Mese: novembre 2010

Chi salverà i quotidiani?

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Chi salverà i quotidiani?

Quando trovo il tempo o ne ho da perdere do un’occhiata ai feed rss cui mi sono registrato sul mio cellulare. Nel flusso di micronotizie che mi inonda devo sempre confrontarmi con due questioni: quanto mi interessa la notizia e quanta attenzione (in termini di secondi, minuti) posso dedicarle.

Le due domande sono le stesse al centro della crisi dei quotidiani. Per la prima volta al mondo la quantità di contenuti disponibili sopravanza enormemente il tempo che le persone hanno per assorbirli. Ma ancor di più la forma-quotidiano dei contenuti si ritrova anche a confrontarsi con la contestualità delle notizie offerte: tra centinaia di notizie scritte su decine di pagine quante davvero interessano il mondo, i valori, le scelte di varia natura dei singoli lettori?

Se gli stessi feed rss, una delle forme più personalizzate di contenuto oggi disponibili, finiscono spessissimo per cadere nella insignificanza per gli stessi fruitori che hanno scelto di riceverli, cosa ne è di una serie di fogli di carta stampati (con immagini che raramente raramente oltrepassano la didascalicità) che provano a coprire decine di argomenti e storie con rari approfondimenti e ancor più rara qualità di scrittura?

A Enrico Pedemonte va il merito di aver pensato in maniera sistematica la grande trasformazione che i contenuti digitali, distribuiti, gratuiti e autoprodotti hanno generato nel mondo dei media a stampa. Il suo testo “Morte e resurrezione dei giornali. Chi li uccide e chi li salverà” uscito poco più di un mese fa per Bompiani mi ha attratto come un buon giallo. Tutti vogliamo sapere chi salverà i giornali. Un mio amico storico inviato di guerra ha detto: “so già il nome dell’assassino, voglio conoscere il nome del reparto di rianimazione che li salverà”. Alla fine del libro questa domanda rimane sostanzialmente inevasa.

Certo, Pedemonte cita (anche in maniera frettolosa direi) nell’ultimo capitolo alcune ricerche e analisi americani come The reconstruction of American journalism della Columbia School of Journalism, il rapporto Digital Britain del governo di Gordon Brown o alcuni dati di Pew Research (di cui segnalo questi recentissimi dati sui consumi di news negli USA) per trarre da esse alcune indicazioni su come trovare nuovi percorsi di sopravvivenza per i quotidiani. Per chi come me tratta il tema in alcuni master non vi è nulla di nuovo. Semmai stupisce la scarsa attenzione data agli studi e le idee che l’INMA (International Newsmedia Marketing Association) ha sviluppato e proposto negli ultimi anni. Proprio il capitolo che doveva dare delle risposte o almeno delle risposte meno generiche di quelle solite è quello che delude di più.

Il libro non si sofferma sugli esperimenti italiani di giornalismo partecipativo, non analizza i risultati di esperienze come Blitz Quotidiano o come Il Post, non ragiona del grande successo in continua crescita delle testate dell’ANSO.

Non ipotizza neanche un modello organizzativo nuovo per le redazioni, non individua un nuovo status della professione giornalistica, non indaga sulle formule che iniziano ad emergere come il Daily che Rupert Murdoch offrirà solo agli utenti dell’iPad, primo di una serie di nuovi contenitori impaginati per i lettori digitali multimediali.

Lo stesso ricordare il peso dell’azione di Berlusconi nel mancato sviluppo delle reti televisive locali sembra veramente essere l’extrema ratio di una certa sinistra che quando non riesce ad arrivare con l’analisi e con le proposte oltre una certa soglia si rifugia “in una certa narrazione sconfittista” (cito l’intervista che i Wu Ming hanno dato oggi al Fatto Quotidiano) in cui Berlusconi è nient’altro che lo specchio distorcente dei propri limiti e fallimenti. Può essere anche vero, ma non aiuta a capire e ad agire.

È vero invece, come rimarca Pedemonte, che su un’operazione che ha comportato centinaia di prepensionamenti di una parte del miglior giornalismo italiano è calata una coltre di silenzio che si può chiamare censura o omertà, se i milioni elargiti agli editori dallo Stato attraverso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta hanno trovato un equilibrio in qualche scambio di favori in cui di mezzo ci è andato il diritto dei cittadini a essere informare e il dovere dei giornalisti a scoprire certe notizie e a dar loro la giusta rilevanza. In un tale contesto la moltiplicazione di realtà di giornalismo digitale, autoprodotto, svincolato da poteri e potentati e legato davvero alle esigenze di un territorio, non è solo la inevitabile conseguenza di trasformazioni tecnologiche ma ancor di più del deficit di notizie che caratterizza da sempre il giornalismo italiano

A epigrafe dell’ultimo capitolo Pedemonte mette questa frase di Clay Shirky: “La società non ha bisogno di giornali. Ha bisogno di giornalismo”. Gli utenti del web lo sanno molto bene. Lo dovrebbero capire anche gli editori italiani se vogliono avere una possibilità di sopravvivenza che punti su innovazione e creatività e non passi solo attraverso il costante ricorso agli aiuti di Stato.

Il curriculum alla rovescia

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Il curriculum alla rovescia

Dati anagrafici-Esperienze lavorative-Formazione-Interessi; Dati anagrafici-Esperienze lavorative-Formazione-Interessi; Dati anagrafici-Esperienze lavorative-Formazione-Interessi.

Il rosario dei curricula si snoda oziosamente, più o meno sempre uguale, soprattutto quando devi leggere per lavoro i percorsi di chi si è laureato di recente e nel cv può inserire relativamente poco, compresa quell’esperienza da barista all’estero.

Ma in un contesto universitario che tende a svuotare la formazione e quindi ad appiattire il valore di tanti corsi di laurea (un elenco parzialissimo: scienze della comunicazione, scienze politiche, scienze della formazione, scienze umanistiche, ma anche, purtroppo, psicologia, lettere, giurisprudenza, con tutti i dipende e le eccezioni del caso), siamo proprio sicuri che quella laurea, sia pure con il massimo dei voti, rappresenti il miglior biglietto da visita di un neolaureato?

E se invece tutti coloro che si occupano di formazione, di selezione del personale, di valutazione dei tirocinanti iniziassero a leggere i cv dal fondo, cercando di capire se la personalità di quel candidato si adatta al contesto in cui andrà a lavorare, se gli interessi che ha coltivato durante il liceo e l’università possono essere il vero valore aggiunto che porta con sé, se i viaggi che ha affrontato lo hanno portato ad avere le antenne interiori sempre accese, se le attività agonistiche in cui si è impegnato per tanti anni gli hanno insegnato il gioco di squadra, il rispetto e anche la franchezza verso gli altri e l’umiltà per ammettere gli errori?

Ma ancora di più sogno giovani laureati che coraggiosamente, con un atto un po’ futurista, ribaltino l’ordine del loro curricula vitae e mettano nelle prime righe proprio le passioni, gli interessi, le curiosità che li hanno fatti diventare quelli che oggi sono, in parte molto maggiore che i corsi seguiti all’università.

Nessun timore se il selezionatore conformista scarterà questi curricula, magari inorridito o irridente: se avete avuto tale ardire non era quella la realtà lavorativa che cercavate. Ma qualcuno di certo vi cercherà e di certo sarà più aperto e interessato realmente a conoscervi.

Tutto questo può sembrare azzardato, finanche controproducente, ma chi di voi andrebbe a lavorare in un posto a priori disinteressato alle vostre passioni e ai vostri interessi, insomma a voi stessi?

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