva al gap tra immigrazione reale e percepita che pone l’Italia ai vertici in Europa.

Se l’agenda setting sull’immigrazione è stato fondamentale per il successo della Lega e il crollo della sinistra, vi è anche da dire che Berlusconi non ha raccolto quasi alcun dividendo, tanto che ha immediatamente chiuso le trasmissioni televisive che più cavalcavano il tema come Quarto Grado di Paolo Del Debbio e Dalla vostra parte di Maurizio Belpietro.

Come mostra il grafico di seguito, nessun altro partito come la Lega ha spinto tanto sul tema dell’immigrazione.

 

 

Il trionfo leghista va correlato a un agenda setting costruito da tre principali aree mediatiche:

  • I quotidiani e le edizioni online di centro destra, controllati direttamente o meno da Berlusconi
  • Le testate online estremiste, nazionaliste e antiimmigrazione, come Imola Oggi, molto attivi sui media sociali e registrate da tempo nella black list di Butac come spacciatrici di notizie distorte o esagerate
  • I media della galassia mediatica putiniana, ovvero RT e sputnik.it, oltre a vari account di area e gruppi anche su Facebook che promuovono personaggi come Aleksandar Dugin.

Se l’allarme immigrazione può essere certamente collegato a strategie di agenda setting nazionali o internazionali, non sono emersi altri traini di consenso eterodiretti dall’estero. Di certo resta un elemento di fragilità sociopolitica il fatto che nella graduatoria continentale Media Literacy Index l’Italia si trovi in fondo tra i paesi occidentali, indice di una chiara vulnerabilità alle fake news.

 Il reddito di cittadinanza, che punta a rispondere alle urgenze di una fascia della popolazione italiana, 9 milioni, prossima o già vittima di povertà, è stata un’esclusiva grillina. Nei mesi precedenti le elezioni e anche durante la campagna elettorale né la televisione di Stato né le televisioni di Berlusconi avevano interesse a sollevare il problema. Il pubblico mediamente più colto e affluente di Twitter non ha trattato il tema in maniera diffusa il tema, mentre i partiti di governo non avevano alcun interesse a evidenziare la questione. Dunque il tema è rimasto quasi patrimonio esclusivo del Movimento Cinque Stelle, che ha potuto farne un tema caratterizzante la sua campagna elettorale, grazie anche alla scelta del PD di raccontare solo un paese in ripresa e quella di LeU di concentrarsi sui diritti.

Quattro occasioni fallite dal Partito Democratico

Possiamo individuare quattro notizie esterne al ristretto dibattito sulle proposte politiche che hanno scandito la campagna elettorale:

  • L’allarme per il ritorno del fascismo dopo la marcia di Casa Pound a il 7 gennaio a Roma
  • L’omicidio di Pamela Mastropietro e la successiva tentata strage di Macerata tra fine gennaio e inizio febbraio
  • Il caso delle mancate restituzioni delle diarie da parte di alcuni deputati e senatori dei Cinque Stelle scoppiato con il servizio de Le Iene del 10 febbraio
  • I video di Fanpage del 17 marzo sull’inchiesta sullo smaltimento rifiuti in Campania che vede coinvolto Roberto De Luca, figlio del Presidente PD della Regione Campania

Matteo Salvini ha assolutamente dominato la narrazione sull’omicidio di Pamela Mastropietro da parte di uno o più spacciatori nigeriani e della successiva tentata strage di neri tentata dal suo ex candidato Luca Traini. A partire da inizio febbraio i post sul tema di Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno dominato il dibattito su Twitter e Facebook in termini di visibilità e condivisioni.

In questo caso il centrosinistra, sia tramite esponenti politici sia tramite intellettuali di area come Roberto Saviano, è stato incapace di trovare un’interpretazione mobilitante che andasse oltre le accuse a Salvini di strumentalizzare le tragedie. Mentre i Cinque Stelle hanno intelligentemente evitato di scendere nel dibattito, estremamente polarizzato, il centrosinistra si è rifugiato nell’antifascismo generico, scelta che forse aveva l’obiettivo di ricompattare la sua storica base elettorale ma che si è rivelata debole e poco sentita.

Sul tema del pericolo antifascista il centrosinistra aveva già battuto i suoi colpi con la marcia di Como a dicembre e i tanti allarmi sul ritorno delle destre dopo la partecipata marcia a Roma di CasaPound del 7 gennaio, allarmi fortemente esagerati da vari media vicini al PD. Al completamento degli scrutini le due formazioni che si richiamano al fascismo, Casa Pound e Forza Nuova, hanno registrato rispettivamente lo 0,9 e lo 0,3% dei consensi. Dove è finito il ritorno del fascismo in Italia, come si paventava sulla scorta del successo di AfD in Germania? Se non si può definire questa esattamente una fakenews, di certo si tratta di un fenomeno grandemente esagerato.

I Cinque Stelle sono riusciti a gestire in maniera eccellente la scoperta delle restituzioni falsificate da parte di alcuni loro eletti. Il confronto con la “iena” Filippo Roma di Luigi Di Maio con l’annuncio delle sanzioni per i colpevoli è stato il post su facebook più cliccato della campagna elettorale. La rilevanza polemica che è stata data al fatto da parte degli avversari politici e delle testate avverse hanno fatto sì che tutta Italia venisse a sapere di questa scelta politica ma anche promozionale dei Cinque Stelle. Dopo qualche giorno lo scandalo che doveva pesantemente colpire la credibilità dei Cinque Stelle è diventato un fattore positivo e di crescita dei consensi.

Il Centrosinistra si ritroverà pochi giorni dopo in estremo imbarazzo nel difendere il figlio del Presidente della Regione Campania e assessore a Salerno Roberto De Luca, ripreso dalle telecamere nascoste di Fanpage mentre partecipa a incontri propedeutici all’assegnazione di appalti per lo smaltimento dei rifiuti. In questo caso Centrodestra e Cinque Stelle possono agevolmente martellare sulla vicenda.

In questi quattro snodi del racconto elettorale a situazioni oggettive e imprevedibili si è sovrapposta una incapacità di chi gestiva la comunicazione del PD nell’argomentare e nell’offrire narrazioni alternative a quelle di Centrodestra e Cinque Stelle. Accusare le moderne tecniche di microprofilazione sui social media o evocare le fakenews, oppure accusare i limiti caratteriali o politici del partito committente quando non si riesce a gestire le crisi di comunicazione o di reputazione di cui inevitabilmente può essere costellata una campagna elettorale è indice meno di mancanza di umiltà che di scarsa professionalità.

Movimento Cinque Stelle e Salvini: due modi opposti e di successo di fare comunicazione politica

Anche da un punto di vista mediatico i vincitori sono Salvini e Di Maio, ma con strategie radicalmente diverse.

Quella di Salvini è un leaderismo digitale. Il “Capitano” (come viene spesso chiamato nei post) satura Twitter postando più di ogni altro politico, costantemente invita i suoi followers su Facebook a spalleggiarlo nelle polemiche o a dire la loro (tipica call to action), utilizza espressioni giovanili, popolari o anche volgari per entrare in sintonia con i diversi tipi di pubblico che vuole attivare.

Il social media manager Luca Morisi, docente di Informatica filosofica a Verona, ha sviluppato un meccanismo di comunicazione top-down, in cui i messaggi del capo cercano un riscontro di consenso e di attivazione all’interno delle varie tribù sociali che lo seguono con l’obiettivo di suscitare di volta in volta sentimenti di indignazione o di appartenenza o di polemica ma senza arrivare ad argomentazioni particolarmente dettagliate. Gli hashtag #primagliitaliani o #vergogna sono atemporali e acontestuali, possono andare bene quasi in qualsiasi contesto e anche in qualsiasi momento storico, dall’eliminazione dell’Italia dai Mondiali di calcio fino alle accuse agli altri politici sul tema immigrazione.

In Italia Twitter dichiara circa 6,5 milioni di account che in termini di utenti attivi non arriverebbero a otto volte meno, si tratta di uno strumento quasi di elite, che tuttavia Salvini, seguendo lo stile di Trump, ha trasformato in un luogo dove il dileggio e la polemica con gli avversari vengono esaltate.

I parametri essenziali di successo su Twitter sono quantità, stile e mobilitazione: con un numero altissimo di tweet ogni giorno, il suo stile corrosivo e una base di seguaci maggiore, Salvini ha dominato ogni altro avversario quando questi cadevano ingenuamente nelle sue provocazioni.

Come scrive Walter Quattrociocchi nell’ultimo numero de Le Scienze: “Tantissime informazioni, poco tempo per elaborarle attentamente e difetti connaturati alle nostre percezioni creano un mix potentissimo. Notiamo le informazioni che più ci convincono e che meglio aderiscono alla nostra visione del mondo (e ignoriamo quelle avverse), su di esse ci soffermiamo e le condividiamo con i nostri amici virtuali. Da confirmation bias si arriva così alle echo chamber e si innesca così un processo che, segregando su visioni comuni, fortifica la polarizzazione. Le fake news sono solo la punta dell’iceberg, l’uso strumentale e pretestuoso delle informazioni è solo una conseguenza di questo fenomeno molto più radicato e profondo” (W. Quattrociocchi, La babele di Internet, Le Scienze, 1 aprile 2018, pag. 42)

Quanto leaderistica è la strategia della Lega, tanto la strategia del Movimento Cinque Stelle è molecolare e può essere indicata come paradigmatica di un modello alternativo e altrettanto vincente di gestire la comunicazione politica. Se da una parte c’è “il Capitano”, dall’altra il mantra è “massima condivisione”. La Casaleggio e Associati non solo gestisce i contenuti e ne promuove la distribuzione (e la recente ricerca dell’Università Carlo Bo ne attesta l’estrema efficacia), ma favorisce anche la creazione di contenuti sviluppati dagli stessi militanti. Questi contenuti, non direttamente riferibili alla Casaleggio, consentono di testare l’umore degli attivisti e di aprire dei fronti polemici anche violenti senza un diretto coinvolgimento. Si tratta di meccanismi che si sviluppano anche sul blog, dove una parte dei commenti sono “spintanei”, ovvero scritti dallo staff. Checchè ne scriva il complottista Jacobo Jacoboni, le tattiche di gestione di un’assemblea o di una community sono in essenza le stesse. Chiunque ha fatto politica quando le assemblee erano una cosa seria con scontri anche fisici sa che alcune posizioni venivano poste e fatte approvare dall’assemblea attraverso un’azione coordinata di vari partecipanti, che rimarcavano una posizione e indirizzavano verso l’esito voluto la discussione.

La teoria delle reti a invariaza di scala elaborata da Albert Laszlo-Barabasi e applicata da Gianroberto Casaleggio alla politica italiana si sta rivelando estremamente efficace. Venuto meno lo snodo (hub) originario, Beppe Grillo, si è lasciato lo spazio agli snodi che sono cresciuti in questi anni, che sono stati fatti crescere in parallelo in termini di connessioni/popolarità anche attraverso l’aiuto della Casaleggio e Associati. Se Luigi Di Maio ha 1,591 milioni di like mentre Matteo Salvini lo supera nettamente con 2,1 milioni, il Movimento Cinque Stelle può contare su molti più snodi di comunicazione della Lega. Alessandro Di Battista vanta anch’egli a 1,5 milioni di Like, Paola Taverna arriva a 486mila, Roberto Fico registra 336mila Like, Danilo Toninelli 187mila. Basti dire che la storica figura leghista di Roberto Calderoli arriva ad appena 41mila Like.

Se i grandi hub diffondono le informazioni e attivano le campagne (“attenzione, massima diffusione”), i nodi periferici diventano più strategici per avvicinare e persuadere le loro personali reti amicali e familiari. I microinfluencer riescono a fare opinione a livello familiare, indirizzando le scelte di tanti indecisi.

Ecco perché l’analisi Ipsos TWIG evidenzia il paradosso del primo partito di Italia, che cresce di quasi due milioni di voti ma che registra un fortissimo gap tra performance comunicazione del leader (pur eccellente, come attesta la crescita della fan base) e performance del partito nel suo complesso. In realtà quel gap è ampiamente recuperato dalla grande capacità di mobilitazione del Movimento Cinque Stelle, che in qualche modo è l’unico partito il cui successo non dipende dal leader.

In questo senso la strategia dei Cinque Stelle non richiede investimenti in microtargeting perché la grande capacità di mobilitazione consente una capacità di diffusione dei messaggi in maniera assolutamente trasversale, non solo per caratteristiche sociodemografiche ma anche per quanto riguarda i media di riferimento. La rete dei microinfluencer risulta anche più efficace del microtargeting, perché basata su un rapporto spesso personale costruito nel mondo reale.

Sembra un paradosso per un movimento politico nato sul web ma sviluppatosi programmaticamente fuori di esso, ma la Casaleggio e Associati, specializzata in ecommerce, è pienamente consapevole che oggi il consumatore o l’elettore deve essere seguito e persuaso in un’ottica omnichannel, che implica anche i contatti faccia a faccia e i bagni di folla nelle pubbliche piazze.

 

Conclusioni

Una ricerca presentata su La Stampa del 19 febbraio curata da Community Media Research evidenziava come cresca costantemente l’importanza dei nuovi media per l’acquisizione delle informazioni, specialmente tra i più giovani, ma per quanto riguarda le opinioni esse hanno ancora un impatto limitato, al contrario delle reti relazionali reali: famiglia, amici, persone abitualmente frequentate. È sempre sbagliato separare, per motivi di ricerca o di semplificazione concettuale, quello che nella realtà è sempre costantemente interrelato: viviamo non solo un’esistenza onlife, costantemente scambiata tra mondo fisico e mondo digitale, ma anche per quanto riguarda i media, le interlocuzioni reali, le relazioni e i contatti digitali, il tutto non ha alcuna soluzione di continuità. Credere dunque che microtargeting o fake news possono nell’arco di tempo limitato di una campagna elettorale condizionare decine se non migliaia di persone è farsesco e autoassolutorio, mentre non è un caso che l’ultima campagna elettorale è stata vinta dai partiti non solo più efficienti sul web ma anche più presenti sul territorio.

I professionisti del debunking sono talmente vigili durante una campagna elettorale che difficilmente una fakenews potrebbe incidere realmente. Quello che invece viene poco evidenziato è l’impatto delle fakenews nel costruire un framing rispetto ad alcuni temi mesi o anni prima che si arrivi alla competizione elettorale. Insomma: sbagliato il bottone rosso a poche settimane dalle elezioni, ma sbagliato anche farlo sparire senza ripensarlo non appena l’iniziativa ha evidenziato tutti i suoi limiti.

Un ulteriore elemento che deve essere accertato è il fallimento della comunicazione del PD, incapace di gestire la campagna ordinaria e gestione delle crisi di comunicazione ma anche solo di caratterizzare la comunicazione del committente con una unique selling proposition memorabile. Lo stesso Berlusconi, nonostante i ritardi di natura proprio culturale nel gestire i nuovi media, ha saputo rimpacchettare il vecchio “meno tasse per tutti” con 7 memorabili lettere: #flattax.

In questo senso denunciare a posteriori il pensiero magico digitale che accusa Cambridge Analytica di ogni nefandezza (e in Italia non ha nemmeno lavorato!) non fa i conti con il fallimento professionale dei consulenti PD e ancor di più con i limiti della proposta politica.

Non si è studiato abbastanza l’impatto nella campagna elettorale dei meccanismi “tribali” o “comunitari” che sanno attivare la Lega e i Cinque Stelle. Puoi avere ogni sorta di media o di psicografia dalla tua, ma se alla fine non hai una base elettorale altamente motivata che diffonde il tuo messaggio, forse non tanto casa per casa come una volta, ma di certo di più contatto per contatto sui media sociali, non potrai che essere destinato alla sconfitta. Una delle lezioni di queste elezioni è l’emergere dei microinfluencers, che arrivano a presidiare decine di migliaia di piccoli circoli di relazione dove sono stimati e seguiti.

Quasi un post scriptum, anzi tre

1. Appena Luigi Di Maio ha proposto una qualche ipotesi di accordo con il PD, Twitter è stato inondato da migliaia di tweet con hashtag #senzadime per rifiutare senza esitazioni ogni compromesso. La ricerca di Niccolò Barca e Giacomo Antonelli pubblicata su The Vision (http://thevision.com/attualita/senzadime-alleanza/) ha dimostrato che l’operazione è stata orchestrata da solo 8 account Twitter, gli stessi che a dicembre celebravano il finto rientro dei terremotati dell’Aquila nelle loro case. Di chi è stata la regia di questa operazione?

2. Il 7 aprile Dario Franceschini è stato vittima di un’ondata di critiche su Twitter per aver sommessamente ipotizzato la possibilità di valutare le aperture Di Maio. Questa volta la stessa Repubblica ha sospettato l’attivazione di account Twitter fasulli. Chi è il regista di questa operazione?

3. Prima ancora che terminassero gli scrutini che attestavano la clamorosa avanzata al sud dei Cinque Stelle è iniziata a circolare la notizia di un assalto ai Caf di persone pronte a richiedere e a ottenere il reddito di cittadinanza. I telegiornali di Stato hanno dedicato molti minuti alla notizia mentre il coordinatore nazionale dei Caf Massimo Bagnoli ha parlato di qualche decina di richiesta di informazioni, “potremmo arrivare al massimo a 200 complessive” in Puglia, Sicilia e Calabria, a fronte di 2 milioni di Dsu, le richieste per ottenere le Idee nei primi tre mesi del 2018.

Il debunker questa volta è stata Striscia la notizia, che ha svelato una telefonata tra Vittorio Sgarbi e il suo addetto stampa dove concordavano di sparare la notizia durante un’ospitata. Di chi è stata la regia di questa operazione? Anche il Gabibbo è parte della cospirazione?

Nasce invece il sospetto che per vari casi di fakenews e manipolazione del dibattito in rete i politici finora al governo ne siano più promotori che vittime.

 

Riferimenti

Tra i tanti testi e interventi citati sono stati estremo aiuto i contenuti di DatamediaHub e l’ottimo lavoro di monitoraggio della campagna elettorale sui social che ha fatto Marco Borraccino con socialrecap.it. Spunti estremamente interessanti sulle dinamiche di diffusione dei messaggi di Lega e Cinque Stelle sono arrivati anche dai risultati della ricerca Ipsos-TWIG. La linkografia che segue è parziale e in costante aggiornamento:

https://motherboard.vice.com/it/article/pamwkz/dove-la-lista-delle-128-fake-news-smentite-dalla-polizia-postale

https://motherboard.vice.com/it/article/j5aqgx/per-lonu-il-bottone-rosso-delle-fake-news-di-minniti-viola-i-diritti-umani

http://www.butac.it/the-black-list/

https://www.foreign.senate.gov/imo/media/doc/FinalRR.pdf

https://www.nytimes.com/interactive/2016/10/21/us/elections/television-ads.html

https://techcrunch.com/2017/11/01/russian-facebook-ad-spend/

https://www.wired.com/story/how-trump-conquered-facebookwithout-russian-ads/

https://www.theguardian.com/us-news/2016/nov/16/facebook-bias-bubble-us-election-conservative-liberal-news-feed

https://www.washingtontimes.com/news/2017/oct/23/internet-giants-show-power-to-shape-politics/

https://gizmodo.com/former-facebook-workers-we-routinely-suppressed-conser-1775461006

http://www.butac.it/democratica-salvini-calabresi/

http://www.butac.it/il-non-candidato-di-forza-nuova/

https://medium.com/@CKava/why-almost-everything-reported-about-the-cambridge-analytica-facebook-hacking-controversy-is-db7f8af2d042

http://www.affaritaliani.it/politica/la-piu-grande-bufala-della-sinistra-onda-nera-scomparsa-da-media-tv-532795.html

https://www.nytimes.com/2016/05/01/magazine/president-obama-weighs-his-economic-legacy.html

http://www.nybooks.com/articles/2018/04/05/silicon-valley-beware-big-five/

Il low cost, causa dimenticata del populismo

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Cosa c’entra un mobile di compensato con Berlusconi, Salvini, Renzi e Grillo? Molto più di quanto si creda e di seguito cerco di spiegarlo. 

Il low cost e l’eclisse del futuro

In un mondo dove prima o poi quasi tutto sarà in offerta speciale, in saldo, in sconto, in promozione o al prezzo di lancio o di svendita, il low-cost è molto di più che il suo prezzo. Semmai esso rappresenta un’estetica e un’ideologia, al contempo aspirazione e rifugio dell’esistenza, che oggi appaiono prossime ad esaurire la loro carica persuasiva: il basso costo non riesce più a nascondere i suoi costi nascosti, materiali e sociali; l’abbassamento degli stili di vita non è più mascherato da consumi accessibili; le scelte che dieci anni fa sembravano scaltre ora appaiono per quel che sono: compromessi, con i quali si è deciso di rinunciare a qualche certezza nel futuro in cambio di un presente meno frustrante.

Cosa (non) è il low cost

Passiamo a definire meglio il tema.

Il low cost non è l’acquisto al mercato rionale dove si fruga tra roba taroccata, rubata o di seconda mano, ben consapevoli dei limiti della propria condizione economica.

Il low cost non è la svendita o la promozione speciale, quando per un periodo limitato si può comprare un prodotto della medesima qualità usuale.

Il low-cost non è nemmeno la bassa qualità, quando il rivenditore non fa nulla per mascherarla.

Il low-cost non è sobrietà. Al contrario è la rivendicazione da parte del consumatore impoverito a pretendere svaghi e beni simili a quelli che possono permettersi i benestanti globali.

Il low-cost non è solo uno slogan e una tecnica di marketing, ma definisce anche un habitus sociale che va ben al d là delle scelte strettamente economiche di chi ne fruisce

Il low-cost si è presentato come uno stile di vita capace di incarnare un nuovo compromesso sociale, tipico delle società post-industriali europee, in cui le generazioni di mezzo si adeguano alla contrazione dei loro redditi rispetto alla generazione precedente, accettano l’impossibilità di accumulare risparmio e rinunciano, inconsciamente o meno, alle tutele sul futuro che garantiva lo Stato in cambio di un potere di acquisto immediato e alquanto diversificato di beni e servizi mimetici dei consumi affluenti, ma il cui prezzo media tra le loro aspirazioni e la loro condizione economica.

La rap-presentazione del low cost

Il prodotto low cost non si propone a prima vista come povero o economico, almeno per quanto riguarda la comunicazione. Il low cost non si racconta come un compromesso o una rinuncia, ma come una scelta consapevole di cui non vergognarsi perché dei beni e i prodotti low cost si evidenzia la loro ampia diffusione, cercando così di renderli non solo accettabili, ma fattore per essere socialmente accettati. Il low cost viene comunicato con stili e modalità a volte più raffinati di quelli dei prodotti equivalenti di qualità superiore, lo stile è tranquillizzante, oppure entusiasta ma anansiogeno, in alcuni casi addirittura scanzonato e (auto)ironico.

Il catalogo IKEA è un classico caso di studio. La qualità delle composizioni, degli ambienti, della luce nelle immagini del catalogo potrebbe reggere il confronto con le riviste di architettura più prestigiose. Ma questa scenografia serve a presentare prodotti in truciolare, pannellature e plastica prodotti nei paesi più poveri al mondo.

Non si tratta solo della classica confezione più prestigiosa o più costosa del contenuto. Il catalogo interloquisce con le attese e le aspirazioni del compratore. Certo, ogni acquirente è ben consapevole che se si trova in un IKEA è perché, di solito, vive in un appartamento piccolo e vuole risparmiare, ma quel che l’acquirente inconsciamente cerca e vorrebbe ritrovare quando entra in un megastore IKEA sono gli ambienti e le atmosfere del catalogo. Il catalogo è l’utopia possibile, di un appartamento piccolo ma confortevole, economico ma accogliente, in cui esprimere i propri variegati interessi calibrandoli sul proprio reddito. Coerente con le conclusioni di queste riflessioni anche lo slogan del catalogo italiano IKEA 2018: “Facciamo spazio alla tua voglia di cambiare”.

Le didascalie del catalogo alludono spesso al confine, chiaro ma implicito, tra vincoli materiali (spazio, disponibilità economiche) e aspirazioni.

Ascesa e declino del low cost 

Son passati poco più che dieci anni da quando il testo di Massimo Gaggi ed Eduardo Narduzzi “La fine del ceto medio e la nascita della società low cost” si spingeva a ipotizzare un modello low cost per tanta parte delle attività economiche e sociali. Si andava ben oltre l’acquisto di un biglietto aereo a pochi euro o un mobile in truciolato per qualche decina. Si ipotizzava un mondo dove la produzione e l’erogazione di servizi tradizionalmente in capo allo Stato, la giustizia, la sanità, la pubblica amministrazione, le pensioni, venivano ripensati in logica low cost e dentro l’idea di uno Stato minimo. Molto più di una moda o di uno stile di vita, il low cost veniva proposto come uno strumento, culturale, prima ancora che economico, per riprogettare la società sulle basi non di una frugalità voluta, ma di modello sociale imposto dall’addio al welfare state e dal declino dei redditi personali.

Una generazione intera ha così visto nei consumi compulsivi e low cost una soluzione alle grandi aspirazioni cui era stata educata. La “generazione low cost” e la per tanti versi sovrapponibile “generazione Erasmus” sono due facce della stessa medaglia: una generazione occidentale transnazionale, che ha fruito solo indirettamente dei benefici e le tutele sociali dei loro genitori, accomunata da principi politici in sostanza moderati e da una bassa conflittualità sociale anche grazie all’accesso a beni che per i loro padri erano un lusso, come ad esempio i frequenti viaggi in aereo. Una generazione precaria e senza alcuna sicurezza per i suoi anni tardi che non sente acutamente il disagio della sua condizione grazie all’accesso a beni e servizi a basso costo.

Al di là di motivazioni strettamente culturali e politiche, bisognerebbe anche indagare quanto la facilità di accesso a beni e servizi ha consentito di disinnescare la conflittualità potenziale di una intera generazione. Internet e il low cost hanno rappresentato due grandi valvole di sfogo delle inquietudini e dei desideri giovanili, per cui mai come oggi, nonostante scontri sporadici, la gioventù europea è tanto poco politicizzata e tanto conformista. Se di per sé internet ha ancora una carica liberatoria e libertaria (disintermediazione del sapere, della politica, dei rapporti sociali: messa in discussione dei “poteri”), i social media, che tanta parte parte rappresentano dell’internet, sono al contrario un meccanismo conformista perché tendono a spingere le persone a ricercare il consenso su quanto affermato, rafforzando gli stereotipi delle grandi filter bubbles in cui le varie tribù digitali vivono. Il low cost ha trasformato il desiderio in un processo pulsionale e ricorsivo di accumulazione quantitativa, rimandando la pretesa per la qualità (degli oggetti, come anche della stessa esistenza) a un orizzonte lontano, “quando ce lo potremo permettere”.

A questa platea di consumatori si aggiunge una parte consistente dei loro genitori, privati spesso delle tutele e dei servizi sociali che fruivano all’inizio del loro percorso lavorativo, che oggi si trovano a far fronte a questo declino della loro condizione ricorrendo a servizi e beni low cost. Da un punto di vista globale queste due generazioni si trovano soprattutto in Europa, affastellati attorno al valore minimo della oramai classica curva di Branko Milanovic.

In fondo alla proboscide dell’elefante di Milanovic si sono dunque ritrovati milioni di giovani europei che prima hanno pensato che le scelte low-cost fossero solo legate alla fase iniziale del loro percorso lavorativo per poi capire di essere ingabbiati in una dimensione permanente.

In un mondo dove poi l’esibizionismo digitale di desideri, esauditi o meno, crea forti pressioni esistenziali, il low cost si propone come una strategia di gestione all’impoverimento delle prospettive di almeno due generazioni.

Ma questo modello, che poteva essere accettato come un rifugio temporaneo, è diventato per molti  la trappola in cui son richiuse le loro aspirazioni.

Dalla sicurezza ai consumi: il low cost come ricerca di senso

La modernità può essere raccontata anche come l’eclisse dall’orizzonte umano di una idea di senso trascendente e inattingibile nella storia dei singoli e delle collettività. L’idea di un destino che presiedeva le vite di tutti, rendeva le tragedie più accettabili e comprensibili (“dio dà e dio toglie”). L’ideologia della razionalità che inizia a farsi strada a partire dall’età moderna sostituisce un destino accettato come inevitabile con la volontà di prevedere il futuro, la coscienza di poter controllare il percorso delle vite umane e delle stesse società.

Con Bismark, in pieno positivismo, viene teorizzata e messa in pratica l’idea che la coesione sociale e lo spirito nazionale vanno rafforzati attraverso l’impegno dello Stato a garantire a tutti un possibile futuro (scuola pubblica aperta a tutti), la cura dalla malattia (ospedali pubblici) e soprattutto la vecchiaia. Lo Stato garante del futuro attraverso le pensioni è il massimo esempio di predittività sociale: le assicurazioni calcolano matematicamente quanti lavoratori servono per mantenere un pensionato e quanti anni in media potrà quest’ultimo godersi la pensione (al netto di abusi).

Il passaggio dal modello a ripartizione al modello contributivo è già un primo colpo a una idea di coesione sociale attraverso la garanzia di tutela comuni e inclusive. Il principio contributivo per cui chi più versa più avrà cambia totalmente il quadro. Viene meno l’idea che era un diritto e diventa una componente di un piano di investimento in base alla capacità individuale gestito dallo Stato.

Il compromesso socialdemocratico europeo di una vita confortevole basata su lavoro, pensioni, sanità e istruzione era il patto fondante tra cittadino e Stato, in cui quest’ultimo si faceva garante del futuro dei propri cittadini che in cambio ne riconoscevano la piena legittimità.

Ogni senso dell’esistenza parte dall’idea di futuro che ci facciamo o che ci viene proposta. Se lo Stato viene meno con gli impegni che aveva iniziato a prendere oltre un secolo fa che senso ha più la mia cittadinanza? Ecco dunque che nella tarda società consumistica avviene il decoupling, il disaccoppiamento tra consumatore e cittadino: lo Stato con le sue elites si allontana dalle masse, mentre si minimizza e si ritira da tanti ambiti, lasciando il cittadino orfano di legami politici e concentrato solo nel suo ruolo di consumatore a basso costo, con l’obiettivo di massimizzare le sue gratificazioni materiali.

Il destino personale in una società atomizzata si riduce a nient’altro a una collazione di gratificazioni consumistiche a basso costo e a se stanti, senza più una visione che dia l’idea di un percorso o di un senso all’esistenza. Al massimo, si richiede un consenso temporaneo alle proprie esperienze pietendo un Like su Facebook o un cuoricino su Instagram.

Il processo di produzione-consumo del low cost

L’abbassamento dei costi di produzione non è solamente il frutto delle efficienze dovute alla digitalizzazione dei processo produttivi e distributivi. Il prosumer, il produttore-consumatore, è un soggetto centrale perché senza la sua diretta collaborazione non si potrebbero ottenere ulteriori riduzioni di costi, ad egli, talvolta, parzialmente restituiti.

Il Low cost addebita al cliente una serie di costi non monetari o non immediatamente monetizzabili: il montaggio con le proprie mani o a proprie spese di beni fisici, il self service in tanti ristoranti a basso costo, il processo di registrazione e accettazione del passeggero, la necessità di acquisire competenze un tempo appannaggio solo dei bancari, la breve durata dei capi di abbigliamento che implica costi di sostituzione significativi.

Il consumatore è costretto alla collaborazione se non vuol pagare costi aggiuntivi che spesso fanno svanire i vantaggi del prezzo basso. Richiedere il trasporto e il montaggio a casa di un mobile o dimenticarsi di completare da sé il check-in costa molto salato.

Non si tratta solo di costi a valle. Sappiamo bene che il processo d’acquisto di un volo low cost può tradursi in una snervante gimcana tra caselle da cliccare e offerte da declinare per riuscire davvero a raggiungere l’agognato prezzo speciale. Così come il prezzo di altri beni low cost appare davvero super conveniente solo con ulteriori sconti, mentre prodotti simili sono spesso più convenienti in altri esercenti.

Iniziamo ad essere sempre più consapevoli che la produzione del low cost ha un pesante impatto ecologico e sociale. e a volte non è nemmeno tanto conveniente sotto l’aspetto strettamente economico. La produzione globale delocalizzata punta non solo a inseguire il costo del lavoro più basso, ma anche il quadro normativo meno stringente per quanto riguarda il rispetto della sicurezza ambientale e sul lavoro. Le nostre case low cost sono piene di capi di abbigliamento made in Bangladesh o di mobili made in Serbia o  in Romania, ma queste nostre stesse case sono abitate da assistenti di volo di compagnie low cost, commesse di negozi low cost, sviluppatori software sottopagati per progetti low cost.

Il low cost, essendo un processo assolutamente deterritorializante, indifferente al territorio e alle sue regole, tende a imporre la stessa logica lungo tutta la sua filiera, non conta se parti di essa si trovino in Marocco o in Germania. L’assistente di volo della compagnia low cost si può affidare solo al low cost per poter mangiare, poter arredare il proprio monolocale, per potersi vestire, per poter telefonare e per gran parte delle sue attività.

Il low cost, che è apparso nelle nostre vite come idea geniale per avere di più dai nostri salari sfruttando le opportunità delle disuguaglianze globali, ha piegato le nostre vite e i nostri diritti alle sue logiche.

Low cost e populismo industriale

Il low cost, come ideologia di controllo sociale proposta dalle elites, finisce per sfociare nel populismo, come rottura della fiducia tra governanti e governati a seguito della rinuncia dello Stato a offrire un orizzonte di senso e di futuro ai suoi cittadini.

Lo Stato viene identificato del tutto con le sue élite perché non riesce più a rappresentarsi come un organismo coeso. Il superamento degli Stati-nazione è andato di pari passo con il ritiro dello Stato dagli impegni del compromesso socialdemocratico del secondo Dopoguerra. Privati di molte garanzie che si aspettavano dallo Stato, disorientati da uno Stato multiculturale che spesso non sa gestire la trasformazione dovuta ai flussi migratori, le classi meno agiate hanno trovato un rifugio consolatorio nel low cost e un rifugio politico nel populismo, pur pienamente consapevoli che si tratta di soluzioni di ripiego in entrambi i piani.

Il low cost rappresenta una delle massime esperienze del Populismo industriale, per usare il termine di Bernard Stiegler. La fruizione compulsiva di beni di poco valore e dal basso costo alla fine banalizza l’esigenza degli stessi consumatori di individualizzarsi, di caratterizzarsi attraverso il consumo. Se sei consumatore low cost, sarai anche un cittadino low value?

L’ideologia di controllo sociale attraverso il low cost dell’ultimo quindicennio implicava una depoliticizzazazione delle masse e il loro rifugio in orizzonti di senso del tutto individuali, basati su gratificazioni materiali continue ma di breve durata e di ridotte ambizioni. Questo downsizing materiale, questa resilienza esistenziale, mostrano ogni giorno dei punti di rottura di fronte alle pressioni di una società orfana di visioni capaci di governarla nel complesso e dare un senso alle singole esistenze. Così, all’interno del classico pendolo tra dimensione pubblica e dimensione privata di Albert O. Hirshman, gli individui tornano alla politica, ma a una politica di stampo populista, in cui si ritrovano accomunati da accuse più o meno generiche alle èlites che, esplicitamente o meno, hanno gestito il processo di impoverimento di milioni di persone nelle nazioni più industrializzate.Il disvelamento dei limiti del compromesso low cost porta questa forma di individualismo frustrato a sfociare in politica, in una politica che si può essere definita, senza accezioni di giudizio, populista.

In tutti i programmi politici populisti vi è un forte accento su un nuovo protagonismo dello Stato, che deve essere chiamato non solo a proteggere i cittadini dagli effetti della globalizzazione (si manifesti essa come immigrazione o come impoverimento della classe media), ma dovrebbe ricostruire un orizzonte di senso attraverso un nuovo senso di appartenenza e di coesione collettiva.

Ecco perché il low cost, che pure resterà come offerta commerciale, ha fallito come ideologia a sostegno dell’idea di uno Stato minimo: essa ha mancato totalmente l’obiettivo di creare una generazione soddisfatta della propria condizione grazie all’accesso diffuso a beni di scarsa qualità e oggi questa generazione (assieme agli strati sociali più poveri che più hanno sofferto …) entra in politica attraverso la porta del populismo, senza essersi però mai addestrata alla capacità politica di risoluzione dei problemi.

Il low cost rientra nei ranghi come mera strategia aziendale e lascia il campo a un’epoca in cui il contrasto tra le attese degli individui e le possibilità della politica diventerà ancora più stridente e rischioso per la tenuta della stessa società.

(l’immagine di copertina è tratta dal Catalogo Ikea Italia 2017)

Bibliografia: 

Branko Milanovic, “Worlds apart: Measuring international and global inequality” Princeton University Press, 2005

Massimo Gaggi, Eduardo Narduzzi, La fine del ceto medio e la nascita della società low cost, Einaudi, 2006

Bernard Stiegler, Reincantare il mondo. Il valore spirito contro il populismo industriale, Orthotes, Napoli 2012

Bernard Stiegler, State of Shock. Stupidity and knowledge in XXI century, Polity Press, 2015

Albert O. Hirshman, Felicità privata e felicità pubblica, Feltrinelli, 1983

 

Linkografia:

Ideología del loro cost, El Paìs, 7 decembre 2006 https://elpais.com/diario/2006/12/07/sociedad/1165446009_850215.html

La generatiòn low cost, El Mundo, 11/01/2015 http://www.elmundo.es/economia/2015/01/11/54afd7cc22601d31158b457e.html “No hay muebles de carpintería, sino estanterías Billy de Ikea, símbolo de la existencia low cost de la mayoría de estos jóvenes.”

No more low cost: East Europe goes up in the world, July 25th 2017, Reuters, https://www.reuters.com/article/us-easteurope-economy-analysis/no-more-low-cost-east-europe-goes-up-in-the-world-idUSKBN1AA1RE “We are not just cheaper-labor economy but also a low-cost economy,”

When cheap is not so cheap, The Economist, Sept 2nd 2014,  https://www.economist.com/news/business-and-finance/21614076-rethinking-low-cost-and-high-cost-manufacturing-locations-when-cheap-not-so-cheap

La regola e la piattaforma

Algoritmi

La regola e la piattaforma

C’è un concetto che corrompe e confonde tutti gli altri. Non parlo del Male il cui limitato impero è l’etica;

parlo dell’Infinito.

(Jorge Luis Borges, Breve storia dell’Infinito)

Subito dopo la stupidità umana e l’universo, al terzo posto per approssimazione all’infinito vi è di certo il web. Oggi nemmeno stupisce più l’intuizione di Einstein, perché tra haters, trolls, spammers e altre deiezioni digitali la correlazione tra stupidità umana ed espansione del web appare evidente a molti.

Come ogni giorno noi diventiamo più piccoli in relazione all’universo, così il web si dilata, riducendo progressivamente la particella di attenzione relativa che possiamo dedicarvi. Ogni nuovo “amico” che aggiungiamo su Facebook toglierà una parte di attenzione a tutti gli altri, e inevitabilmente perderemo un numero sempre crescente di aggiornamenti. Più vite aggiungiamo alla nostra rete, meno sapremo di esse.

Ci soccorrono le grandi piattaforme, che filtrano il web per noi, così che seguiremo i nostri amici che Facebook riterrà interessarci di più, mentre conosceremo del mondo digitale quello che Google deciderà, quello che riterrà più rilevante per noi, o meglio per la rappresentazione di noi stessi che l’algoritmo si è creato tracciando i pezzi della nostra vita digitale che è riuscito a intercettare.

Dunque non dovremmo mai dimenticare che noi non esperiamo mai il web e il mondo digitalizzato di per sé, ma sempre all’interno di un’ecosistema relazionale, di un sistema di visualizzazione delle pagine, di un algoritmo di classificazione, ognuno di essi frutto di vari strati di codice. Di più: nella loro rincorsa infinita alla totalità, i grandi attori del digitale si sono già trasformati in piattaforme digitali, che integrano orizzontalmente e verticalmente i servizi e le esperienze che intendono offrire ai loro fruitori.

Quando ho letto l’eccellente comunicato stampa in cui la Commissione europea comunicava la multa da 2,42 miliardi di euro a Google  ho inteso che, pur all’interno di analisi e studi pluriennali formalmente ineccepibili, era lo stesso assunto di fondo della sanzione a essere parziale e in qualche modo inefficace. Non intendo difendere le argomentazioni di Google o le posizioni dietrologiche e innocentiste del Washington Post di Jeff Bezos, quanto evidenziare che le piattaforme e gli ecosistemi digitali nella loro corsa verso l’assorbimento delle informazioni e della vita digitalizzata corrodono leggi, norme e regole che erano state pensate per ambiti limitati. Lo stesso comunicato evidenzia che vi sono procedimenti in corso su Google anche per quanto riguarda AdSense e lo stesso Android: la questione non è chiusa né rimandata. Ma la questione vera non è nemmeno iniziata.

La commissione da parte sua sembra essersi mossa in maniera tradizionale: una o più imprese denunciano di essere danneggiate dall’abuso di posizione dominante della leader di mercato, parte l’inchiesta, si trovano le prove, scatta la sanzione. In questo caso gli altri siti di comparazione dei prezzi sono stati penalizzati nel modo in cui Google ha spinto in su i risultati di ricerca di Google Shopping.

Bisogna innanzitutto capire che Google, Facebook, Apple e Amazon si muovono con una logica di piattaforma digitale e che cosa implica questa logica.

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Che cos’è una piattaforma?

Piattaforma: uno dei tormentoni che va per la maggiore tra i consulenti aziendali. Se non proponi al cliente una strategia digitale in cui la sua impresa viene rappresentata o pianificata come una piattaforma non porti a casa il pane. E allora tutte le imprese vogliono oggi essere (definite) una piattaforma, magari anche il titolare della ferramenta sotto casa si sente spiegare dal figlio che studia economia che lui non deve più vedersi come un rivenditore ma come una piattaforma che mette in comunicazione nel suo negozio imprese B2B, B2C e singoli clienti, sia sul lato vendita che sul lato acquisti, grazie alla fiducia conquistata in quarant’anni di attività. Dopotutto il modello che viene proposto è talmente generico che si può applicare alla qualunque. A dimostrarlo questa frase:  “With platforms, the fundamental rules of strategy change. Strategy shifts from controlling to orchestrating resources; from optimizing internal processes to facilitating external interactions; and from increasing customer value to maximizing the value of the ecosystem” Questa supercazzola l’ha scritta niente meno che Marshall W. Van Alstyne, co-autore del libro Platform Revolution, in un suo intervento su l’Harvard Business Review.

E così anche gli apostoli della digital disruption confondono un marketplace digitale con una piattaforma digitale, una volta parlano di piattaforma di condivisione dei valori con gli utenti, un’altra volta di impresa piattaforma (nient’altro che il vecchio concetto di impresa-rete degli anni Ottanta), un’altra volta ancora di piattaforma-prodotto.

Al contrario la definizione che propongo è molto semplice: le piattaforme digitali sono solo quelle imprese con una larga base di utenti che hanno sviluppato un framework e un sistema operativo di base proprietario (come Android, Mac OS, Facebook Graph, Windows, al di là dei differenti livelli di codice effettivamente sviluppati), che nasce come interoperabile con altri servizi della stessa impresa o con componenti (app, plugin, ecc.) realizzate all’esterno ma che assumono la stessa logica di sviluppo e di utilizzabilità.

Le caratteristiche fondamentali di queste piattaforme sono la proprietà e la segretezza del codice e degli algoritmi che utilizzano. Se il codice modella il mondo, in qualche modo il mondo modellato da diversi sistemi operativi apparirà diverso sotto vari rispetti.

La regola e il controllo sono nel codice originario, Non sono in qualche persuasione colletiva o in qualche generica condivisione di valori comuni. Queste sono retoriche di chi non vuole o non sa vedere quanto stringente è il comando del codice, ben più forte di ogni persuasione.

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La regola e la piattaforma

Ecco perché la multa comminata dalla Commissaria Margrethe Vestager fa clamore ma non segna un cambiamento di indirizzo nel rapporto tra regolatori e piattaforme digitali. Bisogna essere consapevoli che è la stessa logica di Google e delle altre piattaforme che spinge verso il monopolio della relazione con l’utente.  D’altra parte la decisione della Commissaria Verstagen tratta Google come se fosse una utility, attribuendole un valore di servizio universale con cui spesso la società di Mountain View si rappresenta. Certo, con il 90% e oltre delle ricerche sul web in molti paesi europei non puoi considerarti come un attore economico qualunque. Ma si può chiedere a un monopolista di non comportarsi da tale? Immaginiamo se ci fosse in un paese pressoché una sola catena di supermercati (succede in Unione europea, per esempio in Croazia) condannato dal giudice a dar spazio sugli scaffali anche ai concorrenti della sua private label di patatine fritte. Dapprima penseremo che quella catena di supermercati in un (suppostamente) libero mercato ha il diritto di far entrare nei suoi scaffali i prodotti che vuole. E forse, un secondo dopo, ci faremo delle domande sullo stato di quel mercato e sulla libertà che possono avere i locali consumatori.

Questo ci fa intuire anche quanto sia distorto oggi il “mercato” del web.

Le piattaforme sono per loro natura proteiformi: a volte si propongono come meri “tubi” da cui passano informazioni e comunicazione, a volte come editori, a volte come community globali, a volte come semplici spazi dove servizi e beni altrui vengono ospitati. In ognuna delle loro metamorfosi mantengono opachi i loro algoritmi, continuano a estrarre dati dagli utenti, anche quando quel servizio è già ampiamente ripagato dagli stessi utenti o da terze parti e, infine, manifestano sempre la loro tendenza alla totalità: servizi e app per saturare in maniera esclusiva il web e l’esperienza digitale.

Dunque arriviamo alla vera posta in gioco, che inizia a essere compresa da sempre più osservatori: sarà possibile limitare normativamente le conseguenze che comporta, in termini di libertà economica e sociale degli individui, la tensione verso la totalità digitale, il totalitarismo digitale insito nel concetto stesso di piattaforma digitale?

Per quanto sempre più tentacolari, le piattaforme non potranno mai esaurire l’universo del web. È vero semmai il contrario: le piattaforme rischiano di farci vedere un web sempre più banale, poco ispirativo e normalizzato in base alle loro esigenze di monetizzazione.

I principi normativi e regolatori, di cui si potrebbe fare portatrice l’Europa, dovrebbero non solo partire dalla tutela dei consumatori e della concorrenza, ma soprattutto dalla tutela del web come spazio di diffusione del sapere, di libertà di espressione e di ricerca.

In questo senso non basta di certo una megamulta e la minaccia di altre. Uno degli elementi su cui fare leva potrebbe essere il divieto di acquisire i dati dei fruitori di determinati servizi per evitare posizioni dominanti rispetto ad altri operatori non-piattaforma. Gli esempi del passato (pensiamo alla riorganizzazione del servizio telefonico in USA da cui sono nate le cosiddette  baby Bells) portano invece a ipotizzare la frammentazione di certi servizi. Sarà necessario fare delle scelte normative capaci di spezzare alcune integrazioni delle piattaforme attuali, scelte in cui in un primo tempo gli utenti potrebbero non ritrovarsi, abituati alle pigrizie mentali che si sviluppano se si vive il web dentro i recinti delle piattaforme, ma che potranno garantire ulteriore spazio di ricerca e innovazione al mondo digitale.

Non toglieteci anche le Fake News!

Social minds

Non toglieteci anche le Fake News!

Come già per i superalcolici, il tabacco, le patatine fritte, le bevande gassate, i grassi idrogenati, lo zucchero e, buon ultimo, l’olio di palma, il proibizionismo delle buone intenzioni è pronto ad abbattersi su un nuovo nemico della salute fisica e mentale degli individui incapaci di badare al loro bene: le fake news.

Ho sempre sospettato di chi mi dava consigli per il mio bene, per questo nella vita ho fatto tanti errori. Ma almeno mi sono sentito libero di farli.

Che il grande allarme sulle fake news diventi il punto di partenza per imporre sul web una certa idea di verità, decisa per lo più da poche piattaforme attraverso algoritmi ovviamente proprietari quanto opachi, oggi è meno un’ipotesi distopica che una tendenza fondata.  Negare visibilità a versioni alternative o paradossali dei fatti potrebbe essere il primo passo verso una sorta di totalitarismo digitale.

Ma che cosa significhi fake news, termine oramai usato anche dalla casalinga per apostrofare un’offerta farlocca del supermercato sotto casa, per certo più non si sa: chi etichetta così anche gli slogan degli avversari politici, chi ci mette dentro anche le teorie cospirative, chi lo confonde con la propaganda, chi definisce fake news un fatto che vuole negare, chi lo usa perché è il termine del momento e produce tanta attenzione e tanti click.

L’utilizzo indiscriminato del termine fake news è diventato un grande alibi per dimenticare la cause reali della crisi del giornalismo e tralasciare la memoria delle manipolazioni, della propaganda, delle interpolazioni di testi e fotografie che hanno inciso in tante ricostruzioni storiche, come anche degli articoli un tanto al chilo, delle bufale per far abboccare i giornalisti tonni, degli educational tours con molte occasioni di divertimento che a volte sono entrate nella mitologia della professione giornalistica. Bei tempi andati insomma, quando si affogavano i cormorani nel petrolio al fin di smuovere i delicati animi degli occidentali (fino ad allora poco toccati da abusi, crudeltà e decine di migliaia di esecuzioni arbitrarie) o quando il segretario di Stato USA Colin Powell mostrava in Consiglio di Sicurezza dell’ONU le mitiche boccettine di polvere bianca, e ancora non si sa se fosse talco o forfora di Bush Jr. Ma tant’è, all’epoca la parola fakenews non era stata inventata e poi la diffusione delle contronotizie era fatta da grandi società di comunicazione come Hill&Knowlton con l’ausilio di tanti giornalisti finanziariamente “embedded”, mica dal primo pischello smanettone ubicato in chissà quale villaggio dei Balcani. Fino a dieci anni fa l’informazione era ancora un circuito abbastanza limitato e controllabile, un club quasi esclusivo e ancora relativamente benestante dove ci si conosceva, ci si scambiava favori e, almeno a certi livelli, tutti conoscevano gli altarini degli altri. Ecco, mi chiedo quanto gli allarmi per le fake news e il livore per l’informazione via social media che diffondono tanti paludati giornalisti non siano le reazioni di chi vede svanire il mondo confortevole in cui viveva.

Con questa persuasione ho seguito con distacco il tema fino a quando non ho letto un meditabondo  appello di Gramellini alla regolazione dei social. Il vate nazionale del buon senso il 17 maggio scorso ha dichiarato: “che le porte dei «social», spalancate sul male del mondo, hanno urgente bisogno di una serratura”. Ora, vada per i grandi esperti di politica e media, vada per i professori universitari di comunicazione e sociologia, ma la presa di posizione di Gramellini preoccupa perché,  a differenza di chi studia davvero l’argomento, il suo pensiero è letto dai politici perché ritenuto rappresentativo di qualche milione di italiani che si considerano buoni, civili e riflessivi e così tanti politici, anche le versioni reali e decuplicate di Cetto la Qualunque, tengono in gran conto il giudizio dei tremebondi lettori di Gramellini.

Ma il fatto è che per scrivere un editoriale alla Gramellini ci vogliono pochi minuti, mentre per verificare il caso Blue Whale ci vogliono ore o giorni di verifiche. Non mancano sul web le penne brillanti, invece scarseggiano i redattori capaci di ricercare le fonti e verificare le notizie con rapidità e autorevolezza.

Definizione delle fake news

Ma ora cerchiamo di definire l’ambito e il concetto delle fake news, che possiamo definire come contenuti non fattuali, dal tono spesso sensazionalistico e con una titolazione roboante, costruiti con logica di click baiting, diffusi via web prevalentemente attraverso i media sociali.

Le fake news trovano spazio all’interno della grande divaricazione  che il web sociale ha creato tra informazione e contenuti, con questi ultimi diventati strumenti principi del web marketing. I contenuti per il web non sono necessariamente informativi, ma sono costruiti con logiche di web marketing per incrementare il traffico o le page views. Anche l’informazione di qualità può essere riorganizzata per veicolare più traffico attraverso titoli enfatici, per ottenere più page views reimpaginando i contenuti in slideshow, per essere più facilmente condivisibile via social media utilizzando, per esempio, immagini efficaci ma non sempre in linea con l’oggetto dell’informazione.

In generale un contenuto per il web è innanzitutto ottimizzato per essere trovato dai crawler e condiviso facilmente via social media. Per certi contenuti sarebbe più corretto parlare di fake contents che di fake news, ovvero di contenuti che nemmeno si pongono il problema della veridicità (Il culo photoshoppato della Kardashan, non è una fake news, ma un fake content che produce traffico e visibilità monetizzabili).

L’ecosistema delle fake news strictu sensu è caratterizzato da variabili di mercato e da variabili sociali.

Le Variabili di mercato riguardano:

  1. Basse barriere di accesso al mercato dei contenuti digitali, sia dal punto economico (poche centinaia di euro per realizzare un sito web di buona qualità grafica) che organizzativo (grazie ai Content Management Systems gratuiti) e distributivo (costo marginale zero della distribuzione digitale)
  2. Declino della circolazione dei grandi media, a causa dei costi di produzione e di distribuzione e al declino della raccolta pubblicitaria
  3. Modelli attuali di pay-per-view e pay-per-click che premiano i volumi di traffico a discapito della qualità dell’informazione (un articolo di informazione o di riflessione di qualità verrà quasi sempre penalizzato rispetto a un contenuto ottimizzato per essere cliccato e condiviso)

Tra le variabili sociali possiamo elencare

  1. Incremento della fruizione di contenuti enfatici, polemici o leggeri attraverso i media sociali e in particolare Facebook.
  2. Declino della fiducia nei grandi media
  3. I fenomeni di echo chamber o filter bubble, che spingono verso un processo di ripetizione e di rafforzamento di determinati contenuti all’interno di cluster relazionali
  4. Diffusione di teorie cospirative e incremento dell’attitudine a credere a verità considerate “alternative”

 La censura attraverso gli algoritmi

Non è la prima volta che l’intellighenzija italiana si lancia ardimentosamente a provare a regolare le “fake news”. Prima si è provato proponendo un comitato di esperti (un evergreen italiano), che non si sa se si sarebbe riunito a cadenza mensile o trimestrale per verificare contenuti diffusi settimane o mesi prima e dimenticati in poche ore. Poi il 21 aprile a Montecitorio si son tenuti ben quattro tavoli di lavoro, promossi dalla Presidenta della Camera, per “arginare la disinformazione”. Ma verso chi si rivolgono gli strali delle menti illuminate convocate dalla Boldrini? Da una parte verso i produttori di fake news, siano essi ubicati a San Cataldo, provincia di Caltanissetta, a gestire il famigerato senzacensura.eu, o in Macedonia o Romania a disinformare a vantaggio di Trump o rifugiati in Bulgaria a fare gli imprenditori della bufala. Dall’altra parte ci sono le grandi piattaforme come Google e Facebook, alle quali anche il giurista statunitense Vivek Wadhwa ha indirizzato i suoi strali in un articolo sul Washington Post del 12 aprile intitolato “What Google and Facebook must do about one of their biggest problems” invitando le due grandi porte del web a indirizzarsi verso una “positive direction” e a rendere accessibili non i codici, ma almeno i filtri di selezione. Wadhwa ha dimenticato che se ci sono aziende che non vogliono apparire sui siti di fake news ce ne sono tante altre che si rivolgono proprio a quel target. A questo appello ha indirettamente risposto nel corso dell’ultima edizione di F8 Developers di Facebook Adam Mosseri, VP di News Feed, il quale ha evidenziato i quattro parametri su cui lavora la selezione di notizie di Facebook: Inventory, Signals, Predictions, Score. All’interno di “hundreds of thousands of data points” processati da Facebook, dei quattro parametri che riordinano I contenuti quello di maggiore interesse è Predictions, ovvero l’insieme degli algoritmi di predizione che Facebook usa per proporci i contenuti che hanno più alta possibilità di spingerci a una reazione/interazione.

Dall’esposizione di Mosseri sembra che Facebook punti solo a incrementare la capacità di engagement delle informazioni/contenuti distribuiti nel News feed. In questo senso Facebook si presenta in maniera agnostica rispetto ai contenuti che diffonde: la costruzione della filter bubble o della echo chamber non si baserebbe su considerazioni di tipo politico, ma avrebbe l’unico intento di farci restare più tempo possibile sulla piattaforma per alimentarla con Like, commenti e contenuti (con tutti gli enormi interrogativi che pone questo modello di estrazione del valore dalle persone).

Ma che l’interpretazione di Mosseri sia volutamente ingenua e reticente è dimostrato dal rapporto “Information Operations and Facebook” dello scorso 27 aprile. In esso si esplicita un obiettivo politico chiaro, sulla falsariga del Manifesto di Zuckerberg, quello di “make the world more open and connected”, con la rivendicazione del ruolo in “facilitating public discourse”.

Le ”Information Operations” sono definite come “actions taken by organized actors (governments or non-state actors) to distort domestic or foreign political sentiment, most frequently to achieve a strategic or geopolitical outcome” attraverso “fake news, disinformation or networks of fake account” con obiettivi principalmente di carattere politico e non di monetizzazione. Quindi un documento assolutamente politico e non di carattere tecnico, che pone al primo punto della sua strategia di contrasto la lotta al “Targeted Data Collection”, in sostanza ai “leaks” di dati politicamente sensibili che possono essere attivati anche attraverso i profili Facebook. Per chi crede che Wikileaks, al di là delle ambiguità e delle controversie, abbia consentito negli ultimi anni di conoscere alcuni aspetti del sistema di sorveglianza e degli arcana imperii globali, la posizione di Facebook appare assolutamente schierata a favore della segretezza e a tutela di una parte dell’establishment mondiale, ben lontana dai principi di promozione di un mondo aperto e di libera espressione dei sbandierati da Zuckerberg.

Le tecniche che presenta la società di Menlo Park per tutelare la sua dimensione informativa finiscono per essere risultare di sostegno ad alcune narrazioni (e abusi) di alcune classi dominanti globali. Prendiamo un esempio, la violazione degli account di posta della presidentessa del Democratic National Committee Debbie Wasserman Schultz da parte di hacker russi più o meno strettamente controllati dal Cremlino. Una operazione di spionaggio politico internazionale che ha svelato come i vertici del partito democratico americano giocassero scorrettamente ai danni di Bernie Sanders, ovvero ai danni di colui che tutti i sondaggi davano vincente contro Donald Trump. Queste rivelazioni hanno certamente incrementato, come era loro fine, la sfiducia nelle istituzioni politiche, ma sulla base di fatti veritieri che hanno portato alle dimissioni della Wasserman Schultz, a scuse formali del DNC verso Sanders, il quale aveva anche citato in giudizio il DNC. Eppure il rapporto di Facebook a pagina 8 si preoccupa dei “fake accounts” che potrebbero “undermine the status quo (grassetto mio) of civil or political insistitutions”: un’esplicita presa di posizione che evidenzia l’approccio conformistico di questi meccanismi che potremmo definire di “information patroling” che attiverà nei prossimi mesi Facebook. A tal riguardo Facebook assicura a pagina 12 che continuerà a lavorare con i governi per fornire formazione e a collaborare con le agenzie governative di cibersicurezza: una scelta di campo chiara a sostegno dei governi in carica, ovunque essi si trovino e comunque essi operino. Postulare e promuovere un confronto aperto tra i suoi utenti e collaborare con governi autocratici che perseguono chi vuole esprimersi liberamente potrebbe apparire una contraddizione oppure rappresentare i due assi di una rete di controllo globale pronta ad attivarsi per sanzionare o a imprigionare chiunque apponga un Like o faccia un commento considerato sovversivo ad Ankara o al Cairo, ad esempio. Un ambiente relazionale in cui si potrà parlare con tutti di quasi tutto purché non cambi lo status quo del mondo reale.

Ma, si dirà, le fake news ci hanno portato Trump e qualche contromisura bisogna pur prenderla. Ebbene, tanto il citato rapporto di Facebook quanto l’eccellente ricercaSocial Media and Fake News in the 2016 Election dei ricercatori della Stanford University Hunt Allcott e Matthew Gentzkow evidenziano che non vi è alcuna correlazione certa tra la vittoria di Donald Trump e la diffusione di fake news a sostegno delle sue posizioni. Mentre sul tema delle presidenziali USA il citato rapporto di Facebook dichiara che “we have no evidence of any Facebook accounts being compromised as part of this (information operations) activity”, il rapporto di Allcott e Gentzkow, pur confermando che Facebook era stato il principale veicolo di diffusione delle 156 fake news monitorate durante il periodo pre-elettorale, dimostra come l’impatto delle fake news in termini di capacità di indirizzo e di cambiamento delle opinioni politiche è estremamente limitato. Altri fattori, come l’orientamento politico, la dieta mediatica e il livello di istruzione, risultano molto più incidenti.

Le fake news come fallimento della governance liberal e globalista

In una recente intervista Eli Pariser ha dichiarato: ““The filter bubble explains a lot about how liberals didn’t see Trump coming, but not very much about how he won the election” e si chiede: “Is the truth loud enough?” Ma chi o cosa dovrebbe decidere cosa è la verità?

A mio avviso il dibattito globale sulle fake news può essere interpretato anche come un alibi che le élite mondiali liberal e globaliste stanno diffondendo per giustificare vari fallimenti delle loro scelte di personale politico e di governance. L’incapacità di queste élite di costruire quella che Gramsci chiamava la “connessione sentimentale” con il popolo, che oggi si esprime tanto attraverso i social media e in special modo Facebook, finisce per essere attribuita alle fake news, all’hate speech, ai leaks, alle information operations pianificate da stati esteri, ma raramente vi è un’autocritica sulle proposte politiche e sulla qualità della comunicazione e dello stesso personale politico proposto da queste élite liberal. Brexit e Trump sono due dei vari esiti di questa disconnessione tra gente comune e classi dirigenti globaliste. Di converso bisognerebbe chiedersi se l’efficacia di Sanders e Corbyn su Facebook sia solo merito del loro social media manager o anche l’effetto della loro proposta politica.

La risposta verso cui certe élite sembrano orientarsi per far fronte ai fallimenti della loro governance tende alla censura da stato etico, con l’aggravio di voler ricorrere agli algoritmi delle grandi corporation del web per fini strettamente politici. In realtà gli studi più recenti non mostrano una particolare capacità di orientare il dibattito pubblico da parte delle fake news. Esse vanno intese in molti casi più come una gratificazione psicologica per persone che vogliono ulteriori conferme dei loro pregiudizi, occasioni di svago più che armi di propaganda politica. Uno svago pettegolo e malizioso quanto si vuole, ma un indice della libertà di espressione di una società.

Immaginiamo un ministero della verità che decida di togliere dalle edicole Cronaca Vera e Novella 3000. Non sarebbe un attentato alla libertà di stampa, a una stampa che da sempre è anche svago e può essere letta senza alcun impegno intellettuale e senza impegnarsi in alcuna verifica fattuale?

Qualche Solone liberal dirà: “ma nessuno vi vuole togliere il cazzeggio pettegolo dal parrucchiere o sotto l’ombrellone! La questione riguarda i temi seri, dalla politica alle affermazioni pseudo scientifiche”. Ecco, anche se gli algoritmi di verifica della veridicità di un fatto o di un’affermazione venissero applicati solo (solo?) a questioni politiche e asserzioni scientifiche, ci sarebbe molto da preoccuparsi. Se la politica è il presente della storia sarebbe inquietante che il dibattito politico venisse indirizzato dagli algoritmi delle grandi piattaforme. Quale storia avremmo?

Aggiungiamo il fatto che mentre la storia viene da secoli riscritta grazie a documenti inediti e interpretazioni innovative dei fatti, un documento digitale una volta cancellato non può più venire recuperato.  E anche sulle affermazioni pseudoscientifiche bisognerebbe riflettere con meno conformismo.  Isaac Newton era un geniale scienziato quanto un alchimista appassionato: qualche algoritmo di ricerca potrebbe retrocedere tutti gli articoli sulle ricerche di un Isaac Newton contemporaneo perché parte di esse sarebbe patentemente controversa.

La storia del giornalismo, da Winchell e Pulitzer in poi, è un continuo confronto tra watchdogging e propaganda, tra impegno e svago, tra terze pagine e pagine rosa, tra scoop e violazioni della privacy, un coacervo di manipolazione, idealismo, servilismo e impegno civico. E ci sarà sempre un tipo di pubblico che all’Etica nicomachea di Aristotele preferirà la lettura delle amorali vicissitudini di Fabrizio Corona. L’importante è avere una politica che voglia fare in modo che tutti abbiano gli strumenti per comprendere il valore delle diverse intraprese.

Al contrario, una politica che si illuderà di usare gli algoritmi di aziende commerciali per poter cancellare una parte della realtà che trova sgradevole rischierà di vedersi cancellata da questi stessi algoritmi.

Il mondo dato di Cosimo Accoto

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Il mondo dato di Cosimo Accoto

Un mondo nuovo, al contempo remoto e usuale, sta emergendo attraverso le infinite declinazioni del codice e le applicazioni del digitale. Un mondo dove nulla è già dato perché il dato cambia e si ricombina incessantemente. Un mondo dove cambierà la condizione umana, dal momento che non solo esperiremo sempre più il mondo come dati e interfacce, ma soprattutto saranno sempre più algoritmi e codici a guidare le scelte di miliardi di persone connesse.

Come dice Alex Pentland citato da Cosimo Accoto: “usiamo concetti analogici in un mondo digitale”. Ecco dunque che la filosofia digitale non è lo studio delle manifestazioni del digitale, come la sociologia lo è dei fenomeni sociali e la etnologia delle popolazioni, ma si pone l’obiettivo di sviluppare nuovi concetti capaci di cogliere, spiegare e, possibilmente, incidere sul processo di digitalizzazione del mondo.

Siamo dunque in una fase in cui i concetti tradizionali dimostrano i loro limiti a fronte di una trasformazione dello stesso loro orizzonte di applicazione, nuovi concetti stentano a venire definiti, anche perché non si conosce l’esito degli svariati indirizzi della digitalizzazione e perché vi è, anche, un problema dromologico, ovvero tale è la velocità della trasformazione che le poche menti finora impegnate nella sua analisi non riescono a stare al passo. Ma quella di cui oggi si sente l’urgenza è proprio una riflessione critica. Una delle istanze di partenza del denso “Il mondo dato” di Cosimo Accoto è la volontà di “capire la struttura filosofica del capitalismo informazionale”. Per quanto siano oramai molti i testi di critica degli effetti sulle persone e sulla società della digitalizzazione, un approccio analitico e speculativo al codice, inteso sia nella comprensione della sua ontologia e delle sue possibili teleologie, è appena agli esordi del suo percorso.

Di fronte a questo scenario mi soffermo su alcune alcune questioni che pone Accoto, evidenziando come la trasformazione digitale tenda ad erodere i presupposti e la utilizzabilità di alcuni concetti classici della tradizione filosofica occidentale.

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Il labirinto dei dati

“ (…) questo grandissimo libro, che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’Universo) (…) è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.” (Il Saggiatore, 1623)

Se Galileo Galilei vedeva il mondo come matematica e geometria, oggi noi conosciamo e prevediamo il mondo sotto forma di dati e codici. Alla scoperta scientifica delle leggi della natura considerate immutabili subentra la costruzione di una realtà basata su diversi software che possono utilizzare dati diversi e interpretarli diversamente: “un software può trasformare una stanza da letto in una unità ospedaliera personalizzata”, evidenzia Accoto, e un software può anche costruire infinite bolle informative e di intrattenimento calibrate sull’analisi delle scelte pregresse e imminenti del suo fruitore. Per certi versi si realizza nel mondo ordinario lo stesso mutamento radicale che nella fisica si è prodotto quando si è passati dall’ordinato mondo newtoniano al principio di indeteminazione alla base della fisica quantistica.

Il dato dunque non è solo un elemento statico, finito, ma è anche in contemporanea un processo perché sempre nuovi possono essere le modalità per rilevarlo, per rappresentarlo, per analizzarlo, per utilizzarlo. Se i dati vengono spesso proposti in interfacce “user-friedly”, essi comportano sempre una opacità perché restano quasi sempre opache le modalità di acquisizione e di processamento. Di noi stessi oggi non sappiamo quanti dati esistono, come essi vengono prodotti e per cosa vengono utilizzati. Il nostro corpo digitale produce dati diversi a seconda dei codici, dei campi, degli algoritmi da cui viene attraversato.

L’ideologia predominante del capitalismo informazionale propone i dati e gli algoritmi come neutrali e oggettivi, quando invece essi sono sempre frutto di un processo tecnico e sociale, che impatta sulle vite delle persone e determina le loro scelte. In questo senso dato e algoritmo diventano centrali anche nella vita politica, o meglio nella biopolitica, perché essi incidono costantemente non solo sulle scelte strumentali, ma sul vissuto della persona e sulla sua percezione di sé. La coscienza personale e sociale è costruita oggi tanto socialmente quanto informazionalmente, a maggior ragione quando una parte dell’umanità vive una fetta consistente della sua socialità attraverso ambienti relazionali digitali. Se storicamente la questione filosofica verteva sull’interpretazione del mondo, nel momento in cui il mondo dei dati e degli algoritmi è gestibile da determinate entità commerciali si pone una nuova questione: chi può verificare in ultima istanza dati e algoritmi che rappresentano il mondo e sulla base di quali principi.

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Il velo di Maya digitale

L’interpretazione tradizionale del mondo ha visto distinti e spesso contrapposti un soggetto e un oggetto. Non vi è spazio per ripercorrere tutte le modalità in cui si è presentata questa diade alla base del pensiero filosofico occidentale ma dalle forme più ingenue di realismo alle forme più scaltre di idealismo (inarrivabile l’incipit del Die Welt: “Per lui diventa allora chiaro e ben certo, ch’egli non conosce né il sole né la terra, ma appena un occhio, il quale vede un sole, una mano, la quale sente una terra; che il mondo da cui è circondato non esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre e dappertutto in rapporto ad un altro, a colui che rappresenta, il quale è lui stesso”) vi è sempre stato qualcosa di opposto o proiettato dal soggetto al suo esterno, un Gegenstaend in tedesco, dove “l’oggetto” è appunto “l’opposto”: il mondo si dà nella sua alterità rispetto al soggetto. Al contrario nel digitale non viviamo più solo un’esperienza meramente oppositiva o dialettica con il mondo, ma anche immersiva, capace di oltrepassare questa classica diade. In questo flusso costante di dati di cui siamo produttori e fruitori veniamo rilevati da sensori non umani, i quali spesso ci chiedono di inter(re)agire. I video a realtà virtuale e immersivi a 360° con le relative apparecchiature come Oculus rift già presentano una nuova modalità di intrattenimento che presto si diffonderà anche agli ambiti professionali. Questa dimensione immersiva, in cui, per la prima volta volta, le persone sono oggetto di rilevazione, valutazione e giudizio da parte di macchine algoritmiche, costituisce una novità nella storia umana.

Si potrebbe dire che le interfacce tendono a levigare il mondo, a semplificarne e a eliminarne la complessità, la contraddittorietà, la conflittualità. Gli algoritmi tendono a tessere un“velo di Maya” digitale: un mondo immateriale, dove le problematiche connesse alla materialità del prodotto (l’usura di un disco musicale, lo smarrimento di un biglietto aereo o ferroviario, la fatica e le condizioni reali di produttori o distributori) tendono a sparire o a essere tralasciate.

Un mondo meno materiale può diventare un mondo meno conflittuale e dunque più omologato e conformista?

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La coscienza dell’algoritmo

In un articolo fondamentale del 1974 Thomas Nagel si chiedeva “Che cosa si prova a essere un pipistrello?” Contro i riduzionisti Nagel poneva la questione della coscienza come problema insormontabile come anche quello dell’impossibilità di conoscere cosa prova un essere dotato di apparati sensori radicalmente diversi dai nostri o privi del nostro sistema simbolico.

Se chiedersi cosa si prova ad essere una macchina algoritmica è un’analogia forzata, non credo lo sia porsi il problema dell’interazione con un mondo che sarà popolato sempre più da codici e processi che simuleranno una coscienza. Una macchina semplice come una chatbot può già oggi, nelle versioni più evolute, simulare offesa, sollecitudine, insofferenza, pazienza, ecc.

Vero è che domandarsi se un sottomarino sa nuotare è una domanda malposta, ma noi non interagiamo con i sottomarini, mentre sempre più spesso interagiremo con macchine algoritmiche che simuleranno una coscienza e queste relazioni avverranno sempre più in età prescolare. Ecco: chiedersi se e come cambierà la consapevolezza delle persone e le loro abilità relazionali in un mondo dove interagiranno sempre più con agenti non umani non è una domanda peregrina.

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Il superamento del soggetto?

Nelle società moderne liberali, la costruzione sociale della soggettività si basa sull’assunto dell’individualità e su un presupposto di libertà che guida le sue azioni.

In un mondo costruito su quella che Antoniette Rouvroy chiama la governamentalità algoritmica, questi due classici concetti dell’età moderna tendono a indebolirsi se non a svanire. La scissione del concetto classico di individuo in corpo e mente digitali, consente di dimenticare nell’analisi la coscienza del soggetto, definisce la dividualità come un produttrice di profili digitalizzabili composti da migliaia di dati raccolti con modalità e sensori diversi temporaneamente assembleati e riassemblati in base alle necessità di analisi, archiviabili e riutilizzabili indefinitivamente e senza controlli.

La libertà delle scelte sarà sempre più prevista in percorsi predefiniti. Oggi la frontiera del marketing è la customer analytics, analisi predittive fondate su un data behaviourism, come lo chiama la Rouvroy, orientato ad anticipare, formattare e selezionare il futuro potenziale dei nostri corpi e delle nostre menti, almeno come essi vengono rappresentati digitalmente: “l’estrazione di dati e le tecniche di profilaggio seducono le industrie e le istituzioni governative con la promessa del tempo reale e del rilevamento automatico, dunque presumibilmente “oggettivo”, nonché dell’ordinamento e della valutazione a lungo termine degli invisibili rischi e opportunità portati dagli individui”, ha detto la Rouvroy nella conferenza Transmediale – All Watched Over by Algorithms”. Il processo di codifica digitale della vita sociale rischia a scindere gli individui in dividualità, necessarie alla produzione incessante di dati che alimentano l’economia e la riproduzione socio-culturale, e al controllo attraverso le tecniche di analisi dei Big Data.

Qualche web marketing guru pronto a proporre la sua ricetta iperpragmatica potrebbe tacciare queste riflessioni come mere ruminazioni teoriche. Ma proprio oggi la copertina dell’Economist dimostra che quel che fino a ieri era un ristretto dibattito accademico oggi diventa oggetto di dibattito pubblico globale. Perché, come diceva Hegel citato da Accoto “”La filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero” e per comprendere consapevolemente il proprio tempo non esiste (ancora?) alcun algoritmo cui affidarsi.

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Riferimenti bibliografici

Gilles Deleuze, Postscript on the Societies of Control, 1992

Floridi, L. (2016) The Fourth Revolution How the Infosphere Is Reshaping Human Reality. Oxford University Press, USA

Antoniette Rouvroy, The end(s) of critique : data-behaviourism vs. due-process., 2012

Lev Manovich, Software takes Command, 2013

Paul Virilio, The Information Bomb. London: Verso, 2000

Thomas Nagel, Cosa si prova a essere un pipistrello?, The Philosophical Review, ottobre 1974
Non lasciamo internet solo ai marketers!

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Non lasciamo internet solo ai marketers!

Più pervasivi dei virus, più roboanti dei clickbait, più clamorosi delle fakenews, tra le tante calamità che affliggono il web registriamo una figura sempre più diffusa: il web marketing guru.

Se nel Simposio di Platone eros è frutto dell’incontro di Poros, abbondanza, e Penia, scarsità, il webmarketing guru è diretta conseguenza dell’abbondanza di egotismo e della scarsità di clienti affidabili e liquidi. Così il web marketing guru è costretto ad aggiornare furiosamente il suo blog, twitta nel flusso dell’ashtag del momento, posta video alle sei del mattino dei suoi primi piani stralunati o irridenti, trolla su Facebook peggio di un ubriaco attaccabrighe (per farsi notare sui media sociale non c’è niente di meglio che trollare), con un unico obiettivo: conquistare visibilità, essere riconosciuto come un esperto e infine acquisire nuovi clienti pronti ad abbeverarsi alla fonte delle sue competenze e della sua saggezza. Un hype totalizzante avvolge ogni performance del web marketing guru, perché il punto è lì: gran parte di essi fa personal branding e non ricerca, non studia ma riciccia o traduce analisi e idee altrui (anche quando pubblica interi libri), propone la vetrina del suo opinabile successo come un modello di vita che è più un’aspirazione da vendere a qualche potenziale cliente, sotto sotto considerato un beota.

Fatti salvi gli esperti veri, che lavorano e studiano sodo e per questo hanno poco tempo per esibire il loro superego digitale, ci sarebbe da derubricare il fenomeno dei web marketing guru a una sorta di folclorismo digitale se essi non condizionassero parecchio la percezione che si ha di internet nel senso comune, tra semplificazionismo tecnocentrico, motivazionismo d’accatto, esibizionismo inautentico.

Ma che tipo di idea di internet viene proposta?

Gran parte dei web marketing guru nostrani partono dall’assunto che le tecnologie digitali sono neutrali e non il frutto di processi sociali ed economici in cui soggetti molto potenti impongono i loro valori e i loro principi attraverso lo sviluppo dei codici. Si confonde a volte internet con le piattaforme oggi predominanti, dando questa predominanza per scontata e immodificabile. Un po’ come quei liberisti ingenui che credono che il cosiddetto libero mercato sia un fatto di natura da non mettere in discussione, i web marketing guru di casa nostra finiscono per proporre una visione di internet meramente tecnica, ludica, strumentale o commerciale, in genere pressoché acritica rispetto alle implicazioni e alle conseguenze dello sviluppo di internet, della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale. Specchio di questo riduttivismo è lo stesso panorama politico nazionale, che si divide tra esaltazioni e allarmismi, crociate per le buone intenzioni e scaltrezza nell’uso delle tecniche di web marketing.

Ma si possono individuare almeno altre tre modalità di pensare internet e la digitalizzazione.

Il digitale come leva strategica

La seconda modalità è quella delle grandi società di consulenza e delle grandi realtà del digitale, che studiano davvero la trasformazione in corso, sia pure per trarne benefici economici. A differenza delle figure raccontate sopra, in questo caso vi sono studi e analisi originali e anche la possibilità di confrontarsi con le problematiche dei grandi operatori globali dei vari settori che hanno le risorse per testare lo sviluppo di soluzioni effettivamente innovative. Nei contributi teorici e negli studi dei grandi robber barons dell’epoca digitale come delle società di consulenza il tema dell’impatto delle tecnologie digitali su società, economia, cultura e politica viene posto in termini tutt’altro che ingenui, semmai con l’intenzione di condizionare comportamenti, attitudini e scelte delle persone in modo permanente.

La digital disruption o digital transformation sono oggi il principale motore di creazione del valore e la principale selling proposition delle società di consulenza globali. Ma naturalmente le componenti di analisi e di riflessione sono sempre finalizzate a incrementare l’efficienza, commerciale od organizzativa, dei clienti. Dunque, un internet analizzato in maniera spesso profonda ma presentato per lo più nel suo aspetto strumentale.

In queste due prime modalità cosa resta dell’Internet idealizzato per tre decenni da tutta una corrente libertaria e utopica? Questa idea di internet sembra perdere spazi, pressata com’è dall’ambizione dei grandi operatori, dal pragmatismo delle società di consulenza e dall’indifferenza dei supposti guru. La pervasività commerciale dei grandi operatori, l’estrazione dei dati dagli utenti e la messa a valore dei loro contenuti e dei loro comportamenti, il modellamento delle realtà informative di singoli e intere comunità, la trasformazione dei rapporti sociali dovuta alla scomparsa di intere categorie professionali, lo sviluppo di agenti artificiali che incideranno sempre di più nell’ecosistema digitale, la progressiva atrofia di certe funzioni cerebrali esonerate dall’attivarsi grazie alle funzioni di un comune smartphone sono temi che i supposti “guru” non toccano e le grandi società evitano.

Le distopie del digitale

In questo senso il recente intervento di Tim Berners-Lee evidenzia come la grande prospettiva di un web egualitario e promotore di un pensiero libero di accedere a un massa sterminata di informazioni si stia stemperando in un ambiente in cui l’utente è sottoposto a controlli invasivi da parte di Stati o di imprese private, a contenuti che creano una post-realtà senza significato, a sollecitazioni commerciali meglio definibili come manipolazioni, a uno sfruttamento inconsapevole della sua produzione cognitiva.

Il populismo di fasce sociali sempre più emarginate da dinamiche sociali reali di cui tante volte si accusa il web di alimentare non è che una conseguenza dello smantellamento delle filiere produttive e relazionali tradizionali operato dalla tanto celebrata digital disruption.

La terza modalità è proprio quella di un pensiero che si pone criticamente rispetto alle conseguenze della digitalizzazione. Si tratta di un’ampia lista di autori che ci hanno offerto in questi anni una visione sanamente problematica e profonda di internet e del digitale è lunga e vanno almeno citati (non per importanza) Jaron Lanier, Nicholas Carr, Evgeni Morozov, Eli Pariser, Manfred Spitzer, Andrew Keen.

Rispetto all’ottimismo di maniera di tanti web marketing guru ci troviamo qui nel mondo del dubbio, dell’inquietudine, della distopia. Ma ritengo che proprio un eccesso di idee ottimistiche abbia creato alcuni dei problemi di cui oggi si dibatte. L’idea che una trasformazione epocale di ogni ambito dell’umano potesse essere gestita come l’ingresso di un nuovo media nel mercato della comunicazione (per nulla libero, tra l’altro). L’idea che le libertà degli individui siano tutte uguali. L’idea che la digitalizzazione fosse un salto tecnologico capace di creare nuovi posti di lavoro in numero equivalente a quanti ne distrugge. L’idea del messianesimo tecnologico capace di risolvere le disfunzionalità degli esseri umani.

A chi accusa gli autori che raggruppo in questo approccio di essere degli apocalittici digitali, rammento che vi era molta più insofferenza verso il monopolio del software, pieno di bachi, di Microsoft negli anni Novanta che oggi rispetto al monopolio della conoscenza e della consapevolezza che alcuni grandi attori della rete hanno, almeno in parte, già insediato.

I tempi della trasformazione sono talmente rapidi e la trasformazione stessa così radicale che credere che la società globale riesca a trovare un nuovo equilibrio da sola come ha fatto di fronte ad altri salti tecnologici (in secoli di adattamenti e spesso attraverso vere tragedie) è meno ingenuo che pavido dal punto di vista intellettuale e politico.

Pensare il senso e le possibilità del digitale

Erasmo da Rotterdam era entusiasta della tipografia del suo amico Aldo Manunzio e di certo non intendeva negoziare il processo di produzione in serie dei suoi libri. Allo stesso modo quando è stata introdotta l’elettricità nessuno pensò che bisognava fondare una filosofia dell’energia elettrica. Internet non è (solo) una tecnologia, da accettare, rifiutare o da negoziare. Internet, inteso come vettore del processo di digitalizzazione del mondo, è l’epitome del nuovo mondo in cui vivrà l’umanità essa stessa trasformata da tale processo. E allora la domanda da porsi è: quando profondamente si è finora riflettuto su internet e sul digitale?

Si entra in un campo in cui gli strumenti tradizionali della riflessione filosofica aiutano ma non sono esaustivi. Una certa competenza tecnica, ovvero la conoscenza di come funzionano codici, algoritmi, programmi eseguibili e applicazioni, è essenziale per poterne comprenderne l’estensione, l’impatto e gli effetti. È vero che spesso non è l’ingegnere che comprende l’impatto sulla società di una tecnologia di sua competenza, ma la complessità di tale impatto non può essere compresa pienamente se non si acquisiscono almeno parte delle competenze tecniche dell’ingegnere. Una tecnologia può essere indirizzata quando si riescono a capire le categorie concettuali che essa impone e le sue implicazioni.

Tra chi ha compreso che internet non è un tubo possiamo annoverare Pedro Domingos, Benjamin B. Bratton, Ramesh Srinivasan, Luciano Floridi, Byung-Chul Han, Lawrence Scott, Jerry Kaplan, Cosimo Accoto.

Dunque la riflessione generale sulle categorie di pensiero, le trasformazioni sociali e la stessa consapevolezza di sè che introducono e a volte impongono internet e il digitale non è qualcosa di astratto, speculazione teorica guardata con sufficienza dagli idraulici del web, che dovrebbero sapere come il benessere economico degli idraulici sia il risultato indiretto anche degli studi di chi si è impegnato nella comprensione della fisica dell’acqua.

L’attuale crisi della politica è frutto di un deficit di comprensione delle implicazioni della trasformazione digitale. Come evidenzia Jerry Kaplan nel suo Humans need no apply: “Al momento il dibattito pubblico manca di concetti e di esempi che descrivano adeguatamente cosa sta succedendo a causa dell’accelerazione del progresso tecnologico, e dunque tanto meno può guidarci a soluzioni ragionevoli”. La politica quindi non offre soluzioni perché spesso non riesce nemmeno a definire chiaramente i problemi dell’epoca digitale: il populismo identitario e il tecnocraticismo elitista sono materiali di risulta emergenti dalla demolizione delle proposte politiche novecentesche nel nuovo scenario creato dalla diade globalizzazione-digitalizzazione.

Questa quadruplice ripartizione delle modalità di comprendere e usare il digitale vuole dunque essere meno una graduatoria di qualità quanto un modesto appello: stiamo rischiando di entrare troppo rapidamente in un mondo per il quale non abbiamo ancora costruito i concetti e le parole adatte a comprenderlo e a viverlo.

A differenza di quanto proclama qualche assertivo web marketing guru, rischiamo di perdere ben altro che qualche succoso cliente o la svolta della carriera: quel che credevamo di sapere su noi stessi.

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Riferimenti bibliografici:

Ramesh Srinivasan, Whose Global Village: Rethinking How Technology Shapes Our World, New York University Press, 2017

Benjamin B. Bratton, The Stack, The MIT Press, 2016

Luciano Floridi, The Fourth Revolution How the Infosphere Is Reshaping Human Reality. Oxford University Press, 2016.

Lawrence Scott, The four-dimensional human, Windmill books, 2015

Alex Pentland, Social Physics: How Good Ideas Spread, Penguin Books, 2014

Pedro Domingos, The Master Algorithm: How the Quest for the Ultimate Learning Machine Will Remake Our World, Basic Books, 2015

Jerry Kaplan, Humans Need no Apply: A Guide to Wealth and Work in the Age of Artificial Intelligence, Yale University Press, 2015

Jaron Lanier, Who owns the future?, Simon & Schuster, 2013

Nicholas Carr, The Shallows: what Internet is doing to our brains, W W Norton & Company, 2010

Evgeni Morozov, To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism, Public Affairs Books, 2014

Eli Pariser, The Filter Bubble: How the New Personalized Web Is Changing What We Read and How We Think, The Penguin Press, 2011

Manfred Spitzer, Cyberkrank! Wie das digitalisierte Leben unsere Gesundheit ruiniert, Droemer Verlag, 2015

Andrew Keen, The Internet is Not the Answer, Atlantic Monthly Press, 2014

Habeas mentem: libertà e diritti negli ambienti digitali

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Habeas mentem: libertà e diritti negli ambienti digitali

Dall’autunno del Medioevo fino al secolo scorso il conflitto tra poteri temporali e poteri religiosi si è giocato soprattutto sul corpo delle persone. Ai precetti religiosi che imponevano dalla prima infanzia all’estrema vecchiezza finalità totalizzanti del corpo, con il principio dell’habeas corpus il potere laico ha contrapposto i limiti del suo stesso arbitrio, rinunziando a disporre dei corpi dei propri cittadini senza basi giuridiche e giustificazione pubblica.

Ma proprio quando la rivendicazione dei diritti del corpo come soggetto politico portatore di diritti universali sembra un dato acquisito, almeno in molti paesi dell’Occidente, abbiamo iniziato a renderci conto che la grande battaglia per i diritti nei prossimi anni riguarderà non più il corpo ma la mente.

E’ possibile definire un “Habeas mentem” dell’epoca digitale?

Ovviamente separare il corpo dalla mente, l’emozionalità dalla razionalità, significa incorrere in quello che Antonio Damasio chiama l’errore di Cartesio. Eppure, così come il corpo diventa sempre più metaforico e bisognoso di attenzione rispetto all’invasività dei sistemi di monitoraggio e di controllo digitale, così anche la mente, di certo intesa come metafora, richiede un nuovo sistema di tutele e protezioni affinché possa continuare a costruire e scegliere liberamente le categorie concettuali con le quali vuole essere nel mondo. La proposta di ricerca dovrebbe sviluppare un percorso di riflessioni che partano, da un punto di vista storico, da un corpo fisico che rivendica la sua libertà per approdare a un corpo digitale che rivendica il suo presidio sui dati che produce fino alla tutela di una mente immersa in ambienti digitali relazionali e cognitivi che non solo puntano a indurre specifiche reazioni a certi stimoli ma che oggi, grazie agli sviluppi del neuromarketing, possono anche tracciare e prevedere l’attività neuronale.

La rivendicazione del diritto alla tutela della mente dalla manipolazione e dallo sfruttamento inconsapevole assume un significato ancora più forte nel capitalismo cognitivo, dove il fattore produttivo principale diventano le capacità cognitive degli individui lungo una scala che va, per sommi capi, dalla semplice attenzione, alla relazione, al problem solving, fino alle varie forme di creatività. L’habeas mentem è il diritto di rivendicare che le attività mentali e cognitive non vengano messe a valore senza un esplicito consenso dell’individuo o la esplicita possibilità di rinunciare a certe funzioni di certi ambienti relazionali o piattaforme cognitive senza dover essere penalizzati o esclusi da essi.

Ogni piattaforma digitale, sia essa primariamente relazionale o informazionale (per quanto i termini vanno intesi come strettamente interrelati), è di per sé anche un ambiente produttivo, capace, attraverso la loro trasformazione in dati, di mettere a valore attese, ricerche, interessi, emozioni, contenuti degli utenti. La produzione cognitiva non è più appannaggio di una classe ristretta intellettuale (ricercatori, scienziati, accademici, ecc.) ma grazie alle nuove tecnologie da ogni utente le piattaforme riescono ad estrarre informazioni e conoscenza. Se dunque è pacificamente acquisito che quando entriamo in queste piattaforme io e la mia mente veniamo messi sempre al lavoro, nel senso che stiamo creando valore per chi controlla la piattaforma, dunque la mente diventa, in un certo senso, “ostaggio” della piattaforma perché sottoposta al suo modello esperienziale e di produzione di valore, dovremo ora capire quali sono e quali potrebbero essere i meccanismi di tutela, gli ambiti di libertà e le vie di uscita da questi ambienti.

Quali sono dunque i confini inviolabili della mente nell’epoca degli ambienti relazionali, delle piattaforme cognitive, del neuromarketing e del marketing esperienziale? Può iniziare ad essere elaborato un insieme di indicazioni che consentono al soggetto di sottrarsi al controllo e allo sfruttamento delle sue dimensioni cognitive e psichiche da parte degli ambienti relazionali o della piattaforma cognitiva senza perdere i benefici e opportunità dell’epoca digitale?

La mente esposta

Già da decenni la sfida della comunicazione commerciale non è più sulla persuasione o sulla propaganda, ma su attenzione e su cambiamento di attitudini. Per fare questo non bastano più le vecchie teorie o tecniche di un epoca di mass media, ma un approccio granulare che richiede una conoscenza sempre più dettagliata non solo delle scelte del soggetto, ma anche dei processi mentali che lo presidiano, al fine di comprenderli ma anche di condizionarli, se non addirittura prevederli.

Neuromarketing e marketing esperienziale puntano a penetrare e condizionare la mente degli individui con un livello di profondità e raffinatezza impensabile fino a pochi anni fa grazie al ricorso a biometriche, elettroencefalogrammi, risonanze magnetiche funzionali, facial coding, eye-tracking e altre tecniche di lettura delle reazioni neuronali all’emozioni e agli stimoli sensori. La sfida è quella di cogliere non solo il cosa, ma il perché di una scelta , sia essa d’acquisto, di opinione o di adesione. Finora il limite di queste ricerche era legato alla loro complessità e ai costi delle apparecchiature. Inoltre si trattava di sperimentazioni in ambienti controllati, quindi distanti dalla vita quotidiana, dove un singolo stimolo si trova a dover competere per l’attenzione con tanti altri in un flusso esperienziale senza soluzione di continuità. Tuttavia la digitalizzazione delle esperienze e la dilatazione delle funzioni disponibili negli ambienti relazionali digitali stanno rapidamente cambiando lo scenario. In concreto: se già oggi la comune geolocalizzazione dei cellulari consente di ricostruire esattamente i percorsi dei visitatori di un supermercato e speciali sensori possono rilevare come reagisce la mente agli stimoli di quello spazio fisico, la migrazione verso il commercio elettronico e la pervasività di piattaforme e di ambienti relazionali comporterà un controllo e una prevedibilità della mente delle persone molto più efficace. Sempre più l’esperienza del mondo sarà mediata non solo tecnologie (wearables, IoT) ma da intere piattaforme come ambienti relazionali (Facebook) o strumenti di iperinformazione (Siri, Cortana). Che ne sarà di una mente quasi costantemente immersa in tali ambienti e le cui reazioni verranno registrate e analizzate in tempo reale da decine di sensori? Bisogna dunque chiedersi come potrà essere condizionata la mente umana quando le conoscenze e le tecniche avanzate di neuromarketing verranno applicate regolarmente in un ambiente totalmente digitale, definito nelle opzioni possibili e monitorato dai suoi creatori, in cui l’utente avrà a disposizione un set di opzioni preliminarmente approvate come accettabili.

Cosa significa gratuito?

Si porrà con estrema urgenza la domanda su cui si interrogano i circoli più avveduti di critica del digitale: chi lavorà per chi in una relazione tra soggetti umani e piattaforme digitale e, tra umani e intelligenza artificiale? Se una piattaforma si definisce gratuita dovrebbe garantire a ogni individuo la possibilità di fruire di un servizio a prescindere da quanto egli lascia alla piattaforma in termini di dati o di attività cognitiva e relazionale, inconscia o meno. Nell’epoca del digitale la gratuità non può essere collegata banalmente all’esistenza o meno di una transazione monetaria: il valore sono dati e contenuti, dunque uno scambio gratuito dovrebbe essere anche e soprattutto quello che non presuppone un trasferimento di dati (quindi di valore digitale) dall’utente alla piattaforma.

In realtà non accade così e le macchine algoritmiche non solo succhiano costantemente dati dai loro utenti, ma richiedono spesso esplicitamente di mettere a lavoro facoltà superiori dell’intelligenza umana. Nel caso di 2Captcha veniamo richiesti non solo di dimostrare di non essere dei robot, ma anche di mettere a disposizione gratuitamente le capacità di riconoscimento delle immagini della nostra mente per risolvere i problemi di attribuzione dei loro data base. E’ possibile dunque limitare una tendenza che porta a vedere gli umani come produttori gratuiti di dati senza diritti, neanche a sapere come questi dati verranno usati e da chi? Anche la scoperta che le gratifiche dei Like attivano il nucleus accumbens, il sistema neuronale collegato a piacere e dipendenze, suscita inquietudine per come può essere utilizzata.

Riprogrammare ai buoni sentimenti

Ma la mente non solo viene fatta lavorare gratuitamente, ma può essere facilmente condizionata e manipolata nelle sue persuasioni e scelte. Per quanto sia assolutamente ovvio che la mente umana è stata da sempre oggetto di propaganda e manipolazione, nell’era del digitale a questa modalità passiva, di mero consenso ai messaggi, si sostituisce l’abilitazione a produrre e diffondere quella stessa propaganda e la possibilità reale di riprogrammare le attitudini e le preferenze degli individui.

La stessa Facebook, sulla base del recente manifesto di Mark Zuckerberg, sembra voler disciplinare i suoi utenti in base a determinati valori di dialogo e tolleranza.

Immaginiamo allora, ad esempio, una delle tante persone che postano su Facebook contenuti razzisti, magari ripresi da uno dei tanti siti web che spacciano di continuo notizie false o manipolate, facendole poi riverberare su qualche centinaio di persone: una delle cose che su Facebook più allarma gli ingenui nemici delle parole ostili. Immaginiamo che Facebook, per ridurre questo obbrobrio, decida di proporre sulla timeline di questa persona sempre meno contenuti razzisti e sempre più contenuti, inoffensivi, che suscitano altrettanto attenzione da parte di questa persona, quali aggiornamenti di stato di amici non razzisti, immagini dei figli delle sue amiche, notizie generiche dei suoi luoghi di origine, notizie sulla sua squadra del cuore, ecc. Quanto sarebbe legittima e accettabile la riprogrammazione della bolla informativa e, indirettamente, della mente di un utente, che magari inizierebbe ad avere una diversa percezione della presunta gravità di certi fenomeni? Questo disciplinamento della mente di certi utenti, ancorché oggi già possibile e fatto intravedere da Zuckerberg, sarebbe legittimo? Non viola esso il diritto degli individui ad avere e rafforzare opinioni diverse da quelle più tranquillizzanti e condivise ma comunque proprie?

Già oggi le piattaforme incorporano dei pattern di relazione tra i partecipanti definiti a priori e tecnicamente non è complesso ipotizzare pattern anche di tipo cognitivo in qualche modo promossi dalla piattaforma. Le soluzioni all’allarme delle fake news, che comunque esistono da quando esiste il pettegolezzo del villaggio, potrebbero sfociare in esiti molto più distopici di quanto auspicano le anime belle.

Un punto di partenza

Non solo l’argomento seminale di questo post, ma anche le competenze dell’autore non consentono se non di porre certe questioni in forma di interrogativo.

Il dibattito finora è stato in termini di tutela e accesso ai dati e in termini di trasparenza e negoziabilità degli algoritmi. In realtà questi due approcci appaiono limitati. Il tema della privacy appare roba da nonni pudichi a una generazione di Millenials abituati a cercare conferme attraverso la vetrinizzazione della loro esistenza, mentre, d’altra parte, il dato è un concetto dinamico: da un dato oggi considerato non invasivo in futuro si potrebbero trarre informazioni estremamente riservate sulla vita e sul futuro di una persona. Che gli algoritmi debbano garantire maggiore trasparenza è una questione oramai sul tappeto in paesi come gli USA o la Germania, ma se pure si arrivasse a qualche risultato, i grandi player del digitale sarebbero sempre in grado di apportare modifiche sostanziali e ritornare subito molti passi avanti rispetto alla legislazione.

Definire i diritti di base del proprio essere digitali contro gli arbitri delle grandi piattaforme appare dunque una questione legata all’indirizzo futuro dell’umanità. Per definire l’habeas corpus la tradizione occidentale ha impiegato circa quattrocento anni. Rispetto alla velocità del progresso dell’intelligenza artificiale e alla pervasività delle piattaforme, per l’habeas mentem anche quattro anni potrebbero essere troppi.

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Riferimenti di lettura:

Antonio Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, 1995

UCLA Newsroom, The teenage brain on social media, 31 maggio 2016, [Link]

Gerald Zaltman, How Customers Think: Essential Insights into the Mind of the Market, Harward Business School Press, 2003

Michel Foucaldt, Nascita della biopolitica, Feltrinelli, 2005

Hilke Plassmann, Vinod Venkatraman, Scott Huettel, and Carolyn Yoon (2015) Consumer Neuroscience: Applications, Challenges, and Possible Solutions. Journal of Marketing Research: August 2015, Vol. 52, No. 4, pp. 427-435.

Lisa-Charlotte Wolter, David Hensel and Judith Znanewitz. 2017. A Guideline for Ethical Aspects in Conducting Neuromarketing Studies. Ethics and Neuromarketing, 65-87.

Lawrence Scott, The four-dimensional human, Windmill books, 2015.

Pedro Domingos, The Master Algorithm,  Basic Books, 2015

Kate Connoly,  Angela Merkel: internet search engines are distorting perceptions, The Guardian, 27 ottobre 2016 [Link]

Cosimo Accoto, Il mondo dato, EGEA, 2017.

Il Manifesto di Mark Zuckerberg: Facebook come nuovo modello di politica

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Il Manifesto di Mark Zuckerberg: Facebook come nuovo modello di politica

In principio fu Face Mash, niente più che una versione di Hot or Not per gli studenti di Harvard. Ma sin dall’inizio Mark Zuckerberg ha voluto dilatare gli ambiti del suo progetto a dimensioni esistenziali sempre più ampie, prima con thefacebook per le università e poi con Facebook per tutti. E da qui in poi è storia.

Dunque chi considera il manifesto “Building Global Community” un indizio della volontà di Zuckerberg di darsi alla politica attiva, magari in funzione anti Trump, semplicemente ne sottovaluta le ambizioni.

Il documento è totalmente politico, ma in un senso ancora più radicale, e pone implicitamente delle domande su cosa ne sarà della politica nell’epoca del superamento dei partiti di massa novecenteschi, dell’indebolimento degli stati-nazione, della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale e dell’automatizzazione delle funzioni cognitive.

I cinque obiettivi ideali di sviluppo delle communities che propone Zuckerberg (supportive, safe, informed, civically-engaged, inclusive) intendono proporre il social network come una metacomunità, al tempo stesso sovraordinata e coordinata con le altre comunità che, idealmente, dovrebbe sostenere e alimentare. Questi obiettivi sono eminentemente politici, e alcuni risultati di coinvolgimento politico ed elettorale raggiunti in varie parti del mondo vengono esplicitamente citati. Nel Manifesto, Facebook si propone dunque non come un elemento corrosivo delle istituzioni pubbliche tradizionali ma come un loro puntello. Ma qui emerge la prima contraddizione, ovvero come un’ambiente relazionale digitale, i cui algoritmi puntano a massimizzare il coinvolgimento degli utenti e a gratificarli per il tempo speso in esso, possa spingere verso l’impegno civico diretto nel mondo reale, che richiede tempo, attenzione e continuità di impegno a quegli stessi utenti cui chiede spasmodicamente attenzione per ricavarne il suo fatturato.

Si torna dunque a chiedersi che cosa è Facebook. Il successo di Facebook sta proprio nella sua estrema plasticità, che ha posto a tanti il problema della sua definizione, se fosse la società una media company, o una tech company o una entertainment company o una utility. Facebook può proporsi e può essere fruito per informare e disinformare, per offrire e cercare collaborazione, per autopromuoversi e vendere, per divertirsi e fare nuove amicizie, per raccontarsi e cercare conforto, per dibattere e litigare, per ritrovare o indugiare in vite altrui e lascio ai lettori allungare l’elenco. Di fronte a questa estrema variegatezza di opzioni, Zuckerberg per 14 volte chiama la sua creatura “infrastruttura sociale”, senza definire in dettaglio cosa con questo intenda e semmai rifugiandosi in una definizione riduttiva, che lo esonera dal prendere una posizione chiara rispetto a tutta una serie di problematiche, dalle fake news alle filter bubbles, che pure tocca nel testo. Infrastruttura è un termine che in prima battuta potrebbe sembrare neutro e che rimanda a servizi che in italiano definiremmo di pubblica utilità, quali autostrade, energia elettrica, acqua e banda larga. Ma la decisione su allacciare o no una comunità o un singolo a questi servizi è puramente politica, come politica fu la scelta di far passare l’autostrada del Sole da Arezzo o di nazionalizzare l’energia elettrica per poterla garantire a tutti a prescindere dal ritorno economico. Così come garantire l’acqua potabile tramite condotta o tramite autobotti non è la stessa cosa. Questa scelta di rifugiarsi nel corner delle utilities consente a Zuckerberg di proporsi al contempo come la neutra infrastruttura relazionale di base del nostro tempo e di sostenere la information diversity come principio guida di molte scelte presenti e soprattutto future di content curation. Tuttavia come questa strategia di information diversity vorrà plasmare, o almeno modificare, la dieta informativa di quasi due miliardi di persone? Se io ho idee di sinistra (per quel che possa significare oggi), finiranno per apparirmi in Home notizie e opinioni neoliberiste o addirittura esplicitamente di destra per promuovere il common understanding? Si useranno gli interessi comuni, lo sport, per spingere persone diverse a incrociarsi? Lo stesso Zuckerberg sembra temere un’ulteriore polarizzazione delle posizioni. Ma poi perché io, con le mie convinzioni, giuste o meno che siano ma costruite in decenni di letture, studio ed esperienze, devo essere disciplinato al “common understanding” come lo ha in testa Zuckerberg? Ecco dunque un’altra contraddizione: i Community Standards, lungi dall’essere mera netiquette e buona fede nelle relazioni che si instaurano, finiscono per diventare i principi ideologici da accettare tout court per fruire di una rete di quasi due miliardi di persone.

In una stesura precedente del testo alcune scelte fondamentali in tema di individuazione e analisi di post controversi o signals di pericoli venivano devolute ai sistemi di intelligenza artificiale: “The long term promise of AI is that in addition to identifying risks more quickly and accurately than would have already happened, it may also identify risks that nobody would have flagged at all — including terrorists planning attacks using private channels, people bullying someone too afraid to report it themselves, and other issues both local and global. It will take many years to develop these systems.”. La versione finale invece è molto più vaga e meno inquietante: “Looking ahead, one of our greatest opportunities to keep people safe is building artificial intelligence to understand more quickly and accurately what is happening across our community,“. Già prima che scoppiasse il tormentone delle fake news, Facebook aveva già provato a scaricare sugli algoritmi la questione dell’arbitrarietà della selezione delle notizie, ma di certo negli ultimi mesi anche un pubblico meno esperto inizia a essere consapevole che gli algoritmi sono un prodotto di programmatori umani e come tale soggetto a scelte arbitrarie ed errori di natura umana. Tuttavia quando ambisci a proporti come l’infrastruttura globale di base per produrre e alimentare comunità, ovvero senso di appartenenza, il ricorso all’intelligenza artificiale per indirizzare o censurare dei flussi di comunicazione suscita inquietudine, perché si tende a rendere le responsabilità opache e meno verificabili.

Preferisco da sempre definire Facebook un ambiente relazionale proprio perché ambiente è un termine molto più complesso, plastico e dinamico di infrastruttura e perché il social network mette a valore i processi cognitivi e relazionali dei suoi utenti.

In questo contesto discutibile per quanto riguarda la tutela e il riconoscimento del lavoro cognitivo di un ambiente tutto basato sugli users’ generated contents, il Manifesto di Zuckerberg prova ad evocare alcune tematiche dell’etica comunicativa di Jurgen Habermas quando definisce Facebook una “source of news and public discourse” con l’obiettivo di “creating a large-scale democratic process to determine standards with AI to help enforce them (the Community Standards). In certi passaggi Zuckerberg sembra immaginare una comunità dialogica e razionale (qualcosa di molto distante dalle risse digitali cui assistiamo quasi tutti i giorni, specialmente su temi politici), un processo dunque intersoggettivo dove, in assenza di orientamenti espliciti dei singoli, prevarrà la maggioranza dei rispondenti nel contesto di riferimento del singolo utente “like a referendum”, scrive esplicitamente il co-fondatore. Eppure questo meccanismo potrebbe aggravare le filter bubbles, perché, ad esempio, se io, irritato per le scelte del momento di un partito o di un’associazione o di una persona, decido di disattivare le notifiche relative ad essi, rischio di vederli sparire per sempre dal mio orizzonte informativo, data l’improbabilità che ogni qualche mese io i metta a rivedere le impostazioni del mio profilo. Quanti saranno i rispondenti a questi simil-referendum? E questi rispondenti saranno i più saggi e olimpici tra gli utenti? E se alla fine i risultati di qualche simil-referendum contrastassero i Community Standards cosa prevarrà, in una community che aspira a promuovere un processo democratico su larga scala (senza definirne forme e contenuti, per ora)? E infine, quale idea di democrazia digitale ha in testa Facebook, quando si propone su scala globale tanto in paesi dalla cultura democratica e dal confronto civico avanzatissimi quanto in paesi dove vige solo un principio di autorità che si diffonde verticalmente dal capo del governo al villaggio? Da quanto si intuisce l’approccio sarà glocale, una visione globale che a livello di singoli paesi o regioni interverrà sempre di più per promuovere campagne, idee e orientamenti definiti dal vertice della società. Che ruolo e che peso andranno ad avere le culture, e i poteri locali, eletti o riconosciuti come legittimi dalla maggioranza della popolazione di un dato paese, di fronte alle possibili interferenze o a candidati sostenuti da Facebook?

Di fronte alle ambizioni di Facebook e Google di inglobare e indirizzare il mondo delle informazioni e quello delle relazioni grazie ai loro algoritmi, sembra riemergere, in versione digitale, il classico conflitto dell’epoca moderna tra totalità e libertà. L’uomo moderno borghese come lo conosciamo nel suo individualismo è il risultato della rottura della totalità che si fondava su un principio ultramondano. I traumi soggettivi e i conflitti sociali che attraversano la modernità sono la conseguenza e la nostalgia di quella totalità. Ma Google e Facebook sembrano puntare a promuovere una nuova totalità (o almeno destinata alla totalità dei soggetti connessi), assorbendo e omogeneizzando ogni differenza nell’irenico “common understanding”, in cui si dissolve l’alterità e l’idea di pensare diversamente dai “Community Standards”. Si può davvero escludere che queste tendenze dei due giganti del web relazionale non implichino delle tendenze totalitarie, almeno rispetto a certi ambiti per essi essenziali come il controllo delle informazioni e delle relazioni, ovvero gran parte del web come lo conosciamo oggi?

In questo orizzonte cosa resterà della libertà degli individui? Una politica dominata da Facebook e Google sarà ancora capace di pensare categorie radicalmente diverse e alternative al presente?

Alcuni riferimenti:

Building Global Community, https://www.facebook.com/notes/mark-zuckerberg/building-global-community/10154544292806634/

The Guardian, 2016: the year Facebook became the bad guy, https://www.theguardian.com/technology/2016/dec/12/facebook-2016-problems-fake-news-censorship

Will Oremus, FutureTense, Facebook’s New “Manifesto” Is Political. Mark Zuckerberg Just Won’t Admit It. http://www.slate.com/blogs/future_tense/2017/02/17/the_problem_with_mark_zuckerberg_s_new_facebook_manifesto_it_isn_t_political.html

Annalee Newitz, Ars Techica, Op-ed: Mark Zuckerberg’s manifesto is a political trainwreck, https://arstechnica.com/staff/2017/02/op-ed-mark-zuckerbergs-manifesto-is-a-political-trainwreck/

Andrew Griffin, The Indipendent, Facebook is developing tools to read through people’s private messages, Mark Zuckerberg manifesto suggests, http://www.independent.co.uk/life-style/gadgets-and-tech/news/facebook-mark-zuckerberg-globalisation-manifesto-read-artificial-intelligence-robot-terrorist-a7586166.html

Il robot che pensa è anche responsabile?

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Il robot che pensa è anche responsabile?

Oggi il Parlamento europeo ha respinto la piattaforma “Civil law rules on roboticsche puntava a costruire un percorso di risposta alle conseguenze sociali, economiche, giuridiche, politiche e culturali dello sviluppo dell’automazione e dell’inteligenza artificiale.

La questione immediatamente evidenziata dai media è stata quella relativa al reddito universale di cittadinanza, che il rapporto promosso dall’eurodeputata socialista lussemburghese Mady Delvaux indica come una strada necessaria per far fronte alla scarsità di occupazione continua e di qualità che l’automazione comporta. 

In realtà il rapporto approvato il 12 gennaio scorso dalla commissione affari giuridici dell’europarlamento parla anche di molto altro: dalle “tradizionali” questioni relative alla protezione e alla manipolazione di dati personali da parte di soggetti non umani fino all’autocoscienza dei sistemi robotici e alla possibilità che future scoperte scientifiche e future consapevolezze sulla condizione dei viventi sulla Terra siano frutto dell’intelligenza artificiale e non più o non solo del pensiero umano. Appare chiaro che nella mappa della conoscenza umana ci troviamo in un “hic sunt leones” di cui quotidianamente si allarga l’estensione.

Se la tradizione filosofica, morale e giuridica occidentale ha sempre collegato pensiero e responsabilità, per cui solo l’individuo pensante e consapevole può essere ritenuto pienamente responsabile delle sue azioni, si pone per la prima volta nella storia dell’umanità la necessità di definire gli ambiti di responsabilità di sistemi elaborativi e cognitivi non umani e, di riflesso, la necessità di tutelare i soggetti umani, come quelli algoritmici, dai danni che possono loro ingliggere errori, omissioni o malfunzionamenti dei sistemi cognitivi non umani.

I parametri in base ai quali il Rapporto definisce i robot “autonomi e intelligenti” sono quattro: senzienza, attraverso lo scambio di sensazioni e dati con l’ambiente; autoapprendimento; supporto fisico; plasticità/reattività del suo comportamento e/o azioni al contesto in cui opera. Questi sistemi cognitivi con o senza supporto fisico pongono rischi per l’essere umano, che può ritrovarsi ad essere sfruttato per i dati che da egli si possono estrarre, come anche condizionato o abusato fisicamente. Il rapporto propone la creazione di un’Agenzia Europea per la robotica e l’intelligenza artificiale che dovrebbe fornire ai decisori pubblici gli strumenti tecnici, etici e regolatori per affrontare questo nuovo scenario.

Verso la robotologia?

Uno scenario in cui molto probabilmente si svilupperà a breve un’etologia dei robot e dei sistemi cognitivi non umani, una scienza che, sul calco del termine antropologia, potremmo chiamare robotologia.  Ma la robotologia non sarà una scienza separata dall’antropologia e dalle altre scienze umane tradizionali. Infatti sempre più corpi umani ospiteranno al loro interno o sulla loro superficie componenti, integrazioni o estensioni delle proprie membra: dal miglioramento della vista grazie a chip installati nell’occhio (per esempio in situazioni belliche) a lettori di attività e intenzioni cerebrali per chi è vittima di malattie paralizzanti. Fino a che punto queste estensioni algoritmiche dei sensi umani possono trasformare la percezione di sé? Fino a che punto la coscienza, l’emozionalità come anche il pensiero più razionale saranno condizionati da queste protesi interattive?

E se il robot già oggi può mentire e bleffare, chi gli comminerà la pena per i danni che provocherà e chi pagherà per questi danni? Il robot verrà disattivato (finquando gli umani potranno farlo) per questo? I programmatori degli algoritmi di autoapprendimento verranno ritenuti colpevoli oppure la società che li ha ingaggiati?  Chi risarcirà i danneggiati, umani o algoritmici? I premi di un’eventuale assicurazione contro i danni provocati da robot e algoritmi da chi verranno pagati?

Si svilupperà una cultura robotica autonoma da quella umana? I sistemi cognitivi non umani svilupperanno delle forme di comunicazione innovative tra di loro e in base ad esse si scambieranno e tramanderanno pratiche, competenze e scoperte?

Un reddito minimo per la sopravvivenza dell’umanità?

L’eurodeputata Mary Delvaux ha dichiarato che la sua preoccupazione è che “gli umani non vengano dominati dai robot”. E a chi pensa a una distopia tipo il Pianeta delle Scimmie con i robot al posto dei nostri cugini primati bisogna ricordare che ogni esonero di funzioni lavorative e cognitive umane che una macchina o una tecnologia attua è già essa una forma di dominio. L’esonero da tante funzioni lavorative, la liberazione dal lavoro promessa da secoli attraverso le macchine, sta gettando milioni di persone nella schiavitù della disoccupazione o della sottocupazione. Ecco perché la proposta di un salario minimo universale, sostenuto anche da Elon Musk, di certo non un agitatore politico. Ma la questione è ancora più complessa. Oltre un secolo di propaganda scientifica e manipolazione del consenso ci hanno insegnato che persuasioni distorte o convinzioni artificialmente costruite condizionano le persone molto di più che le fruste o i bastoni. In un mondo in cui sistemi cognitivi non umani potrebbero arrivare a decidere cosa far sapere e come, cosa scoprire o inventare, cosa scegliere nelle politiche pubbliche, come vivere e pensare, vi saranno ambiti in cui gli esseri umani potranno perseguire una autonoma ricerca di pensiero e di scelte di vita?

Bocciando il rapporto, gli eurodeputati hanno dato la risposta più banale possibile, il rifugio in un mondo sorpassato di schemi mentali su lavoro, economia e società che essi stessi, anche nel loro quotidiano di consumatori, stanno inconsciamente contribuendo a superare. Essi hanno dimostrato di trovarsi ancora nella fase di negazione o del rifiuto delle conseguenze che la trasformazione digitale ci sta imponendo. Mentre  l’opinione pubblica e i politici più conservatori vedono il reddito di base come un regalo agli scansafatiche, esso potrebbe essere uno strumento fondamentale per garantire autonomia agli individui rispetto alla dittatura degli algoritmi, un modo per garantire il futuro all’umanità come l’abbiamo conosciuta finora.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare, come in una commedia di G.B. Shaw, che la memoria dell’umanità è una memoria di infamie, ma sono almeno infamie che abbiamo imparato a conoscere e (a volte) a riconoscere. Delle possibili infamie dell’era dell’intelligenza artificiale potremmo addirittura non accorgecene.

L’immaterialità della moneta e il processo di astrazione del valore

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L’immaterialità della moneta e il processo di astrazione del valore

In un mondo sempre più composto da elementi immateriali (servizi, funzioni, ) come si trasforma il rapporto tra merce e denaro? Il denaro per sua natura è un’astrazione parzialmente rappresentata dalle monete che sono apparse nella storia dell’umanità (dalle conchiglie al solidus da 4,5 grammi d’oro, dalle banconote alle transazioni NFC), che serviva a rappresentare un sistema di scambi tra le persone che quasi sempre prendeva la forma di una merce materiale (un’automobile, un utensile) o di un valore computabile (l’ora di lavoro pagata un tot).

Al contrario, oggi siamo entrati in una fase in cui non solo la moneta, ma gran parte dei beni di cui fruiamo o cui diamo maggior importanza per la nostra esistenza o per il nostro percorso futuro è rappresentato da elementi immateriali, quali un servizio di comunicazione, un software o un app, il cui costo viene deciso da chi lo eroga in maniera spesso del tutto scollegata dai costi materiali storici di produzione ed eventualmente erogato gratuitamente in funzione dell’appropriazione di altri beni, estratti dagli utenti sotto forma di dati computabili, o di valorizzazioni finanziarie future non legate ai metodi tradizionali di valutazione delle merci fisiche.

In questo senso si crea una situazione speculare tra un capitalismo che valorizza la capacità di produrre valore da astrazioni (i dati) di scelte, comportamenti o attributi delle persone,  e un capitalismo finanziarizzato che produce valore da denaro in gran parte dematerializzato. L’avvento delle monete deterritorializzate basate su blockchains estremizza il processo già in corso con la finanza globale e tende a costruire dei territori virtuali, digitali, di cui queste monete garantiranno la cittadinanza solo ai loro possessori.

Il processo di astrazione della moneta e delle vite è tra i temi al centro delle riflessioni dell’ultimo libro di Christian Marazzi  Che cos’è il plusvalore? (Casagrande Ed., Bellinzona), di cui ripubblico un passaggio ripreso da cheFare, che ringrazio. (B.C.)

Felix Martin, storico del denaro, ha scritto un libro stupendo (Denaro. La storia vera: quello che il capitalismo non ha capito, Utet, Torino, 2014) in cui parla della scoperta della comunità sull’isola di Yap nel Pacifico da parte di un antropologo, William H. Furness, che all’inizio del Novecento ne studiò usi e costumi, fondamentali per il pensiero di John M. Keynes e persino dell’ultimo Milton Friedman. Questa comunità, mai colonizzata nonostante i vari tentativi di missionari e britannici – i quali morirono nell’impresa – disponeva soltanto di tre beni presenti sull’isola: il merluzzo, il cocco e il cetriolo di mare. È una classica comunità nella quale si poteva ipotizzare il baratto, con poche persone che si scambiano solo tre merci.

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