Autore: Biagio Carrano

Carlo Acutis: come si costruisce un santo al tempo dei media sociali

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Carlo Acutis: come si costruisce un santo al tempo dei media sociali

Dopo aver guardato sui nostri display gli sculettamenti di Gianluca Vacchi, gli scherzi scemi di Frank Matano, i video demenziali di Luis Sal, le videovendite di Elisa Maino e finanche la tragedia dei brufoli di Giulia De Lellis, finisce per essere una blanda penitenza l’attuale profluvio di video evocativi, interviste adoranti al prozio o all’amichetta delle elementari, i collegamenti in ginocchio con la volitiva mamma, gli approfondimenti di giornalismo misticheggiante in gloria di Carlo Acutis, lo sfortunato adolescente, oggi beato e prossimo santo, proposto dalla Chiesa cattolica come “influencer di Dio”.

Con un po’ di evangelica pazienza, supereremo anche questa campagna di comunicazione.

Semmai, essa è una buona occasione per chiedersi quali obiettivi si pone e se funziona la strategia di presenza sui media sociali della chiesa cattolica negli anni di Bergoglio.

Perché Carlo Acutis?

La biografia di Carlo Acutis è di per sé alquanto banale: bambino intelligente, sensibile e con le possibilità di avere un’eccellente istruzione, da adolescente stava dimostrando le sue doti quando una leucemia fulminante lo uccide nel 2006. La trasformazione agiografica risulta, sempre, molto più affascinante. Il giovane appassionato di informatica diventa così un genio precoce, da entusiasta credente diventa un esempio di fede miracolosa, l’adolescente chiassoso viene raccontato quasi come un giovane profeta circondato dai suoi seguaci, o followers.

Questo meccanismo di trasfigurazione è alquanto comune post mortem, anche fuori dalla religione. Ma ancora più interessante è che l’agiografia di Carlo Acutis rispecchi in maniera non casuale alcuni aspetti essenziali del papato di Bergoglio: innanzitutto, il culto di Carlo Acutis nasce dalla convergenza (che in termini secolari diremmo alleanza) tra gesuiti e francescani. Acutis, già allievo a Milano dell’Istituto parificato “Leone XIII” gestito dai gesuiti, frequentava Assisi dove la famiglia possiede una villa. Proveniente da una famiglia ricchissima (come San Francesco) e laica (proprio nel senso cui allude l’aggettivo in certi ambienti), il ragazzo volge la sua attenzione ai poveri e nel racconto agiografico converte alla fede con il suo esempio genitori, parenti e domestici.

Una figura vittima di una morte tragica e talmente precoce da non poter avere una biografia divisiva, in cui confluiscono il riguardo per l’elevata estrazione sociale e l’attenzione agli umili, il dialogo tra laici e cattolici, spiritualità e internet, ordinarietà ed eccezionalità, maturità di fede e superstizione. Su questo ultimo punto in molti articoli si lascia filtrare la presunta incorruzione del corpo del novello beato. Sono questi tutti elementi riscontrabili nella teologia del popolo cui tanto deve Papa Bergoglio.

Ma la vera sfida di questo progetto di comunicazione e di pastorale giovanile è riuscire a creare un santino per i media sociali, un riferimento di vita per adolescenti e soprattutto preadolescenti, considerati (a ragione) facile preda dell’ideologia dei media sociali.

La sfida di una chiesa onlife

Mentre le canonizzazioni dei religiosi sono spesso intelligibili solo alla luce degli equilibri di potere tra le varie congregazioni religiose, le canonizzazioni dei laici rappresentano piattaforme programmatiche che definiscono la posizione della Chiesa cattolica verso il potere politico e rispetto alle trasformazioni della società. Insomma, Carlo Acutis è un santo programmatico, un indirizzo sociale, un punto fermo su come la Chiesa cattolica vuole proporsi nella dimensione onlife. Proprio per questo vale la pena confrontare questo percorso con altre esperienze del Novecento. Tratteggiamo allora tre esempi di canonizzazione di persone comuni.

Il caso più celebre resta quello di Maria Goretti, la contadina delle campagne di Latina la quale, appena dodicenne, nel 1902 fu stuprata e uccisa da un altro contadino di poco più grande. Lo storico Giordano Bruno Guerri trasse dalla vicenda il celebre libro “Povera santa, povero assassino” in cui analizzò la costruzione della biografia della bambina vergine e santa, funzionale prima al riavvicinamento tra Chiesa e regime fascista dopo i Patti Lateranensi del 1929, poi, nel dopoguerra, alla campagna di moralizzazione avviata da Papa Pio XII anche come freno alle prime avvisaglie di libertà femminili.

Altri due esempi novecenteschi di santità laica sono indice di specifichi indirizzi di politica pastorale.

La canonizzazione nel 1964, proprio nel corso del Concilio Vaticano II, del paggio di corte Charles Lwanga e dei suoi ventuno compagni, i quali nel 1886 avevano rifiutato di prestarsi ai desideri omosessuali di un re ugandese, esplicitava due linee chiare: l’apertura verso il continente africano e la conferma del magistero in tema di inclinazioni sessuali.

Nel 2004 Giovanni Paolo II ha trovato nella vicenda di Gianna Beretta Molla, morta di tumore pur di non abortire, un esempio emblematico della sua idea di famiglia: rifiuto intransingente dell’aborto anche ai fini terapeutici, donna come moglie sollecita, madre prolifica e casalinga inappuntabile.

La novità novecentesca della santità cattolica proposta come qualcosa di ordinario trova però una nuova sfida nel web, perché non si tratta di un mero media al quale adattare i messaggi, ma di un ambiente sociale e cognitivo che cambia anche in profondità anche la percezione di sè delle persone.

La strategia di comunicazione

Per quanto venga presentato come “influencer di Dio”, Carlo Acutis non può esserlo, per il banale motivo che non può esserlo chi non produce contenuti in quanto, purtroppo, defunto. Certo, Youtube è stato, non per caso, invaso di video che propongono il nuovo beato, diffusi spesso da alcuni canali legati alla fede più popolare come Maria Vision o Medjugorje tutti i giorni, oltre che dagli account istituzionali come TV2000, della diocesi e frati minori di Assisi, di Chiesa di Milano e gli altri “stakeholders” dell’operazione.

Ma si tratta di filmati che devono fare i conti con la inevitabile scarsità di materiale, problema che la famiglia ha affrontato investendo addirittura su dei cartoni animati sulla vita di Carlo. Rimane la onnipresente madre a fare da testimonial, ma finendo poi per ripetere il solito canovaccio e i soliti slogan in ogni intervista o intervento.

Ecco perché, programmaticamente, è stata coinvolta finanche una laicissima firma del Corriere della Sera come Stefano Lorenzetto per proclamare Carlo Acutis “un santo per il web, ricordando che lo stesso Papa Francesco ha citato il giovane per dire che “questi meccanismi della comunicazione, della pubblicità e delle reti sociali possono essere utilizzati per farci diventare soggetti addormentati”, ma lui ha saputo uscirne “per comunicare valori e bellezza”. Dunque il web, i social media, la immediatezza del digitale dimentica di altre dimensioni come sfide del progetto di canonizzazione Acutis, e, al contempo, i media tradizionali e anche una certa religiosità tradizionalista. Perciò nella stessa intervista, Lorenzetto deve riportare la fola del corpo incorrotto di Acutis (smentita dalla stessa diocesi di Assisi) e citare vari esempi di trasformazione di ostie in muscolo cardiaco, di gruppo sanguigno AB, per la precisione. Riemerge costantemente la contraddizione di questa campagna di comunicazione: il web, un modello di religiosità capace di interfacciarsi con le dinamiche, anche mentali, dell’oggi, e il costante rimando a una devozione popolare, tridentina del culto.

Alla fine, nonostante gli sforzi di chi segue la comunicazione del progetto di rendere attuale, contemporanea, viva, la figura di Carlo Acutis, essa finisce inevitabilmente per rimanere una formula ideale, esemplare, di ispirazione per giovani già vicini alla fede cattolica, ma incapace di attrarre un numero sostanziale di nuovi “followers”.  Oggi non basta presentare degli esempi cui i cattolici possono ispirarsi, la sfida pastorale (che Bergoglio ha bene in testa quando gigioneggia alzando i pollici e indossando i cappellini da baseball con orrore dei tradizionalisti) è riguadagnare spazio sui media sociali e tra i giovani sostanzialmente indifferenti.

Quello che tuttavia sfugge del tutto all’approccio cattolico ai fenomeni web (e che quindi comporta una significativa irrilevanza fuori dagli stessi circuiti di comunicazione cattolica) è che gli influencer hanno successo non sulla base della loro eccezionalità, ma al contrario grazie alla loro ordinarietà, se non mediocrità, consentendo così ai loro fan di poter aspirare di diventare come loro.

E per quasi duemila anni, fino al Vaticano II, la santità cattolica è stata invece qualcosa di eccezionale, eroico, inattingibile, frutto di virtù uniche e fuori dal comune. E infatti Carlo Acutis viene presentato come un ragazzino eccezionalmente precoce, genio del computer, regista originale in erba, ideatore (e organizzatore) di mostre dal successo globale.

Ma i Millennials e la Z Generation rifuggono dagli esempi inarrivabili. La generazione degli under 20 sta costantemente abbassando le sue ambizioni per poter sopravvivere a condizioni di vita che si prospettano peggiori di quelle dei loro genitori. Questa generazione non cerca degli eroi o dei miti, e men che meno dei santi, ma solo persone simili a loro che possano rassicurarli che l’inconsistenza e la fragilità delle loro esistenze possano essere redente da un algoritmo che li sollevi alla celebrità. Gli influencer più celebri non sono inarrivabili, ma sono oggetto di identificazione proprio per la loro mediocrità.

Ecco come un’operazione di comunicazione come quella costruita attorno alla parabola di Carlo Acutis rileva tutti i suoi limiti rispetto alle esigenze dei giovanissimi e soprattutto in rapporto alla ideologia dei media sociali, che sono emozionali e non riflessivi, mediocrizzanti e non eroicizzanti, epidermici e non profondi, materialistici e non spirituali.

I Millennials e la Z Generation non cercano degli eroi o dei miti, e men che meno dei santi, ma solo persone simili a loro che possano rassicurarli che l’inconsistenza e la fragilità delle loro esistenze possano essere redente da un algoritmo che li sollevi alla celebrità

Si tratta di una sfida pastorale che alcune diocesi storicamente più avvertite stanno comunque affrontando. Il caso di maggior successo è quello di don Alberto Ravagliani, il quale fa catechesi copiando in tutto e per tutto lo stile dei video di Marco Montemagno. La Chiesa di Milano è da decenni molto avanti nel confronto con i mondi ad essa lontani (Carlo Maria Martini istituì la cattedra dei non credenti nel 1987) e, pur non avendo trovato ancora uno stile proprio e originale, dimostra che ha iniziato a studiare i casi di successo sui social.

Il web è uno spazio dove la chiesa si sente se non perdente, di certo sulla difensiva. In quanto potere istituito, la chiesa ha saputo gestire o indirizzare molto bene i media di massa a logica broadcast, uno a molti, ma non riesce a prendere le misure con la reticolarità di un modello che fa emergere facilmente in modalità virale pensieri e tendenze non istituzionali, specialmente sette new age e proposte sincretiche che tanto allarmano i cattolici.

Carlo Acutis sarà dunque un santo programmatico, ovvero un punto di riferimento della strategia di presenza e rilevanza sui media sociali che la chiesa cattolica sta ancora elaborando. Si tratta di un work in progress dai risultati contraddittori che sicuramente registrerà correzioni e aggiornamenti fino alla canonizzazione definitiva. E si tratta di una sfida che non riguarda solo i cattolici ma tutte le organizzazioni che hanno un portato identitario forte e stratificato e sono chiamate ad elaborare ed affermare il loro essere onlife.

Spesso un santo ci dice più cose sulle sfide di un dato momento storico di quanto potremmo credere.

My personal e-guru

Algoritmi Il mondo immateriale

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Al termine del test potrai leggere l’intero rapporto sulla tua persona abbonandoti alla versione premium della app per soli 149 dollari all’anno. 

Mentre Happify fa leva sulla tua curiosità verso te stesso, The Fabulous, un’altra celebre app, ti guarda dal futuro: il tuo io di qui a dieci anni si congratula con te/sé per aver scelto la app versando 43 euro anticipati annuali, garantendoti di essere diventato una persona in salute, in grande forma e senza preoccupazioni grazie alla decisione odierna di addebitare la tua carta di credito. 

Di lì in poi l’app ti indirizzerà verso tutta una serie di buone pratiche, quali bere un bicchiere d’acqua e fare esercizi di stretching la mattina appena sveglio, prepararsi una colazione nutriente, dedicare dieci minuti alla meditazione e così, abitudine dopo abitudine, disciplinare il tuo essere in funzione di quello che la app considera il tuo benessere. 

La app Make Me Better è più pratica (o meno ipocrita): offre una raccolta di testi per migliorarsi, inclusi titoli come “12 Psychological tricks to Manipulate People’s Mind”, “Live a Life Free of Compromises”, “How to Make Anyone Instantly Like You” “How to control Anger” “10 Little Things that Can Change Your Life”,  il tutto in articoli di non più di 2.000 caratteri. 

Molti potrebbero sorridere di fronte alla ingenua banalità di questi consigli. Ma il mercato delle app dedicati al benessere personale (tecnicamente mHealth Apps) è in pieno boom. Headspace, la più celebre app per la meditazione e la mindfulness, è stata scaricata da non meno di dieci milioni di persone. Fabulous è stata scaricata oltre 5 milioni di volte, GrowApp, Make Me Better e Deepstash oltre 1 milione, Happify registra oltre mezzo milione di download come anche HabitHub, Remente, My Affirmations e via via. 

Nel 2018 il mercato globale delle app mHealth era stimato valere 12,4 miliardi di dollari di cui un terzo sviluppato negli Stati Uniti, con una crescita composta futura (CAGR) del 44,7%: sulla base di questi dati nel 2020 il mercato ha raggiunto i 26 miliardi di dollari di valore. 

Si tratta di un mercato variegato, in cui rientrano le app per le attività fisiche e il benessere psicofisico, la cura dell’alimentazione e quella delle donne, la cura di malattie e la posologia di farmaci o la pianificazione di attività legate ad determinate malattie. È un mercato che non è sfuggito a big Pharma e tutte le multinazionali del settore hanno investito in centinaia di applications. 

Ma le app che ci interessano sono quelle del sottosegmento “LifeStyle Management”, che su scala mondiale rappresentano circa il 20% del mercato, dunque non meno di 5 miliardi di dollari all’anno che le persone in tutte le parti del globo investono per far seguire il loro benessere interiore da un app. 

Non voglio qui proporre un’analisi di mercato, dunque non mi soffermo sui termini monetari del fenomeno, quanto le sue implicazioni all’interno delle vite dei soggetti e della loro cognizione. Se l’ingenuo tecnomane si esalta nel promuovere l’ultima app che gli evita pure di ricordarsi di allacciarsi le scarpe, se l’economista e l’imprenditore lavora ai modelli di business per estrarre valore, ovvero dati, attraverso quella stessa app, noialtri vittoriani del digitale ci chiediamo se le app che promettono benessere e felicità non abbiano fatto entrare in una ulteriore fase i rapporti tra i soggetti e il comando digitale. 

Quale rapporto si sviluppa tra queste app e i loro fruitori? Quanto le vite di questi ultimi restano impigliate e condizionate dai consigli di questi e-guru portatili? Quanto il comando digitale indirizza la percezione di sé e le scelte dei soggetti? Queste nuove tecnologie digitali del sé cambieranno irreversibilmente quello che chiamiamo essere umano?

 

La cura dell’interiorità

La cura di se stessi è antica quanto l’uomo e “comporta il farsi carico della responsabilità nei confronti propria vita per tutto il corso della sua durata, il saper prendere un impegno nei confronti di se stessi, nel desiderio di modificarsi proprio in vista di questa salute dell’esistenza e del pensiero”, come sintetizza Sara Baranzoni. 

Il pensiero greco-romano ha sviluppato per primo in Occidente una serie di pratiche e di discipline interiori per raggiungere una salvezza intramondana, intesa come consapevolezza di se stessi e delle leggi della natura. “All’alba, quando ti svegli di malavoglia, scandaglia questo pensiero:Mi sveglio per compiere il mio compito di uomo; e ancora protesto per avviarmi a fare quello per cui sono nato e per cui sono stato introdotto nel cosmo? O forse sono stato fatto per restare a letto a scaldarmi sotto le coperte?”: non è una riflessione che trovate sull’app Headspace, ma nei Pensieri di Marco Aurelio.  

Negli ultimi anni della sua vita Michel Foucault spostò i suoi interessi verso l’antichità, trovandovi nelle pratiche di cura di sé elaborate dalla sapienza antica una serie di principi, di tecnologie del sé, che erano in qualche modo il punto di partenza per costruire una sorta di resistenza del soggetto rispetto alla diade potere-sapere. E, non vi poteva essere una reale e profonda cura di sé senza una preliminare autenticità nel voler scrutare il proprio io e raccontarlo senza remore. La parresìa, il parlar franco, su cui tanto si sofferma Foucault nelle sue ultime ricerche, è una dimensione che richiede il rischio della verità, verso se stessi prima ancora che verso gli altri. Non è un caso che Foucault abbia riflettuto assiduamente sul potere di soggettivizzazione di questa pratica di verità  e di autoanalisi che, assieme alla paideia e all’esempio del maestro riverito da tutta la collettività, era tra i principali percorsi di ricerca e costruzione del sé nell’età antica. 

In epoca moderna, la confessione e poi le guide e gli esercizi spirituali fanno parte di una tradizione cristiana che di certo non possiamo trattare in poche righe. Al percorso di coltivazione di una retta spiritualità e personalità si affiancavano anche i meccanismi di controllo esterno della Chiesa istituzione. Tribunali della coscienza, il classico libro di Adriano Prosperi, ha evidenziato le strategie e le tecniche di repressione, controllo e mobilitazione delle coscienze dei credenti attuate dalla Chiesa cattolica in età moderna attraverso, rispettivamente, il tribunale dell’Inquisizione, le tecniche di confessione e le missioni tra le classi popolari. Per quanto lo studio sia dedicato all’Italia, l’approccio è estensibile anche in altri paesi, a partire da quelli di lingua spagnola. In quell’epoca per la stragrande maggioranza della popolazione la propria vita interiore si sovrapponeva e si intrecciava con il vissuto religioso: interiorità e spiritualità sono due termini pressoché intercambiabili e la sorveglianza delle coscienze avviene tanto attraverso i riti collettivi (processioni e funzioni religiose cui tutta la cittadinanza era chiamata a partecipare pena il sospetto e l’ostracismo), tanto attraverso lo scrutinio non solo delle azioni compiute, ma anche delle pulsioni e dei pensieri. 

Lo psicoanalista che a inizio del secolo scorso iniziava a sostituirsi al confessore come guida alla ricerca di un equilibrio interiore, sostituendo la colpa con la pulsione, la repressione con il desiderio, forse non avrebbe mai immaginato gli sviluppi delle neuroscienze e il loro impatto sulla psicologia comportamentale. Iniziare a “vedere” il cervello in funzione ha consentito lo sviluppo di tecniche che hanno definitivamente messo in soffitta l’illusione della volontà per sostituirla con la creazione di pattern capaci di predire e modificare comportamenti e reazioni delle persone. 

 

Tecnologie digitali del sé

Per Foucault i processi di soggettivazione si basano su tecnologie del sé “che permettono agli individui di eseguire, coi propri mezzi o con l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima – dai pensieri, al comportamento, al modo di essere – e di realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi allo scopo di raggiungere uno stato caratterizzato da felicità, purezza, saggezza, perfezione o immortalità

I tre momenti del rapporto dei soggetti con la loro interiorità che ho tratteggiato –  l’introspezione, la confessione e l’analisi – erano caratterizzati tutti da un rapporto con un maestro: rispettivamente il saggio, il sacerdote, lo psicanalista. Le nuove app di crescita personale introducono una variabile assolutamente inusitata nella storia dei percorsi di trasformazione di sé stessi: un attore digitale, basato sull’intelligenza artificiale, cui si delega l’ortopedia del soggetto nell’epoca digitale. La figura dello psicoanalista, che tanto ha caratterizzato non solo la società, ma anche le arti negli ultimi centocinquant’anni, forse è destinata a tramontare.

In questo senso siamo ben oltre il quantified self: gli apparati di rilevazione delle condizioni fisiche della persona (i wearables: orologi, bracciali, lo stesso smartphone e altri sensori) passano dall’essere giustapposti fino a diventare in qualche modo incorporati, così da poter rilevare costantemente i parametri oggetto di misurazione e controllo. Il quantified self alla fin fine sembra quasi inoffensivo nella sua intelligibilità: misuro i tuoi parametri vitali, li correggo o li curo (e li vendo a terzi). Raggiungiamo ancora in una dimensione in qualche modo esterna o almeno legata solo al corpo visto come una macchina che produce determinate prestazioni. 

Con le app dedicate al benessere ci troviamo invece in una dimensione del tutto interiore: non più la dataficazione di comportamenti dell’individuo e di eventi attorno ad esso, ma la costruzione della stessa personalità, l’indirizzamento dei pensieri, dei comportamenti, delle abitudini, dei valori. 

Per quanto certi consigli possano suscitare sicuramente ironia, le migliori app in circolazione nascono dall’unione tra l’analisi dei Big Data, l’Intelligenza Artificiale e le teorie psicologiche comportamentali più avanzate. Happify è basato sulle ricerche di Martin Seligman e Christopher Peterson, che nel loro classico testo Character Strengths and Virtues hanno classificato ventiquattro specifiche forze sotto sei ampie qualità che si ripetono nella storia e nelle diverse culture: saggezza, coraggio, umanità, giustizia, temperanza e trascendenza. Fabulous nasce invece in collaborazione con il laboratorio di economia comportamentale della Duke University guidato da Dan Ariely, il cui libro più celebre è Predictable Irrational. The Hidden Forces That Shape Our Decisions, che ha dimostrato quanto emozioni, aspettative, presupposti culturali e sociali incidono sulle decisioni “razionali” che prendiamo e come si possa anche prevedere l’irrazionalità alla base di tanti processi decisionali.  

I livelli di profilazione di queste app raggiungono un livello tale di granularità che consente un alto grado di attivazione della diade predittività/prescrittività. Nel mondo dei Big Data la capacità predittiva di uno strumento o di un ambiente è strettamente correlata alla sua capacità prescrittiva. Quante più informazioni vengono accumulate su una persona, tanto più si potranno prevedere i suoi comportamenti e le sue reazioni a determinate sollecitazioni. Le previsioni confermate aumentano la fiducia e la capacità prescrittiva di un sistema, anche di una semplice app. Prescrizione e predizione finiscono così per alimentarsi a vicenda, creando un ambiente in cui il soggetto viene quotidianamente guidato grazie alla comprensione dei suoi meccanismi profondi di scelta applicati a una massa di dati cui finora nessun neuroscienziato aveva potuto accedere. 

Il mio e-guru personale allora è ben più di uno strumento di automiglioramento. Va anche oltre il semplice controllo e la datificazione dei miei comportamenti, perché non si ferma più a rilevare il presente e a collegarlo al passato, ma pianifica e programma le scelte future. 

Se la figura classica del mentore era quella di un saggio che accompagnava il tuo percorso di soggettivizzazione, oggi non vi è più bisogno di presupporre un soggetto, perché la massa di dati accumulata verrà inquadrata nei pattern comportamentali definiti per prevedere e indirizzare le scelte della vita di quello che un tempo veniva  chiamato soggetto. 

Al mentore si sostituirà dunque l’e-guru tascabile, qualcosa, considerato come un qualcuno, che ti accompagna, ti assiste, ti fa evolvere, ti fa riflettere su te stesso, ti fa scoprire il tuo io che ha scoperto lui, ti spinge a fare delle scelte, te ne precluderà molte altre.  

 

Bibliografia

Dan Ariely, Predictably Irrational: The Hidden Forces That Shape Our Decisions, Harper Collins, 2008

Marco Aurelio, Pensieri. A se stesso, Garzanti, 1995

Sara Baranzoni, Foucault e la Filosofia Antica, Cura, esperienza e scrittura di sé, 2016

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiaantica/baranzoni.pdf

Moreno Montanari, La filosofia antica come esercizio spirituale e cura di sé nelle interpretazioni di Pierre Hadot e Michel Foucault, 2013

Michel Foucault, Tecnologie del sé, Bollati Boringhieri, Torino 1993

Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982), Feltrinelli, Milano 2003

Michel Foucault, Il coraggio della verità. Il governo di sé e degli altri (1983-1984), a cura di M. Galzigna ed F. Gros, Feltrinelli, Milano, 2011

Peterson, Christopher, Seligman, Martin E.P., Character strengths and virtues: A handbook and classification. Oxford University Press. 2004

Pablo Abend, Mathias Fuchs (eds.). Quantified Selves and Statistical Bodies in Digital Culture and Society, Vol. 2 2016 Issue 1, https://leseprobe.buch.de/images-adb/04/c9/04c9c5a8-ec19-49d0-bda2-2b2d343081e4.pdf

 

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Corpi: I, II, III.

I
Quanti corpi indossiamo nel corso di una giornata digitale?
Attraverso quali corpi ci rappresentiamo agli altri, sperimentiamo il mondo e ne veniamo sorvegliati?
Se Deleuze, sulla scorta di Spinoza, si chiedeva “Cosa può un corpo”, oggi è il tempo di chiederci “cosa può un corpo attraverso il digitale”?
Quello che ancora ci ostiniamo a chiamare soggetto, dal digitale viene scomposto in infinite variazioni, componenti che si frammentano e di continuo si ricompongono non solo in base alle nostre azioni, ma soprattutto in relazione agli sguardi del nostro pubblico e di chi li interpreta e li riorganizza come costellazioni di dati.
Il corpo univoco, irrevocabile, oggetto storico di cure e correzioni, oggi è meno che le infinite immagini che generiamo da esso. L’identità univoca che il corpo doveva testimoniare lascia spazio alle anamorfosi del digitale.
Potremmo allora parlare di una schizofrenia del digitale? Anche, perché il digitale impone a tutti i suoi fruitori delle pretese, delle attese e degli ordini di comando e controllo spesso in conflitto tra loro. Lo stesso Eugen Bleuler, lo psichiatra che battezzò il termine schizofrenia, voleva evidenziare la separazione tra personalità, pensiero, memoria e percezione dei malati. Il digitale separa e pretende separati le componenti del nostro essere che per secoli, le religioni, le filosofie, le culture, gli Stati, le psicologie e altri addetti all’identità avevano faticosamente cercato di tenere il più attaccate possibile a questo fantasma chiamato soggetto.
Fondamento moderno del mondo, il soggetto assunse da Descartes e nei secoli in avanti una mansione titanica: divenne la soggettività che ordinava il mondo attraverso la parola. Di fronte alla beffarda cangiabilità del mondo e dello stesso corpo, identità e permanenza erano garantite dal cogito, da un pensiero che dialogava con se stesso nella sua interiorità non per rinchiudersi in sé, ma imporre la sua ragione al mondo, acquisendone progressivamente nuovi territori. Il pensiero e l’io non erano separati, l’uno si manifestava nel e con l’altro e viceversa. E il corpo? Il corpo nient’altro che un’accidente, per definizione fallace.
E dunque per secoli l’interiorità, la profondità dello spirito, è stata esaltata in quanto vera realtà dell’individuo, analizzata come origine del suo successo e delle sue nevrosi, disciplinata con specifici esercizi per evitare che sprofondasse portando con sé il mondo o che divenisse vittima dei suoi stessi moti centrifughi.
Tranne l’isola concettuale di Spinoza, per secoli l’essenza di un individuo è stata riconosciuta in maniera eminente ed esclusiva dal suo pensiero e dalle sue parole. Per questo bisognava “coltivare lo spirito”, “alimentare l’anima”, padroneggiare i concetti e la verbalità per poter affermarsi. Il corpo era semmai un inciampo, un mero sostegno fisiologico della mente da coprire, sorvegliare per evitare che inquinasse la purezza del pensiero.
Ma la digitalizzazione del mondo ha ribaltato questa visione. Oggi siamo non solo circondati dai corpi diffusi dai nostri apparati digitali, ma questi corpi nell’ambiente digitale manifestano una propria autonomia, un proprio linguaggio, una propria capacità di produrre contenuti, quantificabili e monetizzabili. Decine di milioni di persone in tutto il mondo, manifestano la loro modalità di rappresentazione, di racconto e di comunicazione attraverso il corpo. Niente di verbale, se non frasi minimali, interiezioni, emoticons. La disciplina del se per avere pensieri chiari e distinti da manifestare con un linguaggio adeguato svanisce, così come si stingono intere tradizioni educative basate su questi principi. Il logos prodotto dal pensiero soccombe all’eidos generato dai corpi.
Il corpo, nelle sue infinite possibilità di manipolazione digitale, diventa il principale strumento di comunicazione ed espressione del sé. Solo il corpo esposto e visto dai followers, in un rimando continuo. Con il corpo digitale non si comprende se stessi, ma si capisce cosa cercano gli sguardi digitali che su di esso si soffermano.
Viviamo la prima epoca in cui corpo e visione si sono uniti per generare una nuova estetica, intesa in senso originario, una nuova forma di percezione del mondo inquadrata dai dispositivo algoritmici, i quali controllano le modalità di presentarsi al mondo e di vivere in esso.
Ma c’è di più: per potersi riprodurre e perpetuarsi, gli algoritmi delle piattaforme social si rendono parzialmente trasparenti e operabili: solo così diventa possibile la promozione/produzione/estrazione di massa di contenuti e dati che ha consentito la costruzione di milioni di personalità digitali. Che si manifestano attraverso il loro corpo.
Dopotutto, chi saremmo noi, o almeno gran parte di noi, senza il nostro affezionato pubblico sui media sociali? E d’altra parte, cosa sappiamo noi del nostro corpo digitale, da cui si estraggono costantemente dati che successivamente disciplinano il nostro corpo e prevedono le nostre azioni?

 

II
Scorrono immagini sulle nostre dita. La liscia superficie dello schermo ci restituisce un mondo senza profondità. Ma ha senso oggi la profondità? Un altro ricatto del passato che svanisce. Già von Hofmanstahl ammoniva: “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”.
Tra questa superficie all’apparenza omogenea nelle sue manifestazioni eteroclite si nasconde spesso un lavoro di scavo per hackerare l’algoritmo e raggiungere la celebrità tanto vagheggiata. Instagram ha creato non solo una nuova economia e una nuova estetica, ma soprattutto nuove manifestazioni del sé
Oltre 850 milioni di esseri umani hanno oggi un account Instagram. Nel 2023 saranno un miliardo. Ma soprattutto Instagram e fratelli (Snapchat, 17, TikTok) sono i social media più usati da giovani e giovanissimi. Il social media consolidato, ovvero presente da almeno tre anni, che cresce maggiormente per ricavi pubblicitari: dai 6,4 miliardi di dollari di fatturato del 2018 agli oltre 20 miliardi del 2020. Qualsiasi brand oggi deve essere su Instagram se vuole essere visibile ai Millennials, ma soprattutto alle generazioni Z e Alpha: l’attenzione, la catechetica del brand, va conquistata da piccolissimi.
Quanti si chiedono del perché di questo successo che ha creato un numero sterminato di nuovi soggetti economici che intrecciano contenuti che creano con gli algoritmi della piattaforma? L’estetica di Instagram non è quella che Lev Manovic definisce Instagramism, una sorta di asettico stile lineare, univoco e sostanzialmente insignificante ben rappresentato dal minimalismo in stile Apple e dalla grafica della rivista Kinfolk. No, Instagram è molto meno apollineo di quella di idea da catalogo Ikea per la global upper class che ha in testa Manovic con la definizione di aesthetic society.
Su Instagram non vi è una qualche società, in qualche modo coagulata da una estetica condivisa, o almeno considerata prevalente. Instagram è il social media dei corpi, dei corpi singoli, molto più di tutti gli altri social media.
Gli influencer e gli aspiranti tali mettono a valore il loro corpo, lo espongono, lo esaltano e ne traggono infinite variazioni per catturare l’attenzione dei follower. Ma che corpo ci appare?
La fisicità di questi corpi è tanto estremizzata da diventare un iperreale. E su piattaforme come Instagram, TikTok o 17 il corpo trasvaluta significante e significato, dimostrando quanto dicotomie siano obsolete, indice di un modo di pensare ancora banalmente suddiviso tra forma e contenuto, tra immanente e trascendente, addirittura tra buono o cattivo.
Il corpo digitale è una unità minima su cui si possono applicare infiniti strati di significato, così come ad esso possiamo applicare infiniti filtri VSCO. Il corpo è una unità molteplice, la cui principale forza sta nella ripetitività della rappresentazione: tanto maggiore apparirà o riapparirà quel corpo grazie alla qualità dei contenuti e all’aderenza alle attese dell’algoritmo, tanto maggiore sarà la sua capacità di attrazione, il suo magnetismo verso nuovi followers.
Come aveva anticipato Deleuze: “Il linguaggio digitale del controllo è fatto di cifre che segnano l’accesso all’informazione, o il rifiuto. Non ci si trova più di fronte alla coppia massa/individuo. Gli individui sono diventati dei “dividuali”, e le masse dei campioni statistici, dei dati, dei mercati o delle “banche”. Ma cosa è il dividuale se non le infinite schegge prodotte della dissezione del vecchio soggetto compiuta dalle tecnologie digitali e social, configurazioni di dati lanciate di continuo nell’universo digitale, come emissioni di energia di una supernova.
Specialmente su Instagram il corpo è una possibilità totale.


III
Pigri analogie vedono l’esibizione del corpo come la ripetizione delle dinamiche della pubblicità sui media tradizionali. Ma si tratta di due dimensioni cognitive radicalmente diverse. La pubblicità tradizionale (televisione, radio, cartacea, cartellonistica, come anche i siti web) è sempre condizionata dal contesto entro cui si manifesta e alla necessità di sospenderlo per rendersi rilevante.
Il flusso televisivo o radiofonico, l’impaginazione di un quotidiano o di una rivista, le dimensioni dello schermo, il contesto fisico entro cui appare il cartellone: il messaggio pubblicitario deve sempre tenerne conto per poter ricostruire in pochi millesimi di secondo un nuovo contesto cognitivo che renda efficace e memorizzabile il suo messaggio.
Una pubblicità che non indispettisca il suo fruitore è sempre stato il sogno di ogni creativo. E una parte del successo di Google nasce proprio dalla capacità di veicolare messaggi pubblicitari non più peregrini, ma contestuali agli interessi e ai bisogni immediati del consumatore. Con lo sviluppo degli algoritmi predittivi, oggi le piattaforme anticipano addirittura quello che un consumatore si propone di desiderare.
Ma Instagram va molto oltre.
La potenza di Instagram sta nella forza simbolica dell’oggetto svincolato da ogni interpretazione che possa indebolire il suo magnetismo.
Il logos, nella sua illusoria comprensibilità, rende accettabile l’originaria violenza dell’altro da noi che si manifesta. Ogni slogan, ogni claim, ogni argomentazione, ogni pensiero crea degli strati protettivi tra noi e il mondo, affinché non veniamo sopraffatti da esso. Il distanziamento dalle cose ci consente di manipolarle e di dominarle. Richiamarsi alla razionalità o all’emozionalità per promuovere una persona, un servizio, un oggetto, ancora ci protegge dal turbamento dell’alterità. Qualcosa che ci procura piacere o fastidio od odio, razionalmente o meno, è già comunque pre-compreso da noi.
Ma che sia un corpo, un volto, uno sguardo, un oggetto, un marchio, Instagram ce lo propone nella sua oggettività totale. Una oggettività originaria, che precede i significati che possiamo dargli. Scarnificato dal contesto, l’oggetto diventa qualcosa d’altro: possiamo ancora riconoscere un marchio, un corpo o uno sguardo. Ma quella manifestazione non va oltre la conferma della manifestazione di quel marchio, di quel corpo, di quello sguardo. Quella manifestazione primigenia acquisisce una forza magnetica, ipnotica. La successiva ripetizione di quel corpo, di quel marchio, di quello sguardo, rafforza questo rapimento cognitivo.
La fotografia dei grandi fotografi ha inteso sempre sollecitare una riflessione su di sé da parte di chi la fruisce, anche nelle sue formule più astratte.
Chi ancora pensa che Instagram o gli altri siti social di condivisione di immagini abbia una forte affinità con la fotografia o non ha capito gli uni o non ha mai capito l’altra. Su Instagram l’immagine si dà e nulla più, non pretende un’interpretazione, non pretende di attivare le conoscenze e la memoria di chi la vede. Non parlo naturalmente delle immagini documentali, quelle dove si vuole cogliere il momento, sia esso legato a un bambino, a una coppia, a un paesaggio o a una rimpatriata tra amici. Intendo invece le immagini dove un unico soggetto, il corpo o una sua parte, domina l’intero spazio della cornice.
Il corpo così mostrato ha una potenza epifanica, atemporale, prelogica. Si afferma di per sé.
Instagram, per quanto abbia la possibilità di apporre didascalie e commenti alle immagini, non consente in sostanza argomentazioni come su Twitter o Facebook. Infatti i commenti si limitano a semplici reazioni positive o negative, complimenti o insulti, reazioni spesso ridotte a emoticons o acronimi.
Il corpo su Instagram non è il soggetto lacerato che ci ha consegnato la psicanalisi e tanta parte della letteratura. Il corpo esposto su Instagram è un monolite, precedente a ogni conflittualità. Non intende neanche proporsi come un io risolto nelle sue contraddizioni: nella sua semplicità è una unità che non ha bisogno di risolversi. ll corpo va esibito per essere contemplato, il Like è un adesione prelogica, di tipo religioso, che prescinde da metri di giudizio che non siano quelli della mera adesione acritica. Il corpo viene osteso come una icona, che non è oggetto di scrutinio, ma di fede. iI web consente, come ricorda il collettivo Ippolita, “una costruzione ossessiva del profilo pubblico” per tendere a una “pubblicità riuscita di se stesso”.
Può d’altra parte esistere un narcisismo senza uno specchio? Lo specchio sono i follower, i loro Like. Il narcisismo digitale non è, banalmente, l’innamoramento di se stessi. Ma il narcisismo digitale non parte da uno specchio, ma dalla costruzione di un’immagine, di un corpo che ha solo una parzialissima corrispondenza con il soggetto che li ha generati. Mentre la trattazione classica del narcisismo parte da un desiderio di ammirazione e di conferma di una immagine in qualche modo coincidente tra se stessi e il mondo, l’immagine digitale è una costruzione frutto della capacità di padroneggiare algoritmi di manipolazione delle immagini, algoritmi di ordinamento, algoritmi di ricerca e così via. Il lavoro di costruzione del sé in forma di corpo digitale è stato ancora poco studiato ma meriterà sempre più studi.
Per questo è semplicemente fuori strada chi applica la vecchia teoria degli opinion leader alle star di Instagram. Su Instagram raramente si fa strada un’opinione e di certo il mezzo non consente né l’argomentazione né il suo algoritmo premia questi contenuti. Le star di instagram non sono opinion leader ma icone, mere rappresentazioni visuali da contemplare rapiti, una theoria di icone ha oggi sostituito nell’immaginario di giovanissimi e giovani i santi dell’educazione religiosa di qualche generazione fa.
La ragion d’essere delle icone è nella loro capacità di rinviare lo spirito a una dimensione ulteriore da quella ordinaria, l’ultraterreno inattingibile che può essere inteso solo come un inevitabile rinvio.
Il rinvio oggi è tutto mondano, rinvio alla prossima immagine, alla prossima epifania. Rinvio alle precedenti apparizioni dell’icona. Il circolo semiotico è tutto compreso nella piattaforma.
SeIfie: icona dell’immanenza.

L’illusione della meritocrazia

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L’illusione della meritocrazia

Chi di noi vorrebbe avere a che fare con un collega incapace, un impiegato statale svogliato, un insegnante dei propri figli inadeguato, un medico inesperto, un amministratore locale incapace o addirittura truffaldino? E quante volte invece capita proprio così, e sempre i nostri improperi si mescolano all’usuale preghiera: vogliamo la competenza, la gratificazione del merito, insomma, vogliamo la meritocrazia al potere!

Ecco dunque il toccasana negli ultimi anni sulla bocca di tutti: premiare il merito per superare le ingiustizie in termini di reddito e di ruoli che vediamo tutti i giorni. Ma che cosa è il merito? Merito poi in base a che cosa e per fare che cosa? Chi decide poi chi è meritevole? Abbiamo davvero esempi di merito nelle posizioni di vertice delle società occidentali, a partire dal caso italiano? 

La meritocrazia in realtà è una delle parole chiave più usate e usurate dell’ideologia neoliberale, che in sé semmai giustifica proprio le ineuguaglianze e gli squilibri sociali che tanto ci indignano. 

Se approfondiamo vedremo che la meritocrazia non è altro che uno dei tanti slogan che invece di migliorare la società la rende soltanto più conformista, e questo nel migliore degli esiti. 

Partiamo allora dalla politica, certo proprio l’ambito dove la mediocrità sembra oggi trionfare. Applicare un concetto così indistinto come il “merito” alla politica significa proprio essere presi nella trappola di questo dispositivo linguistico. Chi è meritevole in politica? Chi prende voti a valanga alla Cetto Laqualunque? Chi è esperto di un singolo settore? Chi sa scrivere o argomentare idee a prescindere dalla loro qualità? Chi rappresenta in maniera paradigmatica delle categorie sociali? 

La politica è un’arte complessa, che richiede competenze multiple e a volte persino contraddittorie. E quali sono i parametri su cui giudicare il lavoro di un politico? Chi li decide? Salvare i crediti delle banche francesi e tedesche condannando i greci alla fame è stata una decisione buona per quei due paesi, devastante per generazioni future di elleni. Un reddito di cittadinanza può essere una boccata d’ossigeno per tanti che vogliono rimettersi in carreggiata, ma anche un onere pesante per le casse dello Stato. 

La politica non ha sempre le risposte giuste in assoluto come nei test a risposta multipla, perché la vita non offre quasi mai le risposte giuste. 

Anche in ambito lavorativo il merito non è che una giustificazione a posteriori di certi percorsi di lavoro cui hanno contribuito innumerevoli fattori: l’origine familiare, il paese in cui si vive e il relativo contesto sociale, la fase economica in cui uno vive gli anni della maturità professionale, il sistema scolastico, le attitudini personali, gli incontri personali e professionali e infine la parolina che genera al contempo ansia e speranza: la fortuna. Quanto un incontro o una casualità può indirizzare in un senso o in un altro una carriera, una intera vita? Le generazioni passate erano più umili di noi e riconoscevano alla fortuna un ruolo importante nelle umane vicende. 

La mentalità pseudoscientifica che accompagna il liberismo, quella che ci fa credere che esista una logica lineare e oggettiva entro la quale si concatenino con perfetta razionalità le scelte vincenti o perdenti delle persone, rappresenta un altro modo in cui l’arbitrarietà del sociale e dell’economia viene spacciata come un qualcosa di perfettamente intellegibile cui alcuni si sono attenuti e altri no. 

Credere che una società sappia scegliere i meritevoli è una idea diffusa da chi oggi la domina, ma le elites sono le prime a non crederci. Se non fosse così le elites non costruirebbero dei percorsi esclusivi per i loro figli, per proteggerne lo status e le relative opportunità attraverso specifiche scuole, specifici club, specifici percorsi lavorativi. Chiaro allora che ogni donazione a una scuola o a una università delle elites non è un atto di generosità, ma una garanzia per perpetuare queste differenze sociali ed economiche di cui essi stessi beneficiano. 

Ma un sistema nemmeno tanto oligarchico, quanto proprio plutocratico come quello attuale, deve anche trovare le modalità per legittimarsi. Ecco finalmente spiegata la diffusione degli ultimi anni della retorica della meritocrazia. 

Tanto più una società è ineguale, tanto più esalta la meritocrazia. 

E la esalterà non perché davvero applicata, ma perché in un contesto siffatto le oligarchie predominanti usano questa retorica per controllare le aspirazioni delle classi subalterne e legittimare così il loro potere. 

La meritocrazia può esistere solo in ambiti specialistici (Information Technology innovativa, chirurgia specializzata, progettazione aeronautica, etc.), mentre già i servizi informatici di ordinaria amministrazione o servizi professionali anche di qualità vengono affidati ai circuiti fidati, per appartenenza familiare, politica, massonica, religiosa, di orientamento sessuale e così via. Chi è fuori dai giri o sceglie di esserlo sarà condannato a una esistenza precaria e misera: nessuna possibilità di partecipare al banchetto. Ecco perché quando sentite parlare di meritocrazia in Italia mettete mano alla pistola dell’intelligenza e smentite quella retorica, verificando magari grazie al web che chi la esalta è arrivato dove è arrivato solo tramite amicizie, relazioni e appartenenze. Anche esse un valore, ma ben distante dalla competenza vera e propria. 

Ovviamente l’ideologia sottostante è di stampo neoliberale  Decidi, scegli e agisci in autonomia”, (…) e se fallisci nella vita, evidentemente, è perché non hai sviluppato a sufficienza le tue competenze: insomma, non hai meritato.”, così come il risultato di questa disciplina mentale non può che essere un perfetto conformismo: “l’ideologia del merito suggerisce che è davvero meritevole solo chi accetta il mondo così com’è, modificando se stesso nell’impossibilità di modificare il contesto”, sottolinea icasticamente Marco Meotto nella sua recensione dell’efficace saggio “Contro l’ideologia del merito” di Mauro Boarelli. 

 

Mai il reale era stato tanto spacciato per razionale come nella nostra epoca, almeno fino a quando una pandemia non arriva a dimostrare l’inconsistenza del tutto. Già il Foucauldt delle lezioni del 1978-79 al College de France sottolineava come l’ideologia neoliberista del capitale umano arriva a interpretare in termini di investimento anche il rapporto tra mamma e figlio, per cui tanto più tempo e attenzioni la madre avrebbe dedicato al bambino, tanto più questi avrebbe avuto un percorso di studio e di carriera brillante: l’essere umano interpretato sin dalla nascita come un investimento da cui trarre il massimo, in termini economici, ca va sans dire. 

Così ci siamo ridotti a una scuola che non intende più formare delle personalità complete e capaci di un approccio complesso al mondo, ma solo degli individui funzionali alle esigenze delle imprese, soggetti competitivi più che cooperativi. Il ruolo storicamente delegato alla scuola “di contrasto all’esclusione sociale non è governato da una visione politica autonoma, ma è filtrato attraverso il punto di vista del mercato e delle imprese”, scrive Boarelli. Con questa impostazione, sintetizzata nel Sillabo della scuola italiana emanato nel 2018 secondo il quale gli studenti devono essere idealmente degli imprenditori o dei manager in nuce, è un passo ritrovarsi con celebri licei romani che esaltano il loro essere etnicamente puri e aristocraticamente frequentati per lo più da pargoli di famiglie ricche. 

Se si persuadono le persone che la società è perfettamente razionale, che essa sia basata sul merito e che dunque ogni qualità o inclinazione verrà perfettamente ricompensata (purché aderente alle esigenze delle imprese), il giovane verrà responsabilizzato a inseguire determinati parametri di “successo” e colpevolizzato per i suoi fallimenti, ovvero per non essere riuscito a “matchare” (orrido inglesismo) le esigenze di chi domina la società. 

La meritocrazia non fa che rappresentare la società in maniera banale e semplicistica, con tante caselline in cui dovrebbero trovare perfetta sistemazione le vite di quelli che meglio si adattano alle dimensioni delle stesse caselline. E alla prova dei fatti la meritocrazia è smentita dal Principio di Peter, che recita così: «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza». In ogni organizzazione, i membri che mostrano particolari qualità in un ruolo finiscono per essere promossi in un ruolo superiore che non saranno poi capaci di gestire. Sembra una battuta tratta da una striscia di Dilbert, ma è proprio quello che lo psicologo Lawrence J. Peter scoprì già negli anni Sessanta, dimostrando come spesso le posizioni manageriale (sulla base delle quali si valuta il “successo” di una carriera) erano ricoperte da persone che avevano dimostrato di valere in altri ruoli, con il conseguente corollario: “Tutto il lavoro viene svolto da quegli impiegati che non hanno ancora raggiunto il proprio livello di incompetenza”. 

Potremmo applicare anche questo principio alla società intera e dire che magari essa viene portata avanti proprio da chi non si trova ai vertici? 

Beh, sarebbe un’affermazione troppo populista e troppo poco meritocratica, no?

 

Bibliografia

Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Laterza 2019

Marco Meotto, L’ossessione meritocratica, Doppiozero 2019, https://www.doppiozero.com/materiali/lossessione-meritocratica

Lawrence J. Peter, Raymond Hull, Il Principio di Peter, Calypso, 2008

Michel Foucauldt, Nascita della biopolitica Lezioni al College de France 1978-1979, Feltrinelli, 2005

Gary Becker, Il capitale umano, Laterza 2008

Roger Avramanel, Meritocrazia, Garzanti 2011

 

La nemesi del Coronavirus

Biblioteca Social minds

La nemesi del Coronavirus

Nemesi è uno straordinario romanzo breve dell’ultimo Philip Roth che racconta di una epidemia di poliomelite nel 1944 e dei suoi terribili lasciti, soprattutto tra i bambini.

L’angoscia della quarantena, le tragedie di morti premature, le menomazioni a vita dei sopravvissuti e il senso di colpa che comunque li accompagnerà per il resto della vita sono raccontati con una scrittura piana e implacabile come un metronomo.

Il racconto lascia una sensazione di estrema amarezza, l’amarezza per una vita che sembrava destinata alla felicità dopo un avvio tragico e che non riesce a sfuggire al suo destino di sofferenza.

Il protagonista Eugene Cantor, detto Bucky, è un ventenne forte e rigoroso, pienamente compreso e orgoglioso della responsabilità di gestire il campo estivo che fa svagare ed educa i ragazzi ebrei di Newark. 

Orfano di madre e con un padre dall’etica discutibile, si erano presi cura di lui i nonni materni. Il nonno gli aveva tramesso il rispetto delle regole e della parola data, più con l’esempio di una vita semplice e lineare che con le parole.  Se dovessimo trovare un aggettivo per Bucky che non usa Roth nel testo è: solido, fisicamente e moralmente. Bucky ha un unico difetto: una pesante miopia non gli ha consentito di arruolarsi, nonostante il suo fisico. Certo una mortificazione, che all’inizio della storia lo fa un po’ vergognare per non condividere con i suoi coetanei i rischi e l’onore di servire la patria americana. Ma lui ha la missione di educare e proteggere dalla poliomielite i ragazzini del suo campo. Lo immagino come un armadio umano, un po’ tozzo e con occhiali a fondo di bottiglia, che incute rispetto, fiducia e senso di protezione nei bambini. Tutto il suo impegno, la sua meticolosità, la sua sensibilità non basteranno a evitare che l’epidemia si porti via tanti bambini e ad altri rovini per sempre l’esistenza. Anzi, Bucky sarà, in parte, proprio l’untore. Non se lo perdonerà mai, e rinuncerà all’amore per punirsi fino alla fine dei suoi giorni. 

Il senso di colpa, la necessità di espiare la colpa rifiutando la felicità che gli prospetta l’amore incondizionato della sua ragazza non è solo una forma di autolesionismo. Forse riemergono così anche le tare che si porta il destino di Bucky (il padre ladro, la miopia elevata): un difetto, un peccato di origine da espiare, qualcosa di profondamente ebraico. 

L’oblio delle epidemie

Dunque non un libro di evasione, ma un libro che ci aiuta ad accettare l’idea che le epidemie non sono uno sfortunato caso capitato alla nostra generazione, ma parte della storia umana che hanno sempre reclamato la loro quota di morti, e di invalidi e sfregiati permanenti. La fragilità emotiva (in termini di rifiuto, minimizzazione e successivo disorientamento) dimostrata da popolazioni e classi dirigenti in tutto il mondo non è altro che la conseguenza di questo oblio.

Eppure ricordo di aver visto fino a pochi anni fa anche nel mio piccolo paese signori storpi a causa della polio che si erano riusciti a costruire una loro vita professionale ed affettiva. Ma in appena due generazioni sono prevalsi una rassicurante dimenticanza o un ingenuo senso di onnipotenza che ci hanno fatto trovare psicologicamente sguarniti davanti al coronavirus. 

Non accettando più nell’orizzonte del possibile la morte per un virus aereo (nel caso dell’AIDS ci eravamo tranquillizzati col pensare che solo drogati e omosessuali corressero dei rischi a causa di determinati comportamenti), abbiamo passivamente accettato qualsiasi provvedimento che ci prometteva la scomparsa a breve del virus e la salvaguardia nostra e dei nostri cari. Giorgio Agamben lo ha posto in maniera definitiva: “Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?” Agamben ricorda poi lo sfregio dei morti senza un funerale come un fatto unico nella storia della umanità dai tempi di Antigone. Per quanto non sia vero in assoluto, perché ad ogni epidemia ogni cittadina si dotava di una fossa comune dove buttare i morti dopo averli cosparsi di calce viva, il tema merita una riflessione. Come la seconda domanda: i nostri amici, i nostri affetti, evitati perché possibile fonte di contagio. E infine la questione più profonda: la scissione, attuata dalla scienza, tra vita biologica e vita psichica e sociale, per cui come un corpo può essere tenuto indefinitamente in stato vegetativo, così un provvedimento dei governi può rinchiudere agli arresti domiciliari centinaia di milioni di persone in tutto il mondo senza sostanziali proteste. Filosofi come Benjamin Bratton hanno violentemente contestato le idee di Agamben. Già il 15 marzo il filosofo del densissimo saggio “The Stack” (non ancora tradotto in italiano) su Twitter aveva lanciato il suo anatema: “No one should listen to Giorgio Agamben again about anything at all ever again. First line of the linked essay “Faced with the frenetic, irrational and entirely unfounded emergency measures adopted against an alleged epidemic of coronavirus, …”. “Giorgio Agamben is the embodiment of why critical theory is so unbareably broken” aveva commentato un suo follower, in un paese dove i “liberal” stanno combattendo una strenua battaglia contro le minimizzazioni di Trump e la sua ansia di proclamare il suo “tana liberi tutti”.

Il governo della vita diventa più importante della vita stessa

Il punto però non è la fondatezza epidemiologica del confinamento domestico o del distanziamento sociale. Anche in Nemesi, come per qualsiasi altra epidemia prima della scoperta dei vaccini, l’unica profilassi resta rinchiudersi in casa nonostante il caldo tropicale per proteggere specialmente i bambini (e inveendo contro gli italiani untori che avevano portato nel quartiere il virus). No, il punto non è questo. E non si tratta neanche di una anarcoide rivendicazione della libertà di far quel che ci pare. L’argomento più forte esposto da ogni leader politico a difesa del coprifuoco è stato la tutela del sistema sanitario nazionale. 

Appena un secolo fa la questione non si sarebbe nemmeno posta: non esisteva neanche un sistema sanitario talmente efficiente e universalistico, orgoglio e privilegio degli stati economicamente e socialmente più avanzati.

Non si tratta allora di smentire l’esistenza o la virulenza del virus pur di denunciare la violenza del potere costituito sui nostri corpi, ma di comprendere che siamo oggi al contempo preda del virus e dell’apparato burocratico che si prende cura del cittadino, o, per meglio dire, della tecnica, che si manifesta come burocrazia dell’assistenza del welfare state, sotto forma di coercizioni degli stati autoritari, attraverso il comando predittivo della logica algoritmica. La tecnica, costruita o almeno difesa nella sua ragion d’essere come una tutela e un aiuto al cittadino, sopprime i diritti del cittadino pur di perpetuarsi e accrescere i suoi ambiti. 

E’ qui che emergono tutte le contraddizioni del pensiero di sinistra in questa fase di emergenza: la tutela della sanità publica e universalistica passa attraverso la soppressione delle libertà del cittadino, a partire dalla sua libertà dal bisogno, con centinaia di migliaia di persone ridotte alla fame perché impossibilitate a lavorare. Per cui si arriva al paradosso che per tutelare la vita e i diritti dei cittadini (soprattutto di coloro che devono affidare la loro sopravvivenza alla sanità pubblica), sono stati sottratti ai cittadini più fragili le basi materiali della loro esistenza. Ecco perché, planando su esempi terranei, i proclami concentrazionari del governatore De Luca che suscitano tanta ilarità e condivisioni sul web, nascondono una logica profondamente autoritaria e destrorsa, se la Regione Campania non garantisce tre pasti al giorno alle famiglie oramai alla fame. 

Porre dunque la questione nei termini di un conflitto tra diritto universale alla salute e il diritto alla sopravvivenza è addirittura sorpassato. Le prerogative della tecnica hanno chiaramente prevalso sulle necessità della vita biologica.  

In questo ha ragione Agamben: oggi e ancor di più in futuro, la nuda vita sarà ancora più sguarnita rispetto alle forme di comando della tecnica. 

La nemesi del coronavirus. 

 

Bibliografia

Philip Roth, Le nemesi (Everyman, Indignazione, L’umiliazione, Nemesi), Einaudi, 2016.

Giorgio Agamben, Una domanda, 1 aprile 2020, https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda

Giorgio Agamben, Contagio, 11 marzo 2020, https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-contagio

Benjamin H. Bratton, The Stack, on Software and Sovereignty. MIT Press, 2015

Umberto Galimberti, Psiche e Techne, l’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, 2000

Socialità e influencers

Social minds

Socialità e influencers

E’ possibile ricostruire un senso del vivere sociale nell’epoca del capitalismo digitale? Ecco la domanda da cui parte Pablo Calzeroni nel suo denso saggio “Narcisismo digitale” edito da Mimesis Edizioni.

Come spesso accade a una certa sinistra che cerca di colmare con l’entusiasmo acritico i suoi limiti teorici, l’avvento della rete globale è stato interpretato come un grande movimento di liberazione degli individui. L’idea di intelligenza collettiva, elaborata da Pierre Levy, sembrava aprire spazi non solo per una nuova socialità digitale basata sulla condivisione e sulla collaborazione, ma addirittura consentire il superamento della crisi del soggetto: grazie alla rete si usciva definitivamente dalle aporie del rapporto soggetto-oggetto in cui si dibatte la post-modernità e si entrava in un’era in cui all’io si sostituiva un noi, un senso di appartenenza che da una parte offriva un senso all’esperienza del singolo individuo e dall’altro confermava il processo di desoggettivizzazione proprio della tecnica. Ma questo orizzonte si è rivelato altrettanto fallimentare, nient’altro che un’utopia che ha spesso legittimato gli usi e gli abusi della rete di cui oggi vi è un’amplissima pubblicistica: l’isolamento narcisistico degli individui alla base, a mio avviso, anche dell’odio online; lo sfruttamento degli utenti come meri produttori di dati; il degrado generalizzato delle capacità cognitive e dialettiche delle persone in un contesto online basato su titoli ad effetto e meme, immagini e non ragionamenti. La stessa idea di democrazia diretta digitale è la conseguenza di queste dinamiche, nel momento in cui la dimensione digitale riduce l’attitudine al confronto dialettico e sviluppa bolle cognitive autoreferenziali le quali portano a credere che il ragionamento complesso, profondo, argomentato, dai tempi di elaborazione lunghi e consapevole delle conseguenze a lungo termine sia quasi il frutto di un complotto dei poteri forti e non uno dei massimi risultati dell’evoluzione umana.

Attraverso il confronto con Lacan e Castoriadis, Deleuze e Guattari, Calzeroni dimostra che la scissione del soggetto non viene sanata dalla rete. Il soggetto, ricorda Lacan, è sempre scisso, alienato, privo di sostanza. Il soggetto è la maschera di queste lacerazioni, una spiegazione posticcia di esse e dunque “la fascinazione narcisistica può portare alla credenza che l’Io rappresenti davvero l’unità del proprio essere” (pag. 102) e il web consente, come ricorda il collettivo Ippolita, “una costruzione ossessiva del profilo pubblico” per tendere a una “pubblicità riuscita di se stesso” (pag.103).

Stupisce che Calzeroni non attinga al classico Simulacri e Simulazioni di Jean Baudrillard per approfondire questi ragionamenti. Cosa è un profilo Instagram di una “influencer” (ma anche di un qualsiasi utente) se non un flusso di simulacri? La rappresentazione/esibizione di sé esiste in quanto tale sulla piattaforma, non in rapporto a una qualche realtà. Solo gli ingenui si stupiranno nel non riconoscere dal vivo le fattezze della influencer di turno. Luci, camere, filtri, photoshop, concorrono a creare un simulacro che mentre prima era frutto dell’industria dei media (televisione o moda, per esempio), oggi è alla portata di chiunque voglia sfruttare le capacità della piattaforma e lo slittamento dell’audience verso la mera visione senza pensiero. Anche le immagini più spinte non producono spesso una pulsione sessuale maggiore di quella che produrrebbe una statua: il desiderio (altro tema fortemente investigato da Calzeroni sulla scorta di Lacan) è anestetizzato dal simulacro. Dunque il simulacro digitale non solo (per statuto, secondo Baudrillard) vela il vuoto del reale, ma ancor di più imbriglia il desiderio, che è sempre un desiderio di senso, una petizione affinché il reale esista. Ecco perché quello che viene anche definito narcisismo digitale si disinteressa della relazione con gli altri, i quali non sono che dei Like, anonimo pubblico, e al contempo, da un punto di vista politico, disinnesca il desiderio come tensione verso il reale, pretesa della sua esistenza, volontà di trasformazione.

Senza aver letto Debord o Baudrillard, gran parte degli influencer attuano un’agenda tranquillizzante, passivizzante, socialmente conformista. Con la differenza che mentre gli strali dei teorici francesi erano soprattutto indirizzati verso il mezzo televisivo e l’apparato di potere industriale e politico che lo governava, oggi le piattaforme consentono a chiunque di contribuire a rafforzare questa agenda conservatrice e individualistica di sviluppo di simulacri. Basta conoscere e accettare le logiche della piattaforma, che semmai vuole essa proporsi come una sorta di “reale”.

Bisognerebbe allora chiedersi quali siano i legami tra consumo di merci ed esibizione di simulacri di corpi e vite. Come l’io, che si riconosceva e si gratificava nel sistema degli oggetti (ancora Baudrillard), che rimaneva un altro da sé, oggi si costruisca, fingendo (da fingere, modellare) simulacri che rendono l’idea di sè ancora più solipsistica. Si tratta entrambe di risposte che la tecnica offre per rispondere al nichilismo del postmoderno ma con dinamiche estremamente diverse. Le merci piegano il desiderio a una dimensione triviale, eppure alimentandolo, lasciando aperta la porta per un’oltrepassamento di questo stesso desiderio. L’esibizione di sé unisce soggetto e oggetto, con il soggetto che si elabora come oggetto, che si fa simulacro per un’audience indistinta, globalizzata, priva di identità. In questo senso diventa più arduo se non inutile chiedersi se e cosa ci sia dietro. Non si scorge immediatamente un apparato politico di produzione, perché la produzione dei simulacri è curata da questi io che si strutturano proprio grazie ad essa.

Come sottolinea Calzeroni nelle righe finali del saggio, “la socialità nel senso più ampio del termine (e quindi non solo quella supportata dalla Rete) è la dimensione davvero mancante che dobbiamo ricostruire, pezzo per pezzo, in tutti gli ambiti della vita comune: nelle attività scolastiche, nell’assistenza socio-sanitaria, sul territorio, nei programmi di lotta, nelle esperienze affettive, e, per quanto possibile, nei luoghi di lavoro”.

Si tratta di un appello politico vero e proprio, che interroga il senso delle nostre vite nell’epoca digitale. Ma quale politica e quale socialità saranno possibili nel capitalismo digitale?

 

Bibliografia

Jean Baudrillard, Simulacri e impostura. Bestie Beaubourg, apparenze e altri oggetti, a cura di M.G. Brega, Pgreco, 2008 (edizione originale 1994)

Guy Debord, La società dello spettacolo, Bolsena (VT), Massari Editore, 2002. (testo online)

Evgeny Morozov, L’ingenuità della rete, Codice Edizioni, 2011

Giorgio Agamben, L’uso dei corpi. Homo sacer IV,2, Neri Pozza, 2014

Perché la sinistra non ha capito il digitale?

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Perché la sinistra non ha capito il digitale?

Tanti sono i traumi che hanno destabilizzato le convinzioni della sinistra liberal/riformista, ma uno risulta più sconfortante perché originato dall’illusione più recente: che internet, i social media, la digitalizzazione in genere potessero inverare per via tecnologica tanti valori e ideali progressisti.

Il conseguente disorientamento emerge di frequente nelle pagine de L’epoca del Capitalismo della Sorveglianza di Shoshana Zuboff (pubblicato in Italia da Luiss University Press), libro dalle grandi ambizioni ma dai risultati alquanto modesti: in esso troverete citati studi, analisi, ricerche, come anche riflessioni, indignazioni, financo nostalgie e poesie, ma non una nuova chiave di lettura del processo di digitalizzazione e dataficazione della società, dell’economia e delle singole esistenze che stiamo attraversando.

Insomma, se ancora pensate che Google e Facebook siano organizzazioni filantropiche dedite a diffondere l’informazione e a creare relazioni tra le persone per un afflato umanitario, allora il libro della Zuboff potrebbe anche aprirvi gli occhi. Se invece seguite il dibattito sul capitalismo cognitivo che in Europa è iniziato almeno dalla pubblicazione de Il posto dei calzini di Christian Marazzi (1994) e da L’immateriale di Andrè Gorz (2003), vi domanderete se erano necessarie oltre 600 pagine per raccontare che Google e Facebook estraggono costantemente informazioni dalle vite dei loro utenti per prevederne e indirizzarne le scelte. 

La Zuboff definisce questo “nuovo” capitalismo della sorveglianza come “la trasformazione dell’esperienza umana in un gratuito materiale grezzo da trasformare in dati comportamentali. (…) L’interesse dei capitalisti della sorveglianza è passato dall’usare processi automatici per conoscere i comportamenti umani a usare i processi automatici per modificare il nostro comportamento in funzione dei loro interessi (…) ovvero “dall’automatizzazione dei flussi di informazione su di te alla tua automatizzazione”. Chiunque faccia marketing è ben conscio che la tracciatura dei comportamenti dei consumatori consente di predire le loro scelte future, ma la giurista di Harvard è restata talmente sconvolta da questa scoperta da lanciare una “lotta per un futuro umano alla nuova frontiera dei poteri”, come recita il sottotitolo dell’edizione originale. 

In maniera meno pomposa: che ne è della libertà umana in un mondo in cui l’automazione dei processi e delle scelte finirà per mettere le vite delle persone su un tapis roulant con la direzione e la velocità già decise dagli algoritmi? 

Per affrontare questo ragionamento il testo propone un’analisi abbastanza dettagliata delle strategie generali di raccolta (abusiva) e processamento delle informazioni da parte di Google e Facebook secondo lo schema Incursion-Habituation-Adaption-Redirection, in sostanza l’attacco non autorizzato a un’area (fisica o no) di estrazione dell’informazione e la successiva strategia di adattamento sociale e giuridico, facendo passare quell’attività come innocua o naturale. Piaccia o no, si tratta dell’ordinaria amministrazione per qualsiasi impresa data-driven. Naturalmente anche il corpo è oggetto della mappatura digitale (su questo ho scritto qualche nota nel lontano 2013) e ovviamente come anche le città e le singole abitazioni “smart”. Quale ambito resta avulso alla pervasività del digitale? E cosa resta della capacità di scelta dell’individuo se l’ideale del marketing è l’anticipazione delle attese del cliente e oggi la digitalizzazione ha reso questa aspirazione non solo attuabile, ma addirittura indistinguibile dai desideri delle persone, per cui non si sa se i desideri sono stati anticipati oppure l’anticipazione ha fatto esplicitare il desiderio? 

La posizione della liberal Shoshana Zuboff è una esaltazione dell’individualismo contro quello che definisce il “potere strumentale” che nasce dalla modelli di previsione, nell’impresa come nella società in generale, generati dalla raccolta dei dati e dal potere di computazione. Il grande obiettivo polemico è la social physics* di Alex Pentland, la proposta teorizzata nell’omonimo libro del 2015 di usare i big data per predire le scelte individuali e collettive e dunque l’evoluzione delle società.  Inorridita da queste prospettive, la Zuboff le compara alle vecchie teorie comportamentaliste di Burrhus Skinner, dimenticando che studi molto più recenti hanno dimostrato la possibilità di modificare gli stessi circuiti neuronali e non solamente i comportamenti. 

La conclusione angosciata della Zuboff suona così: “Le pretese del capitalismo della sorveglianza verso la libertà e la conoscenza, la sua strutturale indipendenza dalle persone, le sue ambizioni collettiviste, e la radicale indifferenza resa inevitabile, attivata e sostenuta da tutte e tre queste dimensioni ci spinge ora verso una società in cui il capitalismo non funziona come uno strumento per una economia inclusiva e per istituzioni politiche. Al contrario, il capitalismo della sorveglianza deve essere riconosciuto come una forza sociale profondamente antidemocratica”. Insomma, secondo la Zuboff avremmo vissuto finora una virtuosa intesa tra capitalismo di mercato e democrazia, anzi il primo garantiva la seconda; il cittadino elettore era libero, grazie a un quadro abbastanza chiaro di norme che lo tutelava, di fare le scelte che riteneva più opportune sul mercato elettorale come quando sceglieva i prodotti da consumatore; il mercato era uno spazio pubblico che non arrivava a violare il privato e la proprietà privata dei cittadini. Questo paradiso in terra di libertà creato dal buon vecchio capitalismo di mercato (in cui vivono, forse, solo gli amici affluenti e liberal della Zuboff), verrebbe ora divorato dal capitalismo della sorveglianza di cui sono alfieri Google e Facebook. Una ricostruzione talmente irrealistica del prima e dell’oggi che ci fa sospettare che anche le conclusioni tetre della Zuboff siano parziali perché basate su assunti infondati. 

E tuttavia il testo può essere interpretato come parte di una presa di coscienza che un’area politica culturale, che definiamo liberal/riformista, inizia a sviluppare verso gli esiti più inquietanti del capitalismo attuale. La comprensione che certe illusioni sulla digitalizzazione sono venute meno e al contempo il rischio opposto di cadere in una visione distopica, frutto soprattutto di una sguarnitezza intellettuale per capire le dinamiche tecniche della digitalizzazione. 

Dal messianismo tecnologico al pensiero magico digitale 

Gli strali della Zuboff, privi di una qualsiasi piattaforma politica di contrasto al capitalismo della sorveglianza, suscitano domande più ampie dell’ambito di questo testo: 

  • Perché la sinistra liberal/riformista ha subìto per anni in maniera talmente acritica l’avvento della digitalizzazione? 
  • Perché la sinistra liberal/riformista non ha colto, se non con estremo ritardo e spesso in forma parziale, l’impatto negativo sul lavoro, sul controllo degli individui, sui rapporti sociali in genere, soprattutto  il legame stretto delle modalità di digitalizzazione del mondo con l’ideologia della globalizzazione neoliberista?
  • Quale è l’insieme di idee, valori e retoriche con le quali la digitalizzazione ha giustificato anche a sinistra la sua inevitabilità, nelle modalità con cui essa è avvenuta, ovvero oltre la logica statuale, nella forma datacentrica e artatamente gratuita? 

La Zuboff sottolinea l’aspetto più immediato di questa fascinazione di cui i liberal sono stati vittime, ovvero il fatto che la digitalizzazione si rappresenta come un grande diffusore di empowerment degli individui, termine centrale nell’ideologia liberal, definito proprio dal dizionario di Google come “the process of becoming stronger and more confident, expecially in controlling one’s life and claiming one’s rights”. Internet e la digitalizzazione sono ovviamente capaci di dare agli individui più controllo e diritti sulle loro vite, di consentire l’accesso a un sapere sterminato, di rendere gli individui più connessi e così arricchirne il loro mondo interiore, di creare nuovi lavori, di consentire a soggetti fuori dal mainstream di far conoscere le loro qualità. Ma si tratta di una visione parziale, frutto di una storica tendenza della sinistra a vedere in ogni nuova tecnologia un’alleata per realizzare la sua agenda politica. Lo stesso messianismo tecnologico che faceva credere al Marx del 1853 che la diffusione dell’industria moderna tramite le reti ferroviarie avrebbe dissolto il sistema delle caste in India. Per la Zuboff non esiste tutta una serie di testi che da tempo hanno messo in questione con dati e analisi l’ottimismo ingenuo dei cantori di internet e dei social media come nuova alba dell’umanità. Quando evoca inorridita un nuovo collettivismo sostenuto dai social media non cita “Digital Maoism: The Hazards of the New Online Collectivism di Jaron Lanier risalente al lontano 2006. Quando evidenzia il potere di Google non rimanda alla Google Doctrine come Evgeny Morozov la descriveva nel 2011 in The Net Delusion. Quando si interroga sui deleteri effetti sull’agone politico dei social media non si degna di fare alcun riferimento al recente e meglio documentato Antisocial Media di Siva Vaidhyanathan. Spocchia accademica o scarso approfondimento?

Vi può essere anche una terza interpretazione, che è quella che attribuisco alla sinistra liberal/riformista: lo scandalo Cambridge Analytica e l’elezione di Donald Trump hanno provocato un effetto stordente tra i liberal, una presa angosciata di consapevolezza, un’urgenza di reazione tra gli intellettuali di quell’area politica, gli stessi che fino ad allora aveva considerato le riflessioni critiche della digitalizzazione come troppo radicali oppure inficiate da luddismo digitale. La Zuboff cita gli studi di Kosinski, Stillwell e altri che dal 2011 lavorano alla predizione dei tratti di personalità degli individui usando come proxy i loro profili Twitter e Facebook. Si tratta degli studi alla base del modello di business di Cambridge Analytica, il cui celebre “scandalo” è stato per tanti intellettuali liberal/riformisti una sveglia rispetto alle loro ingenue rappresentazioni della trasformazione digitale. Per quanto non vi sia alcuna dimostrazione scientifica che il gioco “This is your digital life” sviluppato da Cambridge Analytica per profilare in profondità circa 260000 utenti di Facebook abbia avuto un impatto decisivo sull’elezione di Trump, questo shock ha fatto uscire la sinistra liberal dalla fascinazione acritica verso il digitale in cui i successi di Barack Obama, fortemente sostenuti da Google, l’avevano rinchiusa tra il 2009 e il 2017. Obama ha usato tecniche di profilazione estremamente profonde e invasive, ma al contrario di Trump ha ricevuto elogi e articoli accademici. Per quanto la politica di Trump si caratterizzi per un uso spregiudicato di fake news,  le strategie elettorali di Obama sono state quanto di più prossimo agli esiti del capitalismo della sorveglianza paventati dalla Zuboff. 

Ma non basta un esito politico a spiegare le persuasioni e le scelte di decine di migliaia di intellettuali e politici liberal in tutto il mondo. Il messianismo tecnologico di una certa sinistra ha fatto sembrare molte imprese per quel che non erano, oppure non ha fatto cogliere la loro radicale trasformazione verso la data extraction. Google al suo apparire è sembrata la faccia benigna e altruista del web. Non solo un’efficienza inusitata, ma la gratuità, la filosofia vagamente umanista dello slogan “don’t be evil”, l’origine californiana e i brillanti colori arcobaleno, il rapido successo, la giovinezza e la genialità dei suoi creatori: un enorme patrimonio di reputazione da sfruttare per poter poi anche accedere liberamente alle email e ai documenti di decine di milioni di persone nel mondo. Facebook e il suo mondo di amici sembrava poter allargare la rete di relazioni in un’ambiente dove tutti erano amici e si gratificavano con un Like. La forte componente narcisistica del social media (come Instagram, come Twitter, come TikTok, come tutti essi) è stata interpretata (solo) come una grande opportunità di far esprimere liberamente le persone, non cogliendo che questa libertà avrebbe significato (anche) una marea di contenuti insignificanti, fasulli o conflittuali. Non cogliendo soprattutto che la logica delle reti prescinde dalla qualità dei contenuti e ha come unico obiettivo la crescita dei nodi mediante omofilia: che un nodo della rete cresca grazie ai gattini, alle tette al vento, l’hate speech o le fake news per la rete è indifferente. 

Il disorientamento liberal ha una motivazione anche di ordine squisitamente politico: caduto il muro di Berlino, i riformisti si sono trovati con una piattaforma politica fragile e a volte quasi indistinguibile da quella dei liberali. L’avvento della digitalizzazione ha rappresentato per essi l’illusione che la tecnologia potesse incrementare il benessere degli individui senza porre più la questione della redistribuzione in una fase di crescita lenta e di crisi fiscale degli Stati. Ecco perché questo entusiasmo acritico, almeno in una prima fase, per la digitalizzazione e internet: ancora una volta il messianesimo tecnologico per superare i limiti della visione e dell’azione politica. Quando poi lo strapotere degli Big 5 Tech (Google Amazon, Facebook, Microsoft e Apple) è diventato senso comune e la data extraction il nuovo paradigma del valore aziendale, la formazione umanistica di tanti intellettuali riformisti non ha permesso loro di comprendere gli aspetti tecnici del coding, del deep machine learning o, in generale, le logiche insite degli algoritmi e si è preferito polemizzare in maniera ideologica contro l’Algoritmo, traslando su questa astrazione tutte le contraddizioni della trasformazione digitale così come negli anni Settanta ogni nefandezza era attribuita al Capitale, senza spesso andare oltre gli slogan e senza studiare i processi concreti di sfruttamento. Si è arrivati così a quel che chiamo pensiero magico digitale: un’astrazione generica che spiega tutto, ma non consente di capire nessun processo concreto della trasformazione digitale. 

Il capitalismo della sorveglianza è un nuovo capitalismo?

La Zuboff annuncia di aver scoperto un nuovo tipo di capitalismo che si distanzia radicalmente dal capitalismo di mercato “garante” della democrazia,  ma non si accorge che è proprio il naturale esito del capitalismo di mercato a mettere in crisi la democrazia liberale. Se ieri la battaglia era contro la tendenza “totalitaria” di ogni impresa a essere monopolista nel suo settore, oggi a questa tendenza “naturale” dell’impresa si aggiunge il volume enorme di informazione sulle vite di ciascuno. Ma anche questo è un esito proprio della competizione di mercato: meglio si conosceranno i propri clienti, utenti o elettori, meglio performerà l’organizzazione. 

Insomma: dall’economia dei beni a quella dei servizi per arrivare oggi a quella dei dati, l’approccio totalitario verso le fonti del suo valore (siano essi dati o materie prime fisiche) non è che l’attitudine naturale dell’impresa capitalistica verso il suo mercato. 

L’evoluzione del capitalismo in base a una nuova definizione del valore e alla capacità di estrarlo grazie alla potenza di calcolo, la datificazione del mondo, computabilità e predizione come assi di interpretazione dei fenomeni, sono di certo un salto concettuale radicale ma lungo l’asse usuale del capitalismo. Ogni forma di capitalismo si basa sulla sua capacità di astrazione e di estrazione di valore. L’operaio fordista rappresentato per autonomasia da Charlot non era tenuto a sapere per cosa stesse avvitando bulloni, al contrario del modello toyotista elaborato cinquant’anni dopo. 

La differenza tra un artigiano che ripara scarpe o crea liuti e un operaio è che l’operaio da solo non saprebbe realizzare un frigorifero o una pressa industriale. 

Un industria mineraria, quanto di più materiale si può forse immaginare, non è fatta di raccoglitori di pepite, ma di un apparato di saperi scientifici, di tecnologie e di macchinari appositi per scoprire ed estrarre quello che ad occhio nudo non si vede. E questo vale per ogni modello capitalistico. Senza la logica di astrazione/estrazione non si avrebbe l’idea stessa di capitalismo. Un geologo vede litio e milioni di dollari dove io vedo solo montagne e pietre. Le imprese del capitalismo informazionale, biocognitivo, relazionale vedono dati dove noi vediamo pagine web e milioni di dollari dove noi vediamo solo  allenamenti registrati da Fitbit. Cambia l’apparato di estrazione, non la logica capitalistica. 

La giurista di Harward non coglie la sostanziale continuità delle forme del capitalismo che si sono storicamente succedute. Certo, che il capitalismo dei dati o della sorveglianza o cognitivo abbia caratteristiche uniche grazie alla potenza di calcolo e alla datificazione e alla riduzione dei fenomeni sociali ed esistenziali a computabilità e predittività è pacifico per tutti gli studiosi. L’errore della Zuboff sta nell’idealizzare un’epoca capitalistica che semplicemente non è mai esistita: se pure nel Novecento ci sono state legislazioni antitrust e a tutela dei consumatori più efficaci, esse venivano dopo decenni di tentativi falliti, quando l’apparato giuridico non si era ancora dotato di concetti capaci di cogliere gli effetti del quel capitalismo. L’accelerazione capitalistica dovuta alla digitalizzazione pone enormi problemi, di certo più grandi ma in qualche modo simili a quelli che a inizio Novecento affliggevano chi contestava lo strapotere dei robber barons. 

Il capitalismo della sorveglianza non è dunque una nuova forma o un tradimento del capitalismo di mercato, ma non è che l’aspetto più evoluto della logica capitalistica.

La sfida alle piattaforme è politica

La trattazione della Zuboff è tutta incentrata sul conflitto tra i diritti dei singoli individui e la invasività delle grandi piattaforme del capitalismo dei dati. E l’esito non può che risultare inane e frustrante. Manca del tutto la dimensione collettiva, di persone che usano la rete per fare rete e per sviluppare e diffondere messaggi e modelli alternativi a quelli indotti dagli algoritmi delle piattaforme. Manca la dimensione politica, dove persone si aggregano per rivendicare i loro diritti non ciascuno per conto suo, ma in funzione di valori e possibilità più ampi dell’orizzonte dei singoli.  La politica come possibilità e non come mera amministrazione del presente. E l’angoscia che manifesta la Zuboff per i rischi che corre la libertà dei singoli nasce proprio dal non comprendere che algoritmi e piattaforme ci capiscono in base ai nostri comportamenti passati e non in base alle nostre future possibilità, come dice Ramesh Srinivasan in Beyond the Valley. Così come la studiosa americana non capisce che solo la politica può tentare di sfidare la riduzione delle esistenze a dato predicibile e monetizzabile. Certo, idealizzare una sorta di buon capitalismo pre-digitale è di certo più semplice che inoltrarsi nella critica politica della digitalizzazione. Ma questa è la vera sfida intellettuale e politica dei nostri tempi. 

 

Bibliografia di base 

Ramesh Srinivasan, Beyond the Valley, MIT Press, 2019 

Cathy O’Neil, Weapons of Math Destructions, Crown, 2016

Alex Pentland, Social Physics, Penguin Books, 2014

Evgeny Morozov, The Net Delusion, Public Affairs, 2011

Siva Vaidhyanathan, Antisocial Media, Oxford University Press, 2018

Cristian Marazzi, Il posto dei calzini, Boringhieri, 1993

Andrè Gorz, L’immateriale, Boringhieri, 2003

Dominique Cardon, Che cosa sognano gli algoritmi, Mondadori, 2018

Max Neufeind, Jacqueline O’Reilly, Florian Ranft, Work in the Digital Age, Rowman&Littlefield, 2018

Michal Kosinski, David StillwellThore Graepel, private traits and attributes are predictable from digital record of human behavior, https://www.pnas.org/content/110/15/5802

How Obama used big data to rally voters, Technology Review, 16 Dec 2012, https://www.technologyreview.com/s/508836/how-obama-used-big-data-to-rally-voters-part-1/

How Obama wrangled data to win his second term, Technology Review, 17 Dec 2012, https://www.technologyreview.com/s/508851/how-obama-wrangled-data-to-win-his-second-term/

Obama, the big data president, Washington Post, June 14, 2013, https://www.washingtonpost.com/opinions/obama-the-big-data-president/2013/06/14/1d71fe2e-d391-11e2-b05f-3ea3f0e7bb5a_story.html

* Social Physics is a quantitative social science that describes relaible, matematical connections between information and idea flow on the one hand and people’s behavior on the other

Il mondo immateriale

Dal relatore pubblico ai correlatori sociali: una nuova prospettiva per le PR

La ventiseiesima edizione del simposio di Bled si è focalizzata sul tema “Trust and Reputation”, che è un po’ come se un amministratore delegato di una banca parlasse di merito di credito dopo averne sfasciato i bilanci elargendo prestiti inesigibili ad amici e compari. Perché se ci sono due parole che descrivono la crisi di una professione e, in generale, delle società in cui oggi viviamo, esse sono proprio fiducia e reputazione. Non starò qui ad elencare cause e dinamiche che hanno portato a questo, però possiamo tratteggiare un orizzonte presente, in cui tutti i riferimenti entro cui tradizionalmente si muovono comunicatori e relatori pubblici, quali istituzioni, media, esperti, vivono un declino nella loro capacità di essere ancora autorevoli e rilevanti. A Bled abbiamo provato a presentare una prospettiva complementare dell’essere relatore pubblico, il cui ruolo sia capace di estendersi oltre i confini dell’organizzazione, per proporsi come “tessitore sociale”, “relatore di comunità”, “social capital officer”, ”social capital booster”: definizioni ancora parziali e instabili perché frutto di un’elaborazione in itinere.

Chi era il relatore pubblico?

Con una forte semplificazione potremmo affermare che finora il ruolo del professionista delle relazioni pubbliche è stato, e resta, per lo più, quello di convogliare il capitale intellettuale, umano e sociale esistente (inteso sia come attributi del marchio del committente, sia come reputazione verso gli stakeholder, sia come caratteristiche sociali dei territori in cui si opera, sia, infine, come il suo proprio capitale sociale inteso come reputazione, credibilità e capacità di persuasione) al fine di raggiungere gli obiettivi di comunicazione, intesi come advocacy o in termini di cambiamento degli atteggiamenti e dei comportamenti.

In questa declinazione, alla committenza vengono di regola proposte e sviluppate campagne per lo più di breve durata, al di sotto dei dodici mesi di orizzonte, con un approccio tattico legato spesso a necessità contingenti. Inoltre l’orientamento è per lo più dall’interno dell’organizzazione verso l’esterno: abbiamo un messaggio, un’idea, una qualità e vogliamo che alcuni soggetti all’esterno dell’organizzazione ne vengano a conoscenza.

Questa rapsodicità delle attività di comunicazione e di relazioni sociali si evidenzia anche nella durata degli incarichi dei dirigenti responsabili: l’incarico di un direttore finanza o un direttore di produzione dura per molto più tempo rispetto a un pari grado che si occupa di comunicazione. Spesso il direttore della comunicazione è più legato a un rapporto di fiducia con l’amministratore delegato che ai valori e alla cultura dell’impresa per cui lavora. Così la continuità di indirizzo nell’ambito della comunicazione viene meno e spesso non è considerata essenziale per il successo dell’impresa. Aspetto paradossale questo, in un’economia dove le imprese a maggior tasso di crescita sono quelle con forti elementi di valore intangibili.

Una nuova idea di capitale

Fino a trent’anni fa parlare di capitale non consentiva ambiguità: o avevi i capitali (in termini finanziari o di macchinari) per intraprendere un’attività o non partivi. Il capitale si riduce a soldi e mezzi di produzione e non vi erano dubbi: quello che facevi o accresceva o diminuiva il conto in banca o il patrimonio.

Teorici e analisti hanno gradualmente dimostrato che di capitali ce ne possono essere tanti. Si possono avere scarsi capitali ma un’artigianalità unica che ti consente di realizzare prodotti di eccellenza, grazie a un tornio o a un forno. E da quel forno e da quel tornio hanno avuto inizio tante storie di successo italiane. Puoi essere un neolaureato con le scarpe bucate ma hai una preparazione di eccellenza che presto (forse non in Italia) ti verrà riconosciuta con stipendi adeguati. All’opposto, non sei una cima e non hai mani di fata, ma hai savoir faire e una capacità empatica uniche che ti rendono credibile e ben accetto da tante persone, pronte a darti, appunto, credito. La consapevolezza che le risorse naturali non sono infinite spinge poi a considerare un loro uso efficiente e parco come un ulteriore fonte di valore per un’impresa.

L’approccio dell’International Integrated Reporting Council (fondato nel 2010 dal Principe Carlo insieme ai grandi operatori globali della revisione contabile e divenuto il principale centro di analisi intorno al valore e alla rendicontazione delle organizzzazioni) ha individuato sei fonti del valore per le organizzazioni: il capitale finanziario (Financial), il capitale produttivo (Manufacturing), il capitale umano (HR), il capitale naturale (Natural), il capitale intellettuale (Intellectual), il capitale sociale e relazionale (Social). Ma ancora più importante è l’idea che il valore creato da un’organizzazione non può essere scisso dal valore creato al proprio esterno: non è un vero valore se finisce per essere un gioco a somma zero, dove l’incremento di valore contabilizzato da un’impresa è frutto del depauperamento dei capitali utilizzati, interni o esterni, ad esempio attraverso lo sfruttamento di risorse naturali non rinnovabili, l’abuso del personale, indebolimento della fiducia a seguito di condotte scorrette, lo spreco di risorse economiche per spese o benefit ingiustificati.

Di questi sei asset, quattro sono interni all’azienda/organizzazione (Manufacturing, Financial, HR, Intellectual) e due esterni (Natural e Social). Inoltre cinque di questi asset sono prevalentemente degli stock, mentre solo il capitale sociale e relazionale può essere interpretato prevalentemente come un flusso perché esso si misura solo in rapporto a un determinato intervallo di tempo.

Dunque possiamo affermare che il capitale sociale e relazionale di un’organizzazione ha due specifici attributi: è un flusso ed è prevalentemente originato attivando risorse esterne ai confini organizzativi. Per ciascuno dei sei capitali vi sono figure professionali e manageriali specifiche ma con obiettivi diversi. Un direttore finanza o del personale ha come obiettivo quello di portare all’interno dell’organizzazione le risorse di miglior qualità, mentre il capitale sociale non può essere trasferito dall’esterno all’interno dell’organizzazione, proprio perché non è uno stock ma un flusso. Può essere attivato e accresciuto nella sua capacità di produrre esternalità positive per l’organizzazione, ma non può essere “trasportato” al suo interno come se fosse un barile di petrolio o un bonifico bancario.

Il capitale sociale e relazionale è contendibile ma, a differenza della conoscenza o dei beni digitalizzati, non è replicabile a costo zero. Richiede investimenti di lungo periodo ed è al tempo stesso intangibile e innervato in un determinato territorio e in una determinata organizzazione, la quale opera già in un contesto più o meno sviluppato dal punto di vista del capitale sociale, frutto di stratificazioni successive, in cui il capitale sociale non sempre è accresciuto ma può aver registrato un decremento a seguito di particolari eventi o anche di una generazione meno propensa a investire in esso.

Il capitale sociale è stato per troppo tempo visto come uno stock, di natura personale o legato a uno specifico territorio, di cui l’organizzazione fruiva tatticamente in base alle sue esigenze del momento. Gli esempi più tipici sono quelli del personaggio autorevole o dell’esperto, di cui si attiva la reputazione o la fiducia che infonde nel pubblico, o l’apertura di canali di collaborazione con organizzazioni radicate sul territorio al fine di rendere più persuasiva una campagna di comunicazione o di accreditamento. Se invece interpretiamo il rapporto tra organizzazione e ambiente in cui opera in termini di costante dinamica di feedback, attraverso attività, relazioni e interazioni continuamente attivate, comprendiamo come questi due elementi non possono essere più pensati come separati, e questo non in base a un’astratto approccio olistico, ma semplicemente perché l’organizzazione è anche il suo ambiente, e dunque subisce o fruisce il degradarsi o lo svilupparsi del capitale sociale che la circonda così come subisce o fruisce i trend economici generali.

Una nuova prospettiva per i relatori pubblici: il correlatore sociale

Alcuni risultati dell’ultimo Edelman Trust Barometer

Il capitale sociale in cui e con cui si relaziona un’organizzazione è dunque un asset competitivo dell’organizzazione stessa, e come tale va tutelato, coltivato, promosso e accresciuto come tutti gli altri valori che l’organizzazione custodisce al proprio interno. Se si parte da questo assunto si trasforma e si dilata anche l’ambito e le responsabilità dei comunicatori e dei relatori pubblici.

La relazione con i portatori di interesse è stata finora sempre pensata come una relazione uno a molti, uno a pochi o uno a uno. In realtà questo nuovo ruolo del relatore pubblico prevede anche la capacità di promuovere relazioni molti a molti. Certo, è un truismo affermare con Robert Putnam “Working together is easier in a community blessed with a substantial stock of social capital” (Putnam 1993, pp. 35 and 36), ma quante organizzazioni si sono poste questo obiettivo, assumendo professionisti capaci di incrementare questo capitale?

A Bled abbiamo definito questa nuova relazione tra capitale sociale e relazioni pubbliche nei termini inglesi di “entanglement”, correlazione, concetto che richiama anche l’entanglement quantistico, chiaramente un traslato per evidenziare la correlazione anche a distanza tra un’organizzazione e il suo capitale sociale, che in qualche modo diventa un “portato” della cultura organizzativa anche quando essa opera in contesti diversi da quello originario, come nel caso, ad esempio, di aperture di nuove sedi all’estero.

In questa nuova dimensione professionale gli orizzonti temporali di azione cambiano in maniera significativa. Da obiettivi a breve termine tramite iniziative occasionali si passa a risultati di lungo termine attraverso attività ricorrenti anche se meno eclatanti. Non si cerca tanto la visibilità occasionale quanto il rafforzamento dei legami esistenti, la creazione di nuove interlocuzioni e la promozione di un contesto sociale aperto di per sé alla relazione. Ci troviamo in una dimensione che oltrepassa i confini usuali della corporale social responsibility o della sussidiarietà: l’organizzazione non investe sul capitale sociale in base a principi risarcitori o di sana etica aziendale, quanto investe perché persuasa che sviluppare questa componente della sua configurazione di valore le consente di essere competitiva.

Se intende promuovere questo nuovo modello, il comunicatore o relatore pubblico deve darsi anche strumenti nuovi. Innanzitutto quantificare l’apporto al capitale sociale dato dai suoi interventi. Poi la capacità di uscire dall’ambito propagandistico e della advocacy per entrare in una dimensione alquanto inesplorata: una posizione più esterna che interna all’organizzazione, più dedicata a tessere legami che a instaurare relazioni strumentali, più focalizzata su una visione lunga di un contesto sociale che sulla imminente trimestrale (al di là delle imprese dove comunque è prevista una rendicontazione puntuale anche del capitale sociale). Una funzione siffatta può appunto trovare una sua legittimità solo se capace di quantificare con metodi condivisi l’impatto delle sue azioni.

All’interno del piano per accrescere il capitale sociale, che deve prevedere investimenti e risultati come tutti gli altri piani aziendali, il piano di comunicazione ed RP vedrà iniziative e attività dedicate a questi specifici obiettivi di correlazione con il capitale sociale.

Un passaggio conseguente sarà la mappatura del capitale sociale, da svilupparsi attraverso gli strumenti che le ricerche degli ultimi trent’anni hanno definito: non soltanto uno statico censimento dei soggetti che sul territorio tutelano e sviluppano il capitale sociale e non soltanto soltanto l’analisi di correlazione tra le attività di questi soggetti e determinati output sociali. Bisognerà integrare ad essi la sentiment analysis (non solo online, ma anche nei luoghi fisici) attraverso i metodi e i software oggi disponibili. Solo così si potrà capire quali sono i gap e i picchi e definire delle azioni capaci di aderire effettivamente alle caratteristiche della cultura sociale locale e dunque risultare efficaci.

Ma soprattutto si tratterà di uscire da una logica funzionale alla diffusione di alcuni messaggi di “buona volontà”: passare dalla promozione di buone pratiche alla diffusione di attitudini produttive del capitale sociale sarà la vera sfida, perché la pratica è il frutto di un’attitudine e spesso una campagna migliora solo temporaneamente gli effetti di una pratica se non si è lavorato sulle attitudini.

Quello di cui sopra è un elenco, parziale e finanche contraddittorio. Nessuna ambizione di dare indicazioni definitive, ma solo di suscitare una riflessione per esplorare collettivamente una dimensione che appare essere la sfida del presente per la professione del relatore pubblico e per le nostre stesse società.

Dove si nasconde il valore?

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Dove si nasconde il valore?

In Italia “Capitalismo senza capitale” è meno un titolo ad effetto che una costatazione.

Ma nel libro di Jonathan Haskel e Stian Westlake non si parla di capitalisti di relazione nostrani, abili a scalare e sbranare a debito le imprese, quanto di valore degli intangibili. Tema non nuovo, perché sono almeno venti anni che si parla di quantificazione dei beni immateriali di imprese e organizzazioni, eppure la lettura del libro mostra come ancora oggi l’intero ambito resta sfumato, indistinto, pur esplorato ma con esiti sfuggenti, per quanto tutti si rendano conto che il successo di qualsiasi organizzazione non passa attraverso capannoni o tecnologie all’avanguardia se non vi sono del personale e un’organizzazione capace di trarre valore da essi.

 

La materia oscura dell’economia contemporanea

Quando la stragrande maggioranza delle persone fa un’acquisto o una scelta (anche elettorale) non possiede le informazioni e le competenze tecniche sufficienti per giudicare fattualmente il prodotto.

Da una valigia a un cellulare, da un paio di scarpe a un computer, sappiamo oramai bene che quello che guida l’acquisto sono elementi non tangibili, quali la reputazione del marchio, il suo stile visivo, il sistema di associazioni che attiva, al limite l’elemento quantificatorio del prezzo, che pure è un vettore simbolico. In una società dalla manualità perduta, dove tanti giovani non hanno mai conosciuto un calzolaio, anche quando valutiamo una scarpa dal tipo di suola o un pc o un telefonino dal suo processore o dalla sua fotocamera di certo non sapremmo spiegare le effettive componenti tecniche e le implicazioni di parametri fattuali che usiamo.

In realtà siamo immersi non più nel sistema degli oggetti di cui parlava Baudrillard, ma in un ecosistema cognitivo che reinterpreta costantemente i significanti oggettuali. Tutta questa produzione di idee, messaggi e contestualizzazioni è a sua volta prodotta e diffusa da milioni di lavoratori dell’intangibile distribuiti in tutto il mondo, che vanno dai consulenti di qualsiasi ambito ai designer, dagli studiosi ai programmatori fino alle figure di cura del benessere delle persone. Figure professionali che sviluppano i settori economici della comunicazione, della creatività e della conoscenza che Robert Reich definì simbolic analysts, affermando stentoreo che “In decades to come, nations with the highest percentages of their working populations able to do symbolic-analytic tasks will have the highest standard of living and be the most competitive internationally.

I fatti stanno smentendo l’autore di “Saving Capitalism” e le economie basate su queste catene del valore simboliche non garantiscono per nulla, come qualche irredento ottimista potrebbe supporre, condizioni di vita migliori e stipendi più alti alla maggioranza di questi lavoratori, anche perché le piattaforme della gig economy consentono di affidare tante mansioni intangibili a persone residenti nei paesi dove esse costano molto poco. Come da sempre ricorda Sergio Bologna, viviamo il paradosso di una tanto decantata economia della conoscenza fondata su una estesa precarizzazione dei suoi operatori.

La vecchia catena del valore che poneva quasi a valle del processo produttivo le funzioni simboliche della comunicazione e del marketing va del tutto ripensata e dovrebbe essere scissa e analizzata in parallelo nelle sue due macrocomponenti, evidenziando come ogni fase della produzione materiale sussumi in sè molte funzioni di ordine immateriale. In anticipo rispetto alla catena del valore tangibile delle imprese, da tempo uscita dalle mura aziendali e oggi distribuite a livello globale con decine se non centinaia di subfornitori di tante nazionalità, ancor di più la catena del valore intangibile è stata da sempre in un rapporto reticolare e precario con l’impresa o con l’organizzazione servita, con contratti che legavano più o meno stabilmente questi lavoratori simbolici alle varie committenze. E tuttavia questa componente intangibile non viene quasi mai valorizzata, quantificata e messa a bilancio per il suo reale impatto. Come la materia oscura che l’astrofisica ha dimostrato avvolgere quanto dell’universo riusciamo oggi a rilevare, costituendone forse il 90%, così questa materia oscura dell’intangibile avvolge ogni processo economico contemporaneo senza che se ne riesca a definire esattamente gli effetti e il peso economico.

Una parte di questa conoscenza non viene fatturata e non entra nei registri statistici nazionali, vuoi perché tanti lavoratori della conoscenza non hanno un potere contrattuale tale da farsi pagare adeguatamente il loro contributo simbolico, vuoi perché una parte di questo sapere è di tipo implicito e storicamente non considerato fatturabile: pensiamo, solo come esempio immediato, a un concetto tanto attuale quanto sfuggente quale è la reputazione.

Come si evidenzia nel libro di Haskel e Westlake, se uno Stato costruisce un nuovo museo questa spesa va nel PIL; se lo stesso Stato compra un Tiziano per metterlo nel museo (e magari garantirne la fruizione gratuita) questa transazione non viene registrata nella ricchezza nazionale: valutiamo la società della conoscenza con gli strumenti della società del vapore e delle ferriere.

In termini finanziari si resta dunque al vecchio interrogativo: come finanziare e valutare qualcosa che non è liquidabile?

Le quattro caratteristiche dei beni intangibili che gli autori individuano sono esattamente gli elementi che nessun addetto al credito prenderebbe in considerazione per valutare un finanziamento:

  • Sunkness, ovvero irrecuperabilità dei costi di sviluppo e mantenimento di questi beni
  • Synergy, ovvero collaboratività e interoperabilità di servizi e prodotti intangibili
  • Spillover, intesa come condivisibilità (semi) libera di questi beni al fine di diffonderne l’adozione
  • Scalable, intesa come replicabilità a costo marginale zero

Conoscenza, sviluppo, disuguglianze

Si tratta di quattro aspetti che consentono di inquadrare prismaticamente alcuni attributi dei beni intangibili, ma che lasciano elusa la questione centrale del libro: dove è andato e come rilevare l’incremento esponenziale di produttività e di ricchezza prodotto negli ultimi decenni dalla messa a lavoro di conoscenza, relazioni e relazionalità?

Il premio Nobel 2018 a Paul Romer (nella foto) e a William Nordhaus indica l’urgenza di mettere in pratica modelli di crescita capaci di far dialogare l’economia della conoscenza e la sua sostenibilità sociale e ambientale.

A fronte della cosiddetta stagnazione secolare gli autori evidenziano l’esempio dei risultati del PIL statunitense negli ultimi decenni, non entusiasmanti se comparati con l’esplosione dei profitti delle imprese USA nello stesso periodo. La risposta che danno gli autori vede nella crescita degli intangibili e delle economie fondate su di essi la spiegazione di questo paradosso, citando gli studi di Paul Romer e la sua New Growth Theory e ponendo una questione urgente per tanti paesi ad economia matura: quale è la fonte della crescita economica? Bastano nuove fabbriche aperte con investimenti diretti esteri e nuove autostrade a garantire una crescita sostenibile? Secondo alcuni studiosi il capitale fisico non spiega che un terzo delle variazioni del reddito pro-capite nei paesi. Gli altri due terzi vengono spiegati da un concetto ancora alquanto indistinto quale il Total Factor Productivity. La New Growth Theory evidenzia la possibilità di prevedere e sostenere la crescita economica attraverso i cambiamenti tecnologici endogeni, intesi anche come ideatività e creatività prodotte da coloro che lavorano con la conoscenza. Ovviamente questo ecosistema di conoscenza si basa su internet, di cui è banale evidenziare l’impatto sulla produttività di singoli e imprese. Ma vi è un’effetto indiretto del potere abilitante di internet: quanto più saperi un tempo esclusiva di piccoli gruppi diventano alla portata di tutti (spillovers), tanto più le attività di quei gruppi di professionisti perdono valore, anche proprio dal punto di vista monetario. Attività intellettuali un tempo prestigiose come la traduzione oggi sono oggettivamente meno faticose e più, genericamente, accessibili, grazie all’arrivo di Google Traslate, Wordreference o Bab.la, come anche alla diffusione di piattaforme di gig economy come Upwork che consentono l’accesso ai mercati ricchi di migliaia di traduttori (e di tanti altri lavoratori della conoscenza) abitanti in paesi poveri. Questo comporta un abbassamento degli onorari, e dunque il paradosso, già rilevato, dell’economia della conoscenza che aumenta la precarietà e dunque spesso la povertà dei suoi operatori, incrementando le disuguaglianze sociali.

Nell’economia della conoscenza basata sulle piattaforme pochi stravincono e a quasi tutti gli altri restano i Like e i Retweet di consolazione.

In una società sempre più polarizzata la questione politica che si apre non riguarda l’indubbio incremento della produttività dovuta agli spillovers dei beni intangibili o alla non-rivalità delle idee, ma l’appropriazione di questo valore prodotto e diffuso nella società in maniera spesso inconsapevole e di certo quasi mai valorizzata non solo sul lato contabile, ma anche su quella della ripartizione sociale del lavoro collettivo immateriale. È il tema di cui tratta anche il recentissimo testo di Marianna Mazzucato The Value of Everything, ma sarà oggetto di una riflessione a parte.

L’Italia intangibile (quasi impalpabile)

Ora ci si potrebbe chiedere dove si trova l’Italia in questo scenario. Come è facile prevedere si trova male. A pagina 108 Haskel and Westlake mostrano, tra l’altro, come dopo la crisi del 2008 l’Italia, assieme alla Finlandia, registri i peggiori risultati in termini di crescita della produttività multifattoriale e crescita dei servizi capitali intangibili. Altri grafici a pagina 33 e 34 del testo mostrano la scarsa performance del nostro paese in termini di investimenti in beni intangibili tra il 1999 e il 2013, seguita solo dalla Spagna. Ancora: a pagina 106 si evidenzia come l’Italia sia stata tra il 2001 e il 2007, quindi prima della crisi, all’ultimo posto per quota di investimenti intangibili sul totale degli investimenti nella manifattura. Dopo la crisi del 2008 le imprese italiane hanno tagliato drasticamente gli investimenti in intangibili, perdendo ancora di più in competitività.

In realtà non esiste una equazione lineare tra produzione intangibile, crescita economica e riequilibrio sociale. L’Italia semmai vive inoltre più di altri paesi un problema di squilibrio tra offerta di competenze cognitive ed effettiva domanda del sistema produttivo nazionale. Come sottolinea Giuseppe Berta siamo di fronte a “uno scarto grave e crescente fra l’intelligenza collettiva presente nel lavoro giovanile e le possibilità d’impiego che esso può trovare. Si tratta di una questione che è presente in tutta la società occidentale e che riguarda lo spreco di risorse attuato dai modi di organizzazione dell’economia.

Che cosa è un bene intangibile

Gli autori di Capitalism without Capital individuano tre categorie generali di beni intangibili: l’informazione computerizzata, i beni innovativi, le competenze economiche. Mentre le prime due categorie sono tanto tutelate legalmente quanto registrate nelle contabilità aziendali, nel terzo ambito, quello delle competenze, ritroviamo ambiti come la formazione, le ricerche di mercato e il branding, la riorganizzazione dei processi aziendali (consulenza) che non sono tenute in considerazione nella stesura dei bilanci. Quanto vale un’impresa dopo un percorso di formazione interna? Quanto essa vale dopo una riorganizzazione interna che ne migliora produttività e magari anche il clima? A questi quesiti oggi è impossibile rispondere partendo dai bilanci.

Pensare che l’unica forma di bene intangibile siano i marchi e i brevetti (tra l’altro chiaramente rappresentati nei bilanci aziendali sotto la voce di asset non materiali) significa non comprende che la grande crescita dell’intangibile ha riguardato il mondo delle tecnologie sociali, ovvero la capacità di introdurre innovazioni organizzative nei gruppi sociali che ne incrementano la produttività sotto varie forme. In questo senso il modello produttivo kanban è una tecnologia, capace di “mettere al lavoro” il linguaggio e il sapere implicito all’interno all’interno di un gruppo di lavoratori. Come già ricordava nel 1999 Christian Marazzi ne Il posto dei calzini, la conoscenza tacita, competenze interiorizzate e implicite, quasi mai riconosciute e quantificate, fanno spesso l’efficienza di un’organizzazione o di una impresa e dunque la sua identità intangibile e il suo valore effettivo, ben oltre i numeri di un bilancio. Queste tecnologie organizzative, basate a volte su un sapere implicito e sociale introiettato dalle persone, consente di ridurre di molto i costi di coordinamento e di mettere al lavoro le attitudini personali anche per la soluzione di problemi. Si tratta del segreto della crescita nei decenni scorsi di tante imprese familiari italiane che grazie a fiducia, comunicazione e processi informali sono riuscite a competere anche in assenza di capitali e di investimenti significativi in beni capitali.

Il patrimonio culturale e relazionale delle persone, appreso all’esterno all’interno dell’organizzazione da cui traggono di che vivere, è eminentemente un costo irrecuperabile. La persona che entra in un’organizzazione la arricchisce di questo suo patrimonio e quando la abbandona si porta con sè tutto quanto ha imparato, non solo in termini di competenze tecniche e pratiche, ma anche in termini di appropriatezza sociale, efficacia relazionale e organizzativa, cultura aziendale in genere e molto altro.

Tutti questi asset mobili e in carne ed ossa non vengono registrati contabilmente né in ingresso né in uscita. Solo a livello di alta direzione si può sapere quando la perdita di quel manager costa o costerebbbe al datore di lavoro, magari come perdita di valore di borsa in caso di addio o decesso.

In Italia la Brembo resta da quasi 20 anni se non l’unico di certo il miglior riferimento sul tema del Bilancio del capitale intellettuale.

Il valore delle relazioni

Entriamo nello specifico di un caso precipuo di bene intangibile, le attività di relazioni pubbliche e di comunicazione. Esse sono sempre sunk, irrecuperabili in termini di costi, basate su inevitabili spillovers e sulla ricerca costante di sinergie. Le relazioni personali però non sono facilmente scalabili. Le relazioni e le competenze effettive soggettive non sono fungibili né cumulabili e dunque si tratta di un ambito labor-intensive.

Ad esempio: che valore ha, nell’epoca della interconnessione continua e pervasiva delle persone, vantare tremila o quattromila contatti su Facebook o LinkedIn? Quante centinaia di biglietti da visita accumuliamo ogni anno? I nostri smartphones hanno oggi rubriche pressoché illimitate: quanti sono davvero pregnanti e quanti di questi contatti sono pronti ad ascoltarci con interesse?

Il 2018 in Italia potrebbe essere ricordato anche come l’anno della apoteosi (e forse dell’inizio del declino) della influencer più celebre, la donna-brand Chiara Ferragni. Ma farsi trascinare in questa sfida quantitativa per un professionista della comunicazione finirebbe per risultare fuorviante quanto frustrante. L’influencer è un broadcaster dei social media, non un soggetto che vuole costruire relazioni durature, reciproche e pregnanti. Il relatore pubblico è per definizione l’esatto contrario di un broadcaster che accumula o compra follower e fan da propinare al media planner in cerca di nuove audience. E, secondo chi scrive, un buon relatore pubblico non vuole solo “connecting the dots”, ma anche sviluppare sapere e idee capaci di dare un nuovo senso alle relazioni. In generale, non sei un buon PR se non arricchisci le relazioni che intendi sviluppare o rilanciare. Se non lasci un valore aggiunto, in termini di contenuti, di conoscenze, di idee, di cambiamento di atteggiamento, non hai fatto bene il tuo mestiere.

Eppure a quasi un secolo dalla nascita, tale professione resta ancora in un limbo per quanto riguarda il suo valore e la sua monetizzabilità. Nel corso dell’ultima edizione del simposio di Bled Toni Muzi Falconi ha presentato un ricerca dal tema “How Big is PR (and why it matters)”. Attraverso un’analisi conservativa dei fatturati e degli onorari di tutti i professionisti che si occupano del settore a livello globale, Muzi Falconi ha stimato l’impatto economico e non delle attività di PR in tra i 250 e i 575 miliardi di dollari su scala globale.

Alla luce degli spunti precedenti mi permetto di suggerire a Toni di essere più ambizioso e di domandarsi quanto è grande la massa oscura o il Total Factor Productivity delle PR.

Come sa bene anche Toni, Il valore delle PR non può essere ridotto al fatturato del settore e degli addetti diretti e indiretti, perché l’impatto delle PR è ben più ampio del fatturato del settore. Quali sono gli effetti non monetizzabili o differiti? Oggi vi sono nuovi strumenti di data analytics per inferire e stimare il contributo di diverse variabil e delle diverse attività di comunicazione sul processo di persuasione all’acquisto o al voto, sulla valutazione di un marchio o anche sul valore di borsa di un’impresa.

Storicamente una serie di voci già possono essere poste a bilancio, quali il valore del marchio, l’avviamento, le vendite a margini incrementati rispetto alla media del settore. D’altra parte le conseguenze di PR negative possono manifestarsi a bilancio attraverso un incremento delle spese legali dovute a errori di comunicazione e/o il calo delle vendite. Ma oggi, grazie a modelli di analisi multivariata estremamente complessi, si potrebbe davvero iniziare a cogliere almeno una parte di questa “massa oscura” che storicamente tanto impatta nelle attività di PR. Un percorso di ricerca potrebbe partire da piccoli progetti per studiarne l’impatto non più in termini di mera conta delle uscite media o di sondaggi prima e dopo, ma per valutarne tutte le correlazioni tra le variabili (in una relazione anche il relatore è condizionato dal contesto e cambia nel tempo il suo approccio) e le propagazioni delle singole relazioni sviluppate. Il Total Factor Productivity delle PR potrebbe essere un orizzonte di ricerca ricco di scoperte e sorprese.

Chi finanza la società del valore intangibile?

L’ultimo capitolo del libro individua nello Stato l’unico soggetto che può rispondere a una serie di questioni aperte, quali la proprietà dei beni intangibili comuni, il finanziamento delle imprese e dei percorsi di ricerca che creano beni intangibili non liquidabili, la tutela della non-rivalità delle idee, la lotta alle ineguaglianze che i beni intangibili finiscono per incrementare.

Riprendendo alcune argomentazioni da Lo Stato Imprenditore di Marianna Mazzucato, gli autori ricordano che in Inghilterra non meno di un terzo degli investimenti in ricerca e sviluppo dipende dallo Stato perché sono attività troppo rischiose per le imprese, che preferiscono poi fruire poi delle soluzioni che si dimostrano vincenti. Un credito sulle imposte per investimenti capitali in imprese che sviluppano beni intangibili è la proposta che viene avanzata per incentivare gli investimenti privati. Anche le esperienze di Singapore con la Productivity e Innovation Tax Credit vengono citate, come anche la possibilità per lo Stato di acquisire beni intangibili non ancora testati sul mercato al fine di finanziarne le fasi di sviluppo e di adozione.

Una modesta proposta potrebbe partire da un approfondimento della definizione delle due filiere del valore parallele che abbiamo descritto all’inizio, ipotizzando di destinare una parte dell’imposta sul valore aggiunto relativa a ognuna delle fasi intangibili del processo produttivo a finanziare investimenti nel campo dei beni intangibili e del sostegno a quelle che il libro chiama le soft infrastructures alla base del loro sviluppo, ovvero le norme, i valori e principi civici, il capitale sociale del territorio o del paese che consente alle imprese che operano in questo scenario di condividere, collaborare, sviluppare alleanze e strategie congiunte senza particolari formalismi ma in base a una corretta relazione reciproca. Una specie di IVA di scopo, indirizzata a finanziare lo sviluppo dei beni intangibili sia in termini di ricerca di base, sia in termini di capitale sociale.

Che tanti studiosi, in un’epoca di capitalismo cognitivo transnazionale, di smaterializzazione dell’esperienza, di sovranismo corporativo e di frammentazione dei percorsi di vita e di lavoro, vedano nel tanto vituperato Stato, magari ancora tanto analogico, l’unica àncora per evitare che i beni intangibili diventino un ulteriore elemento di polarizzazione della società, la dice lunga sui limiti di tutte le altre soluzioni finora proposte per superare tale concetto, forse il più importante elaborato dalla modernità assieme a quello di soggetto.

Tassare (meglio) l’intangibile per meglio svilupparlo e ridurre le ineguaglianze prodotte dal digitale potrebbe essere un punto programmatico per una politica sociale consapevole del mondo in cui vive.

 

Bibliografia

Jonathan Haskel, Stian Westlake, Capitalism without Capital: The Rise of the Intangible Economy, 2017, https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/dec/26/the-guardian-view-on-capitalism-without-capital

 

Mariana Mazzucato, The Value of Everything, 2018, https://marianamazzucato.com/publications/books/value-of-everything/

 

Toni Muzi Falconi, Frank Ovaitt, How big is PR? And why does it matter?, 2018
http://www.bledcom.com/sites/default/files/040_Session%204A_Muzi%20Falconi_part%201.pdf

http://www.bledcom.com/sites/default/files/040_Session%204A_Muzi%20Falconi_part%202.pdf
http://www.bledcom.com/sites/default/files/040_Session%204A_Muzi%20Falconi_part%203.pdf

 

Luna Leoni, La misurazione del capitale intellettuale: il caso Brembo, 2018,

https://www.researchgate.net/publication/325398312_La_misurazione_del_capitale_intellettuale_il_caso_Brembo

 

Philippe Aghion, Benjamin F. Jones, Charles I. Jones, Artificial Intelligence and Economic Growth, 2017,  https://web.stanford.edu/~chadj/AI.pdf

 

Sergio Bologna, Lavoro autonomo e capitalismo delle piattaforme, 2017, https://www.sinistrainrete.info/lavoro-e-sindacato/10855-sergio-bologna-lavoro-autonomo-e-capitalismo-delle-piattaforme.html

 

Nicholas Bloom, Raffaella Sadun, John Van Reenen, Management as a Technology?, 2017, https://www.hbs.edu/faculty/Publication%20Files/16-133_64fd57c1-5f76-415a-9567-f1c0d310aff3.pdf

 

Lorenzo Cattani, Enrico Cerrini, Il capitalismo italiano oggi. Intervista a Giuseppe Berta, Pandora Rivista, 26 febbraio 2017, https://www.pandorarivista.it/articoli/intervista-giuseppe-berta/

 

Marianna Mazzucato, The Entrepreneurial State, 2016, https://marianamazzucato.com/entrepreneurial-state/

 

Robert R. Reich, Saving Capitalism: For the Many, Not the Few, 2016, http://www.academia.edu/29344581/Review_of_Robert_B._Reich_Saving_Capitalism_For_the_Many_Not_the_Few_New_York_Alfred_A._Knopf_2015_

 

Karl Wheelan, 10 determinants of Total Factor Productivity, 2015, http://www.karlwhelan.com/Macro2/slides-10.pdf

 

Brian Arthur, The nature of Technology, 2015, https://ijoc.org/index.php/ijoc/article/viewFile/753/406

 

James Morley, What is endogenous growth theory, 2015 https://www.weforum.org/agenda/2015/06/what-is-endogenous-growth-theory/

 

Danny Vinik, Larry Summers Gave An Amazing Speech On The Biggest Economic Problem Of Our Time, Business Insider, 17 november 2013,

https://www.businessinsider.com/larry-summers-imf-speech-on-the-zero-lower-bound-2013-11

 

Jeffrey Parker, 5 Theory of Endogenous Growth, 2013, https://www.reed.edu/economics/parker/s13/314/Coursebook/Ch_05.pdf

 

Brian Arthur, The nature of Technology, 2011, https://www.amazon.com/Nature-Technology-What-How-Evolves/dp/1416544062

 

Robert R. Reich, The work of Nations, 2010, https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/library/financial/crisis-reich-review.html

 

David Warsh, Knowledge and the Wealth of Nations, 2010, https://www.nytimes.com/2006/05/07/books/review/07krugman.html

 

Alberto Felice De Toni, La misurazione dell’intangibile, 2006, http://www.diegm.uniud.it/detoni/download/didattica/GSC0607/Intangible_Capital.pdf

 

Elisabetta Bevilacqua, Zerouno, 15 maggio 2006 https://www.zerounoweb.it/cio-innovation/competenze/imprese-e-intangibles-il-capitale-nascosto-da-valorizzare-e-comunicare/

 

Christian Marazzi, Il posto dei calzini, Bollati Boringhieri, 1999,

https://www.juragentium.org/books/it/marazzi.htm

 

Jean Baudrillard, Il sistema degli oggetti, 1968, http://ebookbit.com/book?k=Il+sistema+degli+oggetti&isbn=9788845254062&lang=it&source=firebaseapp.com#pdf

 

(da questo contributo in avanti non userò più link ad Amazon)

Algoritmi e fake news: i nuovi alibi per i fallimenti politici

Algoritmi Social minds

Algoritmi e fake news: i nuovi alibi per i fallimenti politici

All’inizio fu un bottone rosso.

Ricordate? Il 19 gennaio 2018  il Ministro degli interni Marco Minniti pretese “una vigilanza delle forze di polizia sulle notizie palesemente false” e lanciò il famigerato bottone rosso contro le fake news.

Ma se una notizia è palesemente falsa (tipo Renato Balestra non si è mai sottoposto a chirurgia plastica o la Volkswagen regala 800mila auto a San Valentino) perché ci sarebbe bisogno della Polizia? Immaginate i poliziotti virtuali impegnati a inseguire le tracce di tanti Ermes Maiolica digitali per poi dire loro: “mi raccomando burlone, non dire bugie”?

Ma in conferenza stampa il capo della Polizia Gabrielli fu più sincero: l’emergenza vera era l’imminente campagna elettorale per le elezioni 4 marzo. Certo, bisognava stare attenti ai congiuntivi di Di Maio e alle solite bufale di Berlusconi, ma quale è il confine tra promessa elettorale, diritto di critica e polemica politica? Tra generica cialtronaggine e specifica denigrazione?

La Polizia offriva anche il modulo online per fare le segnalazioni: immaginavamo orde di sicofanti digitali pronti a segnalare ogni incongruenza e balla degli avversari di collegio elettorale o per le elezioni di condominio.  Il tutto promosso da un ministro aderente a un partito che vantava un segretario chiamato fin da ragazzo “il bomba”.

Come è andata a finire? Si è mossa addirittura l’ONU dichiarando che il famigerato bottone rosso era “incompatibile con gli standard di legge internazionale sui diritti umani,” e delle 128 notizie che la Polizia dichiarava di aver scovato come fake con tanta acribia non esiste un elenco. L’iniziativa è stata fatta sparire, discretamente.

Un’iniziativa tanto imbranata è stata dunque la risposta del governo italiano a un timore diffuso basato su un chiaro teorema: le centrali di diffusione di fakenews basate in Russia e gli strumenti di microprofilazione che sfruttano i dati di Facebook e Google sostengono le opzioni politiche cosiddette populiste, come già successo in Usa con Trump, nel Regno Unito con il Leave e in Germania con il successo di Alternative fur Deutschland. L’obiettivo, come ha evidenziato un rapporto della Commissione Esteri del Senato americano, è destabilizzare l’Occidente e nello stesso rapporto fu lanciato l’allarme anche per l’Italia, indicando esplicitamente i beneficiari di queste azioni di manipolazione. Una sana democrazia occidentale basata su principi (neo)liberali si difende dalle fake news perseguendole. Se almeno le sapesse definire, certo.

Ma chi erano i partiti maggiormente indiziati di fruire di questo incrocio perverso tra fakenews putiniane e iperprofilazione digitale? Ovviamente la Lega Nord guidata dal filoputiniano Matteo Salvini e il Movimento 5 Stelle creato dal guru del webmarketing Gianroberto Casaleggio. E chi ha stravinto le elezioni del 4 marzo? Proprio Lega e Cinque Stelle. Allora abbiamo tutti gli elementi per arrivare rapidamente alla conclusione di questo articolo: c’era il timore di manipolazioni dall’estero degli orientamenti degli elettori che già hanno avuto successo in Usa, UK e (parzialmente) in Germania e hanno puntualmente vinto proprio i partiti sospettati di fruire o usare queste tecniche.

Grazie per la lettura e arrivederci.

O forse no.

Post hoc ergo propter hoc? Contro il pensiero magico digitale

Un vecchio adagio di base della logica ricorda proprio l’errore alla base del pensiero magico: post hoc ergo propter hoc, se un fatto precede un altro, esso non ne per forza è la causa.

La sequenzialità temporale non è un nesso causale. Figuriamoci quando la presunta causa è tutta da dimostrare.

Giornalisti, commentatori, tuttologi assortiti nelle ultime settimana sono tutti diventati esperti di Facebook Ads per spiegarci non solo che c’è un’unica regia che unisce il microtargeting,  la fakenews e populismi, ma che soprattutto queste azioni abbiano avuto una clamorosa efficacia e siano l’arma finale per destabilizzare l’Occidente (il quale evidentemente non riesce a destabilizzarsi abbastanza da solo nonostante gli sforzi delle sue elite). Quali sarebbero le prove a sostegno dello straordinario successo di questa strategia?

Come accade nelle culture premoderne, quando non si hanno strumenti culturali e tecnici per spiegare fenomeni naturali o tecnologici ci si rifugia nel pensiero magico.

E da qualche tempo dobbiamo registrare la nascita del pensiero magico digitale, in cui tanti commentatori privi di competenze tecniche e della pazienza per leggere le ricerche di settore, sovrappongono piani di analisi e costruiscono teoremi di causalità senza portare un minimo di studio empirico.

Il pensiero magico digitale parte da alcuni principi:

  1. I concreti algoritmi, di cui è pieno il nostro mondo, da componente tecnica di cui studiare e denunciare la non-neutralità, sia perché scritti da esseri umani con i loro pregiudizi sia perché spesso piegati alle logiche della società che ci sta fornendo il servizio, vengono raccontati come un elemento metafisico, l’Algoritmo con la A maiuscola. Una ipostasi per rinunciare a studiare i fatti tecnici nella loro complessità e nelle loro distorsioni e proporre invece una spiegazione astratta quanto polivalente, una specie di semidio digitale che tutto spiega e tutto vuole, come quando invece dei meteorologi ci si affidava ad Eolo o a Poseidone.
  1. Citare coattivamente e ricorsivamente l’Algoritmo (sempre con la A maiuscola) come fino a cinquant’anni fa si citava il Capitale per spiegare un po’ di tutto, dalla guerra in Vietnam alla guerra in Siria, dalla sconfitta della squadra del cuore ai cambiamenti climatici, tanto in qualche modo qualcosa può sempre entrarci, fa moderno e non impegna ad analizzare le molteplici variabili che impattano su ogni fenomeno.
  1. Un bel teorema-mischione cospirativo che mette dentro Mark Zuckerberg, Larry Page e Sergej Brin, Jeff Bezos, Vladimir Putin, Xi Jinping, Beppe Grillo e magari il Gabibbo per dimostrare che sono tutti impegnati a destabilizzare le certezze dell’Occidente, ovvero a rovinare gli aperitivi dell’upper class di Manhattan, dei Parioli o di Brera. Poco conta che i Big del digitale statunitense siano quasi tutti liberal e hanno dato uno sostegno dirimente all’elezione di Obama (il Presidente giurista che spiava le email dei capi di Stato alleati), hanno pesantemente finanziato la campagna di Hillary Clinton o hanno grossi problemi con le pretese cinesi e russe di sovranismo digitale.
  1. Un equivoco tecnico di fondo, per cui non si capisce quando il termine algoritmo per parlare di algoritmi strictu sensu, programmi eseguibili e codici. Naturalmente la critica ai grandi nemici della libertà digitale avviene usando operativi Mac, Win o Android e postando tutto su Facebook. Un po’ come se negli anni Settanta i grandi intellettuali di sinistra avessero lanciato i propri strali contro il Capitale dalle colonne del Sole 24 ORE, magari grazie a ricerche finanziate dalla Mount Pelerin Society.

Il pensiero magico digitale va ora di gran moda in certi circuiti culturali perché come “ai tempi degli dei falsi e bugiardi”, credere nell’Algoritmo soprannaturale esime dall’ammettere colpe e fallimenti di questo mondo, non solo quando si tratta di una prenotazione sbagliata, ma ancor di più quando intere classi dirigenti e politiche hanno rinunciato a dialogare, comprendere e dare voce agli elettori che pretendevano di rappresentare.

Facebook, “why always me?”

Prima che venisse eletto Trump, la principale accusa mossa alla piattaforma di Zuckerberg era di creare delle filter bubbles confermative dei pregiudizi soggettivi e di cancellare o emarginare attraverso algoritmi o scelte editoriali soggettive i contenuti di orientamento conservatore. Come sta emergendo negli ultimi giorni, a dispetto della retorica ribadita nei suoi proclami da Zuckerberg, Facebook resta un sistema opaco anche per gli studiosi più esperti, e affermare di aver compreso gli obiettivi politici globali della piattaforma fa progressivamente slittare il ragionamento dall’abduzione ai detti oracolari.

E’ d’altronde acclarato che agenzie di propaganda russe sono intervenute nella campagna presidenziale Usa del 2016. Quello che tanti cospiratori non sanno o non dicono è che l’inchiesta del Congresso ha determinato che l’investimento in Facebook Ads del gruppo russo di disinformazione IRA è stato di 46,000 dollari (aggregando altri investimenti sospetti si può arrivare a non più di 100,000 dollari), mentre l’investimento complessivo di Trump e della Clinton sulla piattaforma è stato di 81 milioni di dollari.

Per quanto i messaggi costruiti dai russi fossero volutamente incandescenti per suscitare più engagement, difficilmente si può valutarne l’impatto. Semmai la squadra digitale di Trump ha lavorato meglio su Ads Auctions e Custom Audiences, in sostanza è stata più efficiente perché ha generato più engagement ed engagement (coinvolgimento in termini di tempo, di condivisioni e di contenuti originali postati) è il mantra che indirizza tante preferenze di Facebook quando si tratta di dar visibilità a contenuti e pubblicità. E questo, come spiega Antonio Garcìa Martinez, già parte del monetization team di Facebook, è ancora più vero per NewsFeed.

Quando i quotidiani e i commentatori tuttologi citano gli 87 milioni di profili che avrebbe acquisito (all’epoca legittimamente) Cambridge Analytica non spiegano quanti di essi sono stati effettivamente utili alla campagna di Trump. E in tutto questo ragionamento vi sono due assunzioni che configgono apertamente.

a) Se Facebook promuove un engagement tanto autoreferenziale da creare le celeberrime filter bubbles, è possibile che le azioni di microprofilazione sia riuscite a scardinare le filter bubbles degli elettori negli swinging states in maniera così performante?

b) E’ realistico pensare che il microtargeting abbia d’improvviso soppiantato l’efficacia di ogni altro media e risulta essere l’unico strumento capace di far cambiare idea repentinamente a centinaia di migliaia se non milioni di elettori?

La Clinton ha concentrato i suoi 140 milioni di dollari di pubblicità televisiva su Ohio, Pennsylvania e Florida, perdendo in tutti e tre, mentre Trump ha avuto a disposizione “solo” 40 milioni di dollari.

Certo, se uno nota che Trump ha vinto in Michigan per 10mila voti, in Pennsylvania per 50mila e in Florida per 100mila, può legittimamente ipotizzare che un distacco così piccolo sia stato frutto del microtargeting. I commentatori apocalittici dell’algoritmo non ricordano però che in questi Stati quattro anni prima Obama aveva vinto rispettivamente per 450mila, 300mila e 70mila voti. Dunque è ragionevole supporre che il microtargeting ha spostato quasi il 10% dei votanti solo in questi 3 stati?

Questi stessi votanti, trattati da certi commentatori quali eserciti di zombie digitali capaci solo di reagire passivamente agli stimoli cui li sottopongono le piattaforme sociali e dimentichi di qualsiasi relazione personale, a partire dalla famiglia, forse hanno anche voluto protestare contro una crescita economica statunitense  senza occupazione che preoccupava Obama a poco più di un anno dalla fine del mandato.

Proprio a proposito di Barack Obama, viene sempre da chiedere ai commentatori apocalittici perché non si sono stracciati le vesti quando le invasive strategie di microtargeting attuate del 2008 e del 2012 hanno permesso la vittoria del Senatore di Chicago, al contrario celebrate e studiate come casi da manuale della nuova comunicazione e della nuova politica tout court. Viene forte il sospetto che Cambridge Analytica, al netto della grande pubblicità che sta ottenendo, avrebbe dovuto lavorare per far vincere l’altra candidata per venir celebrata oggi come un club di geni e non come un covo di ladri di identità digitali.

 

Le elezioni italiane del 4 marzo: la tecnologia digitale come alibi della politica

Ad oltre un mese dalle elezioni del 4 marzo possiamo contare su un numero significativo di analisi e di ricerche che consentono di tracciare un bilancio delle strategie di comunicazione politica applicate.

Se partiamo dagli allarmi lanciati dal Congresso degli Stati Uniti e ripresi dallo stesso Ministero degli interni italiano dovremmo provare a rispondere ai seguenti due punti:

  • Quali fake news hanno condizionato il dibattito e l’agenda setting elettorale e in che misura?
  • Quali partiti hanno realizzato campagne di iperprofilazione su facebook?

Ma al di là delle tecniche salite alla ribalta, cerchiamo di ragionare anche su obiettivi e risultati:

  • Quali sono state le strategie di comunicazione dei principali attori politici?
  • Quali sono state le campagne più efficaci?

Abbiamo visto come vi sia stato un allarme diffuso e internazionale prima delle elezioni. Non vi sono prove di bufale di origine russa, ma è possibile che l’alto allarme abbia consigliato una certa prudenza e discrezione nell’intervenire nella campagna elettorale italiana. Ma anche questa è conclusione prematura basata, su un periodo di tempo limitato, che invece va approfondita.

Un articolo di El Pais del 2 marzo scorso riporta una ricerca effettuata dal centro di ricerca The Alto tra febbraio e luglio 2017 la quale evidenzia come Sputnik.it abbia un’influenza sproporzionata sulle conversazioni digitali italiane a fronte di soli 45.000 followers Facebook e 6.300 followers su Twitter. Questo alto impatto può essere spiegato con l’alta mobilitazione di un numero relativamente limitato di account. Secondo lo studio su un 32% di account Twitter che possono essere definiti anti immigrati, I loro tweets rappresentano i due terzi delle conversazioni sul tema.

Ma l’agenda setting sul tema dell’allarme immigrazione non è solo una specialità russa. Le testate di centrodestra ilgiornale.it e libero.it totalizzano molto traffico con gli articoli dedicati all’allarme immigrazione. Quando agli allarmismi sul tema si contrappone un generico buonismo ecco che si arriva al gap tra immigrazione reale e percepita che pone l’Italia ai vertici in Europa.

Se l’agenda setting sull’immigrazione è stato fondamentale per il successo della Lega e il crollo della sinistra, vi è anche da dire che Berlusconi non ha raccolto quasi alcun dividendo, tanto che ha immediatamente chiuso le trasmissioni televisive che più cavalcavano il tema come Quarto Grado di Paolo Del Debbio e Dalla vostra parte di Maurizio Belpietro.

Come mostra il grafico di seguito, nessun altro partito come la Lega ha spinto tanto sul tema dell’immigrazione.

 

 

Il trionfo leghista va correlato a un agenda setting costruito da tre principali aree mediatiche:

  • I quotidiani e le edizioni online di centro destra, controllati direttamente o meno da Berlusconi
  • Le testate online estremiste, nazionaliste e antiimmigrazione, come Imola Oggi, molto attivi sui media sociali e registrate da tempo nella black list di Butac come spacciatrici di notizie distorte o esagerate
  • I media della galassia mediatica putiniana, ovvero RT e sputnik.it, oltre a vari account di area e gruppi anche su Facebook che promuovono personaggi come Aleksandar Dugin.

Se l’allarme immigrazione può essere certamente collegato a strategie di agenda setting nazionali o internazionali, non sono emersi altri traini di consenso eterodiretti dall’estero. Di certo resta un elemento di fragilità sociopolitica il fatto che nella graduatoria continentale Media Literacy Index l’Italia si trovi in fondo tra i paesi occidentali, indice di una chiara vulnerabilità alle fake news.

 Il reddito di cittadinanza, che punta a rispondere alle urgenze di una fascia della popolazione italiana, 9 milioni, prossima o già vittima di povertà, è stata un’esclusiva grillina. Nei mesi precedenti le elezioni e anche durante la campagna elettorale né la televisione di Stato né le televisioni di Berlusconi avevano interesse a sollevare il problema. Il pubblico mediamente più colto e affluente di Twitter non ha trattato il tema in maniera diffusa il tema, mentre i partiti di governo non avevano alcun interesse a evidenziare la questione. Dunque il tema è rimasto quasi patrimonio esclusivo del Movimento Cinque Stelle, che ha potuto farne un tema caratterizzante la sua campagna elettorale, grazie anche alla scelta del PD di raccontare solo un paese in ripresa e quella di LeU di concentrarsi sui diritti.

Quattro occasioni fallite dal Partito Democratico

Possiamo individuare quattro notizie esterne al ristretto dibattito sulle proposte politiche che hanno scandito la campagna elettorale:

  • L’allarme per il ritorno del fascismo dopo la marcia di Casa Pound a il 7 gennaio a Roma
  • L’omicidio di Pamela Mastropietro e la successiva tentata strage di Macerata tra fine gennaio e inizio febbraio
  • Il caso delle mancate restituzioni delle diarie da parte di alcuni deputati e senatori dei Cinque Stelle scoppiato con il servizio de Le Iene del 10 febbraio
  • I video di Fanpage del 17 marzo sull’inchiesta sullo smaltimento rifiuti in Campania che vede coinvolto Roberto De Luca, figlio del Presidente PD della Regione Campania

Matteo Salvini ha assolutamente dominato la narrazione sull’omicidio di Pamela Mastropietro da parte di uno o più spacciatori nigeriani e della successiva tentata strage di neri tentata dal suo ex candidato Luca Traini. A partire da inizio febbraio i post sul tema di Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno dominato il dibattito su Twitter e Facebook in termini di visibilità e condivisioni.

In questo caso il centrosinistra, sia tramite esponenti politici sia tramite intellettuali di area come Roberto Saviano, è stato incapace di trovare un’interpretazione mobilitante che andasse oltre le accuse a Salvini di strumentalizzare le tragedie. Mentre i Cinque Stelle hanno intelligentemente evitato di scendere nel dibattito, estremamente polarizzato, il centrosinistra si è rifugiato nell’antifascismo generico, scelta che forse aveva l’obiettivo di ricompattare la sua storica base elettorale ma che si è rivelata debole e poco sentita.

Sul tema del pericolo antifascista il centrosinistra aveva già battuto i suoi colpi con la marcia di Como a dicembre e i tanti allarmi sul ritorno delle destre dopo la partecipata marcia a Roma di CasaPound del 7 gennaio, allarmi fortemente esagerati da vari media vicini al PD. Al completamento degli scrutini le due formazioni che si richiamano al fascismo, Casa Pound e Forza Nuova, hanno registrato rispettivamente lo 0,9 e lo 0,3% dei consensi. Dove è finito il ritorno del fascismo in Italia, come si paventava sulla scorta del successo di AfD in Germania? Se non si può definire questa esattamente una fakenews, di certo si tratta di un fenomeno grandemente esagerato.

I Cinque Stelle sono riusciti a gestire in maniera eccellente la scoperta delle restituzioni falsificate da parte di alcuni loro eletti. Il confronto con la “iena” Filippo Roma di Luigi Di Maio con l’annuncio delle sanzioni per i colpevoli è stato il post su facebook più cliccato della campagna elettorale. La rilevanza polemica che è stata data al fatto da parte degli avversari politici e delle testate avverse hanno fatto sì che tutta Italia venisse a sapere di questa scelta politica ma anche promozionale dei Cinque Stelle. Dopo qualche giorno lo scandalo che doveva pesantemente colpire la credibilità dei Cinque Stelle è diventato un fattore positivo e di crescita dei consensi.

Il Centrosinistra si ritroverà pochi giorni dopo in estremo imbarazzo nel difendere il figlio del Presidente della Regione Campania e assessore a Salerno Roberto De Luca, ripreso dalle telecamere nascoste di Fanpage mentre partecipa a incontri propedeutici all’assegnazione di appalti per lo smaltimento dei rifiuti. In questo caso Centrodestra e Cinque Stelle possono agevolmente martellare sulla vicenda.

In questi quattro snodi del racconto elettorale a situazioni oggettive e imprevedibili si è sovrapposta una incapacità di chi gestiva la comunicazione del PD nell’argomentare e nell’offrire narrazioni alternative a quelle di Centrodestra e Cinque Stelle. Accusare le moderne tecniche di microprofilazione sui social media o evocare le fakenews, oppure accusare i limiti caratteriali o politici del partito committente quando non si riesce a gestire le crisi di comunicazione o di reputazione di cui inevitabilmente può essere costellata una campagna elettorale è indice meno di mancanza di umiltà che di scarsa professionalità.

Movimento Cinque Stelle e Salvini: due modi opposti e di successo di fare comunicazione politica

Anche da un punto di vista mediatico i vincitori sono Salvini e Di Maio, ma con strategie radicalmente diverse.

Quella di Salvini è un leaderismo digitale. Il “Capitano” (come viene spesso chiamato nei post) satura Twitter postando più di ogni altro politico, costantemente invita i suoi followers su Facebook a spalleggiarlo nelle polemiche o a dire la loro (tipica call to action), utilizza espressioni giovanili, popolari o anche volgari per entrare in sintonia con i diversi tipi di pubblico che vuole attivare.

Il social media manager Luca Morisi, docente di Informatica filosofica a Verona, ha sviluppato un meccanismo di comunicazione top-down, in cui i messaggi del capo cercano un riscontro di consenso e di attivazione all’interno delle varie tribù sociali che lo seguono con l’obiettivo di suscitare di volta in volta sentimenti di indignazione o di appartenenza o di polemica ma senza arrivare ad argomentazioni particolarmente dettagliate. Gli hashtag #primagliitaliani o #vergogna sono atemporali e acontestuali, possono andare bene quasi in qualsiasi contesto e anche in qualsiasi momento storico, dall’eliminazione dell’Italia dai Mondiali di calcio fino alle accuse agli altri politici sul tema immigrazione.

In Italia Twitter dichiara circa 6,5 milioni di account che in termini di utenti attivi non arriverebbero a otto volte meno, si tratta di uno strumento quasi di elite, che tuttavia Salvini, seguendo lo stile di Trump, ha trasformato in un luogo dove il dileggio e la polemica con gli avversari vengono esaltate.

I parametri essenziali di successo su Twitter sono quantità, stile e mobilitazione: con un numero altissimo di tweet ogni giorno, il suo stile corrosivo e una base di seguaci maggiore, Salvini ha dominato ogni altro avversario quando questi cadevano ingenuamente nelle sue provocazioni.

Come scrive Walter Quattrociocchi nell’ultimo numero de Le Scienze: “Tantissime informazioni, poco tempo per elaborarle attentamente e difetti connaturati alle nostre percezioni creano un mix potentissimo. Notiamo le informazioni che più ci convincono e che meglio aderiscono alla nostra visione del mondo (e ignoriamo quelle avverse), su di esse ci soffermiamo e le condividiamo con i nostri amici virtuali. Da confirmation bias si arriva così alle echo chamber e si innesca così un processo che, segregando su visioni comuni, fortifica la polarizzazione. Le fake news sono solo la punta dell’iceberg, l’uso strumentale e pretestuoso delle informazioni è solo una conseguenza di questo fenomeno molto più radicato e profondo” (W. Quattrociocchi, La babele di Internet, Le Scienze, 1 aprile 2018, pag. 42)

Quanto leaderistica è la strategia della Lega, tanto la strategia del Movimento Cinque Stelle è molecolare e può essere indicata come paradigmatica di un modello alternativo e altrettanto vincente di gestire la comunicazione politica. Se da una parte c’è “il Capitano”, dall’altra il mantra è “massima condivisione”. La Casaleggio e Associati non solo gestisce i contenuti e ne promuove la distribuzione (e la recente ricerca dell’Università Carlo Bo ne attesta l’estrema efficacia), ma favorisce anche la creazione di contenuti sviluppati dagli stessi militanti. Questi contenuti, non direttamente riferibili alla Casaleggio, consentono di testare l’umore degli attivisti e di aprire dei fronti polemici anche violenti senza un diretto coinvolgimento. Si tratta di meccanismi che si sviluppano anche sul blog, dove una parte dei commenti sono “spintanei”, ovvero scritti dallo staff. Checchè ne scriva il complottista Jacobo Jacoboni, le tattiche di gestione di un’assemblea o di una community sono in essenza le stesse. Chiunque ha fatto politica quando le assemblee erano una cosa seria con scontri anche fisici sa che alcune posizioni venivano poste e fatte approvare dall’assemblea attraverso un’azione coordinata di vari partecipanti, che rimarcavano una posizione e indirizzavano verso l’esito voluto la discussione.

La teoria delle reti a invariaza di scala elaborata da Albert Laszlo-Barabasi e applicata da Gianroberto Casaleggio alla politica italiana si sta rivelando estremamente efficace. Venuto meno lo snodo (hub) originario, Beppe Grillo, si è lasciato lo spazio agli snodi che sono cresciuti in questi anni, che sono stati fatti crescere in parallelo in termini di connessioni/popolarità anche attraverso l’aiuto della Casaleggio e Associati. Se Luigi Di Maio ha 1,591 milioni di like mentre Matteo Salvini lo supera nettamente con 2,1 milioni, il Movimento Cinque Stelle può contare su molti più snodi di comunicazione della Lega. Alessandro Di Battista vanta anch’egli a 1,5 milioni di Like, Paola Taverna arriva a 486mila, Roberto Fico registra 336mila Like, Danilo Toninelli 187mila. Basti dire che la storica figura leghista di Roberto Calderoli arriva ad appena 41mila Like.

Se i grandi hub diffondono le informazioni e attivano le campagne (“attenzione, massima diffusione”), i nodi periferici diventano più strategici per avvicinare e persuadere le loro personali reti amicali e familiari. I microinfluencer riescono a fare opinione a livello familiare, indirizzando le scelte di tanti indecisi.

Ecco perché l’analisi Ipsos TWIG evidenzia il paradosso del primo partito di Italia, che cresce di quasi due milioni di voti ma che registra un fortissimo gap tra performance comunicazione del leader (pur eccellente, come attesta la crescita della fan base) e performance del partito nel suo complesso. In realtà quel gap è ampiamente recuperato dalla grande capacità di mobilitazione del Movimento Cinque Stelle, che in qualche modo è l’unico partito il cui successo non dipende dal leader.

In questo senso la strategia dei Cinque Stelle non richiede investimenti in microtargeting perché la grande capacità di mobilitazione consente una capacità di diffusione dei messaggi in maniera assolutamente trasversale, non solo per caratteristiche sociodemografiche ma anche per quanto riguarda i media di riferimento. La rete dei microinfluencer risulta anche più efficace del microtargeting, perché basata su un rapporto spesso personale costruito nel mondo reale.

Sembra un paradosso per un movimento politico nato sul web ma sviluppatosi programmaticamente fuori di esso, ma la Casaleggio e Associati, specializzata in ecommerce, è pienamente consapevole che oggi il consumatore o l’elettore deve essere seguito e persuaso in un’ottica omnichannel, che implica anche i contatti faccia a faccia e i bagni di folla nelle pubbliche piazze.

 

Conclusioni

Una ricerca presentata su La Stampa del 19 febbraio curata da Community Media Research evidenziava come cresca costantemente l’importanza dei nuovi media per l’acquisizione delle informazioni, specialmente tra i più giovani, ma per quanto riguarda le opinioni esse hanno ancora un impatto limitato, al contrario delle reti relazionali reali: famiglia, amici, persone abitualmente frequentate. È sempre sbagliato separare, per motivi di ricerca o di semplificazione concettuale, quello che nella realtà è sempre costantemente interrelato: viviamo non solo un’esistenza onlife, costantemente scambiata tra mondo fisico e mondo digitale, ma anche per quanto riguarda i media, le interlocuzioni reali, le relazioni e i contatti digitali, il tutto non ha alcuna soluzione di continuità. Credere dunque che microtargeting o fake news possono nell’arco di tempo limitato di una campagna elettorale condizionare decine se non migliaia di persone è farsesco e autoassolutorio, mentre non è un caso che l’ultima campagna elettorale è stata vinta dai partiti non solo più efficienti sul web ma anche più presenti sul territorio.

I professionisti del debunking sono talmente vigili durante una campagna elettorale che difficilmente una fakenews potrebbe incidere realmente. Quello che invece viene poco evidenziato è l’impatto delle fakenews nel costruire un framing rispetto ad alcuni temi mesi o anni prima che si arrivi alla competizione elettorale. Insomma: sbagliato il bottone rosso a poche settimane dalle elezioni, ma sbagliato anche farlo sparire senza ripensarlo non appena l’iniziativa ha evidenziato tutti i suoi limiti.

Un ulteriore elemento che deve essere accertato è il fallimento della comunicazione del PD, incapace di gestire la campagna ordinaria e gestione delle crisi di comunicazione ma anche solo di caratterizzare la comunicazione del committente con una unique selling proposition memorabile. Lo stesso Berlusconi, nonostante i ritardi di natura proprio culturale nel gestire i nuovi media, ha saputo rimpacchettare il vecchio “meno tasse per tutti” con 7 memorabili lettere: #flattax.

In questo senso denunciare a posteriori il pensiero magico digitale che accusa Cambridge Analytica di ogni nefandezza (e in Italia non ha nemmeno lavorato!) non fa i conti con il fallimento professionale dei consulenti PD e ancor di più con i limiti della proposta politica.

Non si è studiato abbastanza l’impatto nella campagna elettorale dei meccanismi “tribali” o “comunitari” che sanno attivare la Lega e i Cinque Stelle. Puoi avere ogni sorta di media o di psicografia dalla tua, ma se alla fine non hai una base elettorale altamente motivata che diffonde il tuo messaggio, forse non tanto casa per casa come una volta, ma di certo di più contatto per contatto sui media sociali, non potrai che essere destinato alla sconfitta. Una delle lezioni di queste elezioni è l’emergere dei microinfluencers, che arrivano a presidiare decine di migliaia di piccoli circoli di relazione dove sono stimati e seguiti.

Quasi un post scriptum, anzi tre

1. Appena Luigi Di Maio ha proposto una qualche ipotesi di accordo con il PD, Twitter è stato inondato da migliaia di tweet con hashtag #senzadime per rifiutare senza esitazioni ogni compromesso. La ricerca di Niccolò Barca e Giacomo Antonelli pubblicata su The Vision (http://thevision.com/attualita/senzadime-alleanza/) ha dimostrato che l’operazione è stata orchestrata da solo 8 account Twitter, gli stessi che a dicembre celebravano il finto rientro dei terremotati dell’Aquila nelle loro case. Di chi è stata la regia di questa operazione?

2. Il 7 aprile Dario Franceschini è stato vittima di un’ondata di critiche su Twitter per aver sommessamente ipotizzato la possibilità di valutare le aperture Di Maio. Questa volta la stessa Repubblica ha sospettato l’attivazione di account Twitter fasulli. Chi è il regista di questa operazione?

3. Prima ancora che terminassero gli scrutini che attestavano la clamorosa avanzata al sud dei Cinque Stelle è iniziata a circolare la notizia di un assalto ai Caf di persone pronte a richiedere e a ottenere il reddito di cittadinanza. I telegiornali di Stato hanno dedicato molti minuti alla notizia mentre il coordinatore nazionale dei Caf Massimo Bagnoli ha parlato di qualche decina di richiesta di informazioni, “potremmo arrivare al massimo a 200 complessive” in Puglia, Sicilia e Calabria, a fronte di 2 milioni di Dsu, le richieste per ottenere le Idee nei primi tre mesi del 2018.

Il debunker questa volta è stata Striscia la notizia, che ha svelato una telefonata tra Vittorio Sgarbi e il suo addetto stampa dove concordavano di sparare la notizia durante un’ospitata. Di chi è stata la regia di questa operazione? Anche il Gabibbo è parte della cospirazione?

Nasce invece il sospetto che per vari casi di fakenews e manipolazione del dibattito in rete i politici finora al governo ne siano più promotori che vittime.

 

Riferimenti

Tra i tanti testi e interventi citati sono stati estremo aiuto i contenuti di DatamediaHub e l’ottimo lavoro di monitoraggio della campagna elettorale sui social che ha fatto Marco Borraccino con socialrecap.it. Spunti estremamente interessanti sulle dinamiche di diffusione dei messaggi di Lega e Cinque Stelle sono arrivati anche dai risultati della ricerca Ipsos-TWIG. La linkografia che segue è parziale e in costante aggiornamento:

https://motherboard.vice.com/it/article/pamwkz/dove-la-lista-delle-128-fake-news-smentite-dalla-polizia-postale

https://motherboard.vice.com/it/article/j5aqgx/per-lonu-il-bottone-rosso-delle-fake-news-di-minniti-viola-i-diritti-umani

http://www.butac.it/the-black-list/

https://www.foreign.senate.gov/imo/media/doc/FinalRR.pdf

https://www.nytimes.com/interactive/2016/10/21/us/elections/television-ads.html

https://techcrunch.com/2017/11/01/russian-facebook-ad-spend/

https://www.wired.com/story/how-trump-conquered-facebookwithout-russian-ads/

https://www.theguardian.com/us-news/2016/nov/16/facebook-bias-bubble-us-election-conservative-liberal-news-feed

https://www.washingtontimes.com/news/2017/oct/23/internet-giants-show-power-to-shape-politics/

https://gizmodo.com/former-facebook-workers-we-routinely-suppressed-conser-1775461006

http://www.butac.it/democratica-salvini-calabresi/

http://www.butac.it/il-non-candidato-di-forza-nuova/

https://medium.com/@CKava/why-almost-everything-reported-about-the-cambridge-analytica-facebook-hacking-controversy-is-db7f8af2d042

http://www.affaritaliani.it/politica/la-piu-grande-bufala-della-sinistra-onda-nera-scomparsa-da-media-tv-532795.html

https://www.nytimes.com/2016/05/01/magazine/president-obama-weighs-his-economic-legacy.html

http://www.nybooks.com/articles/2018/04/05/silicon-valley-beware-big-five/

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