Mese: ottobre 2009

Microsaggio: modelli aspirazionali Vs. modelli ispirazionali

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Microsaggio: modelli aspirazionali Vs. modelli ispirazionali

Come si legittima una élite? Quali sono i modelli e i valori che una classe dirigente propone (o impone) a una società affinché venga riconosciuta come tale?

Nei tempi antichi era facile: si era re (e giù giù principi, marchesi, baroni, conti) per grazia di Dio e c’era poco da discutere, tant’è che questo modello in Occidente è durato un buon migliaio di anni. Con l’emergere della borghesia diventa necessario escogitare nuovi meccanismi di legittimazione. Nessun ricco commerciante dell’età moderna pretese mai di far parte dell’èlite solo perché era ricco. Il successo economico poteva essere la dimostrazione di capacità superiori ma non consentiva di per se stesso l’accesso alla classe dei dominanti. L’accordo tra nobili e borghesi si trovò sull’istruzione superiore che i rampolli delle due classi avevano l’obbligo di conseguire se volevano avere ruoli di comando o di indirizzo nella società. Da allora vale in molte società non solo occidentali (basi pernsare alla Cina dai tempi di Confucio) questa regola: fai parte della classe dirigente se condividi un certo livello di formazione e cultura, se quindi hai introiettato dei valori in base ai quali riconosci i tuoi pari e sei legittimato da essi. Che poi si diventasse più o meno ricchi o più o meno potenti grazie alla finanza o alla politica o a un buon matrimonio questo non toccava la sostanza del meccanismo.

Meccanismo di cui i mezzi di comunicazione sono sempre stati parte integrante. Dalle mitologie classiche che facevano discendere le stirpi reali da amplessi con gli dei fino ai rotocalchi e alle grandi cerimonie dei media che raccontano matrimoni e funerali delle élite mondiali, il potere ha sempre sentito il bisogno di essere narrato ai soggetti subalterni attraverso una forma tanto comprensibile quanto innavicinabile.

In realtà non tutte le classi dirigenti si raccontano nello stesso modo. Per questo propongo due modelli radicalmente differenti attraverso i quali nel mondo contemporaneo le classi dirigenti si legittimano: un modello aspirazionale e un modello ispirazionale.

I modelli aspirazionali sono quelli in cui le classi dominanti esibiscono potere e ricchezza, un meccanismo già illustrato nel 1899 da Thorstein Veblen nel libro The Theory of the Leisure Class.

I modelli ispirazionali si basano invece su comportamenti o storie di vita capaci di rappresentare valori e principi in cui un’intera nazione possa ritrovarsi e da cui tutti possono trarre spunti di emulazione.In realtà qualsiasi classe dirigente è per definizione potente e (direttamente o no) ricca. La differenza sta in come essa si racconta e per cosa intende proporsi come fonte di emulazione.

La classe dominante italiana impone da trent’anni solo modelli aspirazionali, vellicando le aspirazioni più basilari (sesso, bellezza, salute, soldi, lusso) delle classi inferiori. In questo senso i media di massa hanno operato una colonizzazione cognitiva, che ha riordinato le priorità di vita e gli schemi valoriali di milioni di italiani. Non è un caso il successo genuinamente popolare di Silvio Berlusconi, al tempo stesso demiurgo ed esempio massimo di una nuova estetica del vivere.

I modelli ispirazionali sono quelli capaci di ispirare scelte di vita che mettono, a volte magari solo per un periodo limitato, i propri talenti al servizio della società e di una causa oppure che rafforzano l’adesione ai valori della società attraverso percorsi di vita emblematici . Non si tratta di scelte rinunciatarie o monastiche, anzi: la scala dei valori di queste società premierà comunque questi soggetti in modalità non monetarie o in tempi dilatati.

Se ci limitiamo agli Stati Uniti possiamo citare il caso di Christofer Reeve, l’attore celebre per la sua interpretazione di superman che, rimasto paralizzato a seguito di una caduta da cavallo, divenne un paladino della ricerca sulle cellule staminali. Erin Brockovich, la ragazza madre che da semplice impiegata in uno studio legale riesce a sconfiggere il gigante energetico che inquinava il paese dove viveva. Oprah Winfrey, la quale, nata da una poverissima ragazza madre, violentata all’età di nove anni, diventa un’influentissima star televisiva mondiale, la donna nera più ricca degli Stati Uniti ma anche la maggior filantropa di colore. E in tema di filantropia ricordiamo anche Bill Gates, il quale da uomo più ricco del mondo (e più odiato dagli appassionati di computer) si ritira e crea la fondazione filantropica più ricca al mondo. Infine anche Barack Obama, che fa sempre ricordare il fatto che rinunciò a una prestigiosa carriera legale per fare il “community organizer” nei quartieri più poveri di Chicago.

Le classi dirigenti statunitensi hanno affrontato la disgregazione sociale elaborando questi modelli ispirazionali. Si tratta anche di una necessità retorica: la mentalità nordamericana non viene mobilitata da grandi concetti o da grandi narrazioni, ma da storie di vita che fattualmente possano dimostrare certi principi. L’individualismo d’oltreoceano richiede che un movimento di massa trovi sempre la sua scintilla scatenante da un singolo leader: i soggetti vengono ispirati dal suo esempio molto più o prima ancora che dai valori che egli promuove.

È evidente che su questo terreno Italia e Stati Uniti non potrebbero essere più distanti. Per chi non avesse ancora a fuoco il concetto e volesse contrapporre i pur tanti esempi di dedizione e generosità che ci sono in Italia, ribadisco che si sta parlando di modelli di legittimazione, non di una gara a chi è più caritatevole. Una società dove Oprah Winfrey può diventare quel che è diventata è di certo più legittimata di una società dove una ragazza povera sa che dovrà puntare più sul suo corpo che sugli studi per ottenere qualcosa nella vita. Una società dove un tetraplegico come Christofer Reeve diventa un esempio è molto più legittimata di una società dove i disabili sui media non esistono oppure sono trattati come è stato trattato Pier Giorgio Welby. E invece dei tanti milionari che si godono i soldi in Florida tra un cocktail e una playmate, i media americani esaltano grandi filantropi come George Soros, Bill Gates o Warren Buffett.

Ovvio dunque rilevare che diverse scale di valori organizzano diversamente le società. Ma la questione più profonda è se quella data scala di valori che propone quella data classe dirigente riesce a tener coesa la società, poiché nessuna classe dirigente può durare a lungo senza coesione sociale e un certo welfare “dal basso”, di stampo mediterraneo, basato sulle famiglie e i legami amicali oggi è fortemente messo alla corda.

La storia insegna che vi sono valori e principi comportamentali più duraturi degli altri. Il rischio insito nei modelli aspirazionali è quello di spingere per persone verso un individualismo ossessivo e frustrante, dove l’unico vincente si ritroverà solo e le migliaia di perdenti frustrati. Un modello di società in cui senso di insicurezza, diffidenza reciproca, ansietà economiche eradicano ogni sentimento di appartenenza collettiva.

Una società atomizzata, che qualche politico populista può pensare di controllare più agevolmente, finquando essa non collassa trasformandosi in un pulviscolo anomico e amorale, come in certe aree del Meridione.

Se in Italia esistesse ancora una classe dirigente degna di questo nome forse si accorgerebbe che questo è il rischio più grave che corre oggi il nostro paese.

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