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Corpi: I, II, III.

I
Quanti corpi indossiamo nel corso di una giornata digitale?
Attraverso quali corpi ci rappresentiamo agli altri, sperimentiamo il mondo e ne veniamo sorvegliati?
Se Deleuze, sulla scorta di Spinoza, si chiedeva “Cosa può un corpo”, oggi è il tempo di chiederci “cosa può un corpo attraverso il digitale”?
Quello che ancora ci ostiniamo a chiamare soggetto, dal digitale viene scomposto in infinite variazioni, componenti che si frammentano e di continuo si ricompongono non solo in base alle nostre azioni, ma soprattutto in relazione agli sguardi del nostro pubblico e di chi li interpreta e li riorganizza come costellazioni di dati.
Il corpo univoco, irrevocabile, oggetto storico di cure e correzioni, oggi è meno che le infinite immagini che generiamo da esso. L’identità univoca che il corpo doveva testimoniare lascia spazio alle anamorfosi del digitale.
Potremmo allora parlare di una schizofrenia del digitale? Anche, perché il digitale impone a tutti i suoi fruitori delle pretese, delle attese e degli ordini di comando e controllo spesso in conflitto tra loro. Lo stesso Eugen Bleuler, lo psichiatra che battezzò il termine schizofrenia, voleva evidenziare la separazione tra personalità, pensiero, memoria e percezione dei malati. Il digitale separa e pretende separati le componenti del nostro essere che per secoli, le religioni, le filosofie, le culture, gli Stati, le psicologie e altri addetti all’identità avevano faticosamente cercato di tenere il più attaccate possibile a questo fantasma chiamato soggetto.
Fondamento moderno del mondo, il soggetto assunse da Descartes e nei secoli in avanti una mansione titanica: divenne la soggettività che ordinava il mondo attraverso la parola. Di fronte alla beffarda cangiabilità del mondo e dello stesso corpo, identità e permanenza erano garantite dal cogito, da un pensiero che dialogava con se stesso nella sua interiorità non per rinchiudersi in sé, ma imporre la sua ragione al mondo, acquisendone progressivamente nuovi territori. Il pensiero e l’io non erano separati, l’uno si manifestava nel e con l’altro e viceversa. E il corpo? Il corpo nient’altro che un’accidente, per definizione fallace.
E dunque per secoli l’interiorità, la profondità dello spirito, è stata esaltata in quanto vera realtà dell’individuo, analizzata come origine del suo successo e delle sue nevrosi, disciplinata con specifici esercizi per evitare che sprofondasse portando con sé il mondo o che divenisse vittima dei suoi stessi moti centrifughi.
Tranne l’isola concettuale di Spinoza, per secoli l’essenza di un individuo è stata riconosciuta in maniera eminente ed esclusiva dal suo pensiero e dalle sue parole. Per questo bisognava “coltivare lo spirito”, “alimentare l’anima”, padroneggiare i concetti e la verbalità per poter affermarsi. Il corpo era semmai un inciampo, un mero sostegno fisiologico della mente da coprire, sorvegliare per evitare che inquinasse la purezza del pensiero.
Ma la digitalizzazione del mondo ha ribaltato questa visione. Oggi siamo non solo circondati dai corpi diffusi dai nostri apparati digitali, ma questi corpi nell’ambiente digitale manifestano una propria autonomia, un proprio linguaggio, una propria capacità di produrre contenuti, quantificabili e monetizzabili. Decine di milioni di persone in tutto il mondo, manifestano la loro modalità di rappresentazione, di racconto e di comunicazione attraverso il corpo. Niente di verbale, se non frasi minimali, interiezioni, emoticons. La disciplina del se per avere pensieri chiari e distinti da manifestare con un linguaggio adeguato svanisce, così come si stingono intere tradizioni educative basate su questi principi. Il logos prodotto dal pensiero soccombe all’eidos generato dai corpi.
Il corpo, nelle sue infinite possibilità di manipolazione digitale, diventa il principale strumento di comunicazione ed espressione del sé. Solo il corpo esposto e visto dai followers, in un rimando continuo. Con il corpo digitale non si comprende se stessi, ma si capisce cosa cercano gli sguardi digitali che su di esso si soffermano.
Viviamo la prima epoca in cui corpo e visione si sono uniti per generare una nuova estetica, intesa in senso originario, una nuova forma di percezione del mondo inquadrata dai dispositivo algoritmici, i quali controllano le modalità di presentarsi al mondo e di vivere in esso.
Ma c’è di più: per potersi riprodurre e perpetuarsi, gli algoritmi delle piattaforme social si rendono parzialmente trasparenti e operabili: solo così diventa possibile la promozione/produzione/estrazione di massa di contenuti e dati che ha consentito la costruzione di milioni di personalità digitali. Che si manifestano attraverso il loro corpo.
Dopotutto, chi saremmo noi, o almeno gran parte di noi, senza il nostro affezionato pubblico sui media sociali? E d’altra parte, cosa sappiamo noi del nostro corpo digitale, da cui si estraggono costantemente dati che successivamente disciplinano il nostro corpo e prevedono le nostre azioni?

 

II
Scorrono immagini sulle nostre dita. La liscia superficie dello schermo ci restituisce un mondo senza profondità. Ma ha senso oggi la profondità? Un altro ricatto del passato che svanisce. Già von Hofmanstahl ammoniva: “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”.
Tra questa superficie all’apparenza omogenea nelle sue manifestazioni eteroclite si nasconde spesso un lavoro di scavo per hackerare l’algoritmo e raggiungere la celebrità tanto vagheggiata. Instagram ha creato non solo una nuova economia e una nuova estetica, ma soprattutto nuove manifestazioni del sé
Oltre 850 milioni di esseri umani hanno oggi un account Instagram. Nel 2023 saranno un miliardo. Ma soprattutto Instagram e fratelli (Snapchat, 17, TikTok) sono i social media più usati da giovani e giovanissimi. Il social media consolidato, ovvero presente da almeno tre anni, che cresce maggiormente per ricavi pubblicitari: dai 6,4 miliardi di dollari di fatturato del 2018 agli oltre 20 miliardi del 2020. Qualsiasi brand oggi deve essere su Instagram se vuole essere visibile ai Millennials, ma soprattutto alle generazioni Z e Alpha: l’attenzione, la catechetica del brand, va conquistata da piccolissimi.
Quanti si chiedono del perché di questo successo che ha creato un numero sterminato di nuovi soggetti economici che intrecciano contenuti che creano con gli algoritmi della piattaforma? L’estetica di Instagram non è quella che Lev Manovic definisce Instagramism, una sorta di asettico stile lineare, univoco e sostanzialmente insignificante ben rappresentato dal minimalismo in stile Apple e dalla grafica della rivista Kinfolk. No, Instagram è molto meno apollineo di quella di idea da catalogo Ikea per la global upper class che ha in testa Manovic con la definizione di aesthetic society.
Su Instagram non vi è una qualche società, in qualche modo coagulata da una estetica condivisa, o almeno considerata prevalente. Instagram è il social media dei corpi, dei corpi singoli, molto più di tutti gli altri social media.
Gli influencer e gli aspiranti tali mettono a valore il loro corpo, lo espongono, lo esaltano e ne traggono infinite variazioni per catturare l’attenzione dei follower. Ma che corpo ci appare?
La fisicità di questi corpi è tanto estremizzata da diventare un iperreale. E su piattaforme come Instagram, TikTok o 17 il corpo trasvaluta significante e significato, dimostrando quanto dicotomie siano obsolete, indice di un modo di pensare ancora banalmente suddiviso tra forma e contenuto, tra immanente e trascendente, addirittura tra buono o cattivo.
Il corpo digitale è una unità minima su cui si possono applicare infiniti strati di significato, così come ad esso possiamo applicare infiniti filtri VSCO. Il corpo è una unità molteplice, la cui principale forza sta nella ripetitività della rappresentazione: tanto maggiore apparirà o riapparirà quel corpo grazie alla qualità dei contenuti e all’aderenza alle attese dell’algoritmo, tanto maggiore sarà la sua capacità di attrazione, il suo magnetismo verso nuovi followers.
Come aveva anticipato Deleuze: “Il linguaggio digitale del controllo è fatto di cifre che segnano l’accesso all’informazione, o il rifiuto. Non ci si trova più di fronte alla coppia massa/individuo. Gli individui sono diventati dei “dividuali”, e le masse dei campioni statistici, dei dati, dei mercati o delle “banche”. Ma cosa è il dividuale se non le infinite schegge prodotte della dissezione del vecchio soggetto compiuta dalle tecnologie digitali e social, configurazioni di dati lanciate di continuo nell’universo digitale, come emissioni di energia di una supernova.
Specialmente su Instagram il corpo è una possibilità totale.


III
Pigri analogie vedono l’esibizione del corpo come la ripetizione delle dinamiche della pubblicità sui media tradizionali. Ma si tratta di due dimensioni cognitive radicalmente diverse. La pubblicità tradizionale (televisione, radio, cartacea, cartellonistica, come anche i siti web) è sempre condizionata dal contesto entro cui si manifesta e alla necessità di sospenderlo per rendersi rilevante.
Il flusso televisivo o radiofonico, l’impaginazione di un quotidiano o di una rivista, le dimensioni dello schermo, il contesto fisico entro cui appare il cartellone: il messaggio pubblicitario deve sempre tenerne conto per poter ricostruire in pochi millesimi di secondo un nuovo contesto cognitivo che renda efficace e memorizzabile il suo messaggio.
Una pubblicità che non indispettisca il suo fruitore è sempre stato il sogno di ogni creativo. E una parte del successo di Google nasce proprio dalla capacità di veicolare messaggi pubblicitari non più peregrini, ma contestuali agli interessi e ai bisogni immediati del consumatore. Con lo sviluppo degli algoritmi predittivi, oggi le piattaforme anticipano addirittura quello che un consumatore si propone di desiderare.
Ma Instagram va molto oltre.
La potenza di Instagram sta nella forza simbolica dell’oggetto svincolato da ogni interpretazione che possa indebolire il suo magnetismo.
Il logos, nella sua illusoria comprensibilità, rende accettabile l’originaria violenza dell’altro da noi che si manifesta. Ogni slogan, ogni claim, ogni argomentazione, ogni pensiero crea degli strati protettivi tra noi e il mondo, affinché non veniamo sopraffatti da esso. Il distanziamento dalle cose ci consente di manipolarle e di dominarle. Richiamarsi alla razionalità o all’emozionalità per promuovere una persona, un servizio, un oggetto, ancora ci protegge dal turbamento dell’alterità. Qualcosa che ci procura piacere o fastidio od odio, razionalmente o meno, è già comunque pre-compreso da noi.
Ma che sia un corpo, un volto, uno sguardo, un oggetto, un marchio, Instagram ce lo propone nella sua oggettività totale. Una oggettività originaria, che precede i significati che possiamo dargli. Scarnificato dal contesto, l’oggetto diventa qualcosa d’altro: possiamo ancora riconoscere un marchio, un corpo o uno sguardo. Ma quella manifestazione non va oltre la conferma della manifestazione di quel marchio, di quel corpo, di quello sguardo. Quella manifestazione primigenia acquisisce una forza magnetica, ipnotica. La successiva ripetizione di quel corpo, di quel marchio, di quello sguardo, rafforza questo rapimento cognitivo.
La fotografia dei grandi fotografi ha inteso sempre sollecitare una riflessione su di sé da parte di chi la fruisce, anche nelle sue formule più astratte.
Chi ancora pensa che Instagram o gli altri siti social di condivisione di immagini abbia una forte affinità con la fotografia o non ha capito gli uni o non ha mai capito l’altra. Su Instagram l’immagine si dà e nulla più, non pretende un’interpretazione, non pretende di attivare le conoscenze e la memoria di chi la vede. Non parlo naturalmente delle immagini documentali, quelle dove si vuole cogliere il momento, sia esso legato a un bambino, a una coppia, a un paesaggio o a una rimpatriata tra amici. Intendo invece le immagini dove un unico soggetto, il corpo o una sua parte, domina l’intero spazio della cornice.
Il corpo così mostrato ha una potenza epifanica, atemporale, prelogica. Si afferma di per sé.
Instagram, per quanto abbia la possibilità di apporre didascalie e commenti alle immagini, non consente in sostanza argomentazioni come su Twitter o Facebook. Infatti i commenti si limitano a semplici reazioni positive o negative, complimenti o insulti, reazioni spesso ridotte a emoticons o acronimi.
Il corpo su Instagram non è il soggetto lacerato che ci ha consegnato la psicanalisi e tanta parte della letteratura. Il corpo esposto su Instagram è un monolite, precedente a ogni conflittualità. Non intende neanche proporsi come un io risolto nelle sue contraddizioni: nella sua semplicità è una unità che non ha bisogno di risolversi. ll corpo va esibito per essere contemplato, il Like è un adesione prelogica, di tipo religioso, che prescinde da metri di giudizio che non siano quelli della mera adesione acritica. Il corpo viene osteso come una icona, che non è oggetto di scrutinio, ma di fede. iI web consente, come ricorda il collettivo Ippolita, “una costruzione ossessiva del profilo pubblico” per tendere a una “pubblicità riuscita di se stesso”.
Può d’altra parte esistere un narcisismo senza uno specchio? Lo specchio sono i follower, i loro Like. Il narcisismo digitale non è, banalmente, l’innamoramento di se stessi. Ma il narcisismo digitale non parte da uno specchio, ma dalla costruzione di un’immagine, di un corpo che ha solo una parzialissima corrispondenza con il soggetto che li ha generati. Mentre la trattazione classica del narcisismo parte da un desiderio di ammirazione e di conferma di una immagine in qualche modo coincidente tra se stessi e il mondo, l’immagine digitale è una costruzione frutto della capacità di padroneggiare algoritmi di manipolazione delle immagini, algoritmi di ordinamento, algoritmi di ricerca e così via. Il lavoro di costruzione del sé in forma di corpo digitale è stato ancora poco studiato ma meriterà sempre più studi.
Per questo è semplicemente fuori strada chi applica la vecchia teoria degli opinion leader alle star di Instagram. Su Instagram raramente si fa strada un’opinione e di certo il mezzo non consente né l’argomentazione né il suo algoritmo premia questi contenuti. Le star di instagram non sono opinion leader ma icone, mere rappresentazioni visuali da contemplare rapiti, una theoria di icone ha oggi sostituito nell’immaginario di giovanissimi e giovani i santi dell’educazione religiosa di qualche generazione fa.
La ragion d’essere delle icone è nella loro capacità di rinviare lo spirito a una dimensione ulteriore da quella ordinaria, l’ultraterreno inattingibile che può essere inteso solo come un inevitabile rinvio.
Il rinvio oggi è tutto mondano, rinvio alla prossima immagine, alla prossima epifania. Rinvio alle precedenti apparizioni dell’icona. Il circolo semiotico è tutto compreso nella piattaforma.
SeIfie: icona dell’immanenza.

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