Mese: marzo 2011

Il lavoratore a strati

Il meglio del vecchio blog

Il lavoratore a strati

Il lavoratore a strati è un lavoratore che al di sopra del nucleo di competenze professionali specifiche deve costruire tutta una serie di strati di competenze aggiuntive per potersi proporre sul mercato, per poter dialogare con i suoi partner e gli altri professionisti da cui compra vari servizi o prodotti, per poter risparmiare denaro in un contesto dove cala costantemente il valore riconosciuto al suo lavoro.

Nella nostra epoca il superesperto che può permettersi di specializzarsi in maniera sempre più verticale su pochi ambiti professionali diventa sempre più un raro privilegiato. L’impoverimento della domanda e spesso anche il calo della redditività dei singoli incarichi spingono professionisti e società di consulenza a diventare in qualche modo tuttologi o almeno capaci di acquisire competenze spendibili sul mercato o almeno utili a contenere i costi operativi.

Le mansioni che nella vecchia impresa fordista venivano suddivise tra decine o centinaia di persone oggi vengono sussunte tutte dal singolo professionista/consulente che deve essere al contempo esperto di marketing personale, capace di negoziare le migliori condizioni di finanziamento con le banche, pronto a parlare di contabilità con il commercialista, rapido nel fare da agenzia viaggi di se stesso sfruttando le offerte su internet, abile nel valutare l’affidabilità e la professionalità di nuovi partner/fornitori, provetto nel conoscere i segreti di applicativi e sistemi operativi e via dilatando competenze e tempi di lavoro.

Uno dei paradossi sta proprio in questo: che all’incremento di ore lavorate e di competenze acquisite spesso non corrisponde un incremento di reddito. Non si tratta poi di un fenomeno marginale. Se si parte dal fatto che i dati recenti registrano la presenza in Italia di oltre 5 milioni di partite Iva attribuite a microprofessionisti e imprenditori e che altri calcoli determinano che la precarietà lavorativa (non solo partite Iva dunque, ma anche tutte le forme di lavoro a tempo e atipico) colpisce circa 3 milioni e 750 mila lavoratori, possiamo ipotizzare che alcuni milioni di lavoratori italiani vivono la condizione di “lavoratore a strati”.

Qualcuno potrebbe vedere in questa condizione lavorativa una sorta di job enrichment o enlargement. Io no. Stiamo entrando (per fortuna) in un’epoca di disillusione rispetto alle parole d’ordine di qualche anno fa quali flessibilità, multitasking, capitalismo personale. Dunque sempre più persone comprendono che questa condizione “a strati”, lungi dall’essere un elemento di modernità, è solo una soluzione inevitabile per sopravvivere alla crisi.

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