Mese: Luglio 2020

My personal e-guru

Algoritmi Il mondo immateriale

My personal e-guru

Happify promette di migliorare la tua esistenza e di accompagnarti alla felicità. Ogni giorno, ad orari prestabiliti, la app ti inviterà a intraprendere azioni, letture e attività per farti diventare una persona migliore. Ogni due settimane procederà a una verifica del tuo punteggio di felicità, ponendoti domande su quante volte sei stato gioioso nell’ultimo mese, sulle cose che ti gratificano, sulla tua capacità di porti in maniera positiva nei confronti degli altri e dei fatti della vita.

Anna, un digital coach virtuale basato sull’intelligenza artificiale, affiancherà il tuo percorso, ponendoti costantemente domande sui tuoi stati d’animo, le tue aspirazioni, la qualità della tua esistenza. In base alla tua disponibilità a rispondere, si spingerà a chiedere anche informazioni sulle persone vicine a te, sui tuoi figli (anche se sono tuoi o no), sul tuo partner, sulla loro età, sulle loro caratteristiche, sui problemi o sulle malattie che stanno affrontando.

Inoltre, un lungo questionario consentirà alla app di valutare la tua personalità in base alla teoria dei 24 punti di forza. La app saprà così informazioni sulla tua personalità profonda, sulla tua autostima, sul tuo modo di vedere gli altri ed essere empatico, sulla tua sensibilità verso la natura o l’arte, se sei credente o no, sul tuo conformismo o sulle tue originalità, sul tuo senso di appagamento e sulle sfide cui ancora tieni, sui tuoi valori e amori, sulle tue abitudini e le tue curiosità, sulle tue paure e le tue passioni, sulle tue pigrizie e le tue perseveranze, sulla tua spiritualità e e i tuoi interessi materiali, sulla tua capacità di gestire le relazioni sociali e le tue insicurezze, sulle tue capacità di ascolto e le tue attese verso gli altri, sul tuo autocontrollo e le tue passioni irrinunciabili, sulla tua capacità di aiutare gli altri e i tuoi risentimenti, sul tuo autocontrollo e le tue indulgenze, sulla tua equanimità e la tua modestia, sul tuo umorismo e sulla tua capacità di perdonare, sulla tua razionalità e le passioni, sui tuoi entusiasmi e i tuoi dubbi, sulla tua assennatezza e le tue indulgenze, sulla tua capacità di manifestare e sentire amore. 

Al termine del test potrai leggere l’intero rapporto sulla tua persona abbonandoti alla versione premium della app per soli 149 dollari all’anno. 

Mentre Happify fa leva sulla tua curiosità verso te stesso, The Fabulous, un’altra celebre app, ti guarda dal futuro: il tuo io di qui a dieci anni si congratula con te/sé per aver scelto la app versando 43 euro anticipati annuali, garantendoti di essere diventato una persona in salute, in grande forma e senza preoccupazioni grazie alla decisione odierna di addebitare la tua carta di credito. 

Di lì in poi l’app ti indirizzerà verso tutta una serie di buone pratiche, quali bere un bicchiere d’acqua e fare esercizi di stretching la mattina appena sveglio, prepararsi una colazione nutriente, dedicare dieci minuti alla meditazione e così, abitudine dopo abitudine, disciplinare il tuo essere in funzione di quello che la app considera il tuo benessere. 

La app Make Me Better è più pratica (o meno ipocrita): offre una raccolta di testi per migliorarsi, inclusi titoli come “12 Psychological tricks to Manipulate People’s Mind”, “Live a Life Free of Compromises”, “How to Make Anyone Instantly Like You” “How to control Anger” “10 Little Things that Can Change Your Life”,  il tutto in articoli di non più di 2.000 caratteri. 

Molti potrebbero sorridere di fronte alla ingenua banalità di questi consigli. Ma il mercato delle app dedicati al benessere personale (tecnicamente mHealth Apps) è in pieno boom. Headspace, la più celebre app per la meditazione e la mindfulness, è stata scaricata da non meno di dieci milioni di persone. Fabulous è stata scaricata oltre 5 milioni di volte, GrowApp, Make Me Better e Deepstash oltre 1 milione, Happify registra oltre mezzo milione di download come anche HabitHub, Remente, My Affirmations e via via. 

Nel 2018 il mercato globale delle app mHealth era stimato valere 12,4 miliardi di dollari di cui un terzo sviluppato negli Stati Uniti, con una crescita composta futura (CAGR) del 44,7%: sulla base di questi dati nel 2020 il mercato ha raggiunto i 26 miliardi di dollari di valore. 

Si tratta di un mercato variegato, in cui rientrano le app per le attività fisiche e il benessere psicofisico, la cura dell’alimentazione e quella delle donne, la cura di malattie e la posologia di farmaci o la pianificazione di attività legate ad determinate malattie. È un mercato che non è sfuggito a big Pharma e tutte le multinazionali del settore hanno investito in centinaia di applications. 

Ma le app che ci interessano sono quelle del sottosegmento “LifeStyle Management”, che su scala mondiale rappresentano circa il 20% del mercato, dunque non meno di 5 miliardi di dollari all’anno che le persone in tutte le parti del globo investono per far seguire il loro benessere interiore da un app. 

Non voglio qui proporre un’analisi di mercato, dunque non mi soffermo sui termini monetari del fenomeno, quanto le sue implicazioni all’interno delle vite dei soggetti e della loro cognizione. Se l’ingenuo tecnomane si esalta nel promuovere l’ultima app che gli evita pure di ricordarsi di allacciarsi le scarpe, se l’economista e l’imprenditore lavora ai modelli di business per estrarre valore, ovvero dati, attraverso quella stessa app, noialtri vittoriani del digitale ci chiediamo se le app che promettono benessere e felicità non abbiano fatto entrare in una ulteriore fase i rapporti tra i soggetti e il comando digitale. 

Quale rapporto si sviluppa tra queste app e i loro fruitori? Quanto le vite di questi ultimi restano impigliate e condizionate dai consigli di questi e-guru portatili? Quanto il comando digitale indirizza la percezione di sé e le scelte dei soggetti? Queste nuove tecnologie digitali del sé cambieranno irreversibilmente quello che chiamiamo essere umano?

 

La cura dell’interiorità

La cura di se stessi è antica quanto l’uomo e “comporta il farsi carico della responsabilità nei confronti propria vita per tutto il corso della sua durata, il saper prendere un impegno nei confronti di se stessi, nel desiderio di modificarsi proprio in vista di questa salute dell’esistenza e del pensiero”, come sintetizza Sara Baranzoni. 

Il pensiero greco-romano ha sviluppato per primo in Occidente una serie di pratiche e di discipline interiori per raggiungere una salvezza intramondana, intesa come consapevolezza di se stessi e delle leggi della natura. “All’alba, quando ti svegli di malavoglia, scandaglia questo pensiero:Mi sveglio per compiere il mio compito di uomo; e ancora protesto per avviarmi a fare quello per cui sono nato e per cui sono stato introdotto nel cosmo? O forse sono stato fatto per restare a letto a scaldarmi sotto le coperte?”: non è una riflessione che trovate sull’app Headspace, ma nei Pensieri di Marco Aurelio.  

Negli ultimi anni della sua vita Michel Foucault spostò i suoi interessi verso l’antichità, trovandovi nelle pratiche di cura di sé elaborate dalla sapienza antica una serie di principi, di tecnologie del sé, che erano in qualche modo il punto di partenza per costruire una sorta di resistenza del soggetto rispetto alla diade potere-sapere. E, non vi poteva essere una reale e profonda cura di sé senza una preliminare autenticità nel voler scrutare il proprio io e raccontarlo senza remore. La parresìa, il parlar franco, su cui tanto si sofferma Foucault nelle sue ultime ricerche, è una dimensione che richiede il rischio della verità, verso se stessi prima ancora che verso gli altri. Non è un caso che Foucault abbia riflettuto assiduamente sul potere di soggettivizzazione di questa pratica di verità  e di autoanalisi che, assieme alla paideia e all’esempio del maestro riverito da tutta la collettività, era tra i principali percorsi di ricerca e costruzione del sé nell’età antica. 

In epoca moderna, la confessione e poi le guide e gli esercizi spirituali fanno parte di una tradizione cristiana che di certo non possiamo trattare in poche righe. Al percorso di coltivazione di una retta spiritualità e personalità si affiancavano anche i meccanismi di controllo esterno della Chiesa istituzione. Tribunali della coscienza, il classico libro di Adriano Prosperi, ha evidenziato le strategie e le tecniche di repressione, controllo e mobilitazione delle coscienze dei credenti attuate dalla Chiesa cattolica in età moderna attraverso, rispettivamente, il tribunale dell’Inquisizione, le tecniche di confessione e le missioni tra le classi popolari. Per quanto lo studio sia dedicato all’Italia, l’approccio è estensibile anche in altri paesi, a partire da quelli di lingua spagnola. In quell’epoca per la stragrande maggioranza della popolazione la propria vita interiore si sovrapponeva e si intrecciava con il vissuto religioso: interiorità e spiritualità sono due termini pressoché intercambiabili e la sorveglianza delle coscienze avviene tanto attraverso i riti collettivi (processioni e funzioni religiose cui tutta la cittadinanza era chiamata a partecipare pena il sospetto e l’ostracismo), tanto attraverso lo scrutinio non solo delle azioni compiute, ma anche delle pulsioni e dei pensieri. 

Lo psicoanalista che a inizio del secolo scorso iniziava a sostituirsi al confessore come guida alla ricerca di un equilibrio interiore, sostituendo la colpa con la pulsione, la repressione con il desiderio, forse non avrebbe mai immaginato gli sviluppi delle neuroscienze e il loro impatto sulla psicologia comportamentale. Iniziare a “vedere” il cervello in funzione ha consentito lo sviluppo di tecniche che hanno definitivamente messo in soffitta l’illusione della volontà per sostituirla con la creazione di pattern capaci di predire e modificare comportamenti e reazioni delle persone. 

 

Tecnologie digitali del sé

Per Foucault i processi di soggettivazione si basano su tecnologie del sé “che permettono agli individui di eseguire, coi propri mezzi o con l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima – dai pensieri, al comportamento, al modo di essere – e di realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi allo scopo di raggiungere uno stato caratterizzato da felicità, purezza, saggezza, perfezione o immortalità

I tre momenti del rapporto dei soggetti con la loro interiorità che ho tratteggiato –  l’introspezione, la confessione e l’analisi – erano caratterizzati tutti da un rapporto con un maestro: rispettivamente il saggio, il sacerdote, lo psicanalista. Le nuove app di crescita personale introducono una variabile assolutamente inusitata nella storia dei percorsi di trasformazione di sé stessi: un attore digitale, basato sull’intelligenza artificiale, cui si delega l’ortopedia del soggetto nell’epoca digitale. La figura dello psicoanalista, che tanto ha caratterizzato non solo la società, ma anche le arti negli ultimi centocinquant’anni, forse è destinata a tramontare.

In questo senso siamo ben oltre il quantified self: gli apparati di rilevazione delle condizioni fisiche della persona (i wearables: orologi, bracciali, lo stesso smartphone e altri sensori) passano dall’essere giustapposti fino a diventare in qualche modo incorporati, così da poter rilevare costantemente i parametri oggetto di misurazione e controllo. Il quantified self alla fin fine sembra quasi inoffensivo nella sua intelligibilità: misuro i tuoi parametri vitali, li correggo o li curo (e li vendo a terzi). Raggiungiamo ancora in una dimensione in qualche modo esterna o almeno legata solo al corpo visto come una macchina che produce determinate prestazioni. 

Con le app dedicate al benessere ci troviamo invece in una dimensione del tutto interiore: non più la dataficazione di comportamenti dell’individuo e di eventi attorno ad esso, ma la costruzione della stessa personalità, l’indirizzamento dei pensieri, dei comportamenti, delle abitudini, dei valori. 

Per quanto certi consigli possano suscitare sicuramente ironia, le migliori app in circolazione nascono dall’unione tra l’analisi dei Big Data, l’Intelligenza Artificiale e le teorie psicologiche comportamentali più avanzate. Happify è basato sulle ricerche di Martin Seligman e Christopher Peterson, che nel loro classico testo Character Strengths and Virtues hanno classificato ventiquattro specifiche forze sotto sei ampie qualità che si ripetono nella storia e nelle diverse culture: saggezza, coraggio, umanità, giustizia, temperanza e trascendenza. Fabulous nasce invece in collaborazione con il laboratorio di economia comportamentale della Duke University guidato da Dan Ariely, il cui libro più celebre è Predictable Irrational. The Hidden Forces That Shape Our Decisions, che ha dimostrato quanto emozioni, aspettative, presupposti culturali e sociali incidono sulle decisioni “razionali” che prendiamo e come si possa anche prevedere l’irrazionalità alla base di tanti processi decisionali.  

I livelli di profilazione di queste app raggiungono un livello tale di granularità che consente un alto grado di attivazione della diade predittività/prescrittività. Nel mondo dei Big Data la capacità predittiva di uno strumento o di un ambiente è strettamente correlata alla sua capacità prescrittiva. Quante più informazioni vengono accumulate su una persona, tanto più si potranno prevedere i suoi comportamenti e le sue reazioni a determinate sollecitazioni. Le previsioni confermate aumentano la fiducia e la capacità prescrittiva di un sistema, anche di una semplice app. Prescrizione e predizione finiscono così per alimentarsi a vicenda, creando un ambiente in cui il soggetto viene quotidianamente guidato grazie alla comprensione dei suoi meccanismi profondi di scelta applicati a una massa di dati cui finora nessun neuroscienziato aveva potuto accedere. 

Il mio e-guru personale allora è ben più di uno strumento di automiglioramento. Va anche oltre il semplice controllo e la datificazione dei miei comportamenti, perché non si ferma più a rilevare il presente e a collegarlo al passato, ma pianifica e programma le scelte future. 

Se la figura classica del mentore era quella di un saggio che accompagnava il tuo percorso di soggettivizzazione, oggi non vi è più bisogno di presupporre un soggetto, perché la massa di dati accumulata verrà inquadrata nei pattern comportamentali definiti per prevedere e indirizzare le scelte della vita di quello che un tempo veniva  chiamato soggetto. 

Al mentore si sostituirà dunque l’e-guru tascabile, qualcosa, considerato come un qualcuno, che ti accompagna, ti assiste, ti fa evolvere, ti fa riflettere su te stesso, ti fa scoprire il tuo io che ha scoperto lui, ti spinge a fare delle scelte, te ne precluderà molte altre.  

 

Bibliografia

Dan Ariely, Predictably Irrational: The Hidden Forces That Shape Our Decisions, Harper Collins, 2008

Marco Aurelio, Pensieri. A se stesso, Garzanti, 1995

Sara Baranzoni, Foucault e la Filosofia Antica, Cura, esperienza e scrittura di sé, 2016

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiaantica/baranzoni.pdf

Moreno Montanari, La filosofia antica come esercizio spirituale e cura di sé nelle interpretazioni di Pierre Hadot e Michel Foucault, 2013

Michel Foucault, Tecnologie del sé, Bollati Boringhieri, Torino 1993

Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982), Feltrinelli, Milano 2003

Michel Foucault, Il coraggio della verità. Il governo di sé e degli altri (1983-1984), a cura di M. Galzigna ed F. Gros, Feltrinelli, Milano, 2011

Peterson, Christopher, Seligman, Martin E.P., Character strengths and virtues: A handbook and classification. Oxford University Press. 2004

Pablo Abend, Mathias Fuchs (eds.). Quantified Selves and Statistical Bodies in Digital Culture and Society, Vol. 2 2016 Issue 1, https://leseprobe.buch.de/images-adb/04/c9/04c9c5a8-ec19-49d0-bda2-2b2d343081e4.pdf

 

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Corpi: I, II, III.

I
Quanti corpi indossiamo nel corso di una giornata digitale?
Attraverso quali corpi ci rappresentiamo agli altri, sperimentiamo il mondo e ne veniamo sorvegliati?
Se Deleuze, sulla scorta di Spinoza, si chiedeva “Cosa può un corpo”, oggi è il tempo di chiederci “cosa può un corpo attraverso il digitale”?
Quello che ancora ci ostiniamo a chiamare soggetto, dal digitale viene scomposto in infinite variazioni, componenti che si frammentano e di continuo si ricompongono non solo in base alle nostre azioni, ma soprattutto in relazione agli sguardi del nostro pubblico e di chi li interpreta e li riorganizza come costellazioni di dati.
Il corpo univoco, irrevocabile, oggetto storico di cure e correzioni, oggi è meno che le infinite immagini che generiamo da esso. L’identità univoca che il corpo doveva testimoniare lascia spazio alle anamorfosi del digitale.
Potremmo allora parlare di una schizofrenia del digitale? Anche, perché il digitale impone a tutti i suoi fruitori delle pretese, delle attese e degli ordini di comando e controllo spesso in conflitto tra loro. Lo stesso Eugen Bleuler, lo psichiatra che battezzò il termine schizofrenia, voleva evidenziare la separazione tra personalità, pensiero, memoria e percezione dei malati. Il digitale separa e pretende separati le componenti del nostro essere che per secoli, le religioni, le filosofie, le culture, gli Stati, le psicologie e altri addetti all’identità avevano faticosamente cercato di tenere il più attaccate possibile a questo fantasma chiamato soggetto.
Fondamento moderno del mondo, il soggetto assunse da Descartes e nei secoli in avanti una mansione titanica: divenne la soggettività che ordinava il mondo attraverso la parola. Di fronte alla beffarda cangiabilità del mondo e dello stesso corpo, identità e permanenza erano garantite dal cogito, da un pensiero che dialogava con se stesso nella sua interiorità non per rinchiudersi in sé, ma imporre la sua ragione al mondo, acquisendone progressivamente nuovi territori. Il pensiero e l’io non erano separati, l’uno si manifestava nel e con l’altro e viceversa. E il corpo? Il corpo nient’altro che un’accidente, per definizione fallace.
E dunque per secoli l’interiorità, la profondità dello spirito, è stata esaltata in quanto vera realtà dell’individuo, analizzata come origine del suo successo e delle sue nevrosi, disciplinata con specifici esercizi per evitare che sprofondasse portando con sé il mondo o che divenisse vittima dei suoi stessi moti centrifughi.
Tranne l’isola concettuale di Spinoza, per secoli l’essenza di un individuo è stata riconosciuta in maniera eminente ed esclusiva dal suo pensiero e dalle sue parole. Per questo bisognava “coltivare lo spirito”, “alimentare l’anima”, padroneggiare i concetti e la verbalità per poter affermarsi. Il corpo era semmai un inciampo, un mero sostegno fisiologico della mente da coprire, sorvegliare per evitare che inquinasse la purezza del pensiero.
Ma la digitalizzazione del mondo ha ribaltato questa visione. Oggi siamo non solo circondati dai corpi diffusi dai nostri apparati digitali, ma questi corpi nell’ambiente digitale manifestano una propria autonomia, un proprio linguaggio, una propria capacità di produrre contenuti, quantificabili e monetizzabili. Decine di milioni di persone in tutto il mondo, manifestano la loro modalità di rappresentazione, di racconto e di comunicazione attraverso il corpo. Niente di verbale, se non frasi minimali, interiezioni, emoticons. La disciplina del se per avere pensieri chiari e distinti da manifestare con un linguaggio adeguato svanisce, così come si stingono intere tradizioni educative basate su questi principi. Il logos prodotto dal pensiero soccombe all’eidos generato dai corpi.
Il corpo, nelle sue infinite possibilità di manipolazione digitale, diventa il principale strumento di comunicazione ed espressione del sé. Solo il corpo esposto e visto dai followers, in un rimando continuo. Con il corpo digitale non si comprende se stessi, ma si capisce cosa cercano gli sguardi digitali che su di esso si soffermano.
Viviamo la prima epoca in cui corpo e visione si sono uniti per generare una nuova estetica, intesa in senso originario, una nuova forma di percezione del mondo inquadrata dai dispositivo algoritmici, i quali controllano le modalità di presentarsi al mondo e di vivere in esso.
Ma c’è di più: per potersi riprodurre e perpetuarsi, gli algoritmi delle piattaforme social si rendono parzialmente trasparenti e operabili: solo così diventa possibile la promozione/produzione/estrazione di massa di contenuti e dati che ha consentito la costruzione di milioni di personalità digitali. Che si manifestano attraverso il loro corpo.
Dopotutto, chi saremmo noi, o almeno gran parte di noi, senza il nostro affezionato pubblico sui media sociali? E d’altra parte, cosa sappiamo noi del nostro corpo digitale, da cui si estraggono costantemente dati che successivamente disciplinano il nostro corpo e prevedono le nostre azioni?

 

II
Scorrono immagini sulle nostre dita. La liscia superficie dello schermo ci restituisce un mondo senza profondità. Ma ha senso oggi la profondità? Un altro ricatto del passato che svanisce. Già von Hofmanstahl ammoniva: “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”.
Tra questa superficie all’apparenza omogenea nelle sue manifestazioni eteroclite si nasconde spesso un lavoro di scavo per hackerare l’algoritmo e raggiungere la celebrità tanto vagheggiata. Instagram ha creato non solo una nuova economia e una nuova estetica, ma soprattutto nuove manifestazioni del sé
Oltre 850 milioni di esseri umani hanno oggi un account Instagram. Nel 2023 saranno un miliardo. Ma soprattutto Instagram e fratelli (Snapchat, 17, TikTok) sono i social media più usati da giovani e giovanissimi. Il social media consolidato, ovvero presente da almeno tre anni, che cresce maggiormente per ricavi pubblicitari: dai 6,4 miliardi di dollari di fatturato del 2018 agli oltre 20 miliardi del 2020. Qualsiasi brand oggi deve essere su Instagram se vuole essere visibile ai Millennials, ma soprattutto alle generazioni Z e Alpha: l’attenzione, la catechetica del brand, va conquistata da piccolissimi.
Quanti si chiedono del perché di questo successo che ha creato un numero sterminato di nuovi soggetti economici che intrecciano contenuti che creano con gli algoritmi della piattaforma? L’estetica di Instagram non è quella che Lev Manovic definisce Instagramism, una sorta di asettico stile lineare, univoco e sostanzialmente insignificante ben rappresentato dal minimalismo in stile Apple e dalla grafica della rivista Kinfolk. No, Instagram è molto meno apollineo di quella di idea da catalogo Ikea per la global upper class che ha in testa Manovic con la definizione di aesthetic society.
Su Instagram non vi è una qualche società, in qualche modo coagulata da una estetica condivisa, o almeno considerata prevalente. Instagram è il social media dei corpi, dei corpi singoli, molto più di tutti gli altri social media.
Gli influencer e gli aspiranti tali mettono a valore il loro corpo, lo espongono, lo esaltano e ne traggono infinite variazioni per catturare l’attenzione dei follower. Ma che corpo ci appare?
La fisicità di questi corpi è tanto estremizzata da diventare un iperreale. E su piattaforme come Instagram, TikTok o 17 il corpo trasvaluta significante e significato, dimostrando quanto dicotomie siano obsolete, indice di un modo di pensare ancora banalmente suddiviso tra forma e contenuto, tra immanente e trascendente, addirittura tra buono o cattivo.
Il corpo digitale è una unità minima su cui si possono applicare infiniti strati di significato, così come ad esso possiamo applicare infiniti filtri VSCO. Il corpo è una unità molteplice, la cui principale forza sta nella ripetitività della rappresentazione: tanto maggiore apparirà o riapparirà quel corpo grazie alla qualità dei contenuti e all’aderenza alle attese dell’algoritmo, tanto maggiore sarà la sua capacità di attrazione, il suo magnetismo verso nuovi followers.
Come aveva anticipato Deleuze: “Il linguaggio digitale del controllo è fatto di cifre che segnano l’accesso all’informazione, o il rifiuto. Non ci si trova più di fronte alla coppia massa/individuo. Gli individui sono diventati dei “dividuali”, e le masse dei campioni statistici, dei dati, dei mercati o delle “banche”. Ma cosa è il dividuale se non le infinite schegge prodotte della dissezione del vecchio soggetto compiuta dalle tecnologie digitali e social, configurazioni di dati lanciate di continuo nell’universo digitale, come emissioni di energia di una supernova.
Specialmente su Instagram il corpo è una possibilità totale.


III
Pigri analogie vedono l’esibizione del corpo come la ripetizione delle dinamiche della pubblicità sui media tradizionali. Ma si tratta di due dimensioni cognitive radicalmente diverse. La pubblicità tradizionale (televisione, radio, cartacea, cartellonistica, come anche i siti web) è sempre condizionata dal contesto entro cui si manifesta e alla necessità di sospenderlo per rendersi rilevante.
Il flusso televisivo o radiofonico, l’impaginazione di un quotidiano o di una rivista, le dimensioni dello schermo, il contesto fisico entro cui appare il cartellone: il messaggio pubblicitario deve sempre tenerne conto per poter ricostruire in pochi millesimi di secondo un nuovo contesto cognitivo che renda efficace e memorizzabile il suo messaggio.
Una pubblicità che non indispettisca il suo fruitore è sempre stato il sogno di ogni creativo. E una parte del successo di Google nasce proprio dalla capacità di veicolare messaggi pubblicitari non più peregrini, ma contestuali agli interessi e ai bisogni immediati del consumatore. Con lo sviluppo degli algoritmi predittivi, oggi le piattaforme anticipano addirittura quello che un consumatore si propone di desiderare.
Ma Instagram va molto oltre.
La potenza di Instagram sta nella forza simbolica dell’oggetto svincolato da ogni interpretazione che possa indebolire il suo magnetismo.
Il logos, nella sua illusoria comprensibilità, rende accettabile l’originaria violenza dell’altro da noi che si manifesta. Ogni slogan, ogni claim, ogni argomentazione, ogni pensiero crea degli strati protettivi tra noi e il mondo, affinché non veniamo sopraffatti da esso. Il distanziamento dalle cose ci consente di manipolarle e di dominarle. Richiamarsi alla razionalità o all’emozionalità per promuovere una persona, un servizio, un oggetto, ancora ci protegge dal turbamento dell’alterità. Qualcosa che ci procura piacere o fastidio od odio, razionalmente o meno, è già comunque pre-compreso da noi.
Ma che sia un corpo, un volto, uno sguardo, un oggetto, un marchio, Instagram ce lo propone nella sua oggettività totale. Una oggettività originaria, che precede i significati che possiamo dargli. Scarnificato dal contesto, l’oggetto diventa qualcosa d’altro: possiamo ancora riconoscere un marchio, un corpo o uno sguardo. Ma quella manifestazione non va oltre la conferma della manifestazione di quel marchio, di quel corpo, di quello sguardo. Quella manifestazione primigenia acquisisce una forza magnetica, ipnotica. La successiva ripetizione di quel corpo, di quel marchio, di quello sguardo, rafforza questo rapimento cognitivo.
La fotografia dei grandi fotografi ha inteso sempre sollecitare una riflessione su di sé da parte di chi la fruisce, anche nelle sue formule più astratte.
Chi ancora pensa che Instagram o gli altri siti social di condivisione di immagini abbia una forte affinità con la fotografia o non ha capito gli uni o non ha mai capito l’altra. Su Instagram l’immagine si dà e nulla più, non pretende un’interpretazione, non pretende di attivare le conoscenze e la memoria di chi la vede. Non parlo naturalmente delle immagini documentali, quelle dove si vuole cogliere il momento, sia esso legato a un bambino, a una coppia, a un paesaggio o a una rimpatriata tra amici. Intendo invece le immagini dove un unico soggetto, il corpo o una sua parte, domina l’intero spazio della cornice.
Il corpo così mostrato ha una potenza epifanica, atemporale, prelogica. Si afferma di per sé.
Instagram, per quanto abbia la possibilità di apporre didascalie e commenti alle immagini, non consente in sostanza argomentazioni come su Twitter o Facebook. Infatti i commenti si limitano a semplici reazioni positive o negative, complimenti o insulti, reazioni spesso ridotte a emoticons o acronimi.
Il corpo su Instagram non è il soggetto lacerato che ci ha consegnato la psicanalisi e tanta parte della letteratura. Il corpo esposto su Instagram è un monolite, precedente a ogni conflittualità. Non intende neanche proporsi come un io risolto nelle sue contraddizioni: nella sua semplicità è una unità che non ha bisogno di risolversi. ll corpo va esibito per essere contemplato, il Like è un adesione prelogica, di tipo religioso, che prescinde da metri di giudizio che non siano quelli della mera adesione acritica. Il corpo viene osteso come una icona, che non è oggetto di scrutinio, ma di fede. iI web consente, come ricorda il collettivo Ippolita, “una costruzione ossessiva del profilo pubblico” per tendere a una “pubblicità riuscita di se stesso”.
Può d’altra parte esistere un narcisismo senza uno specchio? Lo specchio sono i follower, i loro Like. Il narcisismo digitale non è, banalmente, l’innamoramento di se stessi. Ma il narcisismo digitale non parte da uno specchio, ma dalla costruzione di un’immagine, di un corpo che ha solo una parzialissima corrispondenza con il soggetto che li ha generati. Mentre la trattazione classica del narcisismo parte da un desiderio di ammirazione e di conferma di una immagine in qualche modo coincidente tra se stessi e il mondo, l’immagine digitale è una costruzione frutto della capacità di padroneggiare algoritmi di manipolazione delle immagini, algoritmi di ordinamento, algoritmi di ricerca e così via. Il lavoro di costruzione del sé in forma di corpo digitale è stato ancora poco studiato ma meriterà sempre più studi.
Per questo è semplicemente fuori strada chi applica la vecchia teoria degli opinion leader alle star di Instagram. Su Instagram raramente si fa strada un’opinione e di certo il mezzo non consente né l’argomentazione né il suo algoritmo premia questi contenuti. Le star di instagram non sono opinion leader ma icone, mere rappresentazioni visuali da contemplare rapiti, una theoria di icone ha oggi sostituito nell’immaginario di giovanissimi e giovani i santi dell’educazione religiosa di qualche generazione fa.
La ragion d’essere delle icone è nella loro capacità di rinviare lo spirito a una dimensione ulteriore da quella ordinaria, l’ultraterreno inattingibile che può essere inteso solo come un inevitabile rinvio.
Il rinvio oggi è tutto mondano, rinvio alla prossima immagine, alla prossima epifania. Rinvio alle precedenti apparizioni dell’icona. Il circolo semiotico è tutto compreso nella piattaforma.
SeIfie: icona dell’immanenza.

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