Mese: gennaio 2017

La rivolta degli oggetti

Narrazioni

La rivolta degli oggetti

Guardo per un secondo fisso lo spioncino e la porta elettronica si apre lentamente.

Dopo una giornata sfiancante è bello risparmiarsi la fatica di cercare le chiavi, addirittura poter evitare di portarsele appresso quando si esce, magari molto presto la mattina. La chiave della mia casa sono i miei occhi. Meglio: il mio iride.

E poi lo sanno tutti che sono un distratto. Non so quante volte ho lasciato in giro le chiavi della macchina, quelle di casa in ufficio, il portafoglio a casa, i cellulari nella sala dove avevo avuto qualche riunione. Ecco perché quando ho cambiato casa ho preteso una che avesse tutte le ultime apparecchiature della domotica, una casa intelligente, “smart living” diceva lo slogan pubblicitario. Non lo so se sia smart, certo però che è comodo.

Prima ogni volta che uscivo di casa per un viaggio dovevo verificare più volte se avevo addosso la santa trinità della tranquillità domestica: chiavi, portafogli e cellulari. Perdevo minuti nel tastarmi le tasche della giacca e del cappotto, oppure nel controllare in valigetta, oppure, ancora, a cercare per casa un cellulare, il portafoglio o, peggio, un documento di identità. Oggi non più, anche quando esco negli orari più antimeridiani, ancora stordito dal risveglio e dalla stanchezza della giornata di lavoro precedente, il monitor interno della porta elettronica mi ricorda dove stanno le cose. La voce guida mi indica cosa portare in viaggio: “Oggi andrai in un paese extra Shengen: ti se ricordato il passaporto? L’ultima volta lo hai riposto nel secondo cassetto del mobiletto in stanza da letto”. “Il cellulare privato è sul tavolino in salotto”. “Il cellulare aziendale sul quale è squillata la sveglia lo hai portato con te in bagno”. “Il taxi arriverà tra sedici minuti… tra dieci minuti, tra cinque minuti, tra due minuti,… la telecamera esterna ha rilevato l’arrivo del taxi che ti aspetta all’ingresso”

Sono avviluppato in un flusso di informazioni che gli oggetti si scambiano per rendermi la mia vita meno ansiosa e satura di inezie da seguire. A volte forse mi sono sentito eterodiretto da questi messaggi, ma poi sempre più mi accorgo di quante attività ripetitive, inessenziali, meccaniche, assorbivano le mie energie mentali. Con l’internet of things gli oggetti di casa mi parlano, se voglio io, e li zittisco quando voglio.

Ricordo anni fa, appena divorziato: rientrare in casa mi metteva tristezza e oppressione, la desolazione di oggetti muti e indifferenti, su cui lo sguardo scivolava indifferente e indispettito, se non rabbioso, quando ancora credevo di aver subito un’ingiustizia e non una liberazione. Girando per casa perso a cercare le cose, mi sentivo orfano di un dialogo che pure negli ultimi mesi era diventato carico di stizza e di risentimento reciproci. Non sapevo dove trovare questa cosa e quest’altra, mi facevo sopraffare dalla rabbia quando intere ore passavano a cercare documenti e cose. Le odiavo, le odiavo perché esse, con il loro nascondersi, mi ricordavano chi riusciva a farmele trovare e sapeva sempre dove si trovavano.

Per quanto possa sembrare incredibile, non ho mai conosciuto le donne delle pulizie degli ultimi due appartamenti. Quasi ogni giorno sono in viaggio, e quando non lo faccio devo riordinare e pianificare il lavoro dell’ufficio: dalle 7 del mattino alle 9 di sera questa donna ha dunque tanto tempo per pulire e riassettare la casa. Nel fine settimana spesso sono assente e comunque lei (o loro?) hanno l’ordine di non venire.

Nel penultimo appartamento mi irritava scoprire le tracce del passaggio della domestica. Le tazze riposte al loro posto, quando io preferisco averne una sempre vicino al pc. La macchinetta del caffé smontata, sciacquata e messa ad asciugare nella rastrelliera, mentre io preferisco lasciarla vuota sulla piastra spenta, perché così l’alluminio si impregna del profumo del caffè. Il letto rifatto perfettamente, che mi ricordava troppo le tante camere di albergo che sono costretto ad attraversare ogni mese. Ogni scelta e ogni oggetto veniva riposto dove è più logico che si trovi. E spesso io non li ritrovavo. Perché le cose della mia casa devono seguire le logiche di una estranea? Secondo quale logica poi? Non abbiamo forse diritto a sceglierci le nostre logiche?

Nel nuovo appartamento queste contrarietà sono quasi sparite. Appena lo chiedo, la voce guida mi indica dove si trova ogni oggetto, ovunque lo abbia riposto io o la donna delle pulizie. Gli oggetti non sono più un’ansia o un rammarico, ma sono tornati ad essere ingombri necessari dell’esistenza.

Eccomi dunque disteso sul divano e in mutande, intento a bighellonare tra video e film via Chromecast. Ma sono troppo stanco, sono già le undici e domani alle 4.15 ci sarà la sveglia e il taxi per l’aeroporto alle 4.45. Sono tentato dal cedere alla spossatezza sul divano, un piacere che mi ricorda l’infanzia, quando, ranicchiato su mio padre, affondavo nel sonno per poi ridestarmi per un attimo nel lettino prima di addormentarmi. Sto quasi per cedere a questo piacere antico quando mi rendo conto che dormire sul divano mi farebbe svegliare ancora più intontito e finirei per passare una mattinata in stato catatonico. Il fresco dell’impianto di condizionamento del salone mi farebbe risvegliare quasi in ipotermia. Mi risolvo a fare i pochi metri che mi portano in camera.

Entro nel letto con le lenzuola pulite. Mi stiracchio e lascio che la morbidezza fresca delle lenzuola accarezzi le gambe. Sono pronto, vorrei che mi prendesse il sonno, ma non arriva. Troppi caffè, troppi viaggi, troppe discussioni, troppe informazioni da rimandare a mente per gli appuntamenti di domani. Sono stordito da un desiderio di sonno che non arriva. Mi sento poco lucido, sfibrato da una stanchezza figlia di una tensione prolungata. Cerco di rimanere immobile in una posizione e poi mi giro e mi rigiro, inquietato da una promessa di sonno che mi sfugge. Voglio dormire. Ricordo alla voce guida il nome e lei subito mi ricorda che il sonnifero sta sul terzo scaffale a destra dell’armadietto del bagno. Ingoio la pasticca rapidamente e resto così, nel letto a occhi chiusi ma vigile, fino a quando poi riesco a entrare in un torpore prossimo al sonno.

Sento una voce maschile stridula invadere il mio sonno, non la distinguo da un sogno, ma riconosco che non arriva da dentro me stesso, ma dall’altra stanza. La voce di Lino Banfi. Sì, inconfondibile. Avrò lasciato lo schermo acceso. O forse è il pc. Ma devo alzarmi, pur barcollando. Ecco, la riproduzione automatica di youtube starà su un filmetto di Banfi, partita chissà come quando ho messo il pc in sleep mode. Lo schemo è nero, però. Si sente solo l’audio. Devo forzare lo spegnimento dell’apparecchio.

Di nuovo a letto. Lino Banfi. Chissà quale collegamento avrà trovato l’algoritmo di youtube per far partire quel video. Ma voglio dormire. Ho poche ore per il sonno e domani in aereo dovrò leggere il fascicolo del cliente che incontrerò alle undici. Ripasso mentalmente alcuni passaggi delicati che dovrò toccare nel corso del colloquio e il solo pensiero mi agita. Mentre cerco di ritrovarmi nel letto la voce querula di Banfi mi rimbomba ancora nelle orecchie. Mi fa sorridere, ma anche questo rischia di farmi perdere quel barlume di sonno che avevo acchiappato.

Tutto è a posto ora. Cerco di fare un veloce controllo girando mentalmente per le stanze ma preferisco lasciarmi crollare nel sonno.

La piastra. Ho lasciato la piastra accesa dopo avermi preparato il te. Cosa accadrebbe se lasciassi la piastra accesa tutta la notte? Un incendio provocato dal calore? Morirei carbonizzato mentre l’appartamento va a fuoco? Oppure il sensore si accorge del pentolino vuoto, potrei lasciar stare tutto e dormire queste cinque ore che mi restano senza alzarmi? Non so se ce la faccio ad alzarmi. Allora lascio perdere. Però sarebbe una fine da cretino. Vado a vedere. Arrivo in cucina dove credevo di trovarmi avviluppato dal calore. Invece no. Tutto come al solito e piastre spente. Accendo e rispengo. Tutto come al solito. Come ho fatto a sbagliarmi? Meglio così. Buttiamoci a letto.

Finalmente posso dormire senza altri pensieri. Ma come dormire? Non ci riesco. Stanchezza e ansia si impastano dentro di me e mi fiaccano senza portare sonno. Ho paura che arrivino altri pensieri, altre paure da smentire. Come il ferro da stiro. Che è sicuramente spento. Certamente spento. Indubbiamente spento. Assolutamente spento. Cerco di convincermi con la logica ma ho bisogno di una nuova fotografia della situazione per tranquillizzarmi. Un breve click. Mi alzo quasi fresco. Vado. Ecco, era spento, mi rigiro a controllare. Spento. Presa staccata e a terra, ferro sull’asse. Tutto pronto ma inoffensivo. Posso tornare a letto. Con gli occhi sopraffatti dal sonno, mi muovo come un sonnambulo verso il letto, tastando il muro, appoggiandomi ad esso, strisciandovi quasi, pregustando il momento in cui potrò tuffarmi nel letto. Un dolore lancinante allo stinco. Lancio un ululato sommesso. E mi lancio sul letto. Digrigno i denti. L’ultimo cassetto del comodino rimasto aperto da stamattina. Soffro, il cuore mi sobbalza, passando dal torpore al dolore. Nulla si è rotto ma il dolore persiste. Mi calmo a poco a poco. Il cuore si sfianca e sfuma i battiti. Forse la conseguenza di quest’ultimo sbalzo porterà il mio corpo spossato a distendersi. Mi stendo aspettando il sonno.

I vari trambusti hanno stimolato la vescica. Ma posso resistere. O no? Ce la faccio. Mi piscio nel letto. Lascio perdere. Mi sento perdere qualche goccia. Devo alzarmi. Ad occhi chiusi e tastoni arrivo in bagno, dove mi abbasso le mutande, mi appoggio al muro, mi libero. E sento schizzarmi sulle gambe il piscio che batte sulla tavoletta del cesso abbassata. Sono mortificato mentre mi accorgo che boxer, cosce, gambe, piedi, pedalini sono tutti impregnati del mio piscio cieco. Devo togliermi tutto e buttare nel cesto, mentre attorno alla tazza il piscio acido è schizzato torno torno. Apro solo adesso bene gli occhi, feriti dalla luce e dal puzzo. Mi viene da lacrimare, per la situazione e il bruciore che mi provocano la puzza e la luce. Prendo la carta igienica e pulisco il grosso così, quasi alla cieca. Entro nella doccia per sciacquarmi, mentre grazie al flusso dell’acqua completo l’opera di svuotamento, almeno al sicuro.

Nudo entro nel guardaroba, si aprono i cassetti dei pedalini e delle magliette da notte. Non il cassetto delle mutande. Non ho tempo per contrariarmi, ci penserò tra qualche ora. Indosso la maglietta e lascio perdere i pedalini. Torno a letto, con i piedi che ancora soffrono il freddo della doccia notturna. Questo freddo ai piedi non mi lascia dormire. Provo allora a sfregare le piante dei piedi con la coscia opposta, ma questo movimento mi fa svegliare del tutto e sento di aver perso di nuovo il sonno.

Mi metto di fianco, con gli occhi sbarrati a fissare il muro di fronte al letto. Cosa fare? Perché non rinunciare a dormire, chiamare un taxi e arrivare in netto anticipo all’aeroporto? Controllo l’ora, ma è ancora presto, appena l’una e un quarto. Arrivare tra quarantacinque minuti all’aeroporto significherebbe rischiare di trovarlo chiuso o ritrovarsi tra la fauna lugubre che cerca un giaciglio caldo sulle poltrone e negli anfratti più improbabili dello scalo.

Prendo il cellulare e con gli occhi socchiusi faccio partire una musica dall’impianto di diffusione stereo. Cerco qualcosa di rilassante e scelgo il canale ambient-meditazione. La musica si diffonde con battiti caldi ed è quello che ci vuole. Ora è la volta buona, posso anche provare a immaginare qualcosa di sereno per distendermi, tipo una spiaggia d’inverno, la luce cinerea e diffusa del cielo, la brezza del mare sul volto. Entro ora in uno stato di dormiveglia e sono disteso, davvero disteso, fino a perdere coscienza, spossato.

Il ritmo sincopato e stridulo della sveglia del cellulare si sovrappone alla musica morbida che ancora satura la stanza. Mi stupisco che debba già alzarmi e che il sonno sembri durato così poco. Al buio tasto il cellulare e faccio scivolare le dita sullo schermo per fermare il suono della sveglia. Voglio restare ancora sotto le lenzuola per qualche minuto perché davvero non mi sembra di aver dormito tre ore ma poi mi ricordo che avevo messo la sveglia davvero tardi, giusto il tempo per fare la doccia, rasarmi e andare all’aeroporto. Mi alzo di scatto per buttarmi sotto la doccia e controllo ansioso il cellulare: l’una e quarantasei. Credo di aver letto male. Ficco bene gli occhi trafitti dalla luminosità dello schermo e vedo ancora 01:47. Sono certo di aver fissato la sveglia tra tre ore. Che trucco è questo, come è possibile che la sveglia si sia spostata indietro da sola? Mi lascio andare sul divano e resto con la testa tra le mani, prostrato dalla stanchezza e dalla situazione. Gli oggetti e la tecnologia sono contro di me stanotte. Vogliono farmi esasperare ma non glielo consentirò. Cerco di mantenere la calma: avrò cambiato la sveglia mentre cercavo il canale musicale, ma mi sembra davvero impossibile. Non so cosa pensare se non che sono le due meno cinque e io non so più cosa fare: meno di tre ore e dovrei svegliarmi ma ancora non ho dormito, se non meno di quindici minuti. Non so cosa fare e sono travolto dalla stanchezza e dall’incertezza. Mi viene un gesto di rabbia e lancio la pantofola contro lo schermo gigante, che risponde con un friggìo sommesso e ripetuto, segno che un danno di certo glielo ho procurato, bastardo. Non ho tempo ora di pensare al danno e a quanto sia rimediabile. Mi arrabbio con me stesso anche per questa stupidaggine.

Sono oramai troppo agitato. Non ho più sonno ma solo una spossatezza diffusa che mi porta a essere inquieto per la privazione di sonno. Mi aggiro per l’appartamento in cerca di una soluzione o almeno per sbollire la rabbia. Cerco di cambiare il canale musicale in qualcosa di meno monotono, ma non trovo nulla che in questo momento si allinei con il mio stato d’animo, anche perché non so descrivere il mio stato d’animo. Spengo la musica. Silenzio. Butto sul divano il cellulare. Mi rendo conto di non riuscire a pensare a nulla. Riparte di nuovo la musica. Come è possibile? Salto a prendere il cellulare e e vado sulla app: risulta stoppata. Ma la musica c’è, la sento benissimo. Oppure sto immaginando? No, non la immagino: riconosco questa musica, l’avrò ascoltata anche molte volte, sarà Moby o qualcosa di simile. Come faccio a staccarla? Riprendo il cellulare, faccio ripartire l’applicazione e immediatamente la chiudo. La musica continua. Faccio ripartire e spengo. La musica continua. Lancio un urlo di rabbia. No, adesso spengo il cellulare. Ecco. La musica continua. Non so cosa fare e mi viene voglia di lanciare il cellulare contro il primo amplificatore che individuo ma so che sarebbe inutile e dannoso. Mi stendo sul divano cercando di eliminare dalle mie facoltà il senso dell’udito. Mi accorgo di essere tutto sudato e che l’impianto di condizionamento non si è spento in automatico. Sono svuotato, devo abbandonare questa casa al più presto.

Sono le due e mezza e oramai sono rassegnato a non dormire più. Vale solo la pena prepararsi al meglio alla trasferta. La prima cosa da fare è una bella doccia. Butto la maglietta impregnata di sudore nel vano lavatrice e mi chiudo nel loculo trasparente della doccia. Flussi verticali e laterali di acqua ghiacciata schizzano sulla mia pelle come una tortura. Fuggo dalla doccia cercando l’accappatoio. Come è possibile? La doccia è costantemente sui 36 gradi, come è sempre stata, regolata dal termostato interno del sistema idromassaggio. Non posso crederci e controllo il termostato digitale. Segna regolarmente 36°. Forse è semplicemente la mia agitazione. Riavvio i flussi d’acqua e aspetto trenta secondi all’esterno della doccia nel caso vi fosse un problema con la miscelazione dell’acqua. Riapro la porta della bussola solo per essere inondato dalla stessa acqua fredda di prima.

Rabbia. C’è qualcosa di folle in tutta questa notte. Dovrò rinunciare alla doccia e arrangiarmi con l’acqua del rubinetto. Passo le mani sotto la fotocellula. L’acqua non viene giù. Ripasso, tengo fermo le mani, le alzo e riabbasso di pochi centimetri. L’acqua non viene giù. Non posso, non posso, non posso uscire e andare a un appuntamento di lavoro all’estero senza essermi lavato. Mi inginocchio sul pavimento del bagno. L’unica soluzione è la doccia fredda.

Provo replicare una doccia a un quarto del tempo usuale, con movimenti concitati e ridicoli, ululando sotto gli scrosci di acqua gelata. Ma il moto e il freddo mi svegliano, e mi sento quasi lucido dopo aver indossato l’asciugamani. Sento freddo, certo, ma almeno non ho più quello stordimento che mi aveva preso prima. Mi dedico alla barba. Il rasoio digitale non funziona. Ma oramai non mi irrito più, do quasi per scontato che questa è la notte della rivolta degli oggetti, che l’appartamento è diventato quasi un luogo ostile o almeno non più funzionale alla mia vita. Tra poco uscirò e finiranno gli inconvenienti di questa notte. Poi all’aeroporto, nel bagno del lounge, potrò sempre provare a farmi una barba con le vecchie lamette usa e getta. Il salone è gelido dato che la lieve frescura del condizionatore dopo cinque ore si è trasformata in un gelo quasi solido per il mio corpo ancora umido. Attraverso lo spazio correndo verso la cabina guardaroba dove lo schermo mi indica i completi, le camicie e le cravatte disponibili e abbinabili e la loro collocazione negli armadi. La mia urgenza è vestirmi e scelgo la prima combinazione proposta senza nemmeno ragionarci. Sento una puzza e mi accorgo che il completo è impregnato dell’impasto semigassoso di fumo di griglia, unto, arredamento storico e sudore obeso del locale tradizionale dove mi ha voluto trascinare il cliente l’altro ieri sera. La tipa delle pulizie non lo ha inserito tra le cose da lavare. Come faccio ora? Non voglio svestirmi di nuovo ma devo. Prendo il secondo completo proposto dallo schermo, anche se poi mi accorgo che il principe di galles mal si abbina alla camicia a quadrettini che ho già indossato. Ma ora non voglio cambiare ancora. Non sarà un dramma, spero che il cliente non sia fissato con lo stile e l’abbigliamento.

Sono oramai quasi pronto. “Controllo prima di uscire”. “Controllo prima di uscire”, ripeto più lentamente avvicinando alle labbra il microfono dello smartphone. Nessuno mi risponde. La usuale voce femminile ed elegante è sparita. Devo trovare da me il passaporto, i documenti e le chiavi elettroniche. Trovo la tessera subito, poggiata sul mobiletto all’ingresso. I documenti saranno nel trolley pronto all’ingresso. Controllo: nulla. Perché questa volta anche la donna delle pulizie mi tradisce?

Dove si troveranno? Devo cercare nello studiolo, sulla scrivania nel salone oramai sotto zero, sul tavolinetto in cucina. Non li trovo. Le tre e mezza. Già. E io che credevo che sarei uscito dall’appartamento molto prima del previsto. Dove stanno i documenti? Giro e rigiro per le stanze, scansendo ogni posto e la mia memoria al contempo. Mi viene un’illuminazione. Posso recuperarli dal cloud e stamparli nel lounge dell’aeroporto, se avrò dieci minuti. Ma meglio così.

Ora il passaporto. Che ovviamente non si trova nel solito cassetto. Dove cercarlo? Inizio questa volta metodicamente, dalla stanza da letto, nel cassetto dove spesso lo ripongo le rare settimane che non viaggio. Nel primo cassetto sul lato sinistro, dentro la busta bianca: non c’è. Allora vedo sul lato sinistro del cassetto: no. Allora inizio a scavare nell’affastellato disordine di buste, bustine, depliant, estratti conto, bollette, foglietti e altre carte ora inutili e urticanti. Prendo l’ammasso di carte e cerco di tastarlo per individuare lo spessore rettangolare del passaporto. Mi sembra di individuarlo invece è una tesserina scaduta di qualche supermercato. Passo al cassetto numero due, destinato ad accogliere fascicoli e documenti personali. Sfoglio a uno a uno i fascicoli, sperando che il passaporto si sia incuneato tra essi. Ripeto l’operazione per scrupolo: nulla. Passo al terzo cassetto: libri e depliant. Spingo questi oggetti di lato e in fondo per sperare di individuare il colore mattone che cerco. Passo al quarto cassetto: vuoto.

Ritorno al primo cassetto: qui deve stare. Ricontrollo tutto con un tentativo di calma. Nulla. Che ora è? Lo schermo mi dice 04:03. Ho quaranta minuti. Posso e devo mantenere la calma. Ritorno in questi cassetti, li guardo. E poi penso che deve stare altrove. Mi avventuro nel salone dove la temperatura è gelida ma almeno ora sono vestito. Il tavolinetto. Il divano. La vetrinetta. Lo scrittoio. Scansiono gli spazi senza vedere questo rettangolo marrone. In cucina allora. Controllo il pianale dove a volte, stanco, lo lascio prima di mettermi a mangiare qualcosa di freddo. Non c’è. Il tavolo grande della cucina. Non c’è. Vado all’ingresso. Lo svuotatasche. Vuoto. Ecco, mi viene un’idea: lo avrò lasciato in qualche completo. Corro nella cabina guardaroba dove lo schermo mi dice che sono le 04:23. Ho ventidue minuti e devo rimanere calmo. Inizio a tastare, prima con metodo e poi freneticamente tutti i completi, tutti i pantaloni. Nulla.

Mi rivolgo al cassetto di prima. Prendo tutti gli strati di carte, li sollevo e li sbatto sul pavimento. Inizio a cercare a carponi tra questo tappeto di carte. Non c’è. Le 04:39. Sono tutto sudato, di nuovo. Torno in salone anche per avere un po’ di aria fresca, visto che inizia a mancarmi il respiro. Cosa fare? Ho ancora sei minuti prima che arrivi il taxi. Mi metto a cercare sotto il divano, sotto le sedie, sotto qualsiasi posto che possa nascondere un rettangolo di mezzo centimetro di spessore. Non lo trovo. Il taxi è arrivato, di certo, anche se la voce guida è ancora muta. Perderò l’aereo, perderò l’appuntamento, perderò il lavoro, perderò tutto. Al pensiero mi scatta dentro una rabbia definitiva. Prendo la prima sedia e inizio a spaccarla sul pavimento. Una seconda. Spingo il divano al centro e lo prendo a calci. Svello il maxi schermo dai portanti e lo sbatto sul pavimento. I cristalli sbriciolati mi piagano le mani e schizzano sul volto, sento rivoli di sangue sul volto e la vista che si annebbia. E allora non è finita. Prendo un’altra sedia e la lancio contro la vetrata. Lo scroscio dei vetri è fragoroso e duraturo. Non mi basta. Un’altra sedia deve distruggere il maledetto condizionatore che mi ha congelato il cervello. Sbang. Sbang. Non si ferma al primo colpo ma al secondo sì. E adesso ancora. Le lampade da terra del salone. Eccole, la mia nuova arma contro questo appartamento traditore. Mi metto a ruotare la prima. Voglio vedere cosa colpire. Ecco, il pc. Voglio vedere che effetto. Prac. Il pc si rabbuia. Tutto qua? Nessuna scintilla? Ma io voglio vedere di più. Anzi, inizio a non vederci. I cristalli negli occhi mi bruciano. Sono cieco. Trovo la lampada e la voglio spaccare contro il muro. Ecco. NO.

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Un immobile caos accolse chi entrò nell’appartamento dopo aver forzato la porta elettronica con l’aiuto di un tecnico.

Che disastro immane ha combinato? Chi è questo pazzo?”, chiese il sovrintendente capo

Un manager di livello internazionale. La sua società ne ha denunciato la scomparsa quattro giorni fa. I vicini non lo vedevano mai e non sapevano chi fosse. Abbiamo verificato il nome dal passaporto trovato sul pavimento”, rispose l’agente scelto.

Fumo

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Fumo

Sono le 4.02 del 14 febbraio 2016. Filamenti grigi e spesse volute di fumo si sovrappongono e si dissolvono sullo schermo del portatile dove stai guardando per la tredicesima volta l’azione letale. In ogni passaggio dei sessanta secondi precedenti hai preso nota di tutti gli errori, fino a quello finale, irrevocabile.

Hai riempito pagine di appunti e la stanchezza non ti fa venire in mente altre idee o correzioni.

Resti a guardare ipnotizzato l’azione, in un certo senso quasi contento di poter vedere e rivedere i sessanta secondi che ti hanno cambiato la vita. A pochi capita questa fortuna: non solo essere consapevoli di vivere una curva della propria vita, ma anche di poterla rivedere al computer quante volte si vuole.

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Una deviazione. Solo pochi centimetri. Sbaglia chi si illude che la vita sia fatta di scelte. Invece è fatta di deviazioni infinitesimali, di cui spesso neanche ci accorgiamo.

 

Hai perso lo scudetto. Potevi fare l’impresa al primo anno. Saresti entrato nella mitologia di Napoli e nella storia del calcio. Eppure, ogni volta che sei vicino alla meta il destino ti si ritrae, ti rigetta indietro come un’onda spezzata nella corrente di risacca.

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Io non accuso niente e nessuno, perché il destino, a differenza di mio padre, me lo son potuto scegliere, e ne ho pagato tutte le conseguenze.

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C’è sempre stato uno iato tra te e il mondo. La stessa distanza, la stessa differenza di prospettive che hai sentito attorno a te come un peso, un’irrisione, uno scuotere il capo quando hai abbandonato un posto da dirigente di banca e una carriera con le migliori prospettive per andare a perderti in campi di provincia, tra ragazzi talentuosi ma svogliati, volenterosi ma senza talento, possenti ma tonti, tutti già naufragati nelle serie minori per pigrizia, supponenza o sfiga. Ragazzotti che raramente capivano tanto accanimento per uno schema da calcio d’angolo sbagliato o tanta ostinazione nel correggere un movimento errato in difesa, che non riuscivano a capire perché stare tanto corti, in campionati dove il lancio da quaranta metri era una ovvia necessità.

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Mister, siamo al Tegoleto, non al Real Madrid”, disse Tonioni, uno che sapeva davvero come si gioca ma non gliene fregava un cazzo di migliorarsi. Davvero bravo, Tonioni, ma non riuscivo a capire le sue provocazioni e il suo menefreghismo. Il padre si arrangiava a fare il cameriere nel bar di via Roma a Badia al Pino. E glielo dissi chissà quante volte: “Guarda che hai piedi buoni e cervello, il calcio ti può dare una possibilità. Impegnati”. “Mister, chi parte da dietro non arriva davanti”. E con quella frase discorso finito, la sua irridenza da ventenne già deluso.

E lì forse pensai che se Tonioni a vent’anni aveva già mollato, io, a quarant’anni compiuti, dovevo provarci per non avere più rammarichi.

Ma chi ero io? Un povero illuso, un toscanaccio testardo o avevo qualche qualità? Vedevo le disposizioni banali delle squadre che affrontavamo con la Sansovino e mi dicevo che rispetto ad allenatori rinomati, che da giocatori avevano vinto coppe e campionati, da meno proprio non lo ero. Che cosa era la mia? la presunzione del dilettante? Sapevo che solo in un modo avrei potuto capirlo.

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Quante volte a svegliarti di soprassalto in piena notte, per pensare a un movimento e soprattutto per pensare a come stavi sprecando la tua vita tra Londra e Lussemburgo.

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Vita del cazzo tra tavoli di mogano e poltrone di pelle nera. E mentre si negoziava sul mercato interbancario, io pensavo che con il Foiano avrei dovuto spostare di dieci metri indietro Meacci.

Dovevo decidermi.

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Ma cosa hai? La tua carriera va a gonfie vele, ti mandano a Londra, in Germania, in Lussemburgo, abbiamo già quasi finito di pagare il mutuo, puoi seguire la tua passione senza preoccupazioni, nessuno te lo nega. Perché vuoi mandare tutto al diavolo? Io davvero non capisco. Passare dalla serie A delle banche ai calciatori dilettanti di campagna? Con quali obiettivi? Per fare contenti quattro tifosi che alla terza sconfitta consecutiva ti insulteranno? Per seguire dei ragazzi senza futuro? Io non capisco ma se vuoi farlo ti starò vicina, non posso continuare a vederti la notte così agitato e di giorno così malinconico.

Una moglie può accettare di rinunciare alle certezze della mezza età solo davanti a due fatti: una grande passione o una grande sofferenza. Hai sofferto tu ma ha sofferto anche lei, prima e dopo la tua nuova vita da allenatore. E ti senti in debito con lei, per tutte le delusioni di questi anni che lei ha sopportato perché aveva capito che la tua passione era tutto per te, e avresti magari rinunciato a lei piuttosto che al calcio. Sei passato dalle trasferte a Londra, Lussemburgo, Francoforte alle stagioni a Verona, Pescara, Alessandria.

Quante volte hai pensato alla carriera che hai lasciato in banca, stipendio ottimo e sicuro a fine mese, viaggi in business class, bonus ogni trimestre, mutui a tassi agevolati. Evitavi di risentire i vecchi colleghi, ora strapagati, per non farti rodere dall’invidia e da quel dubbio di fallimento che ti ha accompagnato fino a qualche anno fa, fino a quando non hanno iniziato ad accorgersi di te.

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Non me ne frega un cazzo di fare i soldi leccando il culo a qualche presidente di qualche cazzo di cassa di risparmio, facendomi massone o truffando i pensionati che hanno fatto per tutta la vita un lavoro di merda. Ho detto vaffanculo a questo mondo quando potevo ottenere più di tutti.

Perché vedere un movimento messo in pratica come l’ho immaginato, pensare a un ragazzo che ogni giorno si fa 50 chilometri in auto all’andata e al ritorno per venire all’allenamento per poi vedersi rimborsata la benzina dopo tre mesi, credere che dopo una vittoria un tifoso felice si sveglierà l’indomani alle 5 per andare al lavoro in officina meno abbruttito, sono le soddisfazioni che davvero cercavo.

Io quella vita del cazzo, imbellettata, riunioni su riunioni in giro d’Europa, non la sopportavo. Vi siete mai chiesti perché porto la tuta? Sai per quanti anni ho portato elegantemente completi e cravatte a tono? E adesso solo perché vado in campo in tuta mi prendono per cafone? Quando giravo per Londra vestito di tutto punto i Mancini ancora non andavano oltre le camicie hawaiane.

E ancora oggi, dopo anni di carriera e anche di riconoscimenti c’è ancora qualche giornalista imbecille che rivanga la storia del bancario. Non so perché non hanno niente di meglio da scrivere o perché vorrebbero farmi passare per dilettante. Io il calcio l’ho studiato come pochi. L’ho inseguito con la testardaggine di chi non era destinato ad esso, come un amore adolescenziale che riconquisti nella maturità e ti fà risentire ragazzino. Ho pagato più di tutti per vivere nel calcio, e non me ne pento.

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Attorno ai quarant’anni arriva l’ultima chiamata per cercare se stessi. Abbiamo passato anni a fare esperienze e disperdere energie per capire cosa volevamo dalla vita, ma la maggioranza delle persone, arrivate a quel punto, si rifugia nelle convenienze, nelle paure, nei vincoli, nel pudore di mostrarsi irrazionali o infantili per inseguire le aspirazioni dell’adolescenza. Accettano di passare il resto dei giorni popolati da rammarichi piuttosto che rischiare. Pochissimi decidono un ultimo volo, dopo magari aver raggiunto anche risultati significativi in lavori che non suscitano in loro entusiasmo o gratificazione.

Si sceglie di darsi all’arte, al volontariato, aprire un’azienda, cambiare città o paese. Diventare allenatore. Il più delle volte il troppo tempo passato a fare altro lo sconti con pressappochismo, superficialità, dilettantismo, fallimenti. L’unica alternativa per recuperare il tempo perso è applicarsi costantemente e avere la personalità per non mollare quando arrivano le difficoltà, quando ti accorgi di aver sbagliato, quando ti ritrovi a dare un senso a scelte che nessuno capisce attorno a te.

Avrei fatto questo lavoro anche gratis ma la mia ambizione era riuscire a farmi pagare per la mia passione. Tutto è vero. In questo posso dire di avere avuto successo. Quello che non dico è che voglio vincere. Non mi interessa solo giocare. Non passo intere giornate tra computer e campo per perdere le partite con un gol di culo all’88esimo.

Zaza un gol così pesante in carriera non lo segnerà mai più. E te lo posso spiegare sulla base di argomentazioni tecniche e tattiche. Ha un buon sinistro e una buona tenuta atletica ma non è capace di leggere tatticamente la gara. Non è un attaccante attorno al quale puoi costruire un progetto di squadra. Eppure stasera ha catalizzato tutti gli errori dei miei. Koulibaly non lo ha anticipato e ha fatto una delle rare cazzate di quest’anno. Mertens non doveva sbagliare il passaggio, ha regalato la palla al limite. Jorginho non ha contrato con efficacia Cuadrado. Hisaj non doveva far toccare di testa Alex Sandro. Ed Evra era solo e ha avuto tutto il tempo per passare a Zaza, che ha avuto tutto il tempo per aggiustarsi il pallone e preparare il tiro deviato da Albiol. Quando si dice il gioco di squadra…

Aspettavo Higuain stanotte. Sarebbe stato il trionfo. Suo e mio. Il frutto di mesi di lavoro a lavorare sui movimenti, sul fisico, sulla disciplina, sull’orgoglio, sulla testa, sul senso di appartenenza di questo ragazzo.

Lo ricordo a Dimaro. Un ragazzo infragilito dalle delusioni, reso insicuro dei suoi mezzi, frustrato dal ricominciare un’altra stagione in una società mediocre, con uno stadio sgarrupato e compagni di squadra che non capiscono e non sopportano più le sue sfuriate. E in più un allenatore nuovo, non celebrato come il precedente e ingaggiato perché poco costoso, che a 57 anni non aveva mai fatto una coppa europea.

Ero entusiasta dal poter allenare un giocatore come lui, capace di aprire gli spazi, di spiazzare gli avversari con le finte, la palla o la semplice intelligenza, di cambiare in un momento la posizione per ricevere al meglio la palla, di costruirsi le occasioni da gol in maniera assolutamente imprevedibile. Ammiravo la sua ossessione per il gol, la sua visione di gioco senza palla, la sua capacità di relazionarsi sulla direttrice tra sé e la porta quasi sempre in maniera ottimale. La sua forza. Inespressa. Per questo c’ero io.

Come avrei fatto a convincere questo ragazzo a seguirmi?

Questo forse è il mio capolavoro, perché alla fine se sei un campione o sei un giocatore di provincia certe paure sono sempre le stesse, anche se cambia la categoria.

Rassicurarlo. “Tu sei tra i più forti giocatori al mondo. Non fare confronti con Cristiano Ronaldo o con Benzema: quello è il passato. Tu devi solo dimostrare di essere forte quanto sei davvero”.

Stima e fiducia. “Per me è un’onore allenarti. Ti dimostrerò che posso migliorarti”

Proteggerlo da se stesso. “Non devi pensare a dove ti trovi adesso nella tua carriera, non devi fare paragoni che ti deprimerebbero. Impegnati, non lasciarti andare, non esagerare con le uscite, non voglio vederti con la pancetta quest’anno”.

Motivarlo toccandolo nell’orgoglio. “Tu sei tra i primi cinque attaccanti ma devi dimostrarmelo”

(E fargli capire che non sono succube):“Tu sprechi troppe energie mentali nel corso della partita. Scarichi la tensione sui compagni ma spesso sei tu troppo lontano dalla loro linea, non partecipi all’azione e non prendi la palla quante volte vorresti. Ti muovi troppo sulla verticale e devi attaccare di più la profondità. E poi troppa ansia di metterla dentro ti fa crescere l’insicurezza e così rischi di commettere errori. Hai 95 minuti per metterla dentro”.

Non so quale di queste frasi lo colpì, e non so nemmeno se fosse una di queste o un’altra. Ma che importa oramai? Lui è capocannoniere, eravamo in vetta alla classifica ma abbiamo perso. Illuderemo per un po’ i tifosi dicendo che ancora tutto è possibile, li tranquillizzeremo continuando a dire che avevamo e abbiamo altri obiettivi ma in realtà stasera abbiamo capito di aver perso, di poter solo accettare per il resto del campionato questo stato di cose e di doverci accontentare di qualche soddisfazione che verrà. Fine corsa. Il tempo delle grandi ambizioni è finito. Prima lo accetteremo e prima potremmo ricominciare a giocare con dignità.

 

Maurizio, è tardi, stacca e vieni a dormire qualche ora”

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Voglio star da solo e accendermi ancora una sigaretta. Sarebbe bello perdersi nel fumo qualche volta. Tu fumi e a un certo punto diventi un filino che ascende, che poi si attorciglia e prende la forma di una medusa che galleggia a metà tra te e il soffitto. Poi si sfilaccia, cerca di trasmutarsi in un altro essere, serpente o verme, o in qualcosa che c’è ma che non riesci a intuire, perché prima della fine tutto è più indistinto. Quando sono agitato espiro un intero zoo di fumo, e non solo animali ma figure geometriche, nebbie, nuvole, correnti, venti. Ti aiutano a ripulire la mente, a pensare alle cose con più lucidità proprio perché sono mascherate dal fumo, a distaccarti dalla realtà.

Dovrei staccare e andare a dormire, non ha torto. Ma il sonno sono ore sottratte al calcio e i miei sogni sono fatti di schemi, di cross, di azioni e di gol che faremo. Vorrei parlare per ore di tattica e di posizioni in campo, di preparazione psicoatletica dell’incontro e di rifinitura dei movimenti in sincrono dei reparti, di schemi su palla inattiva e di analisi statistiche degli incontri, ma in conferenza stampa il coglione che mi ricorda la mia vita precedente me lo ritrovo sempre. Così come il mestiere di mio padre operaio: conosco decine di calciatori e di colleghi che vengono da famiglie umili. Ma solo nel mio caso mettono in ballo mio padre.

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Come quando mi buttarono nel fosso. Avevo osato troppo. Andare contro gli ordini. Dar noia al grande Coppi. Pretendere il mio spazio, la mia dignità e anche un pochetto di gloria, dai. La lezione la capii fin troppo bene e rinunciai ad ogni ambizione. Dopo poco smisi di correre. Rientrai nei ranghi di chi doveva rimanere dietro, nella vita e nello sport. Avevo una moglie. Non potevamo mangiarci i raggi della bicicletta a cena.

Il mio orgoglio era vederti vestito di tutto punto per andare a lavorare in banca e per le trasferte all’estero.

Il figlio di operaio ora dirigente di banca. Lo sport è solo per salute e divertimento. Lo sport non è per noi classe operaia, anche se ci ho creduto, ci ho provato e mi son ritrovato nel fosso. Tu hai un lavoro pulito, sei avviato a una grande carriera, e non avrai problemi economici. Non sai quanto sono orgoglioso.

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Papà, meno male che non hai visto gli esoneri di questi anni. Il Perugia, l’Avellino, il Sorrento. Ero perso, perché non ammetterlo. Posso capire come si sentono gli esodati, gettati in un limbo in mezzo ai cinquant’anni, quando la pensione è un incubo e ripartire è utopia. Cinque anni fa mi sono sentito un esodato del calcio. Non un fallito, quello mai, ma proprio un esodato, uno che ha competenze, capacità, energia ma viene considerato di troppo da qualcuno che prende decisioni senza cognizione. Ho avuto mesi, anni, per domandarmi quali fossero le scelte sbagliate dopo gli anni ruggenti alla Sansovino, dove e perché mi ero arenato. Non avevo mai smesso di studiare. Sapevo lavorare e pianificare le partite meglio di dieci anni prima. Ero diventato anche conosciuto e stimato da chi di calcio davvero ne capisce. Avevo sviluppato soluzioni innovative dal punto di vista tattico. Cosa mi mancava? Solo una questione di culo?

I miei schemi non erano di facile comprensione, ci voleva pazienza per vedere arrivare i risultati e nel frattempo i presidenti temevano la retrocessione. Ma non potevo cambiare il mio approccio. Le rose erano spesso mediocri, ragazzi anche con bei numeri ma oramai più interessati a fare gli idoli di provincia e a trombare ragazzine che a comprendere certi movimenti di reparto. E non potevo fare la campagna acquisti. Arrivavo spesso a metà campionato. Ma questo succedeva anche ad altri colleghi. Non ne imbroccavo più una.

Cosa mi mancava?

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Vedi Maurizio, tu sarai anche un genio della panchina, ma quanto a diplomazia vali zero. Ma ci vuoi far rovinare da Tavecchio dicendo quelle cose in diretta alla Domenica Sportiva? Ma ti rendi conto che basta qualche arbitraggio contro per rovinare quanto di buono hai fatto, anzi, abbiamo fatto, se mi permetti, perché non credere di essere l’unico artefice del “miracolo Sansovino”. Se pensi davvero di essere libero di poter dire tutto quello che ti passa per la testa solo perché ha raggiunto qualche risultato in serie C2 non hai capito nulla di come si fa davvero carriera. Sei libero solo finquando non conti un cazzo, e solo in alcune situazioni.

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Non avevo capito niente. Ci ho pensato molte volte in questi anni. Cardini mi stima, mi vuole bene e mi voleva aiutare anche in quella occasione. Ma io ho sempre preteso il lusso di sentirmi libero di fare le scelte e di dire quello che volevo.

Il fatto è che non riesco ad essere paraculo. In un paese di paraculi e ipocriti questo non è solo un handicap, è una condanna.

Credi che io non abbia pensato tante volte “dove sono finito”, “chi me lo ha fatto fare?”, ma per uscire da una situazione di merda, per risolvere i dubbi, l’unica soluzione che conoscevo era quella di lavorare, impegnarsi e dimostrare che si merita altro.

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Hai fatto le tue cazzate, lo sai, non si tratta solo di essere paraculi o no. Hai sempre pensato che la scelta di lasciare la banca, quell’enorme atto di libertà e di follia, ti liberasse da ogni altra costrizione nel fare quanto amavi fare. E invece sbagli. Più ambizione hai e più sarai condizionato da essa. Ti conosco, tu non passi le giornate e le notti a pensare solo al calcio per non avere l’ambizione di arrivare a qualcosa di importante.

Le serate passate a fare i bischeri come ragazzini, a tirar tardi a parlare di calcio, politica e figa, quelle non me le dimentico e avremo sempre tempo di ritrovarle. Serate in cui sparisce l’ansia del futuro, ci siamo noi e le nostre passioni, lo stare bene assieme tra una chiacchiera e una battuta, senza dover fingere nulla. Questo è il bello della provincia, del dilettantismo come vocazione e non come rinuncia. Ma tu sei sprecato, lo sai. Non accetti compromessi e sudditanze e poi ti maceri con i rammarichi perché sei un rosicone.

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Di cosa mi parli? Di partite rubate o vendute per un tozzo di pane? Di diesse che non capiscono un cazzo, che si vendono le partite e che si fanno pagare le mazzette sui trasferimenti estero su estero? Di gente che vorrebbero giustificare a me queste operazioni via Isole Vergini prendendomi per grullo o pretendere di fare finta che non capisco le loro manovre?

Vuoi sapere la verità? Ti parlo anche di questo, suvvia, non siamo ragazzini. Tu non ti farai cambiare dal sistema ma sei troppo intelligente per pensare di cambiarlo, soprattutto alla tua età. Un contesto dove ancora crederanno in te lo troverai ma devi capire che la libertà cui tenevi a vent’anni, la libertà che ti ha fatto fare certe scelte a quarant’anni, quella libertà si ridurrà ogni anno di più e devi accettare certe condizioni se vuoi provare a toglierti le soddisfazioni che meriti.

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Sì, ho cinquatasette anni. Cinquantasette, oramai quasi più delle sigarette che fumo ogni giorno. Alla mia età Sacchi si era già ritirato pieno di trofei e miliardi. Io sto ancora qui, ad inseguire successi, gratificazioni, riconoscimenti, a cercare di recuperare il tempo che ho perduto quando non ho saputo inseguire il mio sogno.

Chi guarda dall’esterno la mia vita vede la favola, vede la follia, vede la meticolosità che porta ai risultati.

Io stasera vedo solo il fallimento.

E va bene, siamo di quelli che perdono. Ma siamo anche quelli che vincono ogni volta che trovano il coraggio almeno per provarci. Io stanotte ho perso. Ma per questo non rinuncio a credere di meritare di vincere.

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