Il corpo digitale

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Il corpo digitale

Il corpo digitale è la rappresentazione digitalizzata e quindi trasformata in dati computabili, trasmissibili e analizzabili della nostra interezza psicofisica. Corpo digitale non siamo semplicemente noi mentre lasciamo su internet le scie del webtracking o le tracce della nostra fruizione dei media sociali, ma è la ricostruzione digitalizzata di tutte informazioni che produciamo in tutte le nostre interazioni digitali di qualsiasi tipo, costantemente aggiornate e archiviate nella loro totalità dalle differenti piattaforme che registrano.

Il corpo digitale (segnalo il testo collettivo curato da Antonio Marturano) non è una metafora fantascientifica ma una realtà, sulla base della quale vengono compiute scelte di marketing, piani di sviluppo aziendale, progetti di ricerca, azioni di controllo sociale e repressione della criminalità. Il corpo digitale può avere una consistenza e una profondità variabile, può ricomprendere informazioni biometriche, genetiche e sanitarie molto dettagliate, può rappresentare l’insieme della vita psichica e relazionale della persona reale così come si stampiglia sui media sociali che ella frequenta, racconta di pulsioni e anche di pervesioni che la persona reale nega a se stessa ma cui cerca sfogo nelle sue navigazioni internet, segue il corpo reale nei suoi spostamenti fisici, anticipa e prevede le scelte del nostro corpo fisico e sopravvive alla sua morte. Sorta di Doppleganger creato e alimentato dagli infiniti riverberi della digitalizzazione dell’esistenza, il corpo digitale ci segue e ci precede, a volte si sovrappone a noi, più spesso è capce di trasfigurare la nostra esistenza ordinaria.

Per questo tanto più valiamo quanto più denso, multidimensionale, aggiornato e dunque rappresentabile e prevedbile è il nostro corpo digitale. In tal senso il corpo fisico perde importanza economica, sociale e politica, poiché esso risulta essere solo il sostrato più antico di una identità che trova piena compiutezza, solvibilità e funzionalità al sistema sociale in cui è inserita quando essa è innervata nel sistema digitalizzato di relazioni, transazioni e mobilitazioni proprie della società digitale.

Il corpo digitale “vale” di più di un analogico corpo fisico, poiché è dal primo che si ricava valore, mettendo al lavoro tutte le informazioni che racchiude.

Siamo ben oltre la mera messa a valore del linguaggio (ecco il classico testo di Cristian Marazzi): il valore ora sta nell’interezza delle rappresentazioni e delle tracce digitali che produciamo quotidianamente, grazie alla possibilità di registrarle e analizzarle per ricavarne costantemente informazione.

La multidimensionalità del corpo digitale ricomprende anche tutte le informazioni sulla nostra fisicità che abbiamo lasciato durante le nostre transazioni online, dalle taglie dei vestiti al numero di scarpa, la nostra biometria commerciale, come anche i nostri gusti, gli stili del vestiario che preferiamo indossare e anche i desideri che non abbiamo ancora indossato. Anzi per gli osservatori e i tutori del nostro corpo digitale i desideri, le pulsioni, le fantasie e i progetti che testimoniamo con la nostra navigazione web, i nostri Like, i nostri pin, i nostri checkin, i nostri commenti sono gli aspetti psichici del nostro corpo digitale che consentono le attività di retargeting tanto importanti per qualsiasi strategia di web marketing. Ma anche il vissuto psichico che trasferiamo nel nostro corpo digitale, quando postiamo nei nostri blog o aggiorniamo i nostri status su facebook, quando twittiamo, quando commentiamo, quando sosteniamo quella campagna e inseriamo il nostro nominativo in quella petizione online, tutte queste azioni che caratterizzano il nostro corpo digitale diventano ancora più interessanti per chi si occupa di sorvegliarlo, incasellarlo, pedinarlo nelle sue frequentazioni e attività digitali al fine di prevenire o almeno prevedere i comportamenti del corpo fisico considerati devianti.

In questo senso il nostro corpo digitale è capace anche offrire previsioni in merito alle azioni del corpo fisico. Sono un sostenitore dei No Tav Torino-Lione? Bene, se mi trovo nelle vicinanze della val di Susa (facile saperlo, se ho prenotato trasporto e pernottamento online ma anche se ho un banale geotagging sullo smartphone), magari per innocenti motivi gastronomici, il mio corpo fisico potrebbe venire fermato e identificato dalle forze dell’ordine in prospettiva della manifestazione No tav che si svolgerà di lì a poco: il mio corpo digitale ci sarebbe voluto essere, magari seguirà lo stream dei tweet, ma il mio goloso corpo fisico ha preferito quella sagra a pochi chilometri eppure, nel dubbio, il corpo fisico verrà sottoposto a controlli giustificati sulla base dei miei comportamenti digitali.

Siamo più vicini a questi scenari di quanto molti preferirebbero credere.

L’immaterialità della moneta e il processo di astrazione del valore

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L’immaterialità della moneta e il processo di astrazione del valore

In un mondo sempre più composto da elementi immateriali (servizi, funzioni, ) come si trasforma il rapporto tra merce e denaro? Il denaro per sua natura è un’astrazione parzialmente rappresentata dalle monete che sono apparse nella storia dell’umanità (dalle conchiglie al solidus da 4,5 grammi d’oro, dalle banconote alle transazioni NFC), che serviva a rappresentare un sistema di scambi tra le persone che quasi sempre prendeva la forma di una merce materiale (un’automobile, un utensile) o di un valore computabile (l’ora di lavoro pagata un tot).

Al contrario, oggi siamo entrati in una fase in cui non solo la moneta, ma gran parte dei beni di cui fruiamo o cui diamo maggior importanza per la nostra esistenza o per il nostro percorso futuro è rappresentato da elementi immateriali, quali un servizio di comunicazione, un software o un app, il cui costo viene deciso da chi lo eroga in maniera spesso del tutto scollegata dai costi materiali storici di produzione ed eventualmente erogato gratuitamente in funzione dell’appropriazione di altri beni, estratti dagli utenti sotto forma di dati computabili, o di valorizzazioni finanziarie future non legate ai metodi tradizionali di valutazione delle merci fisiche.

In questo senso si crea una situazione speculare tra un capitalismo che valorizza la capacità di produrre valore da astrazioni (i dati) di scelte, comportamenti o attributi delle persone,  e un capitalismo finanziarizzato che produce valore da denaro in gran parte dematerializzato. L’avvento delle monete deterritorializzate basate su blockchains estremizza il processo già in corso con la finanza globale e tende a costruire dei territori virtuali, digitali, di cui queste monete garantiranno la cittadinanza solo ai loro possessori.

Il processo di astrazione della moneta e delle vite è tra i temi al centro delle riflessioni dell’ultimo libro di Christian Marazzi  Che cos’è il plusvalore? (Casagrande Ed., Bellinzona), di cui ripubblico un passaggio ripreso da cheFare, che ringrazio. (B.C.)

Felix Martin, storico del denaro, ha scritto un libro stupendo (Denaro. La storia vera: quello che il capitalismo non ha capito, Utet, Torino, 2014) in cui parla della scoperta della comunità sull’isola di Yap nel Pacifico da parte di un antropologo, William H. Furness, che all’inizio del Novecento ne studiò usi e costumi, fondamentali per il pensiero di John M. Keynes e persino dell’ultimo Milton Friedman. Questa comunità, mai colonizzata nonostante i vari tentativi di missionari e britannici – i quali morirono nell’impresa – disponeva soltanto di tre beni presenti sull’isola: il merluzzo, il cocco e il cetriolo di mare. È una classica comunità nella quale si poteva ipotizzare il baratto, con poche persone che si scambiano solo tre merci.

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La rivolta degli oggetti

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La rivolta degli oggetti

Guardo per un secondo fisso lo spioncino e la porta elettronica si apre lentamente.

Dopo una giornata sfiancante è bello risparmiarsi la fatica di cercare le chiavi, addirittura poter evitare di portarsele appresso quando si esce, magari molto presto la mattina. La chiave della mia casa sono i miei occhi. Meglio: il mio iride.

E poi lo sanno tutti che sono un distratto. Non so quante volte ho lasciato in giro le chiavi della macchina, quelle di casa in ufficio, il portafoglio a casa, i cellulari nella sala dove avevo avuto qualche riunione. Ecco perché quando ho cambiato casa ho preteso una che avesse tutte le ultime apparecchiature della domotica, una casa intelligente, “smart living” diceva lo slogan pubblicitario. Non lo so se sia smart, certo però che è comodo.

Prima ogni volta che uscivo di casa per un viaggio dovevo verificare più volte se avevo addosso la santa trinità della tranquillità domestica: chiavi, portafogli e cellulari. Perdevo minuti nel tastarmi le tasche della giacca e del cappotto, oppure nel controllare in valigetta, oppure, ancora, a cercare per casa un cellulare, il portafoglio o, peggio, un documento di identità. Oggi non più, anche quando esco negli orari più antimeridiani, ancora stordito dal risveglio e dalla stanchezza della giornata di lavoro precedente, il monitor interno della porta elettronica mi ricorda dove stanno le cose. La voce guida mi indica cosa portare in viaggio: “Oggi andrai in un paese extra Shengen: ti se ricordato il passaporto? L’ultima volta lo hai riposto nel secondo cassetto del mobiletto in stanza da letto”. “Il cellulare privato è sul tavolino in salotto”. “Il cellulare aziendale sul quale è squillata la sveglia lo hai portato con te in bagno”. “Il taxi arriverà tra sedici minuti… tra dieci minuti, tra cinque minuti, tra due minuti,… la telecamera esterna ha rilevato l’arrivo del taxi che ti aspetta all’ingresso”

Sono avviluppato in un flusso di informazioni che gli oggetti si scambiano per rendermi la mia vita meno ansiosa e satura di inezie da seguire. A volte forse mi sono sentito eterodiretto da questi messaggi, ma poi sempre più mi accorgo di quante attività ripetitive, inessenziali, meccaniche, assorbivano le mie energie mentali. Con l’internet of things gli oggetti di casa mi parlano, se voglio io, e li zittisco quando voglio.

Ricordo anni fa, appena divorziato: rientrare in casa mi metteva tristezza e oppressione, la desolazione di oggetti muti e indifferenti, su cui lo sguardo scivolava indifferente e indispettito, se non rabbioso, quando ancora credevo di aver subito un’ingiustizia e non una liberazione. Girando per casa perso a cercare le cose, mi sentivo orfano di un dialogo che pure negli ultimi mesi era diventato carico di stizza e di risentimento reciproci. Non sapevo dove trovare questa cosa e quest’altra, mi facevo sopraffare dalla rabbia quando intere ore passavano a cercare documenti e cose. Le odiavo, le odiavo perché esse, con il loro nascondersi, mi ricordavano chi riusciva a farmele trovare e sapeva sempre dove si trovavano.

Per quanto possa sembrare incredibile, non ho mai conosciuto le donne delle pulizie degli ultimi due appartamenti. Quasi ogni giorno sono in viaggio, e quando non lo faccio devo riordinare e pianificare il lavoro dell’ufficio: dalle 7 del mattino alle 9 di sera questa donna ha dunque tanto tempo per pulire e riassettare la casa. Nel fine settimana spesso sono assente e comunque lei (o loro?) hanno l’ordine di non venire.

Nel penultimo appartamento mi irritava scoprire le tracce del passaggio della domestica. Le tazze riposte al loro posto, quando io preferisco averne una sempre vicino al pc. La macchinetta del caffé smontata, sciacquata e messa ad asciugare nella rastrelliera, mentre io preferisco lasciarla vuota sulla piastra spenta, perché così l’alluminio si impregna del profumo del caffè. Il letto rifatto perfettamente, che mi ricordava troppo le tante camere di albergo che sono costretto ad attraversare ogni mese. Ogni scelta e ogni oggetto veniva riposto dove è più logico che si trovi. E spesso io non li ritrovavo. Perché le cose della mia casa devono seguire le logiche di una estranea? Secondo quale logica poi? Non abbiamo forse diritto a sceglierci le nostre logiche?

Nel nuovo appartamento queste contrarietà sono quasi sparite. Appena lo chiedo, la voce guida mi indica dove si trova ogni oggetto, ovunque lo abbia riposto io o la donna delle pulizie. Gli oggetti non sono più un’ansia o un rammarico, ma sono tornati ad essere ingombri necessari dell’esistenza.

Eccomi dunque disteso sul divano e in mutande, intento a bighellonare tra video e film via Chromecast. Ma sono troppo stanco, sono già le undici e domani alle 4.15 ci sarà la sveglia e il taxi per l’aeroporto alle 4.45. Sono tentato dal cedere alla spossatezza sul divano, un piacere che mi ricorda l’infanzia, quando, ranicchiato su mio padre, affondavo nel sonno per poi ridestarmi per un attimo nel lettino prima di addormentarmi. Sto quasi per cedere a questo piacere antico quando mi rendo conto che dormire sul divano mi farebbe svegliare ancora più intontito e finirei per passare una mattinata in stato catatonico. Il fresco dell’impianto di condizionamento del salone mi farebbe risvegliare quasi in ipotermia. Mi risolvo a fare i pochi metri che mi portano in camera.

Entro nel letto con le lenzuola pulite. Mi stiracchio e lascio che la morbidezza fresca delle lenzuola accarezzi le gambe. Sono pronto, vorrei che mi prendesse il sonno, ma non arriva. Troppi caffè, troppi viaggi, troppe discussioni, troppe informazioni da rimandare a mente per gli appuntamenti di domani. Sono stordito da un desiderio di sonno che non arriva. Mi sento poco lucido, sfibrato da una stanchezza figlia di una tensione prolungata. Cerco di rimanere immobile in una posizione e poi mi giro e mi rigiro, inquietato da una promessa di sonno che mi sfugge. Voglio dormire. Ricordo alla voce guida il nome e lei subito mi ricorda che il sonnifero sta sul terzo scaffale a destra dell’armadietto del bagno. Ingoio la pasticca rapidamente e resto così, nel letto a occhi chiusi ma vigile, fino a quando poi riesco a entrare in un torpore prossimo al sonno.

Sento una voce maschile stridula invadere il mio sonno, non la distinguo da un sogno, ma riconosco che non arriva da dentro me stesso, ma dall’altra stanza. La voce di Lino Banfi. Sì, inconfondibile. Avrò lasciato lo schermo acceso. O forse è il pc. Ma devo alzarmi, pur barcollando. Ecco, la riproduzione automatica di youtube starà su un filmetto di Banfi, partita chissà come quando ho messo il pc in sleep mode. Lo schemo è nero, però. Si sente solo l’audio. Devo forzare lo spegnimento dell’apparecchio.

Di nuovo a letto. Lino Banfi. Chissà quale collegamento avrà trovato l’algoritmo di youtube per far partire quel video. Ma voglio dormire. Ho poche ore per il sonno e domani in aereo dovrò leggere il fascicolo del cliente che incontrerò alle undici. Ripasso mentalmente alcuni passaggi delicati che dovrò toccare nel corso del colloquio e il solo pensiero mi agita. Mentre cerco di ritrovarmi nel letto la voce querula di Banfi mi rimbomba ancora nelle orecchie. Mi fa sorridere, ma anche questo rischia di farmi perdere quel barlume di sonno che avevo acchiappato.

Tutto è a posto ora. Cerco di fare un veloce controllo girando mentalmente per le stanze ma preferisco lasciarmi crollare nel sonno.

La piastra. Ho lasciato la piastra accesa dopo avermi preparato il te. Cosa accadrebbe se lasciassi la piastra accesa tutta la notte? Un incendio provocato dal calore? Morirei carbonizzato mentre l’appartamento va a fuoco? Oppure il sensore si accorge del pentolino vuoto, potrei lasciar stare tutto e dormire queste cinque ore che mi restano senza alzarmi? Non so se ce la faccio ad alzarmi. Allora lascio perdere. Però sarebbe una fine da cretino. Vado a vedere. Arrivo in cucina dove credevo di trovarmi avviluppato dal calore. Invece no. Tutto come al solito e piastre spente. Accendo e rispengo. Tutto come al solito. Come ho fatto a sbagliarmi? Meglio così. Buttiamoci a letto.

Finalmente posso dormire senza altri pensieri. Ma come dormire? Non ci riesco. Stanchezza e ansia si impastano dentro di me e mi fiaccano senza portare sonno. Ho paura che arrivino altri pensieri, altre paure da smentire. Come il ferro da stiro. Che è sicuramente spento. Certamente spento. Indubbiamente spento. Assolutamente spento. Cerco di convincermi con la logica ma ho bisogno di una nuova fotografia della situazione per tranquillizzarmi. Un breve click. Mi alzo quasi fresco. Vado. Ecco, era spento, mi rigiro a controllare. Spento. Presa staccata e a terra, ferro sull’asse. Tutto pronto ma inoffensivo. Posso tornare a letto. Con gli occhi sopraffatti dal sonno, mi muovo come un sonnambulo verso il letto, tastando il muro, appoggiandomi ad esso, strisciandovi quasi, pregustando il momento in cui potrò tuffarmi nel letto. Un dolore lancinante allo stinco. Lancio un ululato sommesso. E mi lancio sul letto. Digrigno i denti. L’ultimo cassetto del comodino rimasto aperto da stamattina. Soffro, il cuore mi sobbalza, passando dal torpore al dolore. Nulla si è rotto ma il dolore persiste. Mi calmo a poco a poco. Il cuore si sfianca e sfuma i battiti. Forse la conseguenza di quest’ultimo sbalzo porterà il mio corpo spossato a distendersi. Mi stendo aspettando il sonno.

I vari trambusti hanno stimolato la vescica. Ma posso resistere. O no? Ce la faccio. Mi piscio nel letto. Lascio perdere. Mi sento perdere qualche goccia. Devo alzarmi. Ad occhi chiusi e tastoni arrivo in bagno, dove mi abbasso le mutande, mi appoggio al muro, mi libero. E sento schizzarmi sulle gambe il piscio che batte sulla tavoletta del cesso abbassata. Sono mortificato mentre mi accorgo che boxer, cosce, gambe, piedi, pedalini sono tutti impregnati del mio piscio cieco. Devo togliermi tutto e buttare nel cesto, mentre attorno alla tazza il piscio acido è schizzato torno torno. Apro solo adesso bene gli occhi, feriti dalla luce e dal puzzo. Mi viene da lacrimare, per la situazione e il bruciore che mi provocano la puzza e la luce. Prendo la carta igienica e pulisco il grosso così, quasi alla cieca. Entro nella doccia per sciacquarmi, mentre grazie al flusso dell’acqua completo l’opera di svuotamento, almeno al sicuro.

Nudo entro nel guardaroba, si aprono i cassetti dei pedalini e delle magliette da notte. Non il cassetto delle mutande. Non ho tempo per contrariarmi, ci penserò tra qualche ora. Indosso la maglietta e lascio perdere i pedalini. Torno a letto, con i piedi che ancora soffrono il freddo della doccia notturna. Questo freddo ai piedi non mi lascia dormire. Provo allora a sfregare le piante dei piedi con la coscia opposta, ma questo movimento mi fa svegliare del tutto e sento di aver perso di nuovo il sonno.

Mi metto di fianco, con gli occhi sbarrati a fissare il muro di fronte al letto. Cosa fare? Perché non rinunciare a dormire, chiamare un taxi e arrivare in netto anticipo all’aeroporto? Controllo l’ora, ma è ancora presto, appena l’una e un quarto. Arrivare tra quarantacinque minuti all’aeroporto significherebbe rischiare di trovarlo chiuso o ritrovarsi tra la fauna lugubre che cerca un giaciglio caldo sulle poltrone e negli anfratti più improbabili dello scalo.

Prendo il cellulare e con gli occhi socchiusi faccio partire una musica dall’impianto di diffusione stereo. Cerco qualcosa di rilassante e scelgo il canale ambient-meditazione. La musica si diffonde con battiti caldi ed è quello che ci vuole. Ora è la volta buona, posso anche provare a immaginare qualcosa di sereno per distendermi, tipo una spiaggia d’inverno, la luce cinerea e diffusa del cielo, la brezza del mare sul volto. Entro ora in uno stato di dormiveglia e sono disteso, davvero disteso, fino a perdere coscienza, spossato.

Il ritmo sincopato e stridulo della sveglia del cellulare si sovrappone alla musica morbida che ancora satura la stanza. Mi stupisco che debba già alzarmi e che il sonno sembri durato così poco. Al buio tasto il cellulare e faccio scivolare le dita sullo schermo per fermare il suono della sveglia. Voglio restare ancora sotto le lenzuola per qualche minuto perché davvero non mi sembra di aver dormito tre ore ma poi mi ricordo che avevo messo la sveglia davvero tardi, giusto il tempo per fare la doccia, rasarmi e andare all’aeroporto. Mi alzo di scatto per buttarmi sotto la doccia e controllo ansioso il cellulare: l’una e quarantasei. Credo di aver letto male. Ficco bene gli occhi trafitti dalla luminosità dello schermo e vedo ancora 01:47. Sono certo di aver fissato la sveglia tra tre ore. Che trucco è questo, come è possibile che la sveglia si sia spostata indietro da sola? Mi lascio andare sul divano e resto con la testa tra le mani, prostrato dalla stanchezza e dalla situazione. Gli oggetti e la tecnologia sono contro di me stanotte. Vogliono farmi esasperare ma non glielo consentirò. Cerco di mantenere la calma: avrò cambiato la sveglia mentre cercavo il canale musicale, ma mi sembra davvero impossibile. Non so cosa pensare se non che sono le due meno cinque e io non so più cosa fare: meno di tre ore e dovrei svegliarmi ma ancora non ho dormito, se non meno di quindici minuti. Non so cosa fare e sono travolto dalla stanchezza e dall’incertezza. Mi viene un gesto di rabbia e lancio la pantofola contro lo schermo gigante, che risponde con un friggìo sommesso e ripetuto, segno che un danno di certo glielo ho procurato, bastardo. Non ho tempo ora di pensare al danno e a quanto sia rimediabile. Mi arrabbio con me stesso anche per questa stupidaggine.

Sono oramai troppo agitato. Non ho più sonno ma solo una spossatezza diffusa che mi porta a essere inquieto per la privazione di sonno. Mi aggiro per l’appartamento in cerca di una soluzione o almeno per sbollire la rabbia. Cerco di cambiare il canale musicale in qualcosa di meno monotono, ma non trovo nulla che in questo momento si allinei con il mio stato d’animo, anche perché non so descrivere il mio stato d’animo. Spengo la musica. Silenzio. Butto sul divano il cellulare. Mi rendo conto di non riuscire a pensare a nulla. Riparte di nuovo la musica. Come è possibile? Salto a prendere il cellulare e e vado sulla app: risulta stoppata. Ma la musica c’è, la sento benissimo. Oppure sto immaginando? No, non la immagino: riconosco questa musica, l’avrò ascoltata anche molte volte, sarà Moby o qualcosa di simile. Come faccio a staccarla? Riprendo il cellulare, faccio ripartire l’applicazione e immediatamente la chiudo. La musica continua. Faccio ripartire e spengo. La musica continua. Lancio un urlo di rabbia. No, adesso spengo il cellulare. Ecco. La musica continua. Non so cosa fare e mi viene voglia di lanciare il cellulare contro il primo amplificatore che individuo ma so che sarebbe inutile e dannoso. Mi stendo sul divano cercando di eliminare dalle mie facoltà il senso dell’udito. Mi accorgo di essere tutto sudato e che l’impianto di condizionamento non si è spento in automatico. Sono svuotato, devo abbandonare questa casa al più presto.

Sono le due e mezza e oramai sono rassegnato a non dormire più. Vale solo la pena prepararsi al meglio alla trasferta. La prima cosa da fare è una bella doccia. Butto la maglietta impregnata di sudore nel vano lavatrice e mi chiudo nel loculo trasparente della doccia. Flussi verticali e laterali di acqua ghiacciata schizzano sulla mia pelle come una tortura. Fuggo dalla doccia cercando l’accappatoio. Come è possibile? La doccia è costantemente sui 36 gradi, come è sempre stata, regolata dal termostato interno del sistema idromassaggio. Non posso crederci e controllo il termostato digitale. Segna regolarmente 36°. Forse è semplicemente la mia agitazione. Riavvio i flussi d’acqua e aspetto trenta secondi all’esterno della doccia nel caso vi fosse un problema con la miscelazione dell’acqua. Riapro la porta della bussola solo per essere inondato dalla stessa acqua fredda di prima.

Rabbia. C’è qualcosa di folle in tutta questa notte. Dovrò rinunciare alla doccia e arrangiarmi con l’acqua del rubinetto. Passo le mani sotto la fotocellula. L’acqua non viene giù. Ripasso, tengo fermo le mani, le alzo e riabbasso di pochi centimetri. L’acqua non viene giù. Non posso, non posso, non posso uscire e andare a un appuntamento di lavoro all’estero senza essermi lavato. Mi inginocchio sul pavimento del bagno. L’unica soluzione è la doccia fredda.

Provo replicare una doccia a un quarto del tempo usuale, con movimenti concitati e ridicoli, ululando sotto gli scrosci di acqua gelata. Ma il moto e il freddo mi svegliano, e mi sento quasi lucido dopo aver indossato l’asciugamani. Sento freddo, certo, ma almeno non ho più quello stordimento che mi aveva preso prima. Mi dedico alla barba. Il rasoio digitale non funziona. Ma oramai non mi irrito più, do quasi per scontato che questa è la notte della rivolta degli oggetti, che l’appartamento è diventato quasi un luogo ostile o almeno non più funzionale alla mia vita. Tra poco uscirò e finiranno gli inconvenienti di questa notte. Poi all’aeroporto, nel bagno del lounge, potrò sempre provare a farmi una barba con le vecchie lamette usa e getta. Il salone è gelido dato che la lieve frescura del condizionatore dopo cinque ore si è trasformata in un gelo quasi solido per il mio corpo ancora umido. Attraverso lo spazio correndo verso la cabina guardaroba dove lo schermo mi indica i completi, le camicie e le cravatte disponibili e abbinabili e la loro collocazione negli armadi. La mia urgenza è vestirmi e scelgo la prima combinazione proposta senza nemmeno ragionarci. Sento una puzza e mi accorgo che il completo è impregnato dell’impasto semigassoso di fumo di griglia, unto, arredamento storico e sudore obeso del locale tradizionale dove mi ha voluto trascinare il cliente l’altro ieri sera. La tipa delle pulizie non lo ha inserito tra le cose da lavare. Come faccio ora? Non voglio svestirmi di nuovo ma devo. Prendo il secondo completo proposto dallo schermo, anche se poi mi accorgo che il principe di galles mal si abbina alla camicia a quadrettini che ho già indossato. Ma ora non voglio cambiare ancora. Non sarà un dramma, spero che il cliente non sia fissato con lo stile e l’abbigliamento.

Sono oramai quasi pronto. “Controllo prima di uscire”. “Controllo prima di uscire”, ripeto più lentamente avvicinando alle labbra il microfono dello smartphone. Nessuno mi risponde. La usuale voce femminile ed elegante è sparita. Devo trovare da me il passaporto, i documenti e le chiavi elettroniche. Trovo la tessera subito, poggiata sul mobiletto all’ingresso. I documenti saranno nel trolley pronto all’ingresso. Controllo: nulla. Perché questa volta anche la donna delle pulizie mi tradisce?

Dove si troveranno? Devo cercare nello studiolo, sulla scrivania nel salone oramai sotto zero, sul tavolinetto in cucina. Non li trovo. Le tre e mezza. Già. E io che credevo che sarei uscito dall’appartamento molto prima del previsto. Dove stanno i documenti? Giro e rigiro per le stanze, scansendo ogni posto e la mia memoria al contempo. Mi viene un’illuminazione. Posso recuperarli dal cloud e stamparli nel lounge dell’aeroporto, se avrò dieci minuti. Ma meglio così.

Ora il passaporto. Che ovviamente non si trova nel solito cassetto. Dove cercarlo? Inizio questa volta metodicamente, dalla stanza da letto, nel cassetto dove spesso lo ripongo le rare settimane che non viaggio. Nel primo cassetto sul lato sinistro, dentro la busta bianca: non c’è. Allora vedo sul lato sinistro del cassetto: no. Allora inizio a scavare nell’affastellato disordine di buste, bustine, depliant, estratti conto, bollette, foglietti e altre carte ora inutili e urticanti. Prendo l’ammasso di carte e cerco di tastarlo per individuare lo spessore rettangolare del passaporto. Mi sembra di individuarlo invece è una tesserina scaduta di qualche supermercato. Passo al cassetto numero due, destinato ad accogliere fascicoli e documenti personali. Sfoglio a uno a uno i fascicoli, sperando che il passaporto si sia incuneato tra essi. Ripeto l’operazione per scrupolo: nulla. Passo al terzo cassetto: libri e depliant. Spingo questi oggetti di lato e in fondo per sperare di individuare il colore mattone che cerco. Passo al quarto cassetto: vuoto.

Ritorno al primo cassetto: qui deve stare. Ricontrollo tutto con un tentativo di calma. Nulla. Che ora è? Lo schermo mi dice 04:03. Ho quaranta minuti. Posso e devo mantenere la calma. Ritorno in questi cassetti, li guardo. E poi penso che deve stare altrove. Mi avventuro nel salone dove la temperatura è gelida ma almeno ora sono vestito. Il tavolinetto. Il divano. La vetrinetta. Lo scrittoio. Scansiono gli spazi senza vedere questo rettangolo marrone. In cucina allora. Controllo il pianale dove a volte, stanco, lo lascio prima di mettermi a mangiare qualcosa di freddo. Non c’è. Il tavolo grande della cucina. Non c’è. Vado all’ingresso. Lo svuotatasche. Vuoto. Ecco, mi viene un’idea: lo avrò lasciato in qualche completo. Corro nella cabina guardaroba dove lo schermo mi dice che sono le 04:23. Ho ventidue minuti e devo rimanere calmo. Inizio a tastare, prima con metodo e poi freneticamente tutti i completi, tutti i pantaloni. Nulla.

Mi rivolgo al cassetto di prima. Prendo tutti gli strati di carte, li sollevo e li sbatto sul pavimento. Inizio a cercare a carponi tra questo tappeto di carte. Non c’è. Le 04:39. Sono tutto sudato, di nuovo. Torno in salone anche per avere un po’ di aria fresca, visto che inizia a mancarmi il respiro. Cosa fare? Ho ancora sei minuti prima che arrivi il taxi. Mi metto a cercare sotto il divano, sotto le sedie, sotto qualsiasi posto che possa nascondere un rettangolo di mezzo centimetro di spessore. Non lo trovo. Il taxi è arrivato, di certo, anche se la voce guida è ancora muta. Perderò l’aereo, perderò l’appuntamento, perderò il lavoro, perderò tutto. Al pensiero mi scatta dentro una rabbia definitiva. Prendo la prima sedia e inizio a spaccarla sul pavimento. Una seconda. Spingo il divano al centro e lo prendo a calci. Svello il maxi schermo dai portanti e lo sbatto sul pavimento. I cristalli sbriciolati mi piagano le mani e schizzano sul volto, sento rivoli di sangue sul volto e la vista che si annebbia. E allora non è finita. Prendo un’altra sedia e la lancio contro la vetrata. Lo scroscio dei vetri è fragoroso e duraturo. Non mi basta. Un’altra sedia deve distruggere il maledetto condizionatore che mi ha congelato il cervello. Sbang. Sbang. Non si ferma al primo colpo ma al secondo sì. E adesso ancora. Le lampade da terra del salone. Eccole, la mia nuova arma contro questo appartamento traditore. Mi metto a ruotare la prima. Voglio vedere cosa colpire. Ecco, il pc. Voglio vedere che effetto. Prac. Il pc si rabbuia. Tutto qua? Nessuna scintilla? Ma io voglio vedere di più. Anzi, inizio a non vederci. I cristalli negli occhi mi bruciano. Sono cieco. Trovo la lampada e la voglio spaccare contro il muro. Ecco. NO.

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Un immobile caos accolse chi entrò nell’appartamento dopo aver forzato la porta elettronica con l’aiuto di un tecnico.

Che disastro immane ha combinato? Chi è questo pazzo?”, chiese il sovrintendente capo

Un manager di livello internazionale. La sua società ne ha denunciato la scomparsa quattro giorni fa. I vicini non lo vedevano mai e non sapevano chi fosse. Abbiamo verificato il nome dal passaporto trovato sul pavimento”, rispose l’agente scelto.

Fumo

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Fumo

Sono le 4.02 del 14 febbraio 2016. Filamenti grigi e spesse volute di fumo si sovrappongono e si dissolvono sullo schermo del portatile dove stai guardando per la tredicesima volta l’azione letale. In ogni passaggio dei sessanta secondi precedenti hai preso nota di tutti gli errori, fino a quello finale, irrevocabile.

Hai riempito pagine di appunti e la stanchezza non ti fa venire in mente altre idee o correzioni.

Resti a guardare ipnotizzato l’azione, in un certo senso quasi contento di poter vedere e rivedere i sessanta secondi che ti hanno cambiato la vita. A pochi capita questa fortuna: non solo essere consapevoli di vivere una curva della propria vita, ma anche di poterla rivedere al computer quante volte si vuole.

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Una deviazione. Solo pochi centimetri. Sbaglia chi si illude che la vita sia fatta di scelte. Invece è fatta di deviazioni infinitesimali, di cui spesso neanche ci accorgiamo.

 

Hai perso lo scudetto. Potevi fare l’impresa al primo anno. Saresti entrato nella mitologia di Napoli e nella storia del calcio. Eppure, ogni volta che sei vicino alla meta il destino ti si ritrae, ti rigetta indietro come un’onda spezzata nella corrente di risacca.

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Io non accuso niente e nessuno, perché il destino, a differenza di mio padre, me lo son potuto scegliere, e ne ho pagato tutte le conseguenze.

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C’è sempre stato uno iato tra te e il mondo. La stessa distanza, la stessa differenza di prospettive che hai sentito attorno a te come un peso, un’irrisione, uno scuotere il capo quando hai abbandonato un posto da dirigente di banca e una carriera con le migliori prospettive per andare a perderti in campi di provincia, tra ragazzi talentuosi ma svogliati, volenterosi ma senza talento, possenti ma tonti, tutti già naufragati nelle serie minori per pigrizia, supponenza o sfiga. Ragazzotti che raramente capivano tanto accanimento per uno schema da calcio d’angolo sbagliato o tanta ostinazione nel correggere un movimento errato in difesa, che non riuscivano a capire perché stare tanto corti, in campionati dove il lancio da quaranta metri era una ovvia necessità.

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Mister, siamo al Tegoleto, non al Real Madrid”, disse Tonioni, uno che sapeva davvero come si gioca ma non gliene fregava un cazzo di migliorarsi. Davvero bravo, Tonioni, ma non riuscivo a capire le sue provocazioni e il suo menefreghismo. Il padre si arrangiava a fare il cameriere nel bar di via Roma a Badia al Pino. E glielo dissi chissà quante volte: “Guarda che hai piedi buoni e cervello, il calcio ti può dare una possibilità. Impegnati”. “Mister, chi parte da dietro non arriva davanti”. E con quella frase discorso finito, la sua irridenza da ventenne già deluso.

E lì forse pensai che se Tonioni a vent’anni aveva già mollato, io, a quarant’anni compiuti, dovevo provarci per non avere più rammarichi.

Ma chi ero io? Un povero illuso, un toscanaccio testardo o avevo qualche qualità? Vedevo le disposizioni banali delle squadre che affrontavamo con la Sansovino e mi dicevo che rispetto ad allenatori rinomati, che da giocatori avevano vinto coppe e campionati, da meno proprio non lo ero. Che cosa era la mia? la presunzione del dilettante? Sapevo che solo in un modo avrei potuto capirlo.

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Quante volte a svegliarti di soprassalto in piena notte, per pensare a un movimento e soprattutto per pensare a come stavi sprecando la tua vita tra Londra e Lussemburgo.

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Vita del cazzo tra tavoli di mogano e poltrone di pelle nera. E mentre si negoziava sul mercato interbancario, io pensavo che con il Foiano avrei dovuto spostare di dieci metri indietro Meacci.

Dovevo decidermi.

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Ma cosa hai? La tua carriera va a gonfie vele, ti mandano a Londra, in Germania, in Lussemburgo, abbiamo già quasi finito di pagare il mutuo, puoi seguire la tua passione senza preoccupazioni, nessuno te lo nega. Perché vuoi mandare tutto al diavolo? Io davvero non capisco. Passare dalla serie A delle banche ai calciatori dilettanti di campagna? Con quali obiettivi? Per fare contenti quattro tifosi che alla terza sconfitta consecutiva ti insulteranno? Per seguire dei ragazzi senza futuro? Io non capisco ma se vuoi farlo ti starò vicina, non posso continuare a vederti la notte così agitato e di giorno così malinconico.

Una moglie può accettare di rinunciare alle certezze della mezza età solo davanti a due fatti: una grande passione o una grande sofferenza. Hai sofferto tu ma ha sofferto anche lei, prima e dopo la tua nuova vita da allenatore. E ti senti in debito con lei, per tutte le delusioni di questi anni che lei ha sopportato perché aveva capito che la tua passione era tutto per te, e avresti magari rinunciato a lei piuttosto che al calcio. Sei passato dalle trasferte a Londra, Lussemburgo, Francoforte alle stagioni a Verona, Pescara, Alessandria.

Quante volte hai pensato alla carriera che hai lasciato in banca, stipendio ottimo e sicuro a fine mese, viaggi in business class, bonus ogni trimestre, mutui a tassi agevolati. Evitavi di risentire i vecchi colleghi, ora strapagati, per non farti rodere dall’invidia e da quel dubbio di fallimento che ti ha accompagnato fino a qualche anno fa, fino a quando non hanno iniziato ad accorgersi di te.

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Non me ne frega un cazzo di fare i soldi leccando il culo a qualche presidente di qualche cazzo di cassa di risparmio, facendomi massone o truffando i pensionati che hanno fatto per tutta la vita un lavoro di merda. Ho detto vaffanculo a questo mondo quando potevo ottenere più di tutti.

Perché vedere un movimento messo in pratica come l’ho immaginato, pensare a un ragazzo che ogni giorno si fa 50 chilometri in auto all’andata e al ritorno per venire all’allenamento per poi vedersi rimborsata la benzina dopo tre mesi, credere che dopo una vittoria un tifoso felice si sveglierà l’indomani alle 5 per andare al lavoro in officina meno abbruttito, sono le soddisfazioni che davvero cercavo.

Io quella vita del cazzo, imbellettata, riunioni su riunioni in giro d’Europa, non la sopportavo. Vi siete mai chiesti perché porto la tuta? Sai per quanti anni ho portato elegantemente completi e cravatte a tono? E adesso solo perché vado in campo in tuta mi prendono per cafone? Quando giravo per Londra vestito di tutto punto i Mancini ancora non andavano oltre le camicie hawaiane.

E ancora oggi, dopo anni di carriera e anche di riconoscimenti c’è ancora qualche giornalista imbecille che rivanga la storia del bancario. Non so perché non hanno niente di meglio da scrivere o perché vorrebbero farmi passare per dilettante. Io il calcio l’ho studiato come pochi. L’ho inseguito con la testardaggine di chi non era destinato ad esso, come un amore adolescenziale che riconquisti nella maturità e ti fà risentire ragazzino. Ho pagato più di tutti per vivere nel calcio, e non me ne pento.

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Attorno ai quarant’anni arriva l’ultima chiamata per cercare se stessi. Abbiamo passato anni a fare esperienze e disperdere energie per capire cosa volevamo dalla vita, ma la maggioranza delle persone, arrivate a quel punto, si rifugia nelle convenienze, nelle paure, nei vincoli, nel pudore di mostrarsi irrazionali o infantili per inseguire le aspirazioni dell’adolescenza. Accettano di passare il resto dei giorni popolati da rammarichi piuttosto che rischiare. Pochissimi decidono un ultimo volo, dopo magari aver raggiunto anche risultati significativi in lavori che non suscitano in loro entusiasmo o gratificazione.

Si sceglie di darsi all’arte, al volontariato, aprire un’azienda, cambiare città o paese. Diventare allenatore. Il più delle volte il troppo tempo passato a fare altro lo sconti con pressappochismo, superficialità, dilettantismo, fallimenti. L’unica alternativa per recuperare il tempo perso è applicarsi costantemente e avere la personalità per non mollare quando arrivano le difficoltà, quando ti accorgi di aver sbagliato, quando ti ritrovi a dare un senso a scelte che nessuno capisce attorno a te.

Avrei fatto questo lavoro anche gratis ma la mia ambizione era riuscire a farmi pagare per la mia passione. Tutto è vero. In questo posso dire di avere avuto successo. Quello che non dico è che voglio vincere. Non mi interessa solo giocare. Non passo intere giornate tra computer e campo per perdere le partite con un gol di culo all’88esimo.

Zaza un gol così pesante in carriera non lo segnerà mai più. E te lo posso spiegare sulla base di argomentazioni tecniche e tattiche. Ha un buon sinistro e una buona tenuta atletica ma non è capace di leggere tatticamente la gara. Non è un attaccante attorno al quale puoi costruire un progetto di squadra. Eppure stasera ha catalizzato tutti gli errori dei miei. Koulibaly non lo ha anticipato e ha fatto una delle rare cazzate di quest’anno. Mertens non doveva sbagliare il passaggio, ha regalato la palla al limite. Jorginho non ha contrato con efficacia Cuadrado. Hisaj non doveva far toccare di testa Alex Sandro. Ed Evra era solo e ha avuto tutto il tempo per passare a Zaza, che ha avuto tutto il tempo per aggiustarsi il pallone e preparare il tiro deviato da Albiol. Quando si dice il gioco di squadra…

Aspettavo Higuain stanotte. Sarebbe stato il trionfo. Suo e mio. Il frutto di mesi di lavoro a lavorare sui movimenti, sul fisico, sulla disciplina, sull’orgoglio, sulla testa, sul senso di appartenenza di questo ragazzo.

Lo ricordo a Dimaro. Un ragazzo infragilito dalle delusioni, reso insicuro dei suoi mezzi, frustrato dal ricominciare un’altra stagione in una società mediocre, con uno stadio sgarrupato e compagni di squadra che non capiscono e non sopportano più le sue sfuriate. E in più un allenatore nuovo, non celebrato come il precedente e ingaggiato perché poco costoso, che a 57 anni non aveva mai fatto una coppa europea.

Ero entusiasta dal poter allenare un giocatore come lui, capace di aprire gli spazi, di spiazzare gli avversari con le finte, la palla o la semplice intelligenza, di cambiare in un momento la posizione per ricevere al meglio la palla, di costruirsi le occasioni da gol in maniera assolutamente imprevedibile. Ammiravo la sua ossessione per il gol, la sua visione di gioco senza palla, la sua capacità di relazionarsi sulla direttrice tra sé e la porta quasi sempre in maniera ottimale. La sua forza. Inespressa. Per questo c’ero io.

Come avrei fatto a convincere questo ragazzo a seguirmi?

Questo forse è il mio capolavoro, perché alla fine se sei un campione o sei un giocatore di provincia certe paure sono sempre le stesse, anche se cambia la categoria.

Rassicurarlo. “Tu sei tra i più forti giocatori al mondo. Non fare confronti con Cristiano Ronaldo o con Benzema: quello è il passato. Tu devi solo dimostrare di essere forte quanto sei davvero”.

Stima e fiducia. “Per me è un’onore allenarti. Ti dimostrerò che posso migliorarti”

Proteggerlo da se stesso. “Non devi pensare a dove ti trovi adesso nella tua carriera, non devi fare paragoni che ti deprimerebbero. Impegnati, non lasciarti andare, non esagerare con le uscite, non voglio vederti con la pancetta quest’anno”.

Motivarlo toccandolo nell’orgoglio. “Tu sei tra i primi cinque attaccanti ma devi dimostrarmelo”

(E fargli capire che non sono succube):“Tu sprechi troppe energie mentali nel corso della partita. Scarichi la tensione sui compagni ma spesso sei tu troppo lontano dalla loro linea, non partecipi all’azione e non prendi la palla quante volte vorresti. Ti muovi troppo sulla verticale e devi attaccare di più la profondità. E poi troppa ansia di metterla dentro ti fa crescere l’insicurezza e così rischi di commettere errori. Hai 95 minuti per metterla dentro”.

Non so quale di queste frasi lo colpì, e non so nemmeno se fosse una di queste o un’altra. Ma che importa oramai? Lui è capocannoniere, eravamo in vetta alla classifica ma abbiamo perso. Illuderemo per un po’ i tifosi dicendo che ancora tutto è possibile, li tranquillizzeremo continuando a dire che avevamo e abbiamo altri obiettivi ma in realtà stasera abbiamo capito di aver perso, di poter solo accettare per il resto del campionato questo stato di cose e di doverci accontentare di qualche soddisfazione che verrà. Fine corsa. Il tempo delle grandi ambizioni è finito. Prima lo accetteremo e prima potremmo ricominciare a giocare con dignità.

 

Maurizio, è tardi, stacca e vieni a dormire qualche ora”

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Voglio star da solo e accendermi ancora una sigaretta. Sarebbe bello perdersi nel fumo qualche volta. Tu fumi e a un certo punto diventi un filino che ascende, che poi si attorciglia e prende la forma di una medusa che galleggia a metà tra te e il soffitto. Poi si sfilaccia, cerca di trasmutarsi in un altro essere, serpente o verme, o in qualcosa che c’è ma che non riesci a intuire, perché prima della fine tutto è più indistinto. Quando sono agitato espiro un intero zoo di fumo, e non solo animali ma figure geometriche, nebbie, nuvole, correnti, venti. Ti aiutano a ripulire la mente, a pensare alle cose con più lucidità proprio perché sono mascherate dal fumo, a distaccarti dalla realtà.

Dovrei staccare e andare a dormire, non ha torto. Ma il sonno sono ore sottratte al calcio e i miei sogni sono fatti di schemi, di cross, di azioni e di gol che faremo. Vorrei parlare per ore di tattica e di posizioni in campo, di preparazione psicoatletica dell’incontro e di rifinitura dei movimenti in sincrono dei reparti, di schemi su palla inattiva e di analisi statistiche degli incontri, ma in conferenza stampa il coglione che mi ricorda la mia vita precedente me lo ritrovo sempre. Così come il mestiere di mio padre operaio: conosco decine di calciatori e di colleghi che vengono da famiglie umili. Ma solo nel mio caso mettono in ballo mio padre.

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Come quando mi buttarono nel fosso. Avevo osato troppo. Andare contro gli ordini. Dar noia al grande Coppi. Pretendere il mio spazio, la mia dignità e anche un pochetto di gloria, dai. La lezione la capii fin troppo bene e rinunciai ad ogni ambizione. Dopo poco smisi di correre. Rientrai nei ranghi di chi doveva rimanere dietro, nella vita e nello sport. Avevo una moglie. Non potevamo mangiarci i raggi della bicicletta a cena.

Il mio orgoglio era vederti vestito di tutto punto per andare a lavorare in banca e per le trasferte all’estero.

Il figlio di operaio ora dirigente di banca. Lo sport è solo per salute e divertimento. Lo sport non è per noi classe operaia, anche se ci ho creduto, ci ho provato e mi son ritrovato nel fosso. Tu hai un lavoro pulito, sei avviato a una grande carriera, e non avrai problemi economici. Non sai quanto sono orgoglioso.

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Papà, meno male che non hai visto gli esoneri di questi anni. Il Perugia, l’Avellino, il Sorrento. Ero perso, perché non ammetterlo. Posso capire come si sentono gli esodati, gettati in un limbo in mezzo ai cinquant’anni, quando la pensione è un incubo e ripartire è utopia. Cinque anni fa mi sono sentito un esodato del calcio. Non un fallito, quello mai, ma proprio un esodato, uno che ha competenze, capacità, energia ma viene considerato di troppo da qualcuno che prende decisioni senza cognizione. Ho avuto mesi, anni, per domandarmi quali fossero le scelte sbagliate dopo gli anni ruggenti alla Sansovino, dove e perché mi ero arenato. Non avevo mai smesso di studiare. Sapevo lavorare e pianificare le partite meglio di dieci anni prima. Ero diventato anche conosciuto e stimato da chi di calcio davvero ne capisce. Avevo sviluppato soluzioni innovative dal punto di vista tattico. Cosa mi mancava? Solo una questione di culo?

I miei schemi non erano di facile comprensione, ci voleva pazienza per vedere arrivare i risultati e nel frattempo i presidenti temevano la retrocessione. Ma non potevo cambiare il mio approccio. Le rose erano spesso mediocri, ragazzi anche con bei numeri ma oramai più interessati a fare gli idoli di provincia e a trombare ragazzine che a comprendere certi movimenti di reparto. E non potevo fare la campagna acquisti. Arrivavo spesso a metà campionato. Ma questo succedeva anche ad altri colleghi. Non ne imbroccavo più una.

Cosa mi mancava?

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Vedi Maurizio, tu sarai anche un genio della panchina, ma quanto a diplomazia vali zero. Ma ci vuoi far rovinare da Tavecchio dicendo quelle cose in diretta alla Domenica Sportiva? Ma ti rendi conto che basta qualche arbitraggio contro per rovinare quanto di buono hai fatto, anzi, abbiamo fatto, se mi permetti, perché non credere di essere l’unico artefice del “miracolo Sansovino”. Se pensi davvero di essere libero di poter dire tutto quello che ti passa per la testa solo perché ha raggiunto qualche risultato in serie C2 non hai capito nulla di come si fa davvero carriera. Sei libero solo finquando non conti un cazzo, e solo in alcune situazioni.

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Non avevo capito niente. Ci ho pensato molte volte in questi anni. Cardini mi stima, mi vuole bene e mi voleva aiutare anche in quella occasione. Ma io ho sempre preteso il lusso di sentirmi libero di fare le scelte e di dire quello che volevo.

Il fatto è che non riesco ad essere paraculo. In un paese di paraculi e ipocriti questo non è solo un handicap, è una condanna.

Credi che io non abbia pensato tante volte “dove sono finito”, “chi me lo ha fatto fare?”, ma per uscire da una situazione di merda, per risolvere i dubbi, l’unica soluzione che conoscevo era quella di lavorare, impegnarsi e dimostrare che si merita altro.

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Hai fatto le tue cazzate, lo sai, non si tratta solo di essere paraculi o no. Hai sempre pensato che la scelta di lasciare la banca, quell’enorme atto di libertà e di follia, ti liberasse da ogni altra costrizione nel fare quanto amavi fare. E invece sbagli. Più ambizione hai e più sarai condizionato da essa. Ti conosco, tu non passi le giornate e le notti a pensare solo al calcio per non avere l’ambizione di arrivare a qualcosa di importante.

Le serate passate a fare i bischeri come ragazzini, a tirar tardi a parlare di calcio, politica e figa, quelle non me le dimentico e avremo sempre tempo di ritrovarle. Serate in cui sparisce l’ansia del futuro, ci siamo noi e le nostre passioni, lo stare bene assieme tra una chiacchiera e una battuta, senza dover fingere nulla. Questo è il bello della provincia, del dilettantismo come vocazione e non come rinuncia. Ma tu sei sprecato, lo sai. Non accetti compromessi e sudditanze e poi ti maceri con i rammarichi perché sei un rosicone.

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Di cosa mi parli? Di partite rubate o vendute per un tozzo di pane? Di diesse che non capiscono un cazzo, che si vendono le partite e che si fanno pagare le mazzette sui trasferimenti estero su estero? Di gente che vorrebbero giustificare a me queste operazioni via Isole Vergini prendendomi per grullo o pretendere di fare finta che non capisco le loro manovre?

Vuoi sapere la verità? Ti parlo anche di questo, suvvia, non siamo ragazzini. Tu non ti farai cambiare dal sistema ma sei troppo intelligente per pensare di cambiarlo, soprattutto alla tua età. Un contesto dove ancora crederanno in te lo troverai ma devi capire che la libertà cui tenevi a vent’anni, la libertà che ti ha fatto fare certe scelte a quarant’anni, quella libertà si ridurrà ogni anno di più e devi accettare certe condizioni se vuoi provare a toglierti le soddisfazioni che meriti.

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Sì, ho cinquatasette anni. Cinquantasette, oramai quasi più delle sigarette che fumo ogni giorno. Alla mia età Sacchi si era già ritirato pieno di trofei e miliardi. Io sto ancora qui, ad inseguire successi, gratificazioni, riconoscimenti, a cercare di recuperare il tempo che ho perduto quando non ho saputo inseguire il mio sogno.

Chi guarda dall’esterno la mia vita vede la favola, vede la follia, vede la meticolosità che porta ai risultati.

Io stasera vedo solo il fallimento.

E va bene, siamo di quelli che perdono. Ma siamo anche quelli che vincono ogni volta che trovano il coraggio almeno per provarci. Io stanotte ho perso. Ma per questo non rinuncio a credere di meritare di vincere.

La stranezza che ho nella testa: Istanbul nelle vite degli ultimi arrivati

Biblioteca Letteratura

La stranezza che ho nella testa: Istanbul nelle vite degli ultimi arrivati

Per le strade notturne di una città imprevedibile si aggira da decenni un venditore ambulante.

Se non è diventato ricco come i cugini forse è proprio perché non riesce a rinunciare a quelle passeggiate notturne in una città che sempre gli sfugge, alla ricerca di acquirenti dell’anacronistica boza e di risposte alla Stranezza che ha nella testa. Ma questo a Mevlut poco importa. Alla fine del romanzo riuscirà a dire alla città quello che ha sempre cercato di dire: una dichiarazione di amore e di accettazione del destino, che contrasta con la volitività di gran parte degli altri personaggi del romanzo.

Mevlut non ha la determinazione dei suoi cugini Korkut e Suleiman, non ha le convinzioni e l’orgoglio del suo amico Ferhat, non ha l’arroganza della bellissima Samiha, non ha di certo l’imprenditorialità di Hamit Vural e nemmeno l’intraprendenza della cognata Vediya. Dunque, almeno all’apparenza, quella di Mevlut è una storia di continui insuccessi ed equivoci, nello studio, in amore, nelle varie attività lavorative che intraprende. E anche quando realizza il sogno della giovinezza scopre troppo tardi che comunque esso non era fatto per lui. Eppure addentrandosi ogni sera nei viali e nelle viuzze di Istanbul, accolto con stupore e curiosità in tante case diverse come un personaggio emerso dal passato, il venditore di boza Mevlut riesce a non diventare uno sradicato come quasi tutta la sua famiglia allargata. La boza, la bevanda di grano fermentato, è una testimonianza di fedeltà alle origini, a suo padre venditore ambulante di yogurt, a una identità povera e rurale che chiunque arriva nella capitale cerca quanto prima di scrollarsi di dosso.

“Quando si rendeva conto che il figlio lo guardava come un sapiente che parla con la città usando una lingua misteriosa, e che era impaziente di conoscere i segreti di Istanbul, Mustafa Effendi (il padre di Mevlut) si inorgogliva e accellerava il passo” (pag.71)

Epopea minima e corale di semplici immigrati che si fanno strada per cercare il loro pezzo di benessere in una città che viene ferocemente trasformata dal loro arrivo, con il suo ultimo romanzo Pamuk cerca di leggere Istanbul dalla parte dei suoi nuovi abitanti, superando l’etichetta di scrittore della borghesia occidentalizzata.

Anche di recente sono apparsi in Italia vari testi intrisi di esotismo a buon mercato che raccontano la città dei romei o quella multietnica e multireligiosa dei sultani, ma la realtà della Istanbul di oggi è una città prevalentemente anatolica, dove negli ultimi quarant’anni si sono insediati non meno di dieci milioni di immigrati dalle regioni asiatiche della Turchia, una dilatazione urbanistica e sociale che non ha pari in Europa e in vicino Oriente e che l’ha trasformata in maniera radicale.

“Nessuno amava ricordarlo, né dirlo, ma un tempo Tarlabasi era un quartiere greco, armeno, ebreo e siriano. A Kurtulus, che era l’altro lato di una vallata percorsa da un ruscello che dalle spalle di Taksim scendeva verso il Corno d’oro e prendeva nomi diversi in ogni quartiere che attraversava – nomi ormai dimenticati da tutti perché ricoperti dal cemento e dall’asfalto – , sopra Ferokoy, sessant’anni prima negli anni Venti, ci vivevano greci e armeni” (pag. 303)

 

Se Istanbul è il racconto intimistico di una progressiva consapevolezza che si intreccia alla conoscenza e alla riflessione sulla propria città, in La Stranezza che ho nella testa Pamuk si sfida a raccontare un mondo quanto più distante socialmente, culturalmente e geograficamente dalla sua estrazione, il mondo di coloro che sostengono Erdogan come colui che li ha tratti fuori dalla povertà e dalla marginalità, che al contempo ha garantito loro l’accesso al consumismo occidentale e la promozione delle tradizioni religiose.

Il romanzo ha allusioni molto chiare alla situazione attuale turca: non credo sia un caso che il costruttore Hamit Vural provenga dalla città di Rize come la famiglia di Erdogan. Gli oltre quarant’anni di storia che attraversano le vite dei personaggi del romanzo sono dunque un’occasione per ricordare i traumi e gli abusi cui è abituata la Turchia e molto meno l’Occidente che la giudica: i colpi di Stato, le persecuzioni e le torture ai danni degli attivisti di sinistra, dei curdi e degli aleviti, la corruzione diffusa e la speculazione edilizia che sono componenti del potere dell’AK parti.

Il romanzo tuttavia non ha la complessità di impianto e di scrittura de Il libro nero o Il mio nome è rosso, ma il personaggio di Mevlut, descritto nel suo candore, nel suo ottimismo, nella sua integrità, fa sorridere e resta nella memoria. La storie degli altri personaggi scorrono facili alla lettura, con l’esplicito intento di raccontare una ordinarietà di vita e una certa semplicità di pensiero e sentimenti.

Accusato in patria di essere uno scrittore intellettualistico e orientato verso i lettori internazionali, Orhan Pamuk ha voluto sfidare a una certa critica e vincere una sfida anche con se stesso, per dimostrare di saper capire e raccontare i suoi recenti concittadini, cui guarda al contempo con sollecitudine e timore.

Orhan Pamuk La Stranezza che ho nella testa, Einaudi, 2015

Un algoritmo ci seppellirà?

Algoritmi

Un algoritmo ci seppellirà?

(Questo testo è stato già pubblicato su Digidig.it)

Uno spettro si aggira per il web: lo spettro dell’algoritmo!

La sterlina crolla per qualche secondo? Forse è stato un errore umano, ma fa più clamore evidenziare che, forse, la colpa è di un non ben specificato e impersonale algoritmo.

La cosiddetta “Buona Scuola” è accusata di aver determinato esodi di docenti di portata addirittura biblica?  Le scelte sono state fatte da un algoritmo, quindi prendetevela con lui, se riuscite a trovarlo.

Se invece siete algoritmicamente licenziosi potreste applicare l’algoritmo del pene elaborato da Le Iene e verificare se il risultato corrisponde alle misure effettive (senza barare però) in questo nuovo sistema metrico genitale.

Visto che per essere notati bisogna usare le parole del momento, anche l’ottuagenario Rino Formica, in una recente intervista dove critica apertamente Matteo Renzi, ci rivela che “Non prendiamo atto di una realtà: quella di essere governati in ultima istanza da un’algoritmo”. Le ultime cinque parole erano linkate e quindi vi ho cliccato per capire finalmente chi o cos’è questo famigerato algoritmo: mi son ritrovato su una pagina dello stessa testata dal titolo “Goldman Sachs e Renzi preparano l’arrivo della troika”. Quindi una bella confusione: quelle dinamiche che non si capiscono proprio bene e che fino a dodici-diciotto mesi fa venivano attribuite senza dubbio alla malefica finanza globale, ora vengono attribuite alla forza dell’inquietante Algoritmo. Un indefesso complottista potrebbe teorizzare dunque che i soliti banchieri e massoni adesso si chiamano tra loro algoritmi. A quando G.A.D.U. verrà interpretato come Grande Algoritmo Dell’Universo?

Ecco dunque la parola del momento: l’algoritmo, pronto per ogni spiegazione, che fa entrare nelle pagine importanti di ogni testata, apre le porte delle conversazioni suppostamente intelligenti, fa sentire contemporanei e aggiornati, con un tono anche un po’ esoterico o almeno da esperto, ché ci dà un tono in più. Facile il rischio che un concetto relativamente semplice, ma dalle applicazioni infinite e anche estremamente complesse e pervasive, finisca per essere banalizzato da semplificazioni giornalistiche e dal sentito dire delle chiacchiere in società.

Algoritmi tra tecnica e ideologia

In questo senso vi è poi un’altra tendenza, soprattutto di una certa sinistra, a sostituire oggi la tradizionale parola capitale con la parola algoritmo, creando un feticcio intellettuale opaco e concettualemente inutile.  Insomma, una classica reificazione, come mette in guardia Tarleton Gillespie, dalle maglie talmente larghe da farci stare tutto e senza trattenere niente. Come quando Karl Popper, nella Vienna degli anni Trenta, notava come i marxisti riuscissero a spiegare tutto con la loro teoria, dalle crisi economiche ai cambiamenti di costume. Proprio lì Popper iniziò ad elaborare la sua teoria della falsificabilità dei postulati scientifici.  Dopotutto è sempre più facile riverniciare il proprio vocabolario che dotarsi di concetti nuovi per comprendere le trasformazioni che ci attraversano.

Il punto sta tutto qua: o algoritmo è la buzzword del momento, destinata a tramontare non appena ne arriverà un’altra, oppure esso è il termine che indica la trasformazione radicale dei processi di vita, di pensiero e di relazione che è in corso, e allora non basta citare gli algoritmi, ma bisognebbe studiarli, non dico saperli scrivere, ma almeno saper leggere quelli pubblici per capirne le loro implicazioni.

Eppure, quanti tra coloro che parlano e scrivono di algoritmi saprebbero almeno interpretarli in versione formalizzata, ovvero come essi effettivamente funzionano? E alla fin fine, se non sai leggerli come puoi ambire a negoziarli? Chiunque si occupa di coding sa che ogni comando ha senso solo se applicato a un dataset. Ovunque oggi si ragiona di algoritmi e molto meno di dati. Mi sa che i discorsi sui dati, elemento cardine della nostra epoca, hanno giornalisticamente già stufato, ma, come vedremo alla fine di questo testo, dalla loro tutela potrebbero nascere nuove modalità di fruizione del web.

digital-saladUn algoritmo, nella sua declinazione meno formalizzata, non è che un insieme di istruzioni. Una ricetta può essere considerata un algoritmo. Il consiglio classico dei ricettari che invita ad aggiungere sale se all’assaggio l’impasto è sciapito sarebbe in informatica un tipico comando IF o condizionale. Le indicazioni per preparare un’insalata primavera possono essere intuitivamente assimilabili a quelle per trovare soluzioni e risposte attingendo da più repository di dati. In questo senso un’insalata primavera con quattro uova sode, quattro piselli e due foglie di lattuga non può più chiamarsi insalata primavera, così come un sistema algoritmico complesso non riesce più a restituire risposte e soluzioni pregnanti se non utilizza e incrocia grandi volumi di dati quanto più diversificati e calibrati per ampiezza e profondità. La necessità di utilizzare sempre più dati per far sì che i suoi risultati siano pregnanti porta Google oggi a utilizzare oltre 200 signals, che i suoi algoritmi analizzano per restituire risposte che tanti, ingenuamente, considerano definitive. Per concludere con la similitudine, immaginate di avere sotto casa un negozio di insalate denominato “Big G” che offre oltre 200 prodotti liberamente miscelabili, dalla classica lattughina ai più esotici grani di melograno o di papavero e a tantissime spezie: di fronte a tale abbondanza ci metteremmo tantissimo per decidere, paralizzati dalle tantissime opzioni disponibili. Poi, per fortuna (?), interverrebbe l’operatore che, sulla base della sua esperienza, ci propinerebbe quella che ritiene l’insalata migliore per noi, che noi riterremmo molto gustosa e varia, anche perché non abbiamo potuto conoscere le alternative.

Algoritmi come deresponsabilizzazione ed esonero

Tra le tante infinite possibilità offerte da basi di dati sempre più estese e dettagliate, uno specifico algoritmo (meglio: una ramificazione di algoritmi) ci risponde con una scelta che ritiene essere la più rilevante, che forse troveremo poco pregnante ma che di certo ci nasconde infinite altre possibilità di informazione e conoscenza. Eppure questo algoritmo, questa unica e parziale logica, viene intesa comunemente come la logica, la spiegazione, la risposta, la soluzione, univocamente, esclusivamente.

Emergono così, a mio avviso, due rischi.

Il primo rischio è quello che porta dritto verso una deresponsabilizzazione  generalizzata. Il disastro ferroviario, la somministrazione sbagliata di farmaci, l’incidente industriale saranno sempre più addossati al povero algoritmo, il quale, potrà diventare il capro espiatorio ideale: anonimo, impersonale, incomprensibile ai più. Dovremmo essere sempre consapevoli che, allo stato attuale dell’intelligenza artificiale, dietro e sopra un algoritmo c’è qualcuno che lo ha scritto e ha fatto determinate scelte nell’introdurre quelle istruzioni e non altre. Così come dovremmo sempre ricordarci che l’algoritmo offre una o più risposte rilevanti rispetto ai determinati parametri umanamente ritenuti ottimali ma non che possono non essere pertinenti al contesto e alle situazioni specifiche.

Il secondo rischio rischia di spingere verso quello che si potrebbe definire, per citare Arnold Gehlen, un esonero cognitivo, così che la pervasività degli algoritmi ci farà comodamente rinunciare a non capire in concreto nulla del mondo in cui viviamo e delle sue dinamiche, e nemmeno in base a cosa prenderemo delle decisioni. E soprattutto nemmeno ci porremo il problema di chi e perché ha creato quel tale algoritmo, perché noi degli algoritmi, di queste black box contemporanee, finiamo per conoscere solo gli effetti ma non i processi e le logiche.

E allora una domanda: perché devo continuare a tramandare o costruire strumenti di esonero tipici degli esseri umani, di cui la cultura è quello principe, se vi sarà un algoritmo che può farlo al posto mio? Cosa resterà dell’uomo se un algoritmo definirà i principi del suo ragionamento e le basi della sua identità?

Rispetto a questi due rischi, che alla fin fine mettono in discussione due cardini del pensiero quali l’elaborazione culturale e la responsabilità delle scelte, sorge allarmata la necessità di porre una qualche barriera. L’eco del momento diventa: se non possiamo fermare l’algoritmo almeno negoziamo i suoi ambiti e i suoi poteri. Ma è ovvio che la negoziabilità non può avvenire a priori perché i detentori degli algoritmi non li renderanno mai pubblici.

E anche se domani Google e Facebook, improvvisamente convertiti al Public Domain, rendessero pubblici i loro algoritmi, quanti dei teorici che ora si affannano attorno al tema saprebbero leggerne il codice e proporre modifiche operative? E quanti sviluppatori, essi sì capaci di leggere le sterminate linee di codice di questi algoritmi, saprebbero trasformare in codice le questioni che sollevano i critici degli algoritmi?

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Negoziabilità è un termine che risente di un approccio vertenziale uscito dritto da qualche fumosa stanza dove decenni fa si consumavano sfibranti negoziati notturni tra le “parti sociali”. Ma oggi le parti sociali, intese come allora, non ci sono più. Ci sono organizzazioni, per lo più di tipo aziendale, che si dotano di algoritmi sulla base di interessi non sempre immediatamente monetizzabili e un’infinità di persone che fruiscono di questi algoritmi con un livello più o meno alto di consapevolezza. Chi potrebbe impostare la trattativa tra i pochi e i tantissimi? E’ vero che ci sono esperienze di lobby dei cittadini, ma in quel caso tutele e accordi sono implementati solo dopo aver esperito sui destini delle persone gli effetti di questa black box chiamata algoritmo.

Non solo, anche se un’autorità nazionale o sovranazionale impone a un motore di ricerca di cancellare certi risultati, non sapremo mai quali algoritmi di sorting sono stati disattivati e quanto questi filtri possono essere scavalcati semplicemente cambiando configurazione al browser o navigando in anonimo. Chi cerca qualcosa sul web ha strategie e tecniche spesso molto più raffinate di ogni filtro normativo.

Dunque, almeno a priori, negoziare gli algoritmi è vano e velleitario? Una sfida impossibile per cui non ci resterebbe che heideggerianamente soccombere alla tecnica? Credo al contrario che vi siano due grandi ambiti di negoziazione, che sono quello della privacy e quello della valorizzazione dei dati estratti da ogni singola persona.

Si tratta in realtà di presidiare il processo di acquisizione e valorizzazione dei dataset, che è la vera catena del valore in epoca digitale. Oggi io concedo l’uso dei miei dati a fronte di servizi che spesso potrebbero risultare soddisfacenti anche senza una tale invasività. Pressoché in contemporanea  vengo spinto a concederli gratuitamente.

Ma quale presupposto, persuasione o ideologia ha permesso ai grandi operatori del web di definire come standard univoco e indiscusso la cessione gratuita dei miei dati e la non conoscenza dei processi di estrazione e di utilizzo dei dati, e dunque l’opacità degli algoritmi?

E’ possibile e, se sì, come cambiare questa persuasione generale alla base del successo economico delle grandi piattaforme cognitive e relazionali che dominano internet? Credo che sia questo lo snodo essenziale di ogni dibattito pubblico sul tema.

Lo Scuru, un poema interiore

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Lo Scuru, un poema interiore

Nella sua analisi di “Storia dell’occhio” di Georges Bataille, Roland Barthes contrappone poema e romanzo: all’”immaginazione timida” del secondo, “che non osa dichiararsi se non sotto cauzione del reale”, il critico francese contrappone la potenza del poema, che dice “ciò che non potrebbe accadere in nessun caso, salvo che nella regione tenebrosa e ardente dei fantasmi, regione che, proprio per questo, esso è il solo a poter designare, (…) esplorazione esatta e completa di elementi virtuali”.

Leggere dunque Lo Scuru come un romanzo e non come un poema porta a incomprensioni gravi, che pure sono apparse in queste prime settimane dalla sua uscita. Valutare un testo, una scrittura, e volerlo per forza incasellare in quello che secondo un critico dovrebbe essere un romanzo (il cui successo nei secoli sta proprio nella sua natura multiforme) è meno un errore che un indizio di scarsa fiducia nella letteratura.

Poema interiore dunque, che evoca un mondo ctonio e la lotta di Razziddu Buscemi per affrancarsi da esso, pur essendone parte. Racconto di quel fondo magico che la religiosità barocca e controriformistica meridionale ha protetto dalla razionalizzazione nordica del sentimento religioso attuata dal Protestantesimo, la quale invece guardava verso l’alto per scrutare un dio tanto distante da risultare al fine inaccessibile. Il cattolicesimo mediterraneo è invece assediato dalle infinite manifestazioni di un abisso ancestrale, per difendersi dal quale ha prodotto per secoli muraglie di santini, cortine di devozioni, raccolte di effigi di antenati e di mostri, amuleti contro le potenze oscure che abitano l’anima del mondo e delle persone.

Il Signore dei Puci di Butera, con cui il giovane Razziddu ingaggia una lotta letale, è la statua di un Cristo trasformato in un mostro dalle energie ancestrali che attrae e diffonde. Solo il cattolicesimo barocco ha saputo intuire la coessenza in fenomeni religiosi arcaici di potenze al contempo salvifiche e infernali, e renderle manifeste in processioni oscure come quelle della Settimana Santa, quando il sacro ritorna buio e indistinguibile, inquietante e disperante. Una messinscena oscura, dove le statue sono illuminate da baluginii fiochi e diventano specchi mobili e allusivi di un orrore indicibile e senza fine, una oscurità tuttoavvolgente, dimensione priva di temporalità perché antecedente al tempo.

L’analessi narrativa introduce a una biografia antespettiva dell’autore verso una fuga vageggiata nei territori della propria ascendenza letteraria ideale, di una lotta interiore di Razziddu mai risolta nemmeno in punto di morte. È il legame salvifico con l’amata Rosa, la cui morte riapre l’abisso interiore del protagonista ormai anziano cui riemergono le antiche visioni, che lo spinge a proiettarsi con la fuga nella modernità nordamericana fondata sulla razionalità giuridica. Una razionalità agognata dal giovane Razziddu, lui “creatura di zolfo” per bocca della nonna, come soluzione e pacificazione dei conflitti che lo circondano, eppure dall’esito vano: “Così il ragazzo (…) decise di franare col tempo, osservare, e ancora frenare, tuculiare la macchina di legno e poi spicchiare la fisica provando a risorgere in un’altra epoca o secolo in cui la superstizione sarebbe stata debellata da Butera e un’emulsione di lucidità purissima, di giubilo, avrebbe ricreato i rapporti tra i paesano secondo una formula matematica” (pag.90); “ogni oggetto, dentro Butera, era dunque una particellare definizione del fallimento di un’evoluzione moderna” (pag.88).

L’analessi consente il racconto di un universo metamorfico dove la maga Minica invita Razziddu a non uccidere (“U cutieddu. Scappa. Non farlo”, pag. 44) e settanta pagine dopo si capirà che si tratta di una preghiera a non uccidere il suo doppio Nitto. Universo metamorfico prodotto altresì da una lingua che non è tocco di colore, ma è potenza espressiva di una personalità in fieri sospesa tra instintualità e razionalizzazione, tra fedeltà a terra e famiglia e necessario e inevitabile tradimento, tra urgenza espressiva e ordine sintattico. Dunque una lingua non folcloristica, certo di difficile comprensione, ma che traduce il magma non stabilizzato di un racconto fatto da forze violente, una lingua di cui seguire i suoni duri, estranei, come allusione di un mondo non ancora toccato da un ordine razionale della parola.

Una lingua in cui termini e costrutti in siciliano stretto rappresentano fratture della superficie linguistica tradizionale, della razionalità confortante ordinaria, geyser da dove far fuoriuscire la violenza di un conflitto interiore e e le pulsioni di un mondo arcaico, potente e spietato. Con la sua scrittura multiforme per linguaggi, registri e ascendenze letterarie, Orazio Labbate non si limita a narrare una storia, ma scava un fondo rimosso, raschia il banale dai significanti più adusati, piccona la linearità rassicurante di tanti romanzetti d’esordio.

Ecco, l’esordio. Poco ci si interroga su cosa spinga una persona a rompere la timorosità e a dire, e a dire in pubblico. Per me emulazione ed esplorazione sono le due dimensioni che sommuovono il vero talento. Se Razziddu pescatore è un fratello minore di Suttree di Cormac MrCarthy (evidenzio la passeggiata dopo il mercato delle pagine 65-66 e il deliquio delle pagine 30-31), la lingua che ha plasmato Orazio Labbate è strumento di esplorazione interiore e sociale, ardua perché il fondo che intende evocare precede la sintassi e il lessico che riordinano e nascondono gran parte del nostro io.

Lo Scuru è lotta, entusiasmo, passione, inquietudine, ricerca, fuga, delirio. Ma soprattutto ambizione di fare letteratura e di dire tramite essa una parola originale sul mondo e sull’esistenza.

L’intellettuale twittarolo

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L’intellettuale twittarolo

Cosa implica vivere in un mondo twitterizzato?

Fino a un decennio fa il media di massa televisione era la distrazione e lo sfogo delle pulsioni dei meno colti. L’intellettuale non guardava la televisione, anzi, millantava addirittura di non avere il televisore in casa.

Oggi invece l’intellettuale al passo con i tempi è non solo sempre connesso ma cura anche con costanza le sue interazioni su facebook e soprattutto su Twitter. Un intellettuale che non è su Twitter è come un intellettuale che dieci anni fa non partecipava al dibattito pubblico dalle colonne di quotidiani e riviste o attraverso le relazioni ai convegni o gli incontri con gli studenti: ovvero irrilevante, pressoché inesistente.

Oggi devi esserci su Twitter. E per esserci devi twittare con costanza e quando non hai contenuti tuoi da diffondere devi ritwittare cose di altri, possibilmente sempre interessanti o almeno curiose, capaci di generare traffico. Eppure, un recente report di hubspot dimostra che molti di coloro che fanno retweet nemmeno leggono quello che vanno a diffondere: lo fanno per simpatia, per intuito, per ansia di visibilità, magari semplicemente perché scatta in automatico il ditoo indice sul telefonino, senza pensarci. E non mi stupirei di scoprire che a fine giornata pochi ricordano cosa hanno ritwittato, soprattutto tra coloro che sono “ritwittatori” seriali.

Il cervello umano, potenzialmente è capace di processare 400 miliardi di bits di informazione al secondo, si trova oggi al centro di flussi di informazione di cui potrebbe percepire solo la scansione senza comprenderne il valore.

Gli intellettuali al contrario hanno sempre lavorato sulla lunga durata cognitiva, sulla capacità, affinata in anni di studio, di sedimentare le informazioni e ricavarne sapere. La differenza storica tra un intellettuale e un giornalista risiedeva proprio in questa diversa velocità, che consentiva al primo di concedersi il lusso della riflessione e della contestualizzazione colta rispetto al secondo costretto a rincorrere il fatto bruto del momento.

Cosa succede se anche coloro che hanno strumenti di analisi raffinati che si sviluppano in tempi lunghi si fanno prendere dalla foga della visibilità del momento? Perché tanti presunti uomini di cultura non colgono i limiti dei media sociali quando si tratta di elaborare e presentare messaggi più complessi? Un mondo che si racconta in 140 caratteri è un mondo frammentato, in cui anche la cultura rischia di esserlo.Insomma, sta emergendo una nuova figura, l’intellettuale twittarolo, uno che compulsivamente agita le dita sul suo tablet o telefonino, ricercando il retweet, la citazione, l’accumulo di follower. Oramai sono aperte disfide all’ultimo click: come ironizzavo nel precedente post, il blogger come il giornalista di fama come l’intellettuale free lance (ovvero: un tanto al chilo e parlo di tutto) sono oramai attentissimi a pesarsi non in base alla qualità di quanto si scrive o dei contenuti che si sanno trovare e diffondere ma in base al numero di like e di follower, parametri parziali, meri numeri dei quali poco intuiamo le logiche e meno sappiamo cosa indicano (sull’argomento Stefano Besana ha scritto un ottimo post).  Dato che il personal branding è tutto, e senza di esso non si viene chiamati a nessun convegno, non si viene ingaggiati da nessun giornale e si vendono pochi libri, l’intellettuale twittarolo cura costantemente la sua visibilità online, il che implica distribuire tra i 5 e i 20 tweet al giorno. E in questa immensità di retweet s’annega il pensiero di un cervello che fino a cinque anni fa sarebbe stato impegnato in erudite ricerche di archivio e nella stesura di testi dalla scrittura solida.

Perché poi la domanda è banale quanto inevitabile: ma l’intellettuale twittarolo dove lo trova il tempo per leggere, sotto qualsiasi formato, qualche libro?

Chi guadagna dal mio essere social?

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Chi guadagna dal mio essere social?

“Bisogna essere assolutamente moderni”, scrive Arthur Rimbaud nel 1873. “Bisogna essere assolutamente social”, dicono in tanti nel 2013, giusto 140 anni dopo. Ma che cosa implica “essere social”?

Nel 1979 Jean François Lyotard teorizzò, in un librettodestinato a grande fama, l’avvento dell’età post-moderna, la cui caratteristica principale era la fine delle “grandi narrazioni”, politiche, religiose, nazionali. Da allora il prefisso post è stato messo un po’ a tutto: fino a teorizzare i post-italiani e la post-nazione, di cui l’Italia attuale è (sarebbe, per gli ottimisti) un paradigmatico esempio.

Se risulta innegabile che le grandi narrrazioni politiche che hanno alimentato le opzioni sociali per gran parte del Novecento sono oggi affievolite o marginali (illuminismo, comunismo-socialismo, liberalismo), è pur vero che gli ultimi trent’anni la grande narrazione del mercato nella sua accezione neoliberista ha dominato e condizionato la scena politica e sociale. Sbagliava dunque Lyotard a ritenere che non sarebbero emerse altre idee totalizzanti, capaci di imporsi per alcuni addirittura come verità incontrovertibili. Quante persone, ad esempio, hanno rinunciato alle loro inclinazioni umanistiche e si sono adattate a crearsi una professione che rispondesse alle esigenze del mercato? Quanto la propaganda neoliberista veicolata dai mass media ha imposto certe logiche e certe retoriche ad organizzazioni come ad interi stati? Non è questa una grande manipolazione dei bisogni e delle aspirazioni simile a quella che impongono i regimi totalitari? Ancora oggi “il mercato” o “i mercati finanziari” sono usati per far accettare decisioni anche arbitrarie prese da chi queste entità, rappresentate quasi come ipostasi apofantiche, le muove in funzione dei propri interessi.

Oggi la nuova grande narrazione si chiama “social”. Siamo spinti a essere presenti sui media sociali e a interagirvi, a creare contenuti, a relazionarci con innumerevoli soggetti, il tutto per giustificare, confermare, rafforzare la nostra presenza, ovvero la nostra esistenza “social”. Come dice David Meerman Scott “on the web you are what you publish” e aggiunge: “if you publish nothing you are nothing”. Se produci contenuti interessanti creerai attorno a te interesse, reputazione e forse anche possibilità di sfruttare commercialmente tutto questo. Ma le modalità che i singoli hanno di estrarre valore dalla loro identità e dai loro comportamenti digitali sono infinitesime rispetto a quanto ottengono da essi le grandi piattaforme di comunicazione come Google, Facebook e tutti i media sociali. Per essi, questo “essere social” produce valore, anche monetario, poiché viene incanalato nei meccanismi di analisi dei Big Data. Il “valore social” di un fatto, di un contenuto, di una relazione finisce per essere pari alla possibilità di immetterlo nei processi di estrazione del valore, di metterlo in connessione con altri dati e di rendere questi dati immediatamente utilizzabili per azioni commerciali o politiche o di qualsiasi altro genere purché trovino un acquirente.

Le piattaforme social sono oggi lo strumento di sfruttamento biocapitalistico della naturale tendenza sociale delle persone. In realtà, non basta che Facebook prometta di essere per sempre gratuito: tutti i media sociali dovrebbero pagare gli utenti per ogni contenuto postato, sia pure pochi centesimi di dollaro, come fa Google AdSense.

Questa spinta a “essere social” è la grande narrazione dei nostri giorni e come ogni grande narrazione finisce per condizionare le scelte e le vite di decine di milioni di persone in tutto il mondo. Ci sono ambiti professionali in cui non si può scomparire dal proprio “mondo social” per più di qualche settimana se non si vuole rischiare di scomparire nella visibilità e quindi nella possibilità di essere ingaggiati come esperti.

L’ “essere social” è dunque la socialità attraverso i media sociali e il web, con regole sue proprie e non confondibile con la socievolezza personale: un timidone può essere un social influencer nel mondo digitale.

Soprattutto l’ “essere social” ha la caratteristica di essere monetizzabile, anche quando il messaggio postato sul media sociale sembra il più intimo e soggettivo possibile.

Prendiamo il caso di due amiche che si incontrano, staccano i cellulari e parlano fittamente di scelte legate alle loro esistenze. Esse producono molto meno “valore social” di due conoscenti che su facebook sviluppano un thread di politica anche fatto di insulti. Dalla secoda situazione si traggono dati utili a tracciare una tendenza e quindi a produrre analisi e dinamiche di comportamento elettorale. Nel primo caso il contenuto, essendo non tracciato, non ha “valore social” eppure può rappresentare un momento essenziale nel rapporto tra due persone.

Dunque, così come milioni di persone in tutto il mondo nei decenni passati sono stati spinti a applicare alle loro scelte e ai loro comportamenti una logica di “mercato”, oggi milioni di persone sono spinte a ragionare in termini “social”. È un bene o un male? Non esiste una risposta univoca. Che il mercato abbia aiutato milioni di persone ad uscire dalla povertà è un fatto come lo sono anche le condizioni di sfruttamento in cui ancora vivono tante altre decine di milioni di persone a causa delle “logiche di mercato”. Quando interagiamo in termini “social” dobbiamo essere consapevoli che stiamo producendo e regalando valore a chi utilizzerà quelle interazioni. Finquando riterremo che il vantaggio che ne otteniamo è maggiore di quanto regaliamo nessuno porrà dubbi. Il fatto divertente è che quasi nessuno di noi conosce il controvalore del nostro “essere social” e veniamo costantemente persuasi che “essere social” sia un valore di per sè. Pensate, per parallelo, a come le tematiche relative alla privacy abbiano perso vigore e urgenza all’interno del dibattito pubblico mentre al contempo i sistemi di tracciamento delle nostre vite diventavano sempre più raffinati. Il sistema Prism scava nelle vitedigitali degli europei, cosa vietata negli USA: avete sentito il Garante della Privacy o il Governo italiano inoltrare una pesante protesta all’amministrazione Obama? Non solo perché ci troviamo, noi itaiani, in una posizione di minorità economica politica, ma anche perché i cosiddetti “nativi digitali” under 30 sono in genere poco sensibili verso la tematica.

Ecco, torniamo al punto di partenza: la persuasione diffusa è che “bisogna essere assolutamente social” ma siamo sicuri di sapere cosa rischiamo di perdere attraveso il nostro ”essere social”?

I comunicatori dell’immediato, gli schiavi dell’istante

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I comunicatori dell’immediato, gli schiavi dell’istante

Al professionista di marketing, di comunicazione, di pr non si chiede più solo (tra le tante altre cose) di essere competente sugli strumenti e sugli obiettivi, di sapere trasferire un sapere reale e oggettivo al cliente, di essere capace di raggiungere risultati quantificabili. I media sociali hanno imposto un’ulteriore torsione alle vite stesse dei professionisti di questi ambiti: l’obbligo costante a essere vigili senza requie, a monitorare ogni occasione per garantire visibilità a se stessi o alla propria azienda nella conversazione globale, a intervenire con spunti non banali per destare l’attenzione,l’interesse, la stima di tutti gli altri soggetti che interagiscono sul web.

Come David Meerman Scott evidenzia in questo post il focus non è più solo sulla campagna e sui risultati da raggiungere ma sullo sviluppo di un “mindset”, di una forma mentis diremo noi latini, che richiede attenzione e reattività costanti, capaci di cogliere tatticamente le opportunità che possono crearsi o di individuare per tempo i focolai di potenziali crisi di immagine o di vendite grazie a un monitoraggio continuo dell’ambiente di mercato e comunicazionale in cui si opera.

La conoscenza è diventata sempre più una commodity (o almeno tende ad essere tale, ed è giusto che sia così) e non esistono quasi più ambiti di sapere recintati. Nessuno è depositario di competenze esclusive. Un esperto bravo non disponibile oggi può essere rapidamente sostituito da un altro contattato attraverso una ricerca su google: quel punto della rete che occupi tu può essere facilmente preso da qualcun altro, come i neuroni morti vengono sostituiti da altri, più o meno vicini, capaci di esplicare le stesse funzioni.

A due dimensioni tipiche della competenza, ovvero la profondità e l’ampiezza, si va ad aggiungere la tempestività, che non è solo pronta risposta a sollecitazioni varie ma implica dare continuità alla propria presenza digitale in maniera pregnante.

In termini di impatto sui tempi e la qualità della vita siamo ben oltre la tradizionale colonizzazione della vita privata. Oltrepassare i tradizionali orari di lavoro o essere reperibili quasi h24 erano già caratteristiche, spesso lautamente retribuite, di alcune storiche categorie professionali come medici o avvocati. Ora non si tratta tanto di mandare l’ultimo tweet dal letto, il più tardi possibile, ma di sviluppare un di più di attenzione attiva che porta ad analizzare i flussi di comunicazione provando sempre a cogliere da essi uno spunto innovativo, al minimo per alimentare la propria visibilità digitale fino a cogliere un’opportunità o sviluppare intuizioni sfuggite ad altri.

Non a caso all’inizio parlavo di torsione esistenziale: chi sceglie di lavorare negli ambiti del marketing, delle pr e della comunicazione sceglie oggi una professione totalizzante, in cui il carico di coinvolgimento emotivo, di passione, di entusiasmo deve essere tale da non far nemmeno sentire come lavoro quello che è un impegno senza soluzione di continuità.

In una fase di atomizzazione professionale, in cui contiamo se riusciamo a dare un qualche contributo a una conversazione globale che comunque ci trascende, i veri privilegiati saranno coloro che potranno permettersi tempi medio lunghi di riflessione e di risposta. Tutti gli altri professionisti saranno costretti a essere schiavi della comunicazione istantanea, dell’istante sempre rincorso.

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