Mese: febbraio 2013

I comunicatori dell’immediato, gli schiavi dell’istante

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I comunicatori dell’immediato, gli schiavi dell’istante

Al professionista di marketing, di comunicazione, di pr non si chiede più solo (tra le tante altre cose) di essere competente sugli strumenti e sugli obiettivi, di sapere trasferire un sapere reale e oggettivo al cliente, di essere capace di raggiungere risultati quantificabili. I media sociali hanno imposto un’ulteriore torsione alle vite stesse dei professionisti di questi ambiti: l’obbligo costante a essere vigili senza requie, a monitorare ogni occasione per garantire visibilità a se stessi o alla propria azienda nella conversazione globale, a intervenire con spunti non banali per destare l’attenzione,l’interesse, la stima di tutti gli altri soggetti che interagiscono sul web.

Come David Meerman Scott evidenzia in questo post il focus non è più solo sulla campagna e sui risultati da raggiungere ma sullo sviluppo di un “mindset”, di una forma mentis diremo noi latini, che richiede attenzione e reattività costanti, capaci di cogliere tatticamente le opportunità che possono crearsi o di individuare per tempo i focolai di potenziali crisi di immagine o di vendite grazie a un monitoraggio continuo dell’ambiente di mercato e comunicazionale in cui si opera.

La conoscenza è diventata sempre più una commodity (o almeno tende ad essere tale, ed è giusto che sia così) e non esistono quasi più ambiti di sapere recintati. Nessuno è depositario di competenze esclusive. Un esperto bravo non disponibile oggi può essere rapidamente sostituito da un altro contattato attraverso una ricerca su google: quel punto della rete che occupi tu può essere facilmente preso da qualcun altro, come i neuroni morti vengono sostituiti da altri, più o meno vicini, capaci di esplicare le stesse funzioni.

A due dimensioni tipiche della competenza, ovvero la profondità e l’ampiezza, si va ad aggiungere la tempestività, che non è solo pronta risposta a sollecitazioni varie ma implica dare continuità alla propria presenza digitale in maniera pregnante.

In termini di impatto sui tempi e la qualità della vita siamo ben oltre la tradizionale colonizzazione della vita privata. Oltrepassare i tradizionali orari di lavoro o essere reperibili quasi h24 erano già caratteristiche, spesso lautamente retribuite, di alcune storiche categorie professionali come medici o avvocati. Ora non si tratta tanto di mandare l’ultimo tweet dal letto, il più tardi possibile, ma di sviluppare un di più di attenzione attiva che porta ad analizzare i flussi di comunicazione provando sempre a cogliere da essi uno spunto innovativo, al minimo per alimentare la propria visibilità digitale fino a cogliere un’opportunità o sviluppare intuizioni sfuggite ad altri.

Non a caso all’inizio parlavo di torsione esistenziale: chi sceglie di lavorare negli ambiti del marketing, delle pr e della comunicazione sceglie oggi una professione totalizzante, in cui il carico di coinvolgimento emotivo, di passione, di entusiasmo deve essere tale da non far nemmeno sentire come lavoro quello che è un impegno senza soluzione di continuità.

In una fase di atomizzazione professionale, in cui contiamo se riusciamo a dare un qualche contributo a una conversazione globale che comunque ci trascende, i veri privilegiati saranno coloro che potranno permettersi tempi medio lunghi di riflessione e di risposta. Tutti gli altri professionisti saranno costretti a essere schiavi della comunicazione istantanea, dell’istante sempre rincorso.

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