Mese: luglio 2012

Dal web testuale al web visuale

Il meglio del vecchio blog

Dal web testuale al web visuale

La comunicazione passerà sempre più attraverso le immagini? Le tendenze degli ultimi mesi sembrano confermare questa intuizione. Il recente lancio di Axis da parte di Yahoo punta a costruire ricerche sul web più basate sull’intuizione visuale offerta dai thumbnails che sulle strategie testuali che caratterizzano i motori di ricerca classici. Sul fronte dei media sociali Pinterest è il media del momento, con ritmi di espansione come nessun altro. Tumblr cresce a ritmi superiori al 200% all’anno per utenti unici e si diffonde soprattutto tra i giovanissimi. Ad un anno e mezzo dal lancio Instagram ha raggiunto oltre 30 milioni di utenti.

La preponderante fruizione di internet attraverso gli smartphones e i tablet spinge a graficizzare le informazioni mentre i testi lunghi (20 righe?) diventano marginali. Emerge un’arte del commento (Tumblr), della didascalia (Pinterest), della titolazione del link (Twitter).

Cosa implicano queste tendenze per chi si occupa tecnicamente di comunicazione ma anche per chi studia la etologia del web? Davvero tutto quello che è intuitivo, breve, cromaticamente gradevole porterà a migliorare l’efficacia della comunicazione e delle interelazioni tra i soggetti?

Umberto Eco ricordava in un suo testo come una società, come quella medioevale, che comunicava essenzialmente attraverso le immagini (delle chiese) non poteva che essere autoritaria. Aggiungo da parte mia che la dittatura del kitsch e del conformismo passa sempre attraverso immagini “belle” e “rasserenanti”. La pubblicità dopotutto da sempre lavora con immagini che provano a imporsi da sé, apofanticamente. Si tratta dunque di un meccanismo mentale non nuovo: anche il brand punta a costruire associazioni di valori e di rimandi che non hanno altro legame se non la giustapposizione visuale di immagini metaforiche.

Ma poggiarsi sulla forza metaforica che ha in sé ogni immagine può essere a volte un’escamotage per rinunciare allo sforzo di un pensiero consecutivo e quindi smentibile.

I media sociali sono per loro natura “spreadable” come dice Henry Jenkins, ovvero “diffusivi”, si estendono e si trasformano inglobando componenti eteroclite ma modellano i contenuti sulla base delle loro logiche. Un predominio attuale o futuro di forme di comunicazione digitale visuali potrebbe portare a un arretramento, forse specie tra i più giovani, della capacità di condividere critiche e analisi che tanto atterrisce le classi dirigenti di tanti paesi quando pensano alla rete. Una strategia di comunicazione aziendale centrata sulle immagini si augura, implicitamente o no, di avere dei fan e non dei soggetti interessati a coinvolgersi in una conversazione che può a volte essere defatigante. Dopotutto chiunque sa che è difficile lasciare commenti lunghi se fruisci di un contenuto attraverso un dispositivo telefonico. Non si tratta di essere banalmente apocalittici ma di prendere atto che ogni habitat digitale definisce le condizioni e le logiche del successo e del predominio in esso. Però con una sostanziale differenza rispetto agli habitat naturali, la quale consiste nel fatto che l’habitat digitale è frutto della logica di partenza quanto anche delle infinite strategie di utilizzo del media dei suoi fruitori. A tal proposito segnalo il pinboard di Pinterest dedicato al libro Timira di Wu Ming2, dove la visualità del media viene inquadrata in un indirizzo interpretativo chiaro, al di là della sua condivisibilità.

Tra web testuale e web visuale continuo a preferire un utilizzo intelligente del web.

Il marketing del gratuito e la crisi dell’editoria

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Il marketing del gratuito e la crisi dell’editoria

I contenuti trionfano e l’editoria è in crisi: sembra questo il leit motiv di questi ultimi mesi.
Oramai tutti vogliono fare marketing attraverso i contenuti. I contenuti sono diventati la merce e l’esca con cui moltiplicare relazioni, costruire reputazioni, sviluppare transazioni economiche.
E d’altra parte i dati di vendita più recenti delle testate di informazione e quelli relativi ai libri mostrano che ci si sta avvicinando a un punto di non ritorno per il quale bisognerà ripensare del tutto i contenitori di contenuto a stampa.
Le recenti riflessioni dei Wu Ming mettono poi in discussione uno dei principi dell’economia della conoscenza: ovvero che la distribuzione gratuita di contenuti basti da sola a veicolare i fruitori verso forme a pagamento della fruizione (musica gratis per costruirsi un pubblico per i concerti a pagamento, libri in download gratuito per poi portare i nuovi fan a comprare le copie cartacee).
La contrazione del potere d’acquisto di tante persone, la diffusione di tablet e smartphones, la disponibilità online di copie crackate di libri e quotidiani, l’incremento del tempo destinato alla lettura su internet per leggere email, articoli, ebook, post e tweet a discapito della lettura cartacea classica sono tutti fenomeni non passeggeri che in poco tempo hanno cambiato lo scenario in cui poteva svilupparsi la catena del valore dei contenuti. Gli anelli di questa catena del valore oggi monetizzabili, e quindi capaci di garantire un reddito a chi li ha realizzati, sono sempre di meno e sempre meno pregiati. L’accesso universale alla conoscenza sostenuto dalle logiche del copyleft e dei creative commons comportano una cessione di valore e di monetizzabilità potenziale da parte dei creatori di contenuti verso i fruitori. In cambio abbiamo una diffusione e una fruibilità di contenuti mai vista nella storia dell’umanità. Lo scambio sembra a tutto vantaggio di chi fruisce passivamente dei contenuti ma fino a che punto questo scambio squilibrato potrà esistere? Siamo già giunti dentro un’epoca in cui i creativi e i produttori di contenuti anche complessi ed elaborati dovranno rinunciare a poter mantenersi con il loro lavoro creativo? In tanti dovranno sperare in premi e varie liberalità per poter sopravvivere? Trasformare le presentazioni dei libri in happening simili a performances o concerti dove lasciare un obolo (come propongono i Wu Ming) è una strada percorribile? E per chi?

La grande contraddizione dell’economia della conoscenza è che essa sembra funzionare bene in termini di monetizzabilità solo quando la conoscenza è resa scarsa, chiusa o non accessibile attraverso contenitori, norme, licenze o software proprietari oppure quando si creano delle piattaforme (come i media sociali ma anche EBay) in cui i contenuti sono ceduti gratis dagli utenti. 
Come unire gratuità, accesso alla conoscenza e giusta remunerazione dei creatori di contenuti?
Il contenitore libro e il contenitore quotidiano/rivista (contenitori per definizione chiusi), oramai in declino irreversibile, potranno essere sostituiti non dalle loro banali versioni digitali ma da modalità transmediali capaci di unire accesso e monetizzabilità attraversando vari media e coinvolgendo molteplici fruitori?
Si riuscirà a trovare una tecnologia che, forse attraverso una semplificazione dei micropagamenti, riuscirà a fare tutto questo? Si pensi solamente a tante testate locali online che promuovono anche il giornalismo partecipativo e che potrebbero trovare facilmente un equilibrio dei conti se ogni visualizzazione dei loro articoli venisse pagata appena un centesimo. Il sistema di pagamento potrebbe essere incorporato dentro il browser.
Idee e spunti in abbozzo certo. Ma chiunque ami la conoscenza e la cultura dovrà porsi il dilemma su come continuare ad alimentarle.

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